Quell’autobomba fantasma a Milano prima della strage di Bologna e l’emergenza infinita

Oggi su “L’Espresso” non c’è un mio contributo, ma ci sono io direttamente: appare a firma di Paolo Biondani un articolo, che da sempre attendevo in qualunque evenienza sulla stampa nazionale, il quale articolo concerne l’autobomba esplosa a Milano, davanti a Palazzo Marino, nella notte tra il 29 e il 30 luglio 1980 – un giorno prima della strage di Bologna. Sulla 128 bianca, mio padre mia madre mia sorella e io saremmo partiti l’1 agosto, sfiorando Bologna nell’Autosole, arrivando a una località adriatica di massa nel Ferrarese, Lido Adriano, accendendo un televisore Brionvega nello sconosciuto appartamento affittato a distanza e allibendo davanti alle immagini di devastazione e orrore che il Tg1 trasmetteva proprio dalla stazione di Bologna e poi allibendo ancora quando arrivò “Discoring” a rimpiazzare il sangue e i detriti, con i Kraftwerk robotici e i Rockets argentati nella pelle e calvi. Viaggiando sull’autostrada più trafficata d’Italia e ignaro dell’esplosione a Bologna, mi ero perso nella disamina di mio padre che, quell’autobomba davanti al palazzo della giunta milanese l’aveva vista e bene, perché, da semplice impiegato comunale con tessera del Partito Comunista Italiano, era stato cooptato alla segreteria politica di tale Costa, di cui non ricordo il nome di battesimo e che era uno degli assessori della giunta rossa, guidata per la seconda volta da Carlo Tognoli, la cui rielezione si decise proprio nella notte tra il 29 e il 30 luglio. Quell’attentato non riuscì. Si trattava di uccidere membri della giunta Tognoli, ma, dei tre ordigni innescati a bordo di una 132, esplose soltanto uno, limitando i danni. La rivendicazione fu avanzata da un gruppo di estrema sinistra, ignoto se non per la firma dei fatti di Acca Larentia: si trattava di un depistaggio. Ricordo dististinamente mio padre, le basette brizzolate lunghe e il borsello in finta pelle abbandonato sul lunotto, discutere della cosa e individuare in Freda e nelle compagini nazifasciste la responsabilità di un attentato politico che avrebbe dovuto essere strage. Il buco nero di Bologna avrebbe inghiottito i fatti inerenti quel tentativo di destabilizzare gravemente Milano e tutto il Paese. “L’Espresso” torna proprio su quei fatti. Come si è visto e come si sta vedendo in questi giorni, la questione dei Settanta e parte degli Ottanta non è affatto chiusa – e non lo è, perché il metabolismo storico in Italia fatica a sintetizzare gli elementi tossici, che a ogni quadro decennale si ripresentano aggressivi, mutati e perennemente intatti: i tentativi di colpo di Stato, le stragi, l’affaire P2 con tutti i suoi mostruosi protagonisti, le appendici fantasma di quel contesto criminogeno come il caso Emanuela Orlandi, il terrorismo rosso e nero, la falsa rivoluzione tangentopolitica, le stragi Falcone e Borsellino, la persistenza e la capacità di trasmutare da parte di confraternite di destra extracostituzionale come Avanguardia Nazionale: l’emergenza infinita è la chiave di una memoria fossilizzata, incapace di suturare e di includere il dolore e il dramma nella vita vivente di una nazione. Il cardinal Martini diede impulso a un gruppo che si riuniva segretamente, composto da famigliari delle vittime di terrorismo e dai mandanti ed esecutori di quegli eccidi, il quale gruppo ha fruttato un libro decisivo, pubblicato dal Saggiatore nel periodo in cui lavoravo per quella casa editrice: “Il libro dell’incontro”. La giustizia come riparazione e la discussione libera e tragica del contesto storico, a distanza di tanti decenni e coincidente con il dolore che non trasmuta e non declina, ha in quel libro uno dei momenti più alti nella vicenda italiana. L’articolo de “L’Espresso” sulla mancata strage a Milano, della quale fui testimone indirettissimo e poco più che decenne, non fa che ribadire quanto la storia che abbiamo vissuto sia attiva sottopelle, anche in un tempo come l’attuale, che volatilizza la memoria e perde consapevolezza su ciò che è stato e continua a essere. Forse una delle chiavi di lettura può essere quella generazionale: non da parte della generazione che fu responsabile della stagione di piombo, ma da parte della generazione a cui appartengo io, un popolo bambino che vide e ascoltò e visse quei fatti sconvolgenti: la paura che mio padre fosse lacerato da quell’autobomba, il terrore che mio padre fosse ucciso da estremisti comunisti che ci inviarono a casa anonimamente numerose foto scattate a sua insaputa mentre andava a lavoro e addirittura negli uffici per dire che era un obbiettivo, l’enormità atterrita della salma di Aldo Moro. Ero bambino, avrei studiato tutto il possibile su quegli anni, ossessivamente, erano gli anni in cui venivo al mondo e moriva ignominiosamente la Repubblica. E adesso? Mi sembra sempre che muoia ignominiosamente la Repubblica, che non smetta di farlo, a ogni quadro storico, sempre più acceleratamente – e questa a me pare la cifra italiana, l’infinitudine del fatto, la sfinitezza della ripetizione, l’inoltrarsi in tempi di volta in volta nuovi perché antichi, sempre con l’orizzonte prossimo della strage…