La fine del libro è la fine di me?

Una riflessione molto idiosincratica, che concerne ciò di cui mi sto occupando sui social e nel blog da un po’ di tempo. Non so da quanto non affronto *libri*. Fino all’anno passato, mi sembrava doveroso recensire, entrare in dialettica con romanzi e romanzieri, con la poesia nazionale e non soltanto, con la saggistica più o meno d’avanguardia. Da circa un anno, no. Non leggo meno di prima. Lo faccio sicuramente meno di amici e colleghi, impegnati nella divulgazione e nel discorso più o meno letterario. Cosa sta dunque accadendo? Sia chiaro che posso parlare di ciò che accade a me, non di ciò che starebbe accadendo al mondo. E’ sempre bene precisarlo, in questi anni di accelerazione, distrazione ed emotività isterizzata dalle medesime. Il fatto è che proprio il sentimento dell’accelerazione mi porta a contrarre l’attenzione a ciò che, a mio sindacabile parere, offre un raggrumarsi e un’intensificazione del *senso*, ovvero del *progetto*, come momento qualitativo della vita velocizzata, neurotizzata, abbacinata. Quanto credo di percepire in me, nel campo politico e culturale in cui mi sto muovendo, disegna una sitiuazione personale in cui scalo dalla questione della memorabilità dei momenti che vivo, poiché sto esperendo un tempo che attualmente sembra fuggire dai canoni e quindi dalla memorabilità dell’esperienza – e dunque accedo esclusivamente alla sensazione di *significatività* delle esperienze stesse, dimenticando l’archivio e l’identità costruita sulla storicizzazione di ciò che appunto vivo. Per essere più chiaro, visto che per dire questa cosa, per me nuova, non dispongo di una koinè linguistica, posso fornire un esempio: ho visto due volte il film “Roma” di Alfonso Cuarón al cinema e ne ho tratto l’idea di un capolavoro della mia epoca, ma per l’appunto non riesco ad accedere a un sentimento del canone e pronunciare esattamente “della mia epoca”. Ho la sensazione che il repertorio della storia si sia sfarinato, nella velocità definitivamente occidentale delle cose tutte. Ciò significa anche che l’identità mi sta slittando dal per me usuale metabolismo: compio delle esperienze, esse costituiscono la mia vicenda, le richiamo come principio di individuazione di me stesso. Non mi funziona più la secrezione culturale che componeva il principio di identità come momento genetico del me stesso. Invece l’esperienza non decresce nel suo valore di incanto e scorticamento: anzi, il fatto di non doverla collocare in un canone o in una cristallizzazione storica, rende più luminoso il momento in cui la esperisco. Rinunciare alla memoria non è una questione: ricordo e mi costituisco su ciò che inserisco nell’immane (eppure piccolissima) dispensa della memoria. Tuttavia, per continuare la metafora, io mi sento *dispensato* dall’obbligo di rappresentare la memoria in termini di collettività. Osservo questo paesaggio da un finestrino del treno: prima impiegava sei ore da Milano a Roma e potevo annoiarmi o estasiarmi al già veloce ma ancora lento incedere tra le campagne fumiganti di questo scorcio padano in cui vivo – e ora c’è un’altissima velocità e Trenitalia non mi permette più di apprezzare con un tempo ideale gli alberi contorti e solitari nelle pianure campestri della mia orrenda regione di appartenenza. A una simile velocità, pochi particolari colpiscono intensamente la mia attenzione ed essa comunque decresce al ritmo dell’accelerazione. D’altro canto, in quanto tutto si contrae a nuclei di senso, pochi e penetranti, la realtà tridimensionale in cui sono elemento natatorio, con le sue perenni contraddizioni, si fa sempre più *drammatica*, secondo un ritmo direttamente proporzionale all’incremento della velocità di tutte le cose. Poiché mi appare sempre più drammatica e il dramma è per me una categoria letteraria della realtà, io finisco per acuire la lettura della realtà stessa, proprio nell’era in cui la realtà non sembra più costituire un macrotesto da interpretare secondo i canoni della lettura, del libro-mondo. Mi scuso per questa idiolessi che potrà apparire indecifrabile, ma non so come esprimere compiutamente ciò che tento di dire e che confusamente avverto. Poiché la realtà mi diventa l’unico testo interessante, mi interessano sempre di meno i testi che ne derivano o che discutono la realtà stessa. I testi vanno tutti nella grande sentina del piacere cieco e io ho da sempre qualche difficoltà con il piacere. Non riesco dunque più a trovare il tragico nei testi derivati, ovvero nei libri, e non perché non ci sia in sé il tragico, ma proprio perché io non riesco a recepirlo. Ogni narrazione, nella saturazione che l’atmosfera subisce con il surplus di trame plot storytelling e pseudopoesia, mi appare pallida, fragilissima e definitivamente *non significativa*. Osservo con allibimento le persone che lavorano alacremente in una zona che a me e soltanto a me pare irrilevante. L’opera di costruzione dell’irrilevanza mi ha sempre colpito nella vita, ma oggi ben più che un tempo. Se pure mi affaccio su queste scritture che avverto prive di stile e di poetica, trattarne mi fa impressione, mi sembra che io costruisca irrilevanza sull’irrilevanza. Questo cedimento al nemico interno, che è sempre il corrosivo nichilismo, mi pare uno sconfinamento in territorio nemico, una guerra che si combatte a un livello aliena rispetto al piano in cui si sviluppano i testi derivati dalla realtà. Eppure scrivo. E scrivo perché avverto la sensazione di senso dell’attività di scrittura, di meditazione sulla e nella scrittura. Non mi viene minimamente in testa l’idea che io stia lavorando, con i miei testi, a una qualsiasi memorabilità. Forse è perché non ho mai fatto esperienza del successo editoriale, sia quello per me più umano a cui si poteva accedere nel passato sia quello per me teratogeno che si tributa nel presente a scritture e scriventi. La fragilità della narrazione comporta che la parola della poesia si faccia asilo estremo della sensazione di senso – ma appunto io non trovo da leggere una poesia decisiva, ultimativa, assoluta e mai assolutoria. La realtà fa dramma, la letteratura non lo sta facendo: è questa l’impressione che traggo dal momento storico: una questione di mesi, di pochi anni, ma in ogni caso per me effettiva e, ciò che più conta, efficace. Vedo Nietsche e Hölderlin nell’esplosione tecnologica e nella cupa politica che ne scaturisce o che la anticipa come preparazione del fenomeno umano a una traslazione speciale: di specie. Non leggo Nietzsche o Hölderlin nei testi: né i loro stessi testi né in quelli che dovrebbero derivarne. Ci sono pochissime eccezioni, come è ovvio, ovvero i momenti di alta significatività – mi vengono in mente per esempio “Bontà” di Siti e “Il dono di saper vivere” di Pincio. Però qui si entra nella categoria del gusto. In gioco c’è una mia sensazione, non un’oggettività testuale o storica. Quale sarà il passo successivo per me? Un ulteriore innamoramento per la realtà e la linea di fuga che essa mi sembra avere intrapreso? Un accecamento che mette in ombra qualsiasi testo? La contemplazione distaccata della piccola vita che non smette di prosperare intorno ai libri? Una comunità? Una solitudine? La fine del libro è la fine di me?
Ripeto: la fine del libro è la fine di me?
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