La scuola al centro di tutte le cose

Ci sono riforme urgenti da attuare – da pensare e da attuare. Tuttavia ce n’è una più urgente delle altre e, a mio parere, si tratta della scuola. Il sistema educativo, dopo molto riformismo, il che è uno dei tanti paradossi, produce dissociazione, asocialità, appiattimento della possibilità di centrarsi in un’esperienza formativa perché anzitutto è un’esperienza emotiva. Sono coinvolti corpi sociali di estensione e intensità profondissime: famiglia, genitori, ragazzi, operatori. Definire operatori gli insegnanti, i dirigenti scolastici e l’aberrante comunità curativa di psicologi e logopedisti e neuropsichiatri dell’età evolutiva – già questo mostra il segno di un crollo strutturale e modale. La visuale preferenziale, nella contemporaneità italiana, intercetta solo il dato problematico e mai le risorse, il positivo, l’apertura, vale a dire, in una parola ambiziosa: l’esistente. La comunità nazionale è coinvolta in questo processo di disfacimento del senso, della progettualità o, per dirla più banalmente ma non con un atomo di verità in meno: il futuro. Ritengo sia impossibile realizzare l’ennesima riforma della scuola, prescindendo da altre riforme che devono accompagnare questo profondo ripensamento di ciò che si dice corpo intermedio, il che include una mutazione radicale del concetto e del ruolo di lavoro, quindi dello sfruttamento e del materialismo più nichilista e tossico, da cui le giovani menti si vedono presentato un conto salatissimo per qualcosa che non hanno fatto, venendo investite da una situazione concreta, per cui non avrebbero la possibilità di agire qualcosa che sia rivoluzionario, ovvero all’altezza delle loro soggettività. L’isolamento a cui il sistema teratocapitalista costringe le persone, e i giovanissimi e giovani in primis, è omogeneo alla richiesta delirante di performance continua, inutile perché non arricchisce in nulla il corpo fisico ed emotivo e psicologico degli individui che sempre si organizzano in collettività. Intendo che il punto di attrito più acuto, che non manca di rendere incandescente la vita nazionale, è una visione dell’umano alienata e una responsabilizzazione incongrua di quell’alienazione. Il primo centro visibile dell’azione politica è per me questo. Riconsiderare la società è un processo che non si può compiere senza partire da questo centro visibile, necessario, inderogabile. O si parte da qui o qualunque battaglia per i diritti è destinata al fallimento. E’ dunque questo il nuovo modo in cui un testo si scrive: non più su carta, non più con un racconto. Lo scrittore prenda atto di questa fine che è un inizio.
[Per un approfondimento che formula una proposta nuova, propongo l’intervista al neuropsichiatra Stefano Benzoni, uscita su L’Espresso dopo la scorsa estate]

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