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Da Pynchon a Palermo

In quel capolavoro che è “Vineland” di Thomas Pynchon, clamoroso vertice e forse ultimo compimento anticipipato di quell’ambigua etichetta che fu il postmoderno (su cui torno più avanti), il protagonista Zoyd Wheeler sopravvive percependo un sussidio statale per disabilità mentale, pur essendo sanissimo (oddi: sanissimo…), e ogni anno rinnova un atto di follia, per assicurarsi il mantenimento: lo vediamo lanciarsi contro una vetrina, per rendere accertabile il disagio. Questo residuo di hippie che è Zoyd Wheeler ha in qualche modo a che vedere con l’incredibile pratica di cruenta truffa ai danni delle assicurazioni, che a Palermo ha espresso un apice di impensabile crudeltà, con le fratture imposte a vittime socialmente deboli e quindi consenzienti, pagate per farsi fratturare gli arti con pesi in ghisa da 50 kg? Il crimine si inserisce in un quadro in cui alla cronaca nera si sta progressivamente imponendo la letteralità del suo colore: c’è un’enfasi sul pigmento della pelle dell’eventuale protagonista, sia nel diffuso delirio collettivo dei social sia negli interventi dei media, che da trent’anni a questa parte sono capaci di algebrizzare il razzismo sempre strisciante con titoli tipo “Marocchino investe con l’auto due persone”. Ciò che è euforicamente comico e narrativamente tragico in Pynchon, in un surplus ironico che conduceva alle soglie dell’inumano, viene a coincidere con la fattualità dei limiti umani stessi, in questa vicenda tanto reale quanto abominevole, da risultare letteraria a più livelli, se solo si ricorda cosa furono “I miserabili” di Hugo, romanzo multiverso che forse diede origine anticipata al postmoderno. La riflessione sul segno che la cronaca imprime alla percezione della realtà, sia individuale sia collettiva, svanisce per un sentimento di pudore e rispetto per la storia degli eventi. Non c’è semiotica possibile, in un tempo che è talmente urgente, da disabilitare ogni capacità di sedimentazione ed ermeneutica per mancanza di tempo: la cronaca è emergenza continua, il deposito in cui si giocava per accumulo e metabolismo l’immaginario collettivo diviene una discarica abnorme in cui si gioca soltanto il dato della percezione e la reattività istantanea a questa. E ciò, probabilmente, dà forma all’addio definitivo di un tempo occidentale e sazio, economicamente ritenuto stabile per una qualche follia superborghese, che regolava i suoi ritmi su una lunga durata, che era poi l’elemento ambientale fondamentale per un ragionamento ozioso sulle stato delle cose e delle genti. Questo passaggio a una realtà priva dell’elemento simbolico, poiché depredata del tempo riflessivo in cui collocare il dato percetto, sembrerebbe imporre al testo una resa condizionata. Non c’è stile che abbia presa, senza lo spazio simbolico. E invece c’è tutta la letteratura possibile, in quella sciagura che ha avuto la sua casa degli orrori a Bagheria, con le vittime tossicodipendenti anestetizzate prima di fracassare ossa, le giovani madri abbandonate ai margini della strada per fingere l’incidente, le menomazioni definitive e infine, letterale come sempre, la morte, ovviamente di un immigrato. Si sarà spento il sorriso e sarà estinta la commozione accesi da Hugo e Pynchon, ma la nostra resistenza in quanto umano, ovvero entità capaci di simbolismo sempre e ovunque, non svapora. E’ una religione preternaturale, a governare il nostro attonimento a fronte dell’abissalità con cui il mondo si presenta alle nostre coscienze. Narrare non è affatto praticare uno storytelling: è rinnovare quell’attonimento, che non assolve un grammo dell’umano dal male della banalità e dalla terrestrità del dolore, della sopraffazione, dell’omicidio, della grettezza, del crimine e del suo contesto purulento, feroce, apparentemente indenne da una possibile redenzione. Se c’è una persistenza della letteratura, essa risiede proprio in quest’opera ambigua e parzialmente colpevole: portare a linguaggio, e anche ben oltre il linguaggio, la possibilità di redenzione dell’umano, ovvero del mondo percepito attraverso il fenomeno umano. Non era dunque un vezzo postmoderno – era una missione di integralismo letterario, quello in cui Pynchon esorbitava dalla sua propria epoca, investendo di una risata cosmica il regno della specie dominante sul pianeta. In quel punto preciso, in cui non c’è storia delle epoche e degli stili, tocca avventurarsi e stare, rinnovando i modi, ma affrontando sempiternamente le sostanze che si declinano in simboli e appunto in vicende storiche. Per questo motivo ci sarà sempre bisogno di un Romanticismo Cinico, di un Classicismo Sporco, di un Nichilismo Fideista, di un Realismo Surrealista, di un Missionariato Anonimo. E’ il passaggio da un’era a un’altra era, più accelerata e ugualmente sofferta, nella vertigine della perennità umana, della tenebra luminosa che siamo e che non smette di inoltrare l’immoralità nel processo di assoluzione che vorremmo comminare alla realtà. E’ faticoso e ai limiti dell’impossibile? Sì.

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