Da “Hitler”: il kaddish “Apocalisse con figure”

da “Hitler”

APOCALISSE CON FIGURE

(1941-1945)

Versione per lettura vocale

Porto a voi una preghiera diversa. Voi che siete gli innocenti dispersi. Gli innocenti concentrati in luoghi di non dicibile sterminazione, di ineffabile orrore. Voi che siete la nemesi della non-persona, che vi ha trascinati oltre fili spinati, per degradarvi, per disumanizzarvi con la scientezza di un boia colossale, che proviene da regioni esterne dell’universo. Voi sei milioni di nomi a cui si conduce un omaggio microscopico e inadatto: le parole di questo libro, le parole di tutti i libri. Voi i cui nomi, uno per uno, meriterebbero di abradere le parole che qui si stanno scrivendo, e di prenderne i posti e le vostre storie, e i volti che avete visto e le gioie che avete vissuto, e i dolori anche, anche le tragedie: sei milioni di nomi uno dietro l’altro, tornati individuabili, nel digesto finale della nostra storia.

Voi a cui porto una diversa preghiera. Con l’umiltà di chi dopo, grazie voi, è: ringraziando, rendendo la testimonianza impossibile. Oltre ogni possibilità, sempre, sia resa la testimonianza. Non la visione: la testimonianza.

Voi abbandonati inanimi in fosse dette comuni.

Non muti, continuate a parlare.

Parole vostre, e di chi riuscì a sopravvivere, compongano questo memoriale in azione.

La letteratura non redime, perché la letteratura ha creato lui, la non-persona che dispose il vostro genocidio. Lui, che letterariamente parlò alle folle invasate, inebriate, in ipnosi cieca e furiosa, desideravano quelle parole, e che in silenzioso segreto fece attuare per mani altrui, complici, lo sterminio. Continua a leggere “Da “Hitler”: il kaddish “Apocalisse con figure””

Ospite a “M” di Michele Santoro: su e contro Hitler

In quanto autore di “Hitler”, il nonromanzo Mondadori che alla prima ristampa tornerà ad avere il titolo originale e cioè “Io Hitler” (qui i materiali), sono stato ospite della trasmissione “M” di Michele Santoro, in onda il 22 giugno su RaiDue alle 21.15. Insieme a me, Enrico Mentana e la storica Simona Colarizi. Qui la registrazione.

Alla Triennale con “La vita umana sul pianeta Terra”.

Non mi ricordo da quanto tempo non leggevo in pubblico: secondo me, da anni. Ho letto ierisera un brano da “La vita umana sul pianeta Terra”, alla Triennale, dove ho partecipato a un incontro sulle periferie, organizzato da Milano Arch Week, sotto l’egida di Stefano Boeri (nell’immagine è la sagoma alle mie spalle), insieme a Paolo Vari (il regista di “Fame chimica”, realizzato insieme ad Antonio Bocola), ad Alessandro Robecchi e a Marco Philopat. La foto, che mi ritrae nelle improbabili vesti di rockstar, è di Enrico Sibilla, autore di uno dei testi per me fondamentali in questi anni, “Il libro dei bambini soli”.

Incipit “History”

Correggere le bozze di un libro è revisionare se stessi, i moti dell’animo e le strategie della psiche, le aritmie cardiache e i prolassi interni. In un’epoca che non propala più lo stile come esperienza di conoscenza, facendo dello stile una riverniciatura della realtà gentrificata, la correzione delle bozze si pone al centro dello spettro che va dal narcisismo all’autopunizione. E si presenta, sempre più annichilente, un altro tipo di spettro, un autentico fantasma: che è il compiacimento del lettore, una tipica neurosi collettiva di questo tempo. Resistere a questi sommovimenti del tutto interiori, giudicati perlopiù come masturbazioni di un singolo disadattato o in cerca di successo, è penoso quanto esaltante. E tuttavia si va: cercando il senso, tentando la musica, dando il sempiterno addio alle sorelle parole, posponendolo sempre, un tale addio, anche se l’epoca mi dice che questo addio giungerà a uno stato effettivo di abbandono della lingua per come la intendiamo, delle immagini per come le abbiamo intese. Il libro si gioca su questo discrimine, che è la mutazione da noi tutti subita e che stiamo subendo. E’ il solito: buonanotte, bambini…

‘La Bambina’ – un capitolo da “Assalto a un tempo devastato e vile”

“[…] e la Bambina non dorme, piange e interrompe il sonno sette volte, anche otto o nove, ogni notte, ogni notte. E’ normale? E’ normale o si può fare qualcosa?”
“Non c’è niente da fare. E’ normale. Ogni bambino ha i suoi ritmi…”
“Però la pediatra è lei, lei ha l’esperienza, io no, io non… La Bambina non dorme…”
“Lei non si deve preoccupare. Non esiste una rieducazione al sonno, i bambini non sono laboratori sperimentali. Non sono il cane di Pavlov…”
“Certo, la Bambina non è un cane…”

Invece è un cane la Bambina.
Erige i suoi riti incomprensibili se non a lei e alla madre, alla madre dopo qualche ripetizione o frazione di secondo, e tuttavia non è nessun io e nessuna cultura che li impone.
Il cane è libero e cerca un padrone, è disposto al servaggio pur di ottenere la sopravvivenza: ma sono io che vedo e connoto il servaggio, per il cane non esiste alcun servaggio, il cane è un’angelologia che smentisce il fenomeno umano, la sua cultura, il suo virus che è linguistico.
La Bambina smentisce me che sono un fenomeno umano. Continua a leggere “‘La Bambina’ – un capitolo da “Assalto a un tempo devastato e vile””

Lettura live da “Assalto a un tempo devastato e vile”

Vent’anni dalla scrittura di “Assalto a un tempo devastato e vile”, uscito per peQuod, ripreso da Mondadori, ampliato per minimum fax. Otto anni da questa lettura al Conchetta (allo SlamX del 28 novembre 2009). Qui leggo pubblicamente parte del racconto “La morte dell’Uomo”, dedicato a Primo Moroni. Mi rendo conto ora che si tratta di una delle ultime pubbliche letture che ho fatto. Dal 2010 è intervenuto qualcosa rispetto a me: una trasformazione delle relazioni potenziali intorno al testo. Quindi ho smesso di *partecipare* e, purtroppo, anche di leggere direttamente i testi, il che devo dire mi piaceva molto. Sia bandita la memoria di qualunque me.

Giuseppe Genna legge La morte dell’Uomo from Lev Blumenfeld on Vimeo.

Cura coscienziale, testualità, senso di sé

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Tra concetti fluidi e analogie creative, tra esperienze di canoni disciplinari e determinismi, tra idealizzazioni dell’esame universitario o di maturità ed emergentismi, tra analisi e sintesi, io non ho altra possibilità che il fare. Il mio fare è, in qualche modo, il fare un testo. Da decenni sono automaticamente avvilito al pensiero e alla consapevolezza di conoscere davvero poco, e dico nozionisticamente, quasi che io dovessi essere ciò che non sono, ovvero un critico, e non uno che, il libro, lo scrive. Non mi è ancora riuscito di “coscienzializzare” il fatto che la mia comprensione del mondo e di me stesso avviene nel fare un testo. Non sono mai riuscito a raggiungere il livello del piacere di leggere un testo: l’ho sempre letto per rubare meccanismi, parole, flussi, per costruire teorie e decostruirle appena venivano accennate o rese implicite o esplicitate. Ho in pratica sempre letto da scrittore: in pratica, letteralmente: facendo una cosa, facendo prassi, praticando. Mi è stata data in sorte una fortuna, che era quella di operare in un mondo che considerava il testo un’evenienza necessaria o perlomeno importante. Ciò significa avere avuto la buona sorte di esperire un magistero intorno a ciò che è il leggere e comporre un testo, poetico o prosastico, artistico o saggistico.
Mi rendo perfettamente conto che oggi non è più così. Incontro pochissime persone interessate al testo e, se si scende a un livello di reificazione del testo stesso e cioè il libro, ho a che fare con pochi soggetti che attribuiscono al libro un valore veritativo. Il momento e la situazione che stiamo vivendo, con la sua perenne e troppo intensa stimolazione del sistema nervoso centrale e di quello periferico, mentre il tempo è eroso e non si trovano spazi di pace e sentimento di se stessi, questo panico generalizzato a intensità più o meno bassa, che è un adattamento agli stimoli imposti dal mondo stesso – questa congerie che si chiama Italia 2016 è del tutto disinteressata a inserire tra gli stimoli la lettura di un libro. Il piacere della novità, di una “scena” artistica che regala passi in avanti nello sviluppo delle arti, progressivo e sociale, sembra un esotismo che appartiene a un secolo andato, laddove si ha memoria di un tempo più calmo. Come occuparsi di se stessi, di sentirsi, di essere visti e ascoltati è, a mio avviso, un problema determinante di chi vive insieme a me un simile contesto storico. Per questo ritengo che la cura di sé sia un affare da scrittori e propongo uno spazio in cui il sentimento di se stessi sciolga ciò che impedisce un pieno contatto con la propria mente, il che significa anche con il proprio corpo, con la propria storia, con il proprio apparato emotivo. Questo filtro ostativo è la psiche. La psiche non è la mente. Essa simula un’autonarrazione che è oggi generalmente fallace, perché non restituisce senso a ciò che si fa e che si vive. La psiche manifesta la difficoltà a stare in contatto con la mente, la quale è la potenza di sé, è vasta molto più della funzione psichica. L’ansia generalizzata è risolvibile agendo sulla mente, sul sentimento di sé, molto più che sulla psiche e non sto nemmeno a dire del tentativo di soluzione attraverso il corpo, per esempio con la cura psicofarmacologica. Non che non servano gli psicofarmaci a mettere tranquilli, se la situazione del soggetto è quella sismica e panica. Ciò che sfugge in questo intervento attraverso la chimica cerebrale è il senso di sé, e quindi del mondo, che non risiede nel piano psichico, ma in quello mentale, che laicamente definiamo “esistenziale”. Serve un intervento sul senso, sul senso di sé. Da scrittore posso dire che questo problema del sentimento di se stessi è identico a quello che colpisce il sentimento immersivo della lettura riuscita. Ciò accade anzitutto perché qualunque piano di qualunque umano vivente nell’attuale contesto si presenta in forma di testo e tenta di trascendere la testualità, facendone continua esperienza. La volatilizzazione dell’esperienza testuale mette in crisi l’intero sistema percettivo, non la testualità, che persiste come funzionamento del mondo e di se stessi. Nel saggio “Io sono” (è edito da il Saggiatore) espongo i principi di una terapia della mente, intesa come nuda attività di coscienza e percezione di sé. Tale terapia enuncia la possibilità di un rapporto di cura di sé e della propria vita, che può essere interpretato come counseling, cura coscienziale o esistenziale, auditing attivo, ascolto trasformativo, neopsicologia.E’, insomma, la premessa a un’alleanza concreta che sciolga il problema del senso, ovvero lavori su un’eziologia coscienziale del complesso psichico. E’ dunque anche la premessa per un intervento concreto: è un lavoro ed è identico alla scrittura di un libro, praticata insieme – io, lo scrittore e terapeuta, insieme al cliente o paziente, a sua volta scrittore e terapeuta di se stesso. Il dipinto di scuola tantrica del XVII secolo, allegato qui accanto, significa di fatto la situazione esterna e interna di tale terapia Quando parlo di testo o testualità, del resto, non intendo esclusivamente qualcosa di scritto, bensì la trama e l’ordito e il vuoto interiore ed esteriore in qualunque manifestazione che venga percepita dall’umano, con qualunque senso, specificamente con il senso interno, che sintetizza e restituisce appunto una testualità. Il dipinto tantrico è dunque un testo ed è la situazione terapeutica a cui mi riferisco. Questa situazione è uno spazio in cui avviene il testo, tra due persone, all’interno delle due singole persone. Ciò si dice, nel momento in cui appare la parola: letteratura. La letteratura non è intaccata dal momento storico, mentre ne siamo intaccati noi, il che definisce un problema non letterario, che la potenza del testo è in grado tuttavia di risolvere a pieno.

Diario nell’epoca dell’accelerazione

io-sonoMai come in questi anni mi sono sentito dare del nichilista e io stesso ho percepito, come una grande ala che sfiora la mia nuca, il rischio di esserlo gravare su di me. I mutamenti repentini a cui assisto e che vivo in pieno, in effetti, giustificano tale atteggiamento di diniego assoluto alla proposta di mutare identità e di non sedimentare i propri processi psichici, almeno qui dove vivo, poiché non si dà più una piattaforma storica realmente tale: la storia è molto differente da come la modernità l’ha elaborata e, almeno per chi si è formato nella modernità, chiamandola sempre contemporaneità, lo spaesamento è potente e la sollecitazione, a cui va incontro il sistema nervoso, è altrettanto intensa. E’ verificabile alla mano come le quote di attenzione siano crollate e quanto si sia infrequentita la lamentazione sull’accelerazione, sulla mutazione tecnologica, sull’ignoranza dei canoni (sia storici sia esistenziali, dalle posture alle etichette, dalle prossemiche al cosiddetto problem solving minimo, il quale fallisce sempre). Quanto a me, avverto certamente la vertigine e sicuramente sono rassegnato al passaggio verso ciò che potremmo realmente connotare come modificazione sia genetica sia spirituale. Si svela molto della natura di tutto, in questi anni: dell’identità, che non era riguardata e vissuta sotto questa specie, così come dell’impermanenza. La vicenda della vita vissuta, che non è nulla a confronto della vita vivente, è davvero un grande maestro. Si è costretti a fare i conti con il divenire, che si apprezza disperando o si cavalca non tanto entusiasticamente – un divenire che mostra la faccia nascosta (per chi non l’aveva ancora guardata dritto negli occhi) della morte di tutto: la perenne declinazione barocca, lugubre, ossificata e desertificata del mondo e di se stessi, che esprime una sua poetica sempiterna, dando vita (in realtà, una semivita) a culture e opere che si compiono all’interno di quei vortici che sono, appunto, le culture. A questa “facies” del mondo e della vita attuali, per quanto concerne me, appartengono attività e spostamenti semicimiteriali, che soltanto qualche anno fa delineavano il paesaggio della mia esistenza, e dico le strutture editoriali, le comunità culturali, le proposte light del giornalismo, oltre che le più innocue o più letali iniziative dei miei “comrades”, che vanno assottigliandosi nel numero ed evidenziandosi per coriaceità e coerenza personale. Tuttavia devo ammettere, secondo i canoni diaristici, a cui evidentemente tengo, che nichilista non mi sento proprio e di fatto non sono. A un bravo ragazzo, che l’altro giorno appunto avanzava con discrezione l’ipotesi di un mio implicito nichilismo e mi domandava quale sarebbe la proposta alternativa alla demolizione del presente che pratico dialetticamente, ho risposto che tale proposta l’ho formulata in un libro non letterario, che si occupa però di letteratura almeno per un terzo della sua estensione, e si intitola “Io sono” ed è pubblicato per il Saggiatore. In quella sede affermo cose che non affermo io: si cerca semplicemente di tratteggiare il momento metafisico quale in effetti è, ovverosia una pratica molto semplice, che non subisce gli urti del mutamento storico. La questione è “centrarsi”, “sentendo” se stessi: il corpo, la percezione, l’emozione, il pensiero – e il “luogo” o lo “stato” in cui essi avvengono, cioè appunto il “se stessi”. Una vaga nausea, curabile con domperidone spirituale, mi coglie oramai quando leggo su quotidiani degli spostamenti editoriali e dei saloni, tanto del libro quanto del gusto, e di Torino e di Rho, e dei cosiddetti “colleghi”. Ciò definisce il prezzo dell’impermanenza che ho da affrontare, che ammonta a una cifra di paura e da paura. L’attrito del mondo, qui dove ho vissuto e vivo, si è presentato anche in forma di inaccettabilità dell’idea stessa di “ruolo”. Questo rifiuto, più o meno consapevole e più o meno protratto, comporta appunto una spesa, che parrebbe fatale, se non fosse un naturale movimento interno al più vasto fato personale, il quale a sua volta si colloca all’interno di un fato ancora più vasto e ovviamente vincolante, almeno finché uno non ha davvero appreso che il mondo c’è, qui c’è davvero e ora c’è davvero. La paura, lo spaesamento, la frustrazione, la rabbia, la disperazione, il panico: tutto ciò costituisce la strumentazione di un senso, che nemmeno è sesto e però è un senso, con cui si percepisce che si è qui e ora, che lo si voglia o meno. Non c’è la favola della buonanotte: non c’è favola e non c’è notte. E’ tutto.

Lavorare alla cura esistenziale

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Si va verso la cura esistenziale.

E’ un periodo in cui mi riesce poco di essere oggettivo e, quindi, mi pare sia il caso di astenersi da affermazioni apodittiche, da visioni che non siano mirate a oggetti concreti o particolari. Però mi permetto un’osservazione, che concerne una sensazione intorno a ciò che è un generalmente, sia pure relativo alla mia singolarità. Da mesi mi capita che moltissime persone mi manifestino due generi di disagio: microscopicamente fisico e sintomatico di uno smarrimento circa il senso dell’esperienza attuale. Cerco di spiegarmi brevemente. Continua a leggere “Lavorare alla cura esistenziale”

“Grande Madre Rossa” negli Oscar Mondadori

96c1fb5127b737953b9877f2f81ba1ceA dodici anni dalla sua pubblicazione, Mondadori riedita negli Oscar “Grande Madre Rossa”, che costituì la mia fuoriuscita dall’apparenza del lavoro su thriller e spy story (la stesura della parte nera de “Le teste” era precedente). Vi si miscela l’arcaico e il novissimo. Un complotto più generale di quello che prende corpo in questa narrazione mi sarebbe stato francamente impensabile. A Milano, davanti al sempre attonito e azzerato ispettore Guido Lopez, esplode il Palazzo di Giustizia: collassa con una deflagrazione mai vista. Le intelligence vorticano in una Milano stravolta e sepolta dalla polvere di marmo che permane nel fall-out, mentre intervengono tutti gli attori che sarebbero in effetti intervenuti nel passaggio storico che da quel libro arriva a oggi: la bella borghesia, la McKinsey e i revisori che incisero nel corpo sociale la crisi economica e sociale, la modernizzazione del controllo militare e della privacy, il premierato, il fenomeno neoterroristico che si struttura come hacking di una nazione, il crollo dell’ideologia d’amore. Si culmina al Cimitero Monumentale: la città dei vivi si oppone a quella dei morti, ma non si sa chi siano i vivi e chi i morti. E’ la fine di tutti i simboli, con Ulrike Meinhof a fare da dea ctonia e genitrice del nuovo. Mi pare di ricordare che lo stile secco e superparatattico indispose certi critici. E’ tuttavia un romanzo a cui tengo moltissimo e di cui nel tempo certi lettori mi chiesero copie. Ora torna disponibile. Sono felice e ringrazio l’editore!
(PS. Sul sito è disponibile una zona con materiali collaterali, inediti e recensioni)

Persistenza e annullamento di Anders Behring Breivik”La vita umana sul pianeta Terra” continua

Anders Behring Breivik

Che cosa sia l’umano alle soglie del suo trascendimento fisico, e quindi psichico ma non metafisico, lo dice questa immagine, anche. Qui io vedo occidente oggi – ed è il motivo per cui ho deciso di affondare la scrittura di “La vita umana sul pianeta Terra” (Mondadori) nel personaggio vuoto che è costui, cioè Anders Behring Breivik, il massacratore norvegese che si rese responsabile degli attentati di Oslo e della strage sull’isola di Utøya nel 2011. E’ ricomparso in tribunale, sempre in quell’aula, sempre con quello sguardo, sempre con quel braccio, teso però stavolta in altro saluto: direttamente il nazista. Qui io ravvedo tutta la migrazione umana occidentale che stiamo vivendo da dopo Hitler, soprattutto in tempi di accelerazione che si percepisce di giorno in giorno. Le macchine erano arrivate prima, da sempre, non sono quelle che avete in mente stiano per arrivare. Ritengo “La vita umana sul pianeta Terra”, a conti fatti, il mio libro più riuscito, in ogni senso, e, insieme al libro “Hitler”, quello che proprio non avrei dovuto e voluto scrivere.

Una lettera a qualcuno da “Italia De Profundis”

italiadeprofundis[da Italia De Profundis, minimum fax]

“Carissimo,
la tua idea della letteratura mi fa schifo. Neanche: siccome non hai un’idea della letteratura, non posso nemmeno detestare qualcosa che non esiste. Il che significa che odio te, direttamente te, personalmente e nello specifico. Nonostante non ti incontri di persona da anni, conosco quanto dici e quanto fai, insistentemente, sempre – questo ronzio del moscone sulla merda e questo silenzio della merda davanti al calabrone sono, insieme, la medesima cosa: cioè te. Nonostante tu non abbia alcuna idea della letteratura, pensi di averla e propali il tuo credo imbecille che è praticamente ovunque. E’ un credo che è un’allucinazione collettiva e trascina tutto nell’abusata situazione di una ripetuta sodomia: politica, lavoro, musica, televisione, cinema, nutrizione, gioco – non c’è àmbito in cui questo credo non si sia spalmato e abbia mutato i rapporti che correvano tra queste espressioni umane e gli uomini. In praticolare, però, ai tuoi occhi tu incarni il messia di questo credo in àmbito letterario.
Continua a leggere “Una lettera a qualcuno da “Italia De Profundis””