Del disagio giovanile contemporaneo

schermata-2017-02-06-alle-10-23-41Tra le nuove antropologie, che sono sempre più nuove e recenti, vanno annoverate quelle relative alle popolazioni che cercano lo sballo (qui un emblematico articolo del Corsera), come sempre e ovunque è accaduto. In questo presente accelerato, tuttavia, mi sembra che siano cruciali la rilassatezza, il trascinamento e l’aumatismo per un tipo di noia tipicamente contemporanea – una noia da inermità, un’accidia da scontatezza della sopravvivenza. Il dato è più esistenziale che psicologico, poiché la psiche si rivela annichilita, in queste fasce di popolazione giovanile. E’ una psiche facilmente interpretabile, che si muove per poche categorie di disturbo e sintomatologia. E’ una sinopia di psiche. Il dato esistenziale e sociale schiaccia la lettura psicologica. “Capire” i “nostri ragazzi” è ormai un esercizio secondario, rispetto allo sforzo da effettuare per comprendere l’attualità in cui sono immersi. La realtà semplificata, che si traduce in norma storica nell’arco di cinque o sei anni di formazione scolastica e famigliare, induce a prendere in considerazione la categoria “futuro”, molto più che l’idea di psiche. Il nichilismo di fatto, che esprime la cultura delle droghe (sempre “nuove” e sempre inattese o scandalose), è il lascito che impone l’abbandono di un atteggiamento borghese al mondo, rafforzato dal crollo del futuro nel presente: l’accelerazione non dà scampo, se si affronta il mondo prescindendo dalla frenesia con cui si scambiano per memi i moduli che furono morali. La sottrazione di recettori dell’esperienza combina con l’offerta tecnologica di ricettori innovativi e capaci di mandare in soffitta l’antica e novecentesca disposizione all’esperienza, sotto forma di ideologia o di culture o di salita sociale. Bisogna carezzare questi vitellini nel macello che è stato loro approntato? Bisogna punire o schiaffeggiare? Cosa bisogna fare per amarli? Cosa significa amare? Si andrà avanti ancora per molto a evidenziare i “non” (non leggono, non desiderano, non si oppongono al consumo, non reggono la noia, non sanno scrivere, non studiano, non sono profondamente creativi, etc.)? Bisognerà riallinearsi forse alla lezione impartita da un grande ottocentesco: amare è la metà di credere. In cosa ha creduto e crede la generazione precedente, che si faceva di semplici MDMA e di cannoni? Quella generazione è genitoriale e si merita la reazione che questi giovani strascicanti comminano ai propri padri e alle proprie madri, il modo precipuo con cui svolgono i compiti edipici.
C’è una risoluzione? In questa domanda si gioca il confronto tra la ricchezza della ricerca di una presenza e la storia accelerata tecnologicamente. Tutte le pedagogie vanno aggiornate all’emersione dell’accelerazione tecnologica e alla sua proposta esistenziale, che vicaria funzioni e potenzialità dei modelli umani precedenti. Bisogna vedere l’inoculazione del principio stupefacente a partire da questa svolta della storia umana, accelerata tecnologicamente. Bisogna allargare lo spettro emotivo percepito e interpretato. E’ una battaglia senza soluzioni prestabilite, una chiamata in correo di tutta la mia generazione va rovesciata in una convocazione generale all’analogico, come alternativa sempre possibile al digitale. I nativi digitali eravamo noi, non questi ragazzi. La grande responsabilità era questa e, ovviamente, la mia generazione ha tradito questo compito, ha dimostrato tutta la sua incapacità ad amare e a credere, a capire.

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