SALVINI E PASOLINI, SALVINI E’ PASOLINI

Ierinotte rileggevo “Empirismo eretico” di Pasolini e pensavo – ciò che la lettura spero non sortisca mai e cioè che io pensi. Tuttavia con Pasolini si ha sempre questa limitatezza dell’orizzonte mentale, cioè la pronuncia del significato e lo stile stesso preordinato intorno a un pensamento – fatto salvo il cinema, ma non certo la prosa e, più incertamente, la poesia. Tanto più la macchina pensante è messa travolgentemente in moto in quel testo dal titolo arduo o, come dicono oggi, “respingente”, aggettivo che è l’anticamera del famigerato e famelico “intellettualone”. E’ un sintagma messo in copertina, che l’editoria odierna aborrirebbe, condannandolo al self publishing o quasi (ormai l’editoria accademica ricorda per prossimità quella marea montante che è il sistema dendritico dell’autopubblicazione in epoca digitale). L’incipit di “Empirismo eretico” è generosamente dedicato alla distinzione, che non è opposizione, tra la lingua parlata e la lingua letteraria, che secondo Pasolini fa tutto il fenomeno linguistico nazionale. All’altezza storica in cui scriveva questo insensato folle d’amore per le genti e per la lingua stessa, bisogna notarlo, ciò si traduceva in una messa in accusa della classe borghese, dei vizi linguistici interpretati secondo specularità rispetto alle meschinità morali, con cui un popolo frammentato era andato consumandosi e imponendosi nel Novecento. Fissata una linea linguistica media, ovvero l’indistinzione tra parlato e letterario, Pasolini compila un’infografica verbale sui livelli in cui le lingue delle scrittrici e degli scrittori esorbitano o si manifestano al di sotto di quella medietà, che sembra di capire essere una mediocrità, così come mediocre, e per questo non meno assassino, è il dispositivo sociale e storico della borghesia italiana tutta. Muovendo i passi da Segre, ma anche dal Guglielmi della linea fredda o calda con cui canonizzare l’istinto espressionista delle varie letterature italiane, Pasolini muove un colpo portentoso, mettendo sullo stesso piano due istanze che sembrerebbero opporsi l’una all’altra: e cioè “la pratica” e “la tradizione”. Esse sono innaturali, costruzioni culturali, anche se si trattasse dell’efficientismo con cui si interviene sugli strumenti e sugli oggetti del mondo. La storia, questa testa dalla capigliatura fitta di rettili piuttosto venefici, fa ricadere ex post in un abisso l’attività pratica o quella che funziona per correnti tradizionali. Il nemico, lo si vede bene, è il canone: sia canone d’uso o canone tradizionale poco importa. C’è qualcosa di selvaticamente estraneo alla secrezione e alla cristallizzazione culturale. L’innamorato divino Pasolini odia la lingua, così come odia il canone, perché è ciò che si trova estraneo alla costruzione canonica che, per usare un verbo da lui spesso impegnato, *adora* ciò che è fuori dalla tradizione e dalla pratica – ovvero il fenomeno umano filmato in stato nascente, sempre nascente. Qui è rattrappito tutto il vitalismo di Pasolini e anche da qui origina l’equivoco del Pasolini usabile dai fascisti. C’è sicuramente l’avvertimento di un “ur-fascismo”, da cui Pasolini estrapola una teoria storica dei più vari fascismi (il fascismo fascista, il fascismo democristiano, il fascismo di marca PCI, etc.). Tuttavia non si scioglie mai il nodo che lega l’autore corsaro alla nuda vita come valore perenne, perennemente storico, un assoluto topico che vale finché ha luogo lo spettacolo umano sul pianeta Terra. Quanto alla capacità profetica di Pasolini stesso, un meme che non declina con il passare degli anni, anzi incrementa appunto memicamente, valga l’osservazione che a oggi, 2019, non c’è nessuna delle categorie pasoliniane a stare in piedi: non quelle di valutazione linguistica (non c’è proprio più l’italiano parlato, ma ancor meno l’italiano letterario, compreso lo stile con cui il carabiniere ti mette su carta la denuncia) e tantomeno quelle di matrice sociologica. In questo punto di caduta abissale del discorso, possiamo osservare con nitore maggiore e vitrea lucidità il comporsi del fallimento storico di Pasolini nella figura pubblica e privata di Matteo Salvini. Dall’errore di prospettiva, che non è per niente sbagliato dal punto di vista dell’analisi storica condotta sul presente in cui viveva Pasolini stesso, si vedrà giganteggiare il nanismo di questa entità, povera di verbo, semplicisticamente inverante i piani più grossolani del dispositivo ideologo fascista, evanescente nella sua ostentata corporeità che esiste soltanto se si pixela, allucinogena come sempre a fronte del sempiterno pubblico italiano, inarticolata e priva di complessità nelle spettrografie che vi si possono applicare, esteticamente priva di rilevanza ed eticamente prevedibile nella sua tensione morale per nulla luterana e tantomeno evangelica, priva di memoria mentre eietta false memorie con continuità che sarebbe esiziale se si interrompesse, financo somaticamente emblematica della Bassa Padana a cui certe volte Pasolini sembra pensare quando urla lancinante la fine della ruralità, reiterante senza posa piccoli moduli logici che i critici scambiano per affondi viscerali nel conscio e nell’inconscio collettivo – questa entità che ha un nome, Matteo, un cognome, Salvini, una carica, Ministro, un àmbito in cui esercitarla, gli Interni, una responsabilità politica, un movimento consolidato che deve 49 milioni ai cittadini italiani: e nessuna, nessuna poetica. L’empirismo di Salvini non è eretico e smentisce in toto il profetismo pasoliniano. Questo Pneuma, questa kénosis, questa koinè sintetizzata in un’ostensione che va dalla mastite alla mestizia – questa è *la cosa* di Pasolini. Ovvero il punto che non appartiene allo spazio, nell’estensione poetica dell’azione creativa di uno dei geni italiani novecenteschi: la premessa maggiore all’entimema che conduce al salvinismo, al #, alla Banda Larga. L’antievoluzionismo di Pasolini non era un lamarckismo e quindi non contempla Salvini come esito delle linee di sviluppo storico a cui l’omologazione faceva da premessa minore. In questa lotta pasolinana delle Periferie contro il Centro, entità geometriche che Salvini presidia insieme e coerentemente, si dà l’assunzione del pasolinismo da parte dello stesso Salvini. La critica si fa prostetica. Il nano appare abnorme. Lilith è Lilliput. Nessuna fenomenologia tiene. L’interpretazione è disabilitata. E dunque, osservando Salvini, noi scrutiamo la fine del testo, e della lingua. Non sarà necessario quindi nessun 2.0 di Pasolini. Servirà inventare la strategia del gioco, scoprendo tuttavia che c’è, esiste e si sviluppa, istantaneo ed eternante, un gioco.