blog

La fine della Chiesa e la fine della letteratura: parola di Ravasi.

Ieri sul Corriere della Sera è apparsa una delle interviste più sconcertanti degli ultimi anni. Si tratta di un colloquio con monsignor Ravasi, sorta di ministro della cultura per il Vaticano, uno dei più colti biblisti al mondo, capace di letture sorprendenti di quella scrittura che sarebbe sacra per i non credenti anche solo per il fatto di avere creato l’occidente (qui l’intervista). In breve, Ravasi constata che i cattolici sono una minoranza, devono imparare a pensarsi minoritari, le chiese sono vuote, alla gente frega di Dio non più secondo i canoni, si è entrati in una polverizzazione spirituale che è la risposta al secolarismo, bisognerebbe che il prete riprendesse il kérigma, il nucleo carismatico dell’insegnamento, tornando a parlare di vita e morte, spiritualizzandosi nuovamente. Si tratta di considerazioni intorno al popolo cattolico, che mi interessano fino a un certo punto, pur coincidendo con un ragionamento che si sta facendo da molti decenni (un contributo, pubblico e personale: un reportage dalle chiese svuotate, pubblicato su “L’Espresso”). Ravasi tocca temi che consentono di percepire un massimalismo anche metafisico, di cui la Chiesa cattolica sembra essersi voluta privare da molto tempo. A queste considerazioni il cardinale aggiunge tuttavia osservazioni incredibili, sulla testualità, del tutto coincidenti con il problem solving allestito da Alessandro Baricco nel suo recente “The Game”. Viene sottolineata dal monsignore l’abilità comunicativa di papa Francesco, del tutto all’altezza dei tempi, poiché il pontefice utilizza la paratassi: frasi brevi, comprensibili, nessuna dipendente. Sembrerebbe di trovarsi in un confessionale con un publisher dell’attuale editoria. Se uno pensa ai Nomi o ai Re o anche soltanto al Cantico dei Cantici, sta male: chissà come mai, ai tempi, i profeti utilizzarono l’ipotassi e la struttura complessa delle frasi. In realtà, tutto si tiene. Appare più comico che ironico il fatto che le Sacre Scritture debbano essere divulgate da un San Paolo digit, che diffonde il messaggio via WhatsApp, visto che secondo Ravasi “San Paolo tradusse in greco il messaggio del Cristo, il greco era l’inglese, il digitale dell’epoca”. Così sembra più tragico che farsesco l’indubitabile processo di semplificazione stilistica e narrativa, che la fu industria culturale commina ai “lettori forti” e “deboli”, questa ossessione dell’agorà paolina 2.0, popolata di influencer e di autori che si ritengono letterari e non lo sono per niente. Cosa dovrebbe fare un’istituzione preposta alla gestione di una fede, che sia la Catholica o l’editoria? Questo: complicare, sintetizzare, eiettare il simbolo che è sintesi ben più radicale di qualunque paratassi. Trovare il messaggio nel Cristo e in Kafka. La scrittura, sacra o letteraria, non dismetterà a breve le sue capacità di persuasione occulta, al di là del riconoscimento collettivo e del ruolo sociale che sottintende: il prete è in decadenza quanto il poeta o il romanziere. Bisogna portare la scrittura da qualche parte? E’ necessario cogitare secondo intellezione collettiva su strategie o target, più o meno segreti e allegorici, per risvegliare l’ardore del credente, che è sempre lettore e lettrice? No.

Annunci