blog · Gennealogia

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Mentre cercavo un documento che avevo pubblicato anni orsono su web, mi trovo improvvisamente una fotografia dell’archivio Getty, scattata dieci anni fa, nel 2006, in cui appaio abbastanza beato, in uno dei momenti più felici e intensi della mia esistenza, quando partecipai come membro della giuria Orizzonti al Festival del cinema di Venezia. Sono qui immortalato, già bello bolso e distante dall’immagine che avevo di me giovane, insieme agli altri componenti della giuria, cioè il presidente della giuria, Philip Gröning, regista de “Il grande silenzio”, che sta al centro, tra la produttrice giapponese Keiko Kusakabe e il regista egiziano Yousry Nasrallah, autore dell’indimenticabile “Bab el Chams” (“La porta del sole”), mentre agli estremi siamo io e il regista italiano Carlo Carlei (“La corsa dell’innocente”). Fu un’esperienza magica per me, di enorme apertura intellettuale, giorni di dialettica fitta e sconvolgente per uno che tracheggiava nell’orrida soffitta italiana. Fu in quell’occasione, che incontrai David Lynch, alla prima mondiale di “Inland Empire”, quando gli venne consegnato il Leone d’Oro alla carriera. Siccome non smanio per il successo e non sono uno star fucker, le esperienze di questa cifra mi si riducono a poche, ma molto intense e significative, tanto che ho atteso dieci anni per sentire una simile vetta artistica, incontrando quest’anno Don DeLillo e parlando con lui del suo “Zero K”. Direi che è andata bene così, è stato bellissimo, è stato sufficiente e nemmeno era necessario: uno, nell’esistenza, ha in sorte magnifici doni, a volte, e ha il dovere di riconoscerli, almeno pari al piacere di riceverli.

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