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“Tutti gli angeli in un corpicino”: incontro con un piccolo migrante

Arrivo in clamoroso anticipo alla Stazione Centrale a Milano. Una folla multicolore e angosciante stringe d’assedio il nobile e vetusto edificio, che i restauri e la riorganizzazione architettonica hanno ridotto a pietra muta. Parcheggiato il nobile e vetusto motorino, mi unisco all’assedio. Migliaia di avventori, vomitati dalle città italiane e dalla metro meneghina trasudano in uno spazio astratto, scendono da scale mobili che sarebbero inaccettabili presso un OVS di Garbagnate, mentre alla Centrale trovano il giusto rilievo nella storia del dadaismo o del rito ambrosiano. Sono pochi gradini mobili, della larghezza di mezzo metro o di Renato Brunetta. Ed ecco che, sul nastro che scende dal piano binari al suolo cittadino, assisto a questa scena: una famiglia di evidentemente migranti, papà mamma e due bambini di 3 e 6 anni, si separa con un enorme bagaglio, tipico di coloro che, poverissimi, scelgono di partire perché vi sono costretti. Il padre sta accatastando tre valigie enormi ai piedi della scala mobile, la mamma stringe in una mano un ulteriore bagaglio stipato di cose e nell’altra il bambino treenne, che è spaventatissimo dalle scale meccaniche, dall’affanno clamoroso di sua madre e dalla distanza dal padre, che crolla sotto il peso delle Carpisa dei poveri. Il treenne si dispera, piange, urla pianto. Resta il seienne: non ha il coraggio di percorrere quel meccanismo automatico, la scala mobile lo atterrisce, si pianta all’imbocco, esacerbando nel pianto più esasperato e tenero che abbia mai esperito. I genitori non sanno cosa e come fare, sono lontani e impossibilitati a ricoverare il figlio maggiore. È uno scricciolo, è tutti gli angeli collassati in un corpicino seienne. Nessuno si muove, nessuno aiuta questa sacra famiglia. Perciò salgo di corsa la scala mobile, mi precipito dal seienne sconvolto, dolcemente gli porgo la mano e gli dico: “Papà”. Il piccolo mi dà la manina, smette di piangere, mi stringe come se io fossi un messia casuale e risolutivo. Comincia con me a mettere i piedini sui gradini in movimento, si equilibra, emette i singulti di fine pianto. In pochi istanti siamo a piano terra, la madre lo stringe, il padre mi si spalanca in un sorriso assoluto, arcangelico. Ecco, penso, l’orrore di uno come Salvini, per cui questi momenti, queste storie, queste persone, queste umanità non devono esistere. Lo direbbe “da papà”, mentre lo dice hitlerianamente: non trovo un avverbio più adatto. Che l’inesistente iddio di Salvini sia maledetto e con esso tutti i suoi simili, che sono dissimili da me. E quel palmo della manina sudata, quella pelle tremula che chiede protezione e aiuto, ovvero umanità, quei bastoncini vibranti che erano il braccio del piccolo: io li ringrazio, prego per loro, poiché mi hanno fatto simile a loro, benedetto nella loro innocenza radicale, nella dolcezza che schiude il fenomeno umano quando è umano. Io non mi scorderò mai più di quella tenerezza, la mano piccola nella mia mano vecchia, tutta la redenzione del mondo…

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