Il Corriere della sera: sul romanzo storico

hitlercovermedia.jpgIl Corriere della Sera riporta oggi un dibattito a più voci, relativo a un convegno che verte sul romanzo storico, organizzato da Laterza e condotto da Antonio Pascale e Andrea Cortellessa, i quali esprimono due posizioni contraddittorie sulla funzione e l’evoluzione del genere storico. E’ il dibattito, che si reitera, sui rapporti tra invenzione e realtà, tra neorealismo ed estetica. L’autrice dell’articolo, la brava Cristina Taglietti, mi ha interpellato a proposito del romanzo Hitler. La mia posizione coincide con quella di Cortellessa, a parte un unicum, che è quando si tenta di rappresentare un’estremalità della storia. Bisogna inoltre domandarsi, a fondamento della tesi, che cosa stia effettivamente facendo il romanzo storico italiano contemporaneo: ciò imporrebbe una rivisitazione delle nozioni retoriche di allegoria e metafora, che, ovviamente, non può essere svolta in questa sede, ma che, spero, nella sede del convegno verrà discussa.
L’articolo integrale sul Corriere (in jpg)
Tendenze – Un incontro sulla responsabilità dello stile e una raccolta di saggi riaprono la discussione

La realtà nascosta nella finzione

Pascale: «La verità non va tradita». Cortellessa: «Si criminalizza l’estetica»
di CRISTINA TAGLIETTI
Ipascalecortellessa.jpgl ritorno del romanzo storico, la moda del reportage narrativo, le ibridazioni dei generi: le recenti evoluzioni della letteratura contemporanea, da Gomorra di Roberto Saviano a Hitler di Giuseppe Genna (ma ancora prima c’è stato il Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo) riportano di attualità un tema antico e dalle molteplici declinazioni (storiche, filosofiche, letterarie, linguistiche) come la commistione (e la sua legittimità) di verità e finzione. Proprio su questo tema la casa editrice Laterza organizza, per mercoledì prossimo a Roma, un seminario dal titolo «La responsabilità dello stile» condotto da Antonio Pascale e Andrea Cortellessa, a cui sono stati invitati editori, scrittori, critici, storici, come Alfonso Berardinelli, Massimo Onofri, Mario Desiati, Antonio Scurati, Anna Foa, Marco Cassini. Punto di partenza è un saggio di Pascale contenuto nella raccolta Il corpo e il sangue d’Italia, curata da Christian Raimo per Minimum fax: un’inchiesta a otto voci sul nostro Paese e sui suoi conflitti, più o meno palesi. Pascale nota che «la rappresentazione come la conoscevamo un tempo sta cambiando passo. Al suo posto avanza la teatralizzazione di sé». Citando Alfonso Berardinelli, l’autore scrive che «il racconto è finzione, ma quel genere di finzione attraverso cui si cerca di mettere in scena la verità». Ma, si chiede: in un reportage, per esempio, qual è il tasso legittimo di invenzione per arrivare alla verità? «Il tema — dice Pascale — è la responsabilità morale che ha l’autore quando scrive qualcosa. Spesso accade che si vuole denunciare una situazione, per esempio la camorra, ma lo stile che si usa assomiglia a quello di ciò che vogliamo condannare. L’ambiguità è rischiosa».
Pascale fa l’esempio di Saviano: «Il suo è un libro molto bello e importante, ma forse un maggior rigore stilistico gli avrebbe giovato. Ci sono parti in cui l’eccesso di rappresentazione non favorisce la verità». Nel libro, Saviano racconta del funerale di Annalisa Durante, una quindicenne uccisa perché si è trovata in mezzo a un agguato di camorra. La descrive vestita con «un vestitino bello e suadente», racconta del telefonino che le amiche di Annalisa fanno squillare nella bara. Dettagli che fanno parte della componente di «invenzione» del romanzo, smentiti dai testimoni. «Uno scrittore — dice Pascale — può sacrificare una dose di verità per una maggiore giustizia ed efficienza narrativa. Però, forse, il telefonino che trilla può rappresentare proprio quella invenzione di cui non si avverte il bisogno e che rischia di inficiare tutta la narrazione precedente».
Una conclusione che Andrea Cortellessa, però, non condivide: «Pascale esprime in modo convincente ed efficace un sentire diffuso, sintetizzabile con la formula “non si estetizza un’emozione”. Oggi mi sembra che ci sia una sorta di “ideologia del documento”, per cui ogni forma di estetizzazione della realtà viene considerato un crimine anche etico». Invece, inevitabilmente, spiega Cortellessa, ogni volta che raccontiamo qualcosa scegliamo una messa in forma narrativa, lo estetizziamo. «Lo stile, diceva Contini, non è un orpello, è il modo in cui lo scrittore conosce la realtà. Questa ideologia della documentarietà, questo puritanesimo della trasparenza mi sembra riproporre quell’impasse in cui già si trovò Manzoni nella seconda metà dell’800, quando qualsiasi parte di invenzione era eticamente, religiosamente negata. Oggi sembra che ci sia il rifiuto morale dell’invenzione in nome della verità. Ma già Gadda nel ’51, a proposito del neorealismo scrisse, citando Kant, che la realtà rappresentata dai neorealisti mostrava solo il fenomeno, e non il noumeno. A lui, invece, interessava vedere il meccanismo che sta dietro, e questo dovrebbe fare l’arte in genere. D’altronde anche Fenoglio in Una questione privata parla di una partita di verità dove la verità è un oggetto verso cui si può solo tendere». Cortellessa porta ad esempio anche Primo Levi che, negli anni Ottanta, difese la verità storica del Diario di Anna Frank, quando venne messa in dubbio perché si scoprì che era stato «manipolato», interpolato dal padre che lo aveva a pubblicato. «Certo, bisogna certificare filologicamente gli interventi, ma il fatto che ce ne siano stati non può inficiare il valore del documento. E d’altronde lo stesso Levi con Se questo è un uomo ha dato forma a un documento (la sua detenzione nel campo di concentramento) per renderlo vero, percepibile in modo immediato dal lettore».
Per Giuseppe Genna, che ha appena pubblicato il romanzo-biografia Hitler,
l’invenzione nella tradizione del romanzo storico è fondamentale, da Walter Scott a Hugo, ma c’è un punto in cui l’invenzione è proibita e vale quello che dice la storia. «Io, in Hitler, non sono entrato nel campo di concentramento, sono rimasto sulla porta, a differenza di quello che ha fatto Littell ne Le benevole.
Fare opera di invenzione sui campi di concentramento è osceno». Ma, secondo Genna, oggi c’è un’altra dimensione che la critica non coglie. «Il fatto è che c’è una generazione di narratori, tra cui Scurati, Evangelisti, Wu Ming, Saviano che spacca i protocolli, le gabbie della letteratura e che sta lavorando sul romanzo storico con una visione metafisica, allegorica della storia. L’impressione è che i critici non lo capiscano questo e che quindi vedano questo romanzo storico reinventato come un oggetto strano, indefinibile».

Sull’Avvenire, l’inutile dialogo col critico Bonura

hitlercovermedia.jpgSulle pagine culturali di Avvenire, il 22 febbraio, è apparso un elzeviro a cura di Giuseppe Bonura, che per la testata cattolica fa il critico. L’elzeviro, che riporto qui di seguito era, come ognuno potrà verificare, insultante nei confronti di Jonathan Littell e di me in particolare. Ho chiesto al capo della Cultura di Avvenire la possibilità di rispondere, civilmente e senza polemiche (la risposta è anch’essa riportata di seguito). Avvenire si è peritato di fare controrispondere al critico bonura, sotto un titolo che mi lascia indignato: Sospette perversioni della metafisica del Male. Come se le ragioni di poetica e di immersione decennale e riflessione nella materia che adduco nel mio breve intervento non fossero neanche esistite, come se Bataille o Deleuze fossero nomi buoni per un teologo più medicine-man che metafisico, il critico Giuseppe Bonura reitera il suo giudizio e ripete il punto che, a mio avviso, è più insultante. Si determina così un’impossibilità di dialogo critico e teorico che, a mio avviso, nonostante gli sforzi dell’attuale generazione editoriale, risulta non praticabile. A questo punto, ciò che uno scrittore dice di un altro scrittore, il dialogo interno a chi condivide, se non le medesime poetiche, almeno l’orizzonte di azione letteraria, è più centrale che mai. E l’interpetazione dei lettori si eleva a giudizio critico molto più interessante e dialogante di quello che la critica ufficiale mediatica è in grado di formulare.

MA SI POSSONO FARE ROMANZI SUL FÜHRER?

di GIUSEPPE BONURA
bonura.jpgIl grande scrittore tedesco Karl Kraus, nel suo diario, scrisse: «Quando penso a Hitler non riesco a pensare a nulla». Kraus era uno scrittore satirico prolifico, e figuriamoci se non avesse avuto nulla da dire sulla marionetta in camicia bruna.
Ma Kraus voleva sottolineare il vuoto totale che gli ispirava il personaggio. In quegli stessi anni artisti e cabarettisti si burlavano dell’ometto che riempiva le piazze. Ma non se la prendevano con Hitler il politico bensì con la borghesia che lo aveva mandato al potere, La borghesia, non temiamo di dirlo, più ottusa e feroce di tutta la storia dell’umanità. Questa borghesia era composta di famiglie deliziose: padre, padre, un paio di figlioletti biondi e pasciuti. La passeggiata serale, il gelato, il cinema, i vasi di fiori sul balcone, il canarino appeso sotto la veranda, La tavola era sempre bene imbandita, denaro non mancava, il futuro non aveva ombre. Ma ecco che questa stessa borghesia così bonacciona si metteva ad abbaiare e mordere come un rottweiler appena sentiva odore di ebreo. Parliamoci chiaro, se nono ci fosse data questa borghesia danarosa, ipocrita, egoista e razzista Hitler non avrebbe mai osato inventare i Lager.
Lui sapeva che dietro le sue spalle c’era un esercito in borghese che lo spingeva a sterminare gli ebrei con tutti i mezzi. Pochi scrittori e pochi artisti si sono arrischiati, nel dopoguerra, a dipingere questa borghesia feroce. Insomma, la maggioranza dei tedeschi non ha mai voluto fare i conti con se stessa, oppure ha dichiarato che non ne sapeva niente. Figuriamoci. La verità è che per quieto vivere fingevano di non sapere. D’altra parte, a essere onesti, che cosa potevano fare? Gli eroi si contano sulle dita di una mano.
Più ripugnanti di Hitler, se possibile, furono coloro che obbedirono ai suoi ordini con zelo e perfino con entusiasmo. È questa la tesi sottintesa, per esempio del romanzo di Jonathan Littell, intitolato Le benevole (Einaudi), che è la storia di efferato nazista addetto alle camere a gas. Svolge il suo compito con un sadismo delirante, facendola sempre franca dopo la caduta del Terzo Reich. La novità sta nel fatto che la tragedia degli gli ebrei viene vista da un nazista. Invece l’italiano Giuseppe Genna ha avuto la peregrina idea di fare un ritratto a tutto tondo di Hitler (Mondadori). Sono libri di nessuna utilità, esibiscono solo la pornografia del Male, facilissima da scrivere. Il volumone di Genna, poi, conferma la totale mancanza di gusto letterario di questo autore tipicamente mercantile.

Risposta a Giuseppe Bonura

di GIUSEPPE GENNA
Parlare di sé è sempre sgradevole, ma a volte necessario. Il 22 febbraio, sulle pagine di Agorà, Giuseppe Bonura, scrittore e critico, ha affrontato a suo modo il problema se sia possibile o meno scrivere un romanzo su Adolf Hitler. L’elzeviro di Bonura, che contiene una spiegazione storiografica e sociologica circa le possibilità che hanno permesso a Hitler di giungere al potere, non dà rappresentazione alcuna di cosa fu e cosa continua a essere il carnefice tedesco. In chiusura del suo articolo, veniamo convocati Jonathan Littell, con il suo Le Benevole (Einaudi), e io, con il mio Hitler (Mondadori). Il giudizio mi sembra non soltanto sbrigativo, ma ingeneroso: io e Littell avremmo pubblicato “pornografia del Male, facilissima da scrivere”, e “il volumone di Genna, poi, conferma la totale mancanza di gusto letterario di questo autore tipicamente mercantile”. A questo proposito, per quanto mi senta poeticamente distante da Littell, non credo affatto che la sua operazione, straordinaria mappatura modernista di storia e letteratura novecentesche, sia pornografia del Male e neppure immagino che sia stato facile scrivere il romanzo. Quanto al sottoscritto, garantisco che i dieci anni di duro studio e meditazione intorno a Hitler mi sono costati un perenne bagno nell’orrore e una persistente riflessione sulla domanda metafisica: “unde Malum?”. Specifico che, come dimostra lo stesso Hitler, i miei libri non sono oggettivamente bestseller e che con il mercantilismo non ho nulla a che fare. Avere non solo studiato, ma infittito nel libro variazioni da Aristotele a Sant’Agostino a san Tommaso fino al Novecento di Celan, Eliot, Wallace Stevens, Antelme, Wiesel e tutta la teologia della Shoah credo determini che un’eventuale mancanza di gusto letterario vada imputata all’intera tradizione filosofica, poetica e narrativa che abbiamo catalogato sotto l’etichetta “umanismo”. Il punto, in Hitler, è fare metafisica nel romanzo. L’autore è nulla di fronte alla responsabilità della “cosa” che si cerca di rappresentare. La prospettiva critica rispetto a Hitler mi auspico sempre che sia: viene qui demolito o no il mito di Hitler? Ogni posizione, intorno a ciò, è ovviamente legittima.

Sospette perversioni della metafisica del Male

di GIUSEPPE BONURA
Caro Genna, intanto la ringrazio per la ci­vile polemica ( u questo te­ma bisognerebbe fare dei convegni ma ce ne sono già troppi). Una se­conda premessa: ovviamente non sono d’accordo con quello che scris­se Adorno secondo il quale dopo Auschwitz non si potevano più scri­vere poesie. Ma credo che si riferisse alla pretesa autonomia dell’arte. E allora sono d’accordo con Adorno. Ogni artista ha una responsabilità sociale, nessuna scrittura è inno­cente. E veniamo a Littell. Sulla sua fatica, non ci piove. Ma non è que­sto il punto. Il suo protagonista è un pazzo pervertito, per cui sembra che tutto il nazismo fosse un vulcano di pazzi pervertiti. No, i nazisti erano gente comune, che si estasiava al canto dei canarini, anche durante il funzionamento dello camere a gas. La pornografia del Male di Lit­tell sta proprio nel puntare tutto su un pazzo pervertito, così dando un grosso alibi alla vera natura «nor­male » del nazismo. Quanto a lei, caro Genna, il problema è diverso. Prima cosa: il conte­sto. Siccome lo scrittore ha una re­sponsabilità sociale, doveva pen­sarci dieci volte prima di scrivere un romanzo su Hitler. Il contesto sociale, nelle sue frange più estremi­ste, presenta punte nazifasciste, e comunque il culto di Hitler viene tenuto ancora in vita, purtroppo. E più se ne scrive e più viene tenuto in vita, anche se se ne dice peste e cor­na, naturalmente. Perché? Perché il Male assoluto respinge ogni argo­mento in contrario, anzi lo trasfor­ma addirittura in un evento positi­vo. E poi c’è la sua prosa. L’eccita­zione del suo stile non solo non de­molisce il mito di Hitler ma lo rafforza (involontariamente, si ca­pisce). La metafisica del Male è ma­teria teologica. Non fa per lo scrit­tore, il cui compito è lo svelamento della concretezza sociale del Male. E per finire: lei non sarà uno scrit­tore da bestseller, ma la scelta del te­ma è oggettivamente mercantile, dato il contesto di cui sopra. Un cordiale saluto,
Giuseppe Bonura

Piperno-Mendelsohn: un dialogo a cui avrei voluto partecipare

hitlercovermedia.jpgA tutta pagina, oggi, in prima di cultura del Corriere della Sera, un lungo, interessantissimo (direi: fondamentale) dialogo tra Alessandro Piperno e Daniel Mendelsohn, autore de Gli scomparsi (Neri Pozza). Il dialogo è fondamentale per l’autore del romanzo Hitler, poiché verte proprio sui protocolli di rappresentazione dell’estremalità storica. Manca, al solito e come comprensibile, il confronto con Hitler, proprio nella prospettiva enunciata dai due scrittori. Partecipare a quel dialogo mi sarebbe piaciuto tantissimo. Ma importa la “cosa”: se non la dice il romanzo e però viene detta grazie a un altro libro, è un fatto per me principiale. Enunciare quali prospettive estetiche e letterarie a proposito del silenzio, dell’inimmaginabile e dell’irradiazione (più volte evocata da Piperno e Mendelsohn) dell’opera di Lanzmann era ed è la missione del romanzo Hitler. L’enunciazione della centralità del Libro come perno metafisico e, quindi, letterario dell’occidente è esattamente ciò che nelle intenzioni, e nel mio piccolo, ho tentato.
La versione jpg del dialogo Piperno-Mendelsohn sul Corriere
Dialoghi – Alessandro Piperno e Daniel Mendelsohn, autore degli «Scomparsi», riflettono sull’Olocausto, l’estetica e la letteratura

Dopo Auschwitz c’è solo la Bibbia

«L’arte non si è esaurita con la Shoah ma deve ispirarsi ai grandi modelli: le storie che parlano di Noè e Diluvio, di Caino e Abele, della moglie di Lot»
colloquio di ALESSANDRO PIPERNO con DANIEL MENDELSOHN
gli_scomparsi_02.jpgSono di fronte alla porta dell’appartamento di Daniel Mendelsohn nell’Upper West Side e ho troppa sfiducia nelle fotografie per non sapere che tra qualche istante aprirà la porta un uomo non corrispondente alle mie aspettative. Sarà per questo che mi sento così nervoso? Un vento gelido ha lustrato il granata del tipico brownstone newyorchese. Non lontano da qui c’è Barney Greengrass, la «Deli» dove Isaac Singer addentava bagel con lo storione. Tutto congiura a intimorirmi; soprattutto il libro di Daniel Mendelsohn che stringo tra le mani: Gli scomparsi (Neri Pozza).
«Tempo fa, avevo tra i sei e gli otto anni, appena entravo in una stanza, capitava che qualcuno scoppiasse a piangere». Ecco l’incipit, dal prelibato accento proustiano, che mette in scena vecchi parenti di Miami Beach che quando incrociano lo sguardo di Daniel bambino si disperano per via della sua somiglianza con lo zio Shmiel, il fratello del nonno, ucciso, in pieno genocidio ebraico, a Bolechow, non si sa bene da chi né in che modo. Una storia comprensibilmente esclusa dal folto catalogo di avventure raccontate dal nonno a Daniel. Gli scomparsi non è che il tentativo di spezzare l’assedio di quel riserbo (omertà?) familiare. Uno sforzo fisico, intellettuale, morale, a cui Mendelsohn — talentuoso critico del New York Times nonché raffinato antichista — ha donato una struttura biblica con la spregiudicatezza di un grande scrittore modernista.
Ecco la porta schiudersi su un ragazzo il cui aspetto atletico male si accorda ai suoi quarantasette anni e agli studi classici. La testa lucida come quella di Yul Brynner, gli occhi d’un azzurro guizzante. Dopo avergli sporcato il tavolo con un paio di mal calibrati cucchiaini di zucchero, attacco con la brutalità di chi parla di un’esperienza che conosce dall’interno.
Non hai l’impressione che loro siano morti e che noi ci prendiamo il merito?
«Sai, in letteratura un argomento vale l’altro. È normale che esso contribuisca al tuo successo letterario. D’altronde non ho mai pensato che il mio fosse un libro sull’Olocausto. Ma semmai sulla mia famiglia: materia legittima per un’impresa letteraria. Il racconto della mia visita ad Auschwitz dimostra con quanto impegno abbia cercato di tenermi lontano dal business dell’Olocausto».
In quelle pagine Mendelsohn arriva a definire Auschwitz una «triviale generalizzazione». E, in effetti, il suo libro testimonia come il solo diaframma attraverso cui un ebreo di terza generazione può valutare il genocidio sia la nuda esperienza individuale, filtrata attraverso gli strumenti offerti dalla filologia e trasfigurata dall’ossessione. «Da quando ho scritto questo libro non faccio che ricevere consigli letterari sull’argomento. Ma a me non importa niente. Non sono ossessionato dall’Olocausto. Io leggo romanzi. Pretendo che siano buoni romanzi. Non mi interessa il tema».
La gelida perentorietà con cui parla mi ricorda che una delle encomiabili qualità de Gli scomparsi è l’assenza di patetismo e la cura maniacale per i dettagli.
Mendelsohn evita le Grandi Domande. Un metodo non dissimile da quello usato da Lanzmann nel suo famoso film-documentario, Shoah.
Gli chiedo se lo conosce: «Lo vidi molti anni fa. Rimasi colpito dall’approccio metodologico. Anche io come lui ho evitato quelle che tu chiami le Grandi Domande. Ma non per questo Gli scomparsi è un libro freddo. Si apre sul fiume di lacrime versate dai miei parenti per me. Si chiude con quelle mie per loro. A parte questo, era importante mantenere un certo distacco. Non volevo unirmi alle più deteriori abitudini americane: quelli che chiamo i momenti di Oprah (da Oprah Winfrey la più popolare influente controversa conduttrice televisiva americana). Tu mostri un dramma in tv per cinque minuti, la gente si commuove, eppoi si sente migliore. Al museo dell’Olocausto di Washington hanno allestito un carro bestiame simile a quelli su cui deportavano gli ebrei. La gente ci sale su, poi va a prendere un’insalata di pollo alla caffetteria attigua e sospira: “Ora ho capito cosa è successo agli ebrei”. È disgustoso. D’altra parte perché stupirsi? L’Olocausto non è un’esperienza americana. Tutto quello che noi sappiamo è di seconda mano».
Per questo ti sei avvalso dei temi biblici? Sospetto che ti sia servito del commento su Caino e Abele per valutare da un punto di vista oggettivo le ambiguità tra tuo nonno e suo fratello Shmiel, per non dire di quelle tra te e tuo fratello, tra gli ebrei sterminati e gli ucraini sterminatori, e perfino tra gli ebrei americani e gli ebrei europei. Qualcuno potrebbe trovare questa trovata estetizzante, per me è un colpo di genio.
«Ogni libro è un oggetto estetico. Né bisogna dimenticare che esiste una relazione tra narrativa e oralità. Te lo dice un classicista: chiunque racconta una storia deve porsi l’interrogativo su come raccontarla. Non è forse questa la più estetica delle domande? L’arte impone l’estetizzazione. In fondo lo stesso film di Lanzmann è un oggetto artistico fatto di materiali riciclati».
Ripenso alle pagine de Le considerazioni di un impolitico che ho letto di recente, in cui Thomas Mann interpreta l’estetismo in una chiave assai più seria di quanto non si faccia abitualmente. L’estetico come antidoto al politico, dice Mann. Mi chiedo se Mendelsohn non stia parlando della stessa cosa.
«Le lunghe digressioni bibliche dovevano ricordare al lettore l’artificiosità dell’impresa. E allo stesso tempo offrire a me una risposta agli interrogativi sulla mia famiglia che non avevo il coraggio di formulare: “Cosa ha fatto il mio nonno americano per salvare suo fratello europeo?”. E allora ecco Caino e Abele. È stato un riflesso filologico. Sai, non sono tra coloro che pensano che la poesia sia finita dopo Auschwitz, credo semmai che l’arte sia il modo più discreto e incisivo per esplorare l’inesplorabile. Vuoi sapere cosa significa sopravvivere allo sterminio del tuo popolo? Leggi la storia di Noè. Vuoi comprendere cosa significa ammazzare un fratello? Per questo c’è Caino e Abele. Vuoi sapere perché la gente volge lo sguardo al passato? Rifletti sulla moglie di Lot. La Bibbia mi ha consentito di riaffermare il primato della letteratura come strumento supremo di comprensione».
La mia prossima domanda ha il nome e il cognome di una persona che avrebbe molto apprezzato quello che stai dicendo: Marcel Proust. Non puoi negare che sia lui il convitato di pietra del libro. Le lunghe frasi, le digressioni. I dettagli. Un narratore che impara solo attraverso gli sbagli. La struttura circolare. L’ossessione per le cose perdute. E soprattutto il modo in cui prendi seriamente la letteratura, che ti esclude dalla lista di molti tuoi colleghi ancora intrisi di post-modernismo.
«Non amo il prefisso “post”. Non sono una post-persona. Io prendo dannatamente sul serio la civilizzazione. Per me è insopportabile che molti la ritengano un gioco. Io amo scrittori seri come David Mitchell e come Jonathan Franzen. D’altra parte non posso negare la presenza proustiana nel mio libro. Ma allo stesso tempo ti assicuro che l’intricatezza della prosa è un riflesso dell’ossessione per l’oralità. Una cosa ereditata dai classici, da Omero a Erodoto. Loro ti insegnano che quando racconti una storia sei tenuto a fermarti, spiegare, fare un passo in avanti e un paio indietro».
Un mio amico francese un po’ troppo fissato con le definizioni sostiene di aver amato molto il tuo libro ma di non riuscire a chiamarlo romanzo. Ho provato a dirgli che il miglior libro di Amos Oz è Una storia di amore e di tenebra (Feltrinelli), che è un’autobiografia. E che lo stesso si può dire per certi libri di Sebald o di Amis, che giocano con la saggistica, l’autobiografia, la finzione. Non c’è stato verso. «Avrei trovato ripugnante e ridicola l’idea di inventare mentre scrivevo Gli scomparsi, ma allo stesso tempo sono certo di averlo fatto. Sono d’accordo con te: molti dei bei romanzi di Amos Oz non valgono quanto Una storia di amore e di tenebra proprio per il potere di quel libro di trasfigurare un’esperienza individuale. Tutto oggi congiura a farci credere nel primato dell’Io su qualsiasi altro punto di vista. Tanto che uno corre il rischio di risultare trivialmente solipsista. Ho fatto di tutto per evitare il narcisismo di molti mémoires americani. Ce l’ho messa tutta affinché il racconto di zio Shmiel acquistasse una rilevanza artistica. Sapevo che la differenza tra una storia interessante e una storia trascurabile equivale alla differenza che c’è tra letteratura e cronaca. Non è detto che un fatto vero esprima alcuna verità. E talvolta la verità per manifestarsi ha bisogno dell’immaginazione. Sono affascinato dall’ambiguo rapporto tra il vero e la verità. Non c’è nulla di vero nelle pagine di Anna Karenina, ma esse esprimono una verità universale. D’altra parte il film di Lanzmann è un collage di materiali veri resi artistici dalla lucidità di uno sguardo narrativo. Ecco perché, con buona pace del tuo amico, non credo sia interessante stabilire se un libro è o non è un romanzo. La distinzione interessante è quella che divide l’arte da tutto il resto».

Salvatore Agresta: il romanzo Hitler e la “materia oscura”

hitlercovermedia.jpgPubblico un’osservazione fondamentale che via mail mi ha inviato Salvatore Agresta, psicoterapeuta residente a Teramo, che mi ha fornito riflessioni essenziali durante la stesura e le considerazioni postume del romanzo Hitler (i suoi intervento, qui e qui): l’intervento chiarisce moltissimo la nozione di “non-persona” che è applicata a Hitler. Credo che la connessione stabilita da Agresta risalga alle origini della mia scrittura. Il passo in exergo che introduce ad Assalto a un tempo devastato e vile (che uscirà in versione 3.0 da minimum fax in settembre) era mutuato da Fortini e così recitava: “Questo scritto presuppone, naturalmente, un ordine di comuni rifiuti. Fra questi, anche quello di rispondere ad un buon numero di persone che domandassero in nome di quali valori stiamo parlando. ‘Il generale Gallifet osservava il gruppo degli arrestati… e si cercava le vittime. Ora sceglieva dei vecchi dichiarando che essi ‘avevano già visto una rivoluzione e perciò erano più colpevoli degli altri’…’. Sebbene non abbiano veduto una rivoluzione, quelli che hanno la mia età hanno veduto quanto basta per essere considerati “più colpevoli degli altri”. A costoro non si deve nessuna spiegazione. Se la vedano tra sé e sé. Per quelli che conoscono solo il mondo dell’ultimo decennio: i ‘valori’ non li troveranno nei nostri discorsi. Si può solo augurare che dalla aberrazione impercettibile ma inequivocabile delle più brillanti traiettorie essi rilevino – come sembra abbiano talora fatto gli astronomi – l’esistenza di un corpo celeste temporaneamente invisibile ; e poi giungano ad identificarlo. Che quello corrisponda ai miei amici o a ben altro, ha un’importanza inversamente proporzionale alla sua capacità di alterare il sistema”.

Hitler, la “materia oscura” e il Dies Irae

di SALVATORE AGRESTA
Riprendo questo tuo passaggio: “Ecco quanto sto facendo, dunque: un romanzo sperimentale che è un romanzo realista. Io sto annusando, osservando e infine estinguerò tramite soffocamento letterario la bestia. La bestia è il mito-antimito che il romanzo cerca di scarnificare: sarà sperimentale, senza che nessuno se ne accorga, perché sarà gelidamente autoptico. L’autopsia è però quella di Hubble su regioni distanti, luce del passato che investe il nostro pianeta mentre la stella è magari estinta. Il tentativo è questo”.
Ri-connettere il piccolo al grande: la non-persona equivale alla non-materia. In astrofisica è noto che più del 90% dell’intera massa dell’universo visibile è fatta di materia invisibile ai telescopi. L’attrazione gravitazionale di questa non-materia dominante determina il moto galattico: si tratterebbe di “materia oscura fatta della stessa sostanza di cui siamo fatti noi ma che, per una ragione o per l’altra, semplicemente non risplende” (da Lawrence Krauss, Il mistero della massa mancante nell’Universo). E’ di pochi giorni fa la scoperta della più grande struttura di materia oscura: la luce che ci raggiunge dagli abissi spaziali è deviata da questa non-materia (notizia Ansa). Questa massa oscura “prescinde dal tempo: è in ogni istante, da principio, uguale a se stessa”. Il tuo Hitler non risplende mai di luce propria, ma assorbe ed esorbita. Non si trasforma, non si distrugge (“spàrati, Adolf. Fallo. Non lo fa”). Da questo punto di vista, Hitler era già in nuce nelle scene interstellari del Dies Irae.

Su fReAkS: messa in discussione della non-persona nel romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgRiporto il post che il blog fReAkS ha dedicato al romanzo Hitler. Lo riporto perché, oltre ai complimenti di cui ringrazio, l’autore, con lo pseudo di Mario Attilio Jebba, compie un lavoro di interpretazione che è centrale per la comprensione del libro: mette in dubbio l’efficacia morale e rappresentativa della nozione di “non-persona”, desunta da Fest e applicata a Hitler. Non solo: compie un rilievo circa la mia scrittura, asserendo di non riuscire a seguirla fino in fondo, fino alle possibili conseguenze ultime. Comincio rispondendo, dalla mia prospettiva, a quest’ultimo rilievo. Il tentativo, abbastanza esplicito in Hitler, è quello di annullare la lingua di superficie. Nonostante certe critiche, non esiste né paratassi né ipotassi, la mimesi della voce di hitler che copre il nulla dietro la sua maschera non è mimesi e l’intervento di quello che sembra il mio “io” non è tale. Se aggiungiamo il perno fondamentale del libro (sempre per quanto concerne la mia prospettiva), che è Apocalisse con figure, i registri linguistici raggiungono un alto grado di ambiguità. Io tento la scrittura senza conseguenze estreme. Ciò ha una funzione: confondere l’istinto algebrico che cerca una soluzione, una risposta, e così facendo evita di farsi la domanda. Accetta, cioè, che la domanda sia fatta dal libro, ma questa domanda non si interiorizza. Io tento con la scrittura una nube purpurea: non so se ci riesco, l’esito può essere errato o grossolano, ma il tentativo è consapevole. Quanto alle osservazioni sulla “non-persona” devo rimandare alle elaborazioni teoriche dell’officina aperta durante la preparazione, la stesura e l’attesa dell’uscita di Hitler. “Non-persona” non significa che Hitler è un alieno, non implica che egli sia fuori dal cerchio umano. Implica che in lui è del vuoto inumano. Siamo abituati ad attribuire a questo vuoto caratteri di anaffettività: si gioca tutto sull’emotivo, oggi. Il vuoto a cui faccio riferimento è invece tumorale, cioè metastatico: “esorbita” (di qui l’insistenza del verbo nella prosa del libro) e contagia. Questo vuoto non ha nulla di emotivo: è assenza di empatia. Se non fosse vuoto, esso sarebbe il luogo in cui l’empatia avviene e, dunque, sì che si proverebbero emozioni, identificazione e condivisione con l’altro. L’esorbitare della non-persona riguarda il futuro di Hitler: cioè, secondo una prospettiva non solo mia, riguarda l’oggi. E’ ben vero che anche io, scrivendo, ho pensato al monolite nero di Kubrick – ma solo quando c’era da afrontare il congelamento, il vuoto. Per il resto, Hitler è un uomo. Dire che è una non-persona implica che sia una persona. Nulla della sua responsabilità viene levato dalla storia tragica che ha imposto a milioni di persone. Io non dico: “Questo non è un uomo”; io chiedo: “Considerate se questo è un uomo”. E’ il lettore che ha in mano il pallino: ce lo ha coscienzialmente.
Un’ultima osservazione, prima di riprodurre l’intervento apparso su fReAkS. L’autore dell’intervento esprime perplessità motivate fenomenologicamente e teoreticamente. Ciò dimostra che il dialogo è possibile, anche se non si raggiunge un’osmosi nel giudizio e nella cellula mitocondriale che è un testo. E’ questo a impedire il vuoto, a impedire vittorie postume di Hitler: questa ambiguità tra consentire e dissentire, questa motivata e sentita possibilità di dire no – all’autore, al testo stesso. A mio avviso,
questa è la critica di cui gli autori e i lettori, che sono la medesima cosa, hanno bisogno oggi. Quindi ringrazio profondamente Mario di fReAkS, e invito a leggere attentamente i suoi disinibiti e rivelativi post.

Giuseppe Genna: Hitler

di MARIO ATTILIO JABBA
Genna e‘un talento letterario nutrito dall’alimento imprescindibile di ogni grande scrittore: la sofferenza.
Che lo sguardo di Giuseppe Genna si sia posato sulla vicenda di Adolf Hitler, colui che è stato fonte di oscena sofferenza per decine di milioni di individui è quindi cosa giusta.
Genna racconta la vita di un uomo incomprensibile scegliendo la strada di non cercare di capirlo.
Chiude idealmente il cerchio narrativo aperto da Primo Levi con la sua domanda: questo è un uomo?
Trasforma la domanda in una constatazione riferita non più alla vittima, ma al carnefice. Questo non è un uomo.
Perchè Genna rifiuta di affrontare il viaggio alla scoperta delle radici del male?
Perchè individuare una o più cause della Cattiveria di Hitler, della sua capacità di irradiare Male, sarebbe un atto deresponsabilizzante nei confronti dell’uomo e degli uomini.
Perchè cercare di capire vorrebbe dire giustificare, reperire tracce di comprensibilità negli atti compiuti da Hitler, riconoscere un’umanità che ad Hitler deve essere eticamente negata.

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Su aNobii: arco voltaico tra Hitler e Dies irae

hitlercovermedia.jpgaNobii è la più estesa comunità mondiale interessata alla lettura e una delle realtà più strutturate e utili del cosiddetto Web 2.0. Su aNobii, Giacomo Bencistà, che ringrazio per la generosità delle parole e per lo spostamento a cui mi induce, propone un’interpretazione critica davvero sorprendente per me: un cortocircuito e un parallelo tra il romanzo Hitler e il romanzo che lo ha preceduto, Dies Irae (Rizzoli). I riferimenti dell’intervento di Giacomo Bencistà sono precisi e filologici. Resto spiazzato da questa prospettiva e davvero ne ringrazio l’autore. E’ il punto cieco in cui lo scrittore non riesce a vedersi, perché l’occhio non vede se stesso e ha bisogno dello sguardo altrui per essere guardato e prendere più ampia coscienza di sé. Questo dovrebbe essere il ruolo della critica, e specificamente anche della teoria della letteratura. Non è in gioco l’esito: se Giacomo Bencistà, con gli stessi mezzi, fosse giunto alla conclusione che il risultato letterario era fallimentare, sarebbe partito un ringraziamento comunque – poiché è l’intercettazione che conta, l’abbraccio tra scrittore e lettore, che sono la stessa cosa.

Hitler di Giuseppe Genna

di GIACOMO BENCISTA’
Serie di scene esemplari dalla vita di Hitler e della storia d’Europa, unite per essere la biografia del dittatore tedesco, dalla nascita alla morte. Hitler è rappresentato – dichiarato, in modo esplicito, più volte, dall’autore, all’interno dell’opera – come un non-essere-umano, come un puro nulla… un buco nel tessuto della cultura e della società europea, una carie, una ruggine… Dietro questa enunciazione sta una forte tensione non più soltanto (?) civile, come in Dies Irae (ma era soltanto tale, quella tensione? Vedi oltre), bensì filosofica e religiosa: un tentativo di parlare delle cose ultime, in quanto tali decisive, che la figura Hitler implica.
Da qui, credo, dalla vitale importanza di quel che si deve dire, testimoniare, la semplicità (massimo rispetto, ovviamente, per lo studio profuso nel realizzarla) della scrittura di Genna e un procedere essenziale, per scene esemplari, a metà fra il teatro delle marionette, la sacra rappresentazione e il telefilm. Del resto è una scelta quasi obbligata quella di trasformare in comici burattini, in demoni tremendi o in triti villain l’accolita di rifiuti umani che circondava Hitler.
Ma lui, il führer, resta solo sulla scena, nell’intenzione di Genna simile a un buco nero che attrae a sé prima spostati e folli, poi l’intero popolo tedesco, infine l’Europa intera, tracciando attorno a sé un’architettura della distruzione. Mi pare centrale, da questo punto di vista, il “capitolo” 53 (pp. 279-285), dove Albert Speer, l’architetto, balza in primo piano mentre espone progetti e mostra modellini di città future a Hitler. Ecco la particolarità, enunciata da Speer: «noi non dobbiamo semplicemente costruire i monumenti: dobbiamo prevederne le gigantesche rovine, a monito dei secoli. Dobbiamo inventare l’arte anche nella dissoluzione fisica del monumento. […] Chiamiamola una teoria delle rovine»; subito ripresa da Hitler: «Quand’anche tra secoli il Reich si spegnesse, noi avremmo mutato il volto della nazione»; chiosata, infine (in fine di capitolo) dal narratore: «La fine è la sua possessione e lui si mette in postura e sa che il mondo osserverà comunque la sua rovina, la gigantesca megalomania con cui l’avrà costruita», un narratore che si inarca per giungere ad afferrare in sé lo stesso autore: «Mie parole, distruggete questa immensa rovina a cui tutti guardano con orrore. Vi regni il vuoto, che è la verità». La verità del finto mistero Hitler, credo di capire, secondo Genna. Il dittatore, infatti, nella lettura proposta dall’autore, è una non persona, un puro nulla che divora tutto ciò che ha attorno; e la vittoria di questo puro nulla sarebbe consistita nel ritagliarsi una nicchia nella storia, nel tramandarci il proprio fossile, vuoto mito. Una vittoria postuma che Genna cerca di scardinare col suo testo – non romanzo, ovviamente, per non aggiungere storia a Storia, storia a mito. Da qui il tono tribunizio, predicatorio: una lezione di verità e di posizione da tenere di fronte ad essa.
E tuttavia… Non posso non cogliere segni di umanità nella figura ritratta da Genna. Di un’umanità rattrappita, distorta, gelida: che si racconta nella propria meschinità rancorosa per mezzo di visioni e di incubi, come quelli narrati nel significativo “capitolo” 83 (pp. 448-453), il bagno di Hitler nella Grotta di Sale, il bagno in cui non a caso Hitler si immerge (e da cui emerge) nella propria corporalità più fragile, accompagnato da uno sguardo che cerca di essere chirurgico ma resta, anch’esso, umano, in fondo empatico (anzi: fonte di emozioni in un deserto che ne è privo).
Qua il dittatore è invaso da una visione escatologica e osserva «una deflagrazione immane, che cancelli l’uomo, un incendio paradossale che investa tutto il globo, causato dall’ultimo ariano che innesca un impensato ordigno totale […] Non resta nulla: la terra desolata»; e pochi attimi dopo vive un doppio terribile incubo, in cui prima è maciullato dal cane amato e poi ne fa scempio.
L’incubo desta orrore e pietà, che cogliamo, io credo, come in uno specchio nella figura del cane fedele. Pietà… E in una visione come quella ora ricordata parla la nostalgia di una purezza incontaminata dalla presenza umana – ed è un sentimento che torna altrove nel romanzo, addirittura filtra attraverso le parole del narratore, come quando è evocata la trasformazione del bacino carbonifero della Saar: «tre miliardi di anni, tutto qui rilucerebbe, abbacinante: questo carbone, pressato in metamorfosi chimica dal tempo, sarebbe un unico inscalfibile diamante. […] Ma il tedesco della Saar anticipa i tempi, corrode quel futuro adamantino» (p. 296), dove emerge di nuovo la fantasia di un mondo libero di perfezionarsi perché liberatosi dall’essere umano; o, di nuovo, nei pensieri di Hitler di fronte a uno sferico prototipo di bomba atomica: «questo è il pianeta a venire. La sua sorte. Il suo avvenire racchiuso nella forma perfetta che lo stesso pianeta assumerà, una volta che tutto sarà estinto: una sfera che vaga disabitata nel vuoto sidereo, nel gelo perenne, sganciata dal sole, da ogni sistema – la Terra metallizzata» (pp. 533-534).
Ora, a me pare che qua si delinei un tipo umano ben preciso, e non un demone, la non persona o il non essere: qua vediamo una persona che odia se stessa per la propria aridità, che non trova in se stessa un motivo per amarsi e, quindi, per amare gli altri: sperimentato il deserto in sé, scesa al fondo del vuoto emotivo, ne trae conclusioni inappellabili per l’umanità intera, che condanna a una pena capitale collettiva, cosmica – ridicola fantasia di onnipotenza nella vita di tanti; tragedia in questa vita, in cui gli atti seguono i deliri e cercano di tradurli in realtà. A me pare che qua emerga soltanto (ma è molto) un essere umano che conosce il nulla, che lo trova in sé, ma come disperazione e gelo.
Un tipo umano – una forma dell’umano che ho già trovato altrove nell’opera di Genna: nel protagonista di Dies Irae, vittima di un’aridità emotiva, riflesso dell’intera nazione italiana sclerotizzata e fossilizzata, persa, cacciata a forza in un pozzo oscuro – in un buco nero, lo stesso in cui era stato spinto il bambino innocente. Certo, in Dies Irae siamo di fronte a vittime; in Hitler l’essere umano dal cuore deserto si fa carnefice. Momenti diversi di un unico studio dell’umano. Colgo un’ulteriore analogia: Dies Irae termina con il risveglio del bambino, carne sacrificata, trasfigurato: «È un bambino umano arcaico, è fatto in lega aurea. È un bambino d’oro. È come una statua d’oro, ma è vivo. Solleva l’avambraccio destro…» (e qui vedo l’orizzonte di questo romanzo che si allarga al di là della sfera civile). Hitler termina con la visione dei Santissimi, gli ebrei sterminati: «sagome dorate, lontanissime […] Essi sono d’oro […] Sono viventi: oro vivente […] Tutti loro sorridono […] Irradiano sorriso» (p. 621). Un’immagine di salvezza: l’umano che si fa incorruttibile e regale, speranza al di fuori del tempo nell’uno e nell’altro caso (un remoto futuro – e un altro testo – in Dies Irae, il “senzatempo” in Hitler), anche se solo nel precedente romanzo ci poniamo al di fuori dell’umano, oltre l’umano. In Hitler, invece, la trasfigurazione dell’umano è ben radicata nel nostro mondo e, nelle intenzioni dell’autore, cancella la vittoria postuma di Hitler – e, concretamente, pone il sigillo sulla sua caduta agli inferi, nella disperazione e sofferenza eterne. Ma l’inferno può essere anche letto come la forma definitiva assunta da un’anima che si è consumata nella contemplazione del proprio vuoto e che non ha saputo riempirlo. Quasi un diverso, più sfortunato esito di una medesima patologia spirituale. Umana. E forse questa è una vittoria postuma, sì: ma dell’umano su Hitler, che credeva di averlo sterminato.

Il romanzo Hitler a RadioUno

hitlercovermedia.jpgIeri sono stato ospitato sulle frequenze di RadioUno, nel corso della puntata di uno dei più bei programmi radiofonici emessi dal servizio pubblico, Nudo e crudo, trasmissione quotidiana condotta da Giulia Fossà e preparata da un eccezionale staff di autori. Il tema del giorno era la memoria, nelle sue più estese declinazioni. Si è parlato del romanzo Hitler, sono stati letti brani dal libro, si è ascoltato un intervento dal corrispondente Rai a Berlino Marco Varvello, si è tornati a parlare del libro. In coda, si è affrontata anche l’antologia minimum fax Tu sei lei, di cui sono il curatore, con un duetto tra me e una delle autrici, Veronica Raimo. Moltissimi gli sms giunti in redazione durante la trasmissione.
radio1.jpgNon so come ringraziare Giulia Fossà e il suo staff, tutti gentilissimi e profondamente impegnati e informati: a mio modo di vedere, questo è il servizio pubblico al suo meglio e in questo modo si fa cultura in radio.
Qui sotto, due link per ascoltare la puntata: il primo per downloadare l’mp3, il secondo per ascoltarla in streaming.
La puntata di Nudo e crudo in mp3
La puntata di Nudo e crudo in streaming

Il romanzo Hitler al Tg1

gennatg1.jpgPresentato da Gianni Riotta, è andato in onda, domenica nell’edizione notturna del Tg1, il servizio che la bravissima giornalista culturale Gianna Besson ha realizzato sul romanzo Hitler, insertando alcune mie dichiarazioni e compiendo una perfetta sintesi critica del libro. Sono grato al direttore Riotta e a Gianna Besson, la cui professionalità e capacità di sintesi quasi chirurgica è davvero una consolazione, per la possibilità concessami e per l’attenzione e la cura che hanno dedicato a Hitler.
Qui sotto oppure cliccando sull’immagine a sinistra, il link per downloadare il file video del servizio [1.56M].
Il servizio del Tg1 su Hitler

Il romanzo Hitler per la terza volta sul “Corriere”: su Primo Levi nel romanzo

hitlercovermedia.jpgTra tutte le critiche formulate intorno all’esito, alle intenzioni autoriali e alle meditazioni che fanno il romanzo Hitler, l’osservazione di Paolo Fallai, sul Corriere della Sera di sabato 16, è la più profonda e decisiva. E’ una critica penetrante, che scuote davvero le fondamenta e l’architettura del romanzo. A questa osservazione vorrei rispondere, perché la questione messa in gioco da Fallai è talmente decisiva da un punto di vista etico che, davvero, mi pare irrinunciabile l’assunzione di responsabilità da parte mia e l’espressione delle ragioni per cui non sono d’accordo con quanto Fallai vede e rileva. Tuttavia mi sia consentito questo giudizio: quando la critica è così radicale e penetrante l’oggetto, la “cosa” del romanzo, allora a qualche esito si è giunti e, nel caso l’autore abbia errato, è felice di ammetterlo, perché il critico gli è stato di aiuto ed è stato d’aiuto alla “cosa” stessa del libro.
Mi sia dunque permesso di ringrazia Paolo Fallai e Antonio Troiano, quest’ultimo responsabile delle pagine culturali del
Corriere, per l’attenzione rinnovata al “discorso” del romanzo Hitler.
La critica di Paolo Fallai sul Corriere della Sera

Genna e l’uso di Primo Levi per raccontare Hitler

di PAOLO FALLAI
C’è un assunto agghiacciante posto a premessa, apparentemente incontestabile, del romanzo dedicato da Giuseppe Genna a Hitler. «Considerate se questo è un uomo»: l’autore pone le parole di Primo Levi in epigrafe, insieme alle citazioni di Emil Fackenheim, Claude Lanzmann e Ron Rosenmbaum. Poi la frase torna nell’incipit stesso del romanzo, appena introdotta da un perentorio «Confrontatevi con lui. Considerate se questo è un uomo». È difficile contestare la domanda essenziale che continuiamo a porci di fronte al male assoluto.
Che uomo è Hitler? A quale umanità appartiene? È il tema della ricerca che Genna svolge, con il suo stile, scegliendo la forma di romanzo biografico al punto da superare l’uomo Hitler per concentrarsi sull’idea Hitler, «una non-persona, un punto di vuoto» come ha scritto Franco Cordelli. Ma quelle parole di Primo Levi non indicavano un’idea: hanno rappresentato carne, sangue e sgomento delle vittime. Sono forse, insieme a quelle di Robert Antelme, lo sforzo più compiuto per dare a noi la misura concreta dell’indicibile.
È possibile accostare quelle parole al carnefice? E siccome non di Hitler ci preoccupiamo ma della fertilità del male, se e quanto rischia di essere fuorviante usare in questo modo la dolente affermazione di Primo Levi? Forse, non dovrebbe essere proprio usata, ma lasciata allo stato puro di testimonianza: «Sono di nuovo in Lager, e nulla è vero all’infuori del Lager. Il resto era breve vacanza, o inganno dei sensi, sogno: la famiglia, la natura in fiore, la casa». È l’ultimo paragrafo de La tregua scritto da Primo Levi sedici anni dopo il ritorno da Auschwitz.

Videointervista sul romanzo Hitler

Il Web del libri Mondadori, recentemente rinnovatosi, propone, a partire da YouTube oltre che nella gallery del suo sito, due brani di una videointervista al Miserabile sottoscritto: che, avendo contratto un herpes che scorre nel sangue come gli pare e piace, al momento non corrisponde in nulla all’immagine che si può visionare (il volto è obitoriale e le capacità mentali pure, sic stantibus rebus). Per chi avesse interesse a ricordare il Miserabile com’era un tempo o ad ascoltare considerazioni dell’autore sul romanzo Hitler, ecco i due stralci da YouTube:

HITLER: la recensione del Mucchio Selvaggio

hitlercovermedia.jpgOltre alla splendida intervista di Alessandro Besselva, come scrivevo, il Mucchio Selvaggio ha pubblicato una recensione di Aurelio Pasini che è per me illuminante in più aspetti, concernenti le perplessità del recensore. Insieme a Franco Cordelli sul Corriere della Sera e Wu Ming 1 su l’Unità, Pasini vede la lingua utilizzata in (non tutto) il romanzo Hitler come paradossale esibizione della maschera che copre il Nulla e, al tempo stesso, il fallimento stesso della lingua medesima. Ciò corrisponde a un momento che avevo teorizzato appoggiandomi a Grotowski (la forma costruita come freno alla forma): il libro è fallimentare proprio perché sono le retoriche letterarie umanistiche a rovesciarsi in strumentazione che l’antiumano utilizza per persuadere l’umano e agire sulla realtà. A questo protocollo linguistico intendono opporsi gli esorcismi, che non sono canonizzati in alcun apparato retorico: i momenti in cui non il sottoscritto, bensì “lo scrittore” entra e anticipa, devia, o fa muro al Niente che avanza. Questa l’intenzione, al solito l’esito è altra cosa ed è valutabile solo dai lettori.
Ringrazio Alessandro Besselva che mi ha procurato il file pdf della recensione, e il
Mucchio e Aurelio Pasini per l’attenzione e lo spazio dedicato a Hitler.
La recensione del Mucchio Selvaggio

Seconda ristampa per il romanzo Hitler!

hitlercovermedia.jpgA temperare i 38.5° della seconda influenza in tre settimane, e la conseguente esasperazione, mi giunge una notizia che mi rende felicissimo: non sfebbra, ma mi inorgoglisce un sacco. Il romanzo Hitler è stato ristampato per la seconda volta. Dopo la prima ristampa di 2.000 copie, si aggiunge una nuova ristampa di altrettanti esemplari, poiché i magazzini della casa editrice sono sforniti, il che significa che il libro “si è mosso” e “si sta muovendo” e si è raggiunta ora una tiratura di circa 16.000 copie. Non è mai capitato a nessuno dei romanzi che io ho pubblicato.
Ringrazio sinceramente tutto l’apparato mondadoriano che ha lavorato alacremente affinché fosse raggiunto questo risultato, ma soprattutto ringrazio i lettori e gli interessati, che eventualmente faranno scattare il tam tam, se il romanzo Hitler li convince o è sembrato loro significativo: il libro è affidato alla sacra Repubblica dei Lettori. Davvero: grazie.