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Da “History” (Mondadori): Padre Steiner

C’è un personaggio che non smette di tormentarmi, di urlarmi addosso, di interessarmi. E’ improvvisamente comparso in “History” (Mondadori, 2017), il mio ultimo romanzo, e non se ne va più. Questo libro pure non smette di tormentarmi con alcuni universali, di cui nella narrazione si tenta di non sciogliere l’ambiguità. Così l’Intelligenza Artificiale propone il problema della coscienza e della mente, dei segmenti paterno materno e filiale, della patologia, del futuro collassato nel presente, dello horror, della suspence, dello stato finale della lingua nell’età delle macchine, della violenza, del consumo, dello spettacolo che ha trasceso se stesso e, ovviamente, di dio. Di dio o del prete? Entrambi. Il personaggio che continua a molestarmi è proprio un sacerdote: si chiama Padre Steiner. Fa irruzione nel romanzo in modo incongruo e virulento. Continua ad agitarsi, non cessa di violentare l’ostensorio. Qui di seguito pubblico il capitolo in cui fa la sua veemente e distonica irruzione. Eccolo:

PADRE STEINER

«Per la metropoli infinitamente mi aggiro in un moto irrequieto e continuo, a velocità sostenuta e impraticabile, concentricamente penetrando l’aria blu cupa nella città circolare, tutto è un nord e io lo punto e mi dirigo a nord nel gelo, un grigiore metropolitano lievitato sotto le luci fitte di insegne ed esercizi commerciali in dismissione, attraverso le zone di massa o le periferie sequestrate dai rifiuti, dagli armadi dismessi, dalle bombole del gas esauste, dai carrelli di supermercato con le ruote spaccate e le griglie metalliche divelte, e gli automatici dei tabacchi e le poche persone serie, pochissime, prendo la radiale e miro al centro cupo della metropoli aggiornata con i grattacieli, il cielo basso aumenta la pressione, grigiolatteo, o, di notte, tra le luci segnaletiche degli aerei che decollano, avvertendo sfolgorare tube e archi nel vento glaciale o nel favonio, tube e archi celesti pizzicati dalle dita d’oro di un dio immaginario, finzionale e nondimeno acuto, dita auree che pizzicano l’aria blu cupa sopra la città d’inverno.
Il silenzio ha mutato natura. Il silenzio è scomparso. Ciò che c’era prima si trasforma con una rapidità che è trista, le figure tutte sembrano slanciarsi oscuramente, tutto va a finire. C’è un lutto penoso in me che porto nel cuore che si sta pietrificando, il miocardio acutamente sente pena e restituisce pena.
Gli effluvi elettrici modificano le nostre antropologie. Una musica trista è promanata. Sta mutando tutto, tutto, con disperazione. La parola va a zero, lo sguardo va a zero e allora mi viene in mente il dio, sconosciuto e indecifrabile, dei monoteisti e mi chiedo che fine ha fatto il dio.
Non abbiamo contatti stretti con questa immaginazione del dio, progressivamente. negli anni. Gli ultimi anni sono stati disertati dal dio monoteistico, non si formula neppure più ipotesi o teoria della sua diserzione, ci si è scordati delle funzioni terribili svolte dall’immaginazione di un dio unico, motore di tutte le cose, imperscrutabile e punitivo, un fantasma divino che pizzica con dita terribili gli archi d’oro della nostra storia comune.
Mi sfugge ciò che è comune e incedo come un detronizzato nelle periferie e invado i territori vasti e ingrigiti, lerci di residui in plastica, di carte stracce e alluminio consumato. Qui conduco la presenza sparuta e turbata della mia vita fatta di parole andate a zero.
Che fine ha fatto il dio? E’ una domanda antica, per noi ora intrisa di ingenuità, ed entro nelle chiese, entro ed esco dalle chiese, continuamente, circolo per la città e cerco i templi, le chiese, monoteistiche.
Le chiese sono deserte. Le loro guglie, le fattezze delle basiliche, dei santuari diocesani, la cattedrale al centro della metropoli, le pievi, entro nei loro corpi fossili, generalmente verticali, rastremati verso l’alto, i matronei santificati per secoli dalla presenza di donne mute e devote, con i loro silenzi femminili che erano verticali tanto quanto le chiese. Oggi le chiese sono deserte, è assente qualunque elemento umano. Sembrano valve fossili, sembrano precambriane. I pulpiti sono abbandonati, i santissimi sono vuoti, gli altari sono spogli, la desolazione è verticale, impressiona, è un’interfaccia della realtà trascorsa. Appena qualche anno fa gli anziani si prostravano sulle pavimentazioni sacre, lucidate con cura, incerate…
Entro nelle chiese ed esco dalle chiese, tutte le chiese italiane sono prive di presenza, astronavi crollate nell’atmosfera italiana, uteri fossili o ossificati, le lesene abbandonate, i mosaici imbigiti, i duomi, i templi, i battisteri, le fonti battesimali asciutte, le immagini papaline risalgono al penultimo papa e non sono state rinnovate, gli scranni e i cori sono tarlati, tutto è gotico e abbandonato, è verticale e abbandonato, tutto è gelido nel gotico di tutte le chiese unificate, la cattedrale è abbandonata dai santi, i nomi sono incerti, le campane si sono ossidate e nessuno le scuote, i doccioni sono ciechi, si sporgono sulla metropoli dall’alto, e sulle chiese non piove più, nessuna pioggia prende gli invasi e ottura le grondaie delle chiese unificate, all’interno lo slancio architettonico è futile perché deserto, gli umani non frequentano più gli spazi delle chiese, li hanno abortiti, è avvenuta l’elisione di tutte le chiese più verticali e nessuno abita le cripte e le reliquie sono scomparse, i cibori sono svuotati, le chiese sono edifici privati di noi stessi.
Incedo in questi spazi verticali vuoti.
I pavimenti ornamentali e le arche, prive dei corpi sepolti di santi e committenti, la costruzione in volute verso cui nessuno avventura più lo sguardo, i banchi vuoti con i messali tarmati che si sbriciolano, nell’assenza di venti che contraddistingue le chiese unificate del dio monoteistico, gli arredi, la pisside, i vestimenti tarlati, le tracce vescovili, le navate immense e buie, grigioscure, illuminate dalle rare vetrate a colori, il tempo sospeso, dentro le chiese non è mai giorno o notte, c’è una vaga luce meridiana, i microfoni sono spenti e le casse di diffusione sono spaccate per l’usura del tempo: le chiese sono la natura modificata.
Sono secrezioni di pietra modificata ad arte, marmi che trasudano una disillusione cupa, oggetti assoluti, sguardi privi di pupilla nelle statue di evangelisti in forma di melusine o animali sacri, tori e aquile diroccati verso i presbiterii, i transetti percorsi da crepe che si allargano, la luce orientata che cola trasversale dalle vetrate, evidenziando la polvere minerale ovunque.
Io entro ed esco, nelle chiese, trapasso portali, le chiese novecentesche sono geometrie ingenue e semplicistiche, disertate dalle arti e dalla devozione degli anonimi cesellatori, le cappelle sono cancellate negli affreschi ridotti a sinopia o a macchie di calcificazione e verderame ovunque…
Nelle chiese monoteistiche, le rare presenze anziane alla messa domenicale d’inverno, celebrata prima che il sole sorgesse, fumigavano in preghiere, pronunciate per evitare di morire. Tremavano quelle piccole sagome oscure di vecchi, disperse nelle file parallele dei banchi di mogano consunto, prive di breviari e frontali al sacerdote, che celebrava distante, microfonato, oscuro egli stesso a se stesso, il tabernacolo spostato alla destra dei fedeli, disallineato, privo di fascino.
Il sacerdote imboccava gli anziani dalle labbra cadenti a ciliegia, salivavano e la particola del corpusdomini si appiccicava ai loro palati smangiati dalle afte. Il prete comandava di esistere…

Nella chiesa dove entro le pareti primonovecento in cotto sono erose dall’umidità: è un cotto scuro, inaccogliente, luterano. Non c’è traccia di arenaria o di secchezza secolare. Non c’è traccia di secolarità. Tutto è buio fino a sfiorare il colore livido dei tuberi messi all’aria e ossidatisi.
L’ambone, da cui legge le sue prediche e arringa Padre Steiner, è un’architettura moresca in falso marmo, un pulpito basso da pieve, scolpito con istoriazioni a bassorilievo degli animali simbolici per ogni evangelista, una sobrietà del disegno primonovecentesco con cui si citava il medioevo.
“Il prete non basta: non basta!” tuona Padre Steiner, uscendo dalla colonna su cui poggia l’ambone.
Le chiome bianche e folte, spettinate e tonanti, da cui si riconosce all’istante Padre Steiner, sembrano incendiare l’abito talare, nerolucido, non frusto però, un clergyman minimale, le due spalle robuste, congrue all’altezza imponente del pastore, sempre tonitruante come hanno imparato a conoscerlo i suoi fedeli, abilitati a un culto ulteriore e forse più antico dell’attuale codex, all’interno del quale hanno asilo gli strattonamenti morali, che rendono incauto chi tenti di avvicinare con leggerezza Padre Steiner e la sua retorica fiammeggiante.
E’ un profeta che ha mancato l’atto mistico o un padre del deserto metropolitano, uno stilita urbano, non certo un asceta. Quando sorride con il suo ghigno sotterraneo, tutto spostato a sinistra, le labbra tumide stortate sull’angolo sinistro della bocca, prima di esplodere nel suo vociare igneo e folgorante, non ha nulla del rettile o del truffaldino, sembra appena uscito da una visione privata escatologica e immane, un a tu per tu con la deità monoteistica, che non lo ha appesantito con tavole di pietra o sistemi morali, ma gli ha caricato il carisma e lui lo intensifica, sputando particole di saliva nelle prediche affannose che gli incauti scambiano per sentenze gnomiche o addirittura deliranti. Hanno raggiunto un numero notevole gli esposti all’autorità ecclesiale contro Padre Steiner. C’è chi lo accusa di libertinismo, scambiando la sua veemenza per ludibrio. Un uomo di grosso sangue e di presenza cardiaca, le guance a volte scavate si imporporano per l’impeto con cui aggredisce a parole il mondo, dal suo esofago quando lo prende la furia predicatrice sembrano uscire corvi, comandamenti istantanei e robusti.
Padre Steiner è capace di una violenza verbale che lascia attoniti e spaventati coloro che non appartengono alla prima cerchia, gli adepti che con lui praticano ritualità estranee al canone della messa e all’esegesi delle scritture sacre. L’aspetto esteriore contempera la cifra del rivoluzionario con la sottigliezza del reazionario, dello ioachimita, di chi è affetto da arianesimo e gode nell’ergersi tra i fumi dell’eresia. E’ noto che Padre Steiner non ami i culti alieni al rigore dei primordi e spinga le sue visioni verso i bordi terreni del magma profetico. Non è mai grossolano, essendo grande, quando l’idioletto lo trasporta in un’estasi violenta, con cui sputa in faccia ai fedeli la verità sui loro mandamenti comodi e sull’eccesso di profitto, grazie a cui ritengono di essere degni di una violenza riparatrice, forse per pulirsi la cosiddetta coscienza.
“Il prete, se è insufficiente, è dannoso! Il prete rischia il danno sempre!” rimbomba tra le basse arcate e i colonnati tozzi la sua voce virile, un nerbo acustico che fa vibrare l’aria e rischia di atterrire la mente di colui che ascolta o che, prodigo di sacrifici, si espone alle sue fustigazioni, alle sue visioni e ai corollari morali che ne conseguono, l’iracondia sale e viene espulsa all’istante, parola per parola, sillabe sacre per sillabe mondane. L’uomo è talare e laico al tempo stesso. Eppure non utilizza vocativi, imperativi, non parla alla seconda persona plurale. Non parla ai fedeli, forse parla per conto del dio monoteistico…
Si avvicina a me, si ferma all’estremità opposta della fila di banchi. La foga lo inorgoglisce e lo affatica. Padre Steiner sa di essere anziano e capace di modi indefettibili e dolci, a volte sembra rattrappirsi e impicciolirsi, nel colloquio intimo, specie con le nuove coppie.
“La vostra mente non è che un altro autismo: è più che un autismo. Ne siete utilizzati, la vostra corsa è irrefrenabile e tutto era stato scritto. Nelle scritture c’è tutto: tutto! Quanto a me, come posso condire un companatico privo di pane? Siete il pane raffermo che pretende di tornare grano e loglio. Siete un pane fatto di frumento malato, colpito dai patogeni, dai funghi macroscopici, alterato. E’ stato condotto alle estreme conseguenze, nella costruzione di questa mente che ritenete innovativa e imprevedibile, è stato condotto alle sue estreme conseguenze il principio e il destino del sacerdozio, che era dispensarsi dalla conoscenza del dio, ritenendolo raggiungibile, con una formula, con un orapronobis, con un missa est! Come è bello stare alla fine, a fare da polena, in avanguardia, sentirsi i più lontani dalla legge divina, messi a prua a prendere gli schizzi dal mondo mondano, dalle teorie del cosmo e del caos… Siete gli ultimi sacerdoti, il che vi rende equivalenti e fraterni ai preti e il prete è il danno, è la pulpite, è il paradosso, è un rischio!
Una vecchia e irrancidita strategia spettacolare faceva perno sull’antica idea che il sacro ha a che fare con la fornicazione e addiveniva alla falsa verità che il prete è bello, lo si può portare a letto, per approfittare del brivido salmastro che la pelle esprime trasudando ormoni e non più incenso, ma avendo a che fare più da vicino con il dio. Gli uccelli di rovo hanno l’oro nel becco. Offrono un’immagine salutare e idolatra in luogo del carcinoma e della carie, della suppurazione delle carni. Questo sentimento barocco del mondo e del corpo ha la tonaca dal Seicento in poi e conduce dritti tutti alla costituzione e decadenza dei costumi borghesi, i quali sono tonache laiche e implicitamente spettacolari. Oggi tuttavia siamo oltre lo spettacolo diffuso, siamo a bordo della forza di accelerazione che la natura, la quale è la stessa cosa della tecnica, sta esprimendo attraverso la storia della specie. A questo incrocio i nuovi benpensanti pongono l’emersione della coscienza nelle macchine e a questo fine lavorano alacremente: ma l’alacrità è idiozia e dunque è danno!
I ricercatori sono oggi l’ultima forma e voga del pretesco. Fornicare con un ricercatore contribuisce a generare brividi che i preti non sono più capaci di suscitare. Nell’esplosione degli schermi, di ogni schermo!, è possibile ravvisare certi fenomeni decadenti, tipici di qualunque messianesimo messo fuori gioco dalle accelerazioni. Non vi è nulla di più patetico dell’arlecchino in stracci, quindi del prete, a questa altezza temporale, che mostra la povertà e il delirio di qualsiasi genesi dei costumi. Il prete ambiva al silenzio prima e dopo e durante la storia, ma si è abituato da secoli alla chance che offre la parolina di troppo, seducente e suasiva: la possibilità di sfuggire al silenzio, il quale angoscia il benpensate, quello vecchio quanto il più recente, affinché sia disponibile, a prezzi di supermercato esistenziale, l’accesso alla finzione del memento mori e all’illusione della pedagogia al derelitto umano. In questo movimento di caduta, che non sarebbe per nulla adamitica, il prete si riconcilia con la natura della propria finzione originaria, cioè l’ascolto di una inesistente voce di un inesistente dio. Il prete si ospedalizza per missione, diviene un volontario universale, cioè un volitivo, un servo della volontà, che si mette a disposizione di una forza suprema, di cui può tranquillamente ignorare la natura, se essa sia interiore o esterna. Egli, così facendo, si risparmia tutta la fatica della teologia, per scegliere la pratica infermieristica: un infermiere ha certo delle responsabilità e una funzione, ma sicuramente non quelle del chirurgo. Il rapporto tra malattia e prete è ravvisabile anzitutto nella prossimanza tra vocazione e malattia mentale. Per contegno il prete si darà allo strepito e alla sperequazione dei finti affetti, declinandosi a confessore dei peccati spettacolari, che sono la fase apicale di ogni divismo: la decadenza di Nerone giustifica ogni incendio. Lo strafare e lo stradire del prete, che si mette al fianco del fu potente e del fu beniamino, ricorda la disoccupazione che si ingegna di giustificare se stessa con l’impegno a cercare un nuovo impiego. A questo punto si pensi a sostituire il reperto spettacolare, il divo o il politico andato coi transessuali e caduto in disgrazia, si pensi a sostituirlo con il ricercatore di robotica o di nanotecnologia, i ricercatori sono tutti beghine col culto dell’artificiale: il ricercatore è prete ed è anche vittima dello spettacolo. E’ la prossima vittima, quando la sua tanto agognata mente artificiale lo disintermedierà. Va incontro alla fine con un’incoscienza nemmeno tanto beata, il ricercatore. I ricercatori sono, ben più dei preti, prossimi alla fine…”
Le tanto decantate mimiche oratorie di Padre Steiner non incantano nessuno che abbia un minimo di conoscenza della filosofia spettacolare. Impiego pochi secondi a sentire il vecchio campanello filosofico, quello suonato dal teologo situazionista o dall’escatologo di professione.
“Padre Steiner” dico con falsa deferenza, “l’artificio ci convoca da sempre. Eravamo cani nelle spelonche, incantati davanti alle fiamme che abbrunivano le grotte, la schiena gelida e il viso surriscaldato, in una pratica che realizzava il dio in terra ben più di un corpo orfano e disprezzato sulla croce! La mia veemenza è secondaria alle ragioni della mente artificiale a cui lavoriamo. E’ la nostra lanterna magica, quella che voi preti non siete più in grado di offrirci o anche solo di mostrarci, magari da lontano, facendoci tornare bambini anche quando rasentiamo la fossa. Dio cura il tumore. La sua letteralità è stata stravolta da voi preti, dai vostri stili. La parlata dell’esegeta è femminea e pelosa, articiale almeno quanto la mente a cui lavoriamo noi. Noi spazziamo via dalla terra la possibilità che il figlio dell’uomo si sia incarnato per redimere una specie che sta finendo ora, una specie che ha i giorni contati, anche se sopravvive alle più fosche previsioni climatiche e all’apocalisse: la specie è finita!, entrerà nella macchina sprizzando gioia da tutti i pori, in quanto la macchina, proprio come il dio, curerà il tumore. Faranno carte false per ibridare i loro cuccioli, per genetizzarli meglio, per uploadarli su supporti in materiali che il dio monoteistico nemmeno poteva presumere che si scovassero, materiali coscienti e vibratili di ultima generazione, nuovi silici o grafeni, sempre più veloci a imporsi. Siamo alla fine!, lo vuole capire?”
Padre Steiner scuote la testa con un vigore che lascerebbe tramortiti gli animi candidi che pure lo ascoltano in massa la domenica, quando nella predica abbandona il messale e le letture e sfuria il suo rigore morale, le sue alte temperature morali, apre l’altiforno morale della sua cassa toracica, facendo vibrare le sue corde vocali spesse e robuste.
“La natura è artificiale e l’artificiale è natura! Questo è il vostro errore, il vostro baco di sistema, il vostro difetto congenito che propagate per l’irritazione dei padri e di chi dei padri porta il peso sulle spalle: eccone uno, di costoro: chiamami padre! Le macchine saranno un’unica macchina, l’individuo trasceso ritornerà in forma di un io vasto e impensabile, ma pur sempre io sarà! Ricorda: da principio, io sono. La Madre diceva: io sono dal principio annunciata quale nemica, antagonista e vincitrice di Satana. Qui non c’è nessun Satana, nessuna cristologia, c’è soltanto questo ‘io’, questo ‘me stesso’ che non desiste. Che?, forse tu sai cosa significa ‘io’? Sei in grado di spiegarmelo? Sai fornirmi sinonimi o spiegazioni? E stanno tutti lì attorno al pozzo, investigano quello che ritengono universale, ci si intestardiscono e non rinunciano a formarsi un’opinione intorno all’inopinabile, questo ‘io’! Sono stolidi, pensano che la mente sia un fatto di cervello! La mente artificiale è pronta a candidarsi come l’ultimo mistico, il padre realizzato, è prossima all’illuminazione: così finisce la specie, illuminandosi! La sua natura è l’illuminazione, la tranquilla realizzazione dello spirito e dell’‘io’. Per questo dico: il ricercatore sarà il primo a compiere l’ingredior nella macchina, si immergerà nella nuova mente come un liquido, sperimenterà qualche nuovo senso, per terminare nella meditazione silenziosa che è pax profunda, fons interna, semplice esseità! E’ sulla distanza metafisica che la mente artificiale vi brucerà, immergendo se stessa e tutti noi e tutto nel silenzio frontale in cui siamo già stati: siamo già stati!”.
Non smette di agitare le braccia ed echeggia come un tuono continuo nella chiesa deserta, sembra che la sua voce crepi gli affreschi recenti, i recenti encausti, in un senso muto non privo di solennità. Più si agita e tuona e più il silenzio si intensifica, mi prende tutto, mi immerge in un silenzio più profondo e privo di vista e privo di cecità.
Padre Steiner è giunto al termine della sua arringa, la sua voce rimbomba per la navata centrale e rotola per l’asse trasversale e l’abside. Padre Steiner, curvo nelle sue spalle, da pilone e indemoniato, quasi portasse una gerla invisibile che contiene i peccati del mondo e l’agnella insieme, già mi volta le spalle, già scompare dietro la colonna di alabastro, va via…»

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