blog · La vita umana sul pianeta Terra

La vera morte del digitale

Questa, un tempo, la si sarebbe detta storia, poiché, come sempre è accaduto, la storia è storia della morte e delle modalità in cui la morte si declina, seppure sembri che la storia sia il racconto della vita universale, che evita la morte. Oggi c’è un minus di storia, poiché la storia si manifesta attraverso percezioni offuscate rispetto al passato (che è appunto storico) e nuove modalità, le quali si direbbero distrattive, almeno rispetto al paradigma sociale precedente. Ciò che è capitato nella sede californiana di YouTube è proprio lo smarcamento dell’epoca digitale a fronte della morte. Tutto ciò che esprime la youtuber frustrata, che impazzita ha tentato la strage nell’azienda detenuta da Google, è purissima epoca digitale: è la prima volta dell’epoca digitale. La frustrazione emarket della stragista è un unicum, è un primum, proprio nel tempo in cui tutto è primum fino a risultare premium. La morte, comminata nell’epoca presingolarità tecnologica, è una lieve nebula, un cirro in un cielo cromato, un velo di maya sopra l’interezza dell’illusione universale. Accadrà di più e di peggio, come chiaro, ma resta il fatto che la pietra miliare è stata posata, anche se non esiste più la percezione diffusa che esista una francigena su cui contare le pietre miliari. E’ “La vita umana sul pianeta Terra”, per come la preconizzavo in un testo uscito per Mondadori, a partire dalla svolta che impose al mondo qualche anno fa lo stragista norvegese Anders Behring Breivik, con modalità nuove e astratte, con fattualità capaci di annullare la memoria e dunque la storia – un elemento alieno, ultracorporeo, silente e zittente, un’onda anomala di antimateria che pare materia, un disastro privo di desiderio, un’alienazione che cancella i quadri precedenti. Benvenuti nell’accelerazione che mira al download della psiche, benvenuti nell’inorganico umano: il tempo prescrive una severa meditazione, ovvero un silenzio trascendente, che abbandona le parole, per evitare di ritrovarsi al di sotto della soglia delle parole, delle immagini, della storia e, infine, dell’esistenza.

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