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Addio a Paolo Villaggio, addio al Novecento

L’orgia social acclude al proprio imporsi la ritualità funebre: si commenta ogni scomparsa, massivamente, per qualche ora. Questa emulazione fallimentare e fallita di ciò che un tempo fu cerimonia e costume sociale, per quanto mi riguarda, non è interessante, sebbene sia significativa, poiché delinea il ritratto ultimo di una generazione che fu educata all’immaginario, prima della scomparsa del dispositivo stesso dell’immaginario. Tuttavia ci sono momenti in cui l’orfano dell’immaginario piange davvero, in 3D, e uno di questi istanti è la scomparsa di Paolo Villaggio e delle sue maschere mortali, da Fracchia a Fantozzi: scompare infatti un artista geniale, uno scrittore che, come previsto da Pier Paolo Pasolini, il quale si sa che previde e predisse tutto, enunciò il principio secondo cui i grandi e ultimi innovatori della lingua italiana sarebbero risultati Paolo Villaggio con la serie “Fantozzi” e Aldo Moro. Ero piccino, quando impazzivo davanti a uno schermo in bianco e nero, mentre si lanciava improvvidamente dalle scale di “Studio Uno”, o di una trasmissione consimile, il corpo goffo e tedesco del Professor Kranz, il germe di tutta la contaminazione che Paolo Villaggio avrebbe in effetti imposto alla lingua e alla nazione italiana. L’iperbole linguistica (“… pazzesco…”) e quella morale (Villaggio è l’erede in tempo reale della maschera di Alberto Sordi, utilizzato per fustigare o semplicemente enfatizzare i vizi italiani, con la differenza che Villaggio era un cantautore e Sordi un cantante di testi altrui) hanno impattato sulla mia vita in modo definitivo, poiché definitivo sembrava quel tempo, ritratto da Villaggio con un nitore tragicomico che non ha pari nell’epoca della mia e della nostra formazione, quando il mondo progrediva con lentezza e tragica e comica, e in qualche modo pareva immortale, solido, nella sua stolidità, nella sua crudeltà, nella pietà che abbacinava lo sguardo lanciato su quel mondo stesso. Villaggio è il genio nazionale dell’ultima epoca prima che l’accelerazione tecnologica muti la sostanza stessa del tempo, rivelando che la storia vissuta da noi altro non era se non la premessa maggiore all’accelerazione medesima. Paolo Villaggio, in questo senso, sta in un pantheon artistico al quale hanno accesso Pier Paolo Pasolini e Carmelo Bene. Eravamo così, guardateci: noi eravamo le scimmiette, riassunti in Mariangela, la figlia primatesca della coppia formata dal Ragionier Ugo e dalla Pina. Non si trattava di semplice verve satirica o di ingaggio sociologico spensierato: c’è una metafisica del clown. Paolo Villaggio portò a compimento una simile metafisica. A lui e alla sua opera va la mia gratitudine, il mio amore, la mia disperazione.

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