Il vero made in Italy: i giovani di 40 anni e altre iniquità

Questo clamoroso e vergognoso risultato di questa clamorosa e legittima ricerca, che chiunque di noi poteva realizzare da se stesso nel corso degli ultimi decenni, senza ricorrere a nessun istituto di rilevazione o interpretazione sociologica, è un ossimoro tutto italiano: il giovane a 40 anni, peraltro nemmeno autonomo. A cosa hanno pensato negli ultimi trent’anni le grandi menti politiche, filosofiche, analitiche, economiste, psichiatriche? Non era prevedibile un simile risultato, a partire dal referendum sulla scala mobile voluto da Craxi o dall’evenienza parziale di Tangentopoli o dallo sgonfiamento della prima bolla digitale? Questi pezzi di merda, assisi in qualunque istituzione, a occupare posti in cui dovrebbero essere convocati animi profondi e intelligenti, con quale coraggio persistono a commentare, a indicare strade e a emettere fumigazioni da esorcista di Zagarolo? Dico tutti: gli storici giornalisti, gli storici commentatori, gli storici rilevatori, gli storici autori, gli storici filosofi, gli storici tycoon, gli storici sociologi? E’ da decenni che questo frutto maturava già marcio e chiunque poteva accorgersene. L’Italia è una nazione in cui il gioco è eterno e si consuma al di fuori del campo di gioco stesso, tra amache in stile brillante e battutine ed eventi vuoti, di pura bolla. Ci sono vittime in ogni fascia, in ogni classe, chiunque è toccato da questa deriva che, se viene indicata anzitempo, merita a colui che la predice il titolo di apocalittico: donne che mantengono a centinaia di migliaia nuclei familiari, donne con figli e senza compagno (o compagna) prive di lavoro, e, certo, giovani, una fascia abnorme che possiamo qualificare tra i 17 e i 40, appunto, secondo la tassonomia tragicogrottesca del made in Italy. A fronte di un’intera popolazione che è stata lasciata (e, anche, si è lasciata da sola) in condizioni avvilenti, drammatiche e angoscianti, lo stuolo dei piccoli e meschini addetti alla spettacolarizzazione della realtà, gli impiegati del sistema valoriale ipocrita (“L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro”? Ma vaffanculo…), i propalatori del pubblico contagio di idiozie malevole e di trash demonico, i funzionari dell’orrore le cui firme e i cui volti continuano ad apparire, sempre più distorte e crepati dall’età che dall’ignominia, in una sorta di riciclo di quelli che i soldi ce li hanno o li fanno e gli altri si fottano. E’ la storia di una rivoluzione mai avvenuta o, sia detto per i più ottimisti, mancata. Non si ravvedono forze sociali in grado non dico di ribaltare l’ordine stabilito del reale, ma anche semplicemente di manutenerlo: attendete qualche altro anno di automatizzazione e ricollocazione del denaro su altri supporti e in altri algoritmi, e misurerete. Arriva il solito idealista facilone e ti chiede: e tu, Giuseppe, tu, cosa proponi? Propongo il comunismo: questo propongo.

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