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“VI FACCIO VEDERE COME VIVE UN ITALIANO” – IL GIORNALISMO AI TEMPI DEL SUO PIONERISMO ODIERNO: I CASI LA 7 E “L’ESPRESSO”

Ierisera ho assistito, tra il conturbato e l’invidioso, a “L’uomo nero”, lo speciale su Massimo Carminati, il re del mondo di mezzo romano, che La 7 ha trasmesso come approfondimento di “Bersaglio mobile”, diretto e condotto da Enrico Mentana: una narrazione formidabile, una vicenda emergenziale continua e continuamente sorprendente, volti e voci e accenti romani devastanti e rivelatori, una composizione ricca di ritmi e temi e storia. Sono rimasto colpitissimo. Il giornalismo è in crisi costante pressoché da quando sono nato, a discapito delle folle che era in grado di raggiungere quando ero bimbo o ragazzo e che ora non raggiunge nemmeno col binocolo. Però non è un discorso quantitativo, che bisogna emettere, piuttosto è un’osservazione precisa degli apici qualitativi, degli enviroment giornalistici, delle voci e delle menti ancora capaci di creatività e di elaborazione del testo. In ciò è per me evidente che il giornalismo italiano contemporaneo, soprattutto grazie a due spazi che vanno allestendosi dinamicamente, e cioè La 7 e “L’Espresso”, sta vicariando l’editoria libraria ormai in crollo, incapace di proporre visuali prospettiche sul reale, sull’odierno, sul canone storico, oltreché inadatta a concepire format e a militare nella battaglia delle idee. La proposta culturale in genere è definitivamente abbandonata dall’editoria libraria e non del tutto per sua endemica colpa. Negli ultimi anni mi è parso di intravvedere solo nel Mark Fisher di “Realismo capitalista”, edito da NOT, un frame culturale consistente, che è stato capace di catturare l’attenzione non soltanto degli addetti ai lavori, ma anche e soprattutto di chi è fuori dalla comunità specifica dell’editoria italiana – un testo divenuto un evento culturale continuo, che mi ha ricordato e fatto toccare con mano una proposta all’altezza di ciò che editoria dovrebbe essere e non è più. Certo, viviamo un avvitamento del discorso culturale, che non penetra più fasce ampie di popolazione. Tuttavia non si misurano in Italia sforzi all’altezza di questa crisi, slanci, sogni possibili, istanze che varchino le soglie dell’ignoranza collettiva attraverso competenze e stili. Soltanto l’altro giorno veniva pubblicato dal “New York Times” uno speciale sul crollo del ponte Morandi a Genova, in edizione bilingue, con immagini e video strepitosi, secondo un’impaginazione da lasciare a bocca aperta, una profondità investigativa e antropologica sconvolgente e una tensione assoluta alla verità. Soltanto pochi giorni prima, il NYT pubblicava una denuncia sconcertante da parte della talpa che svela il lavorìo malevolo e i disastri della Casa Bianca sotto Trump, diventandone l’incubo: uno scoop tra i più memorabili di questi decenni, sistemato in esercizio di minimalismo grafico che sfiora l’arte. (Per non penalizzare questo post, pubblico i link relativi nei commenti, altrimenti scatta la censura contenutistica di Facebook) I libri non sono più in grado di interpretare la realtà con un simile stile, con una simile proposta profonda di conoscenza e verità. Sbagliava e sbaglia chi ha voluto e vuole sostenere che l’erede della letteratura e della grande narrazione sia la serialità televisiva: è invece il giornalismo. L’àmbito in cui si percepisce lo sforzo di riappropriazione del simbolico e dell’intenzione di verità non è per nulla il discorso sempiternamente effimero e dimenticabile delle serie tv, ma un giornalismo capace di intessere una relazione profonda tra testi e mondo. Se ho citato l’attuale corso de “L’Espresso” e gli spazi allestiti da La 7, è proprio perché ravvedo in queste zone addensarsi un lavoro non soltanto giornalistico, ma realmente narrativo, sempre sorprendente, capace di interloquire e di abbassare il rumore di fondo in cui qualunque operatore culturale è oggi immerso e annichilito. Che Enrico Mentana sia magistrale nel ripensamento dei toni e della macrotestualità, mi pare che a questo punto sia universalmente riconosciuto, avendo egli sparato contro, con un coraggio inedito in Italia, a ciò che era stato, ovvero l’emittente più emblematico di una paratassi velocissima e tipicamente televisiva, che non può minimamente candidarsi al racconto della realtà, nell’attuale fase di cloud e confusione dell’apparato comunicativo. Questa tensione alla costruzione del discorso testuale è ravvisabile nella patente politica di congiunzione dei singoli testi, che su “L’Espresso” appaiono con rimandi impliciti e intuitivi, fornendo una chiave di interpretazione alla complessità del reale: tutto si tiene, i rimandi interni sono perseguiti con una strategia che è più letteraria che banalmente giornalistica. Si tratta, in pratica, non soltanto di effettuare una battaglia delle idee, ma anzitutto di spalancare uno spazio in cui quella battaglia si tenga. Non sono più gli epici cantori o le autorialità trobadoriche, i giornalisti che compiono e realizzano questo sforzo nell’Italia 2018: sono coloro che sorprendono, piuttosto, menti che strutturano e perseguono strategie di senso, ovvero di progettualità. La mancanza di progettazione, l’incredibile volatilizzazione dell’idea stessa di progetto, si rivela l’eziologia decisiva che determina l’attuale sintomatologia italiana: una nazione abbandonata nella produzione di strategie e di tattiche culturali, politiche, sociali, addirittura estetiche. La 7 e “L’Espresso” mi paiono in questi tempi i cantieri di una ricerca di senso, di un’invenzione appunto strategica e tattica, di una riabilitazione dell’ordine del discorso, che definisce l’eccezionalità e il pionierismo del nostro giornalismo contemporaneo. Per formazione e per ideologia, non ero incline a immaginare che il giornalismo avrebbe aggredito con tanto potere veritativo l’ammanco di senso a cui, già da molti anni, vedevo ridursi il contesto nazionale in cui sopravvivo e, quando posso, vivo. Se avverrà una ricostituzione, una palingenesi, addirittura una palinodia del progressismo in Italia, sarà merito di questo discorso che, in tempi di azzeramento della categoria dialettica, sono i giornalisti migliori di questo presente a praticare e inventare. Va a queste zone, tutte contestabili politicamente proprio a partire dal carattere della loro proposta, la mia gratitudine.
“Vi faccio vedere come vive un italiano”.

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