25 aprile: canto di Liberazione

Si pubblica qui di seguito l’inno della giornata fondamentale per l’Italia democratica e repubblicana, e cioè la Liberazione, cantata da colui che Gianfranco Contini definì «il migliore tra i poeti italiani nati nel Novecento», e cioè Andrea Zanzotto.

VERSO IL 25 APRILE

Trissotin: Vous avez le tour libre, et le beau choix des mots.
Vadius: On volt partout chez vous l’ithos et le pathos.
(MOLIÈRE, Les femmes savantes)

Nel tempo quando avevo i sentimenti,
da cui nessuna forza poteva ripararmi
nessun noa né tabu
il 25 aprile andando per i cippi
dei caduti, come per le stazioni di un calvario,
sopraffatto tremavo, e poi dalla piccola compagnia mi defilavo
come in una profonda definitiva pioggia.
Il vostro perire – nel sacro della primavera –
mi sembrava la radice stessa di ogni sacro.
Anche se per voi, certo, non lo era.
Anche se eravate scomparsi una sera
presi da batticuore, ormai rimossi da impatti col vivente
proprio per l’essere stati fino-al-picco del vivere.
Io no. Scrivevo in quegli anni entro gli annali della mia morte,
deliravo sul verde delle piante, sulla beltà,
senza perdonarmi ignoravo, quasi, ogni assenza
e svanimento con me, nella mia omertà.
Ora mi pare di vedere, con onesta ebetudine
e insipidire dei sentimenti, il tradirsi
di tutto in molte friabili forme
senza arrivare a un niente veramente accettabile,
reo totale come si vorrebbe;
e l’adombrarsi di ora in ora
mi pare una fatata legge, con una sua eleganza,
e il silenzio non dista dal grido –
piamente connessi chi sa dove
entro la tresca fuggente di questi prati e forre. Ma:
lo sterminio è ovunque e sempre in atto
mai c’è stato armistizio dopo l’eroica emergenza
e la morte-di-paglia si fa di gran lunga più orribile
che quella per piombo nel tempo
[[sadico/mitico.
Allora: vedere senza battere ciglio, come al frullare
dello sgricciolo nulla batte ciglio
tra gli spogli cespugli del clivo di Carbonera.
E questa dunque la saggezza perversa della sera?
E questa la congiunzione alla sapienza,
la farneticata ieri come vera
congiunzione al coraggio?
Ora, compagni, amici, né-amici, né-compagni –
dèi per me malgrado voi stessi –
avvicinandomi per cumulo di età
e per corrosione a quel punto
in cui voi foste allora –
mi riconduco, osando muto, ad allora, per voi;
e sono partecipe, finalmente, delle azioni
da cui mi distoglieva il deliquio amoroso e pauroso
anche se in esse ero travolto. Mi pare

……………………………………………..
Mi pare, e con mano assisto la tenerezza e il profumo
non ancora del tutto spento,
e i tracciati dei viottoli i fogliami e i filamenti vitali;
con mano assodo i pregi dell’essere vissuto,
e passato a un millimetro da dove
la selva e il vostro sangue
si sfiniscono, incespicano, sputati fuori mano.
se ancora si gira per i cippi
– emersi a picco –
– nel sacro della primavera –
su cui segni scivolano immolati
al rituale autovomitarsi di ogni storia
al non-farsi-capire di ogni ammicco,
allo sbrindellarsi del tessuto di comuni allusioni,
mi ribello, ribelle come voi allora,
e mi traluce bruciando un disincarnamento di me, del mondo,
mi s’impone un giusto adorare penando
un giusto richiamarsi all’obbligo
di ethos e pathos anche se i più arcanamente sfigurati
un giusto bestemmiare moduli e ragioni, nel furore
di un pianto che l’archiatra sommo dirà causato
dal remoto, dal lontano, dall’-alto-dei-cieli, dal vietato
ad ogni aggancio – mera verberazione
fustigazione compiuta a mio danno da falsi paesaggi
interni ed esterni
o semplicemente «da stanchezza, da insonnia».
E, sono pronto, insonnia
fuoco e parto che non si rilassa, intrigoso braciere.
Ecco, capisco che la praxis la poiesis adescano solo poche cose
quando vedo i vostri nomi
nemmeno sforzarsi più di galleggiare sulla pietra
e voi non siete più qui, ne altrove; noi v’inseguiamo
lungo il falso itinerario dei cippi, sudando, o sotto i rovesci
[[della pioggia
delle memorie, delle folate eroiche;
se nemmeno in questo-qualche-modo siete ormai stati,
nemmeno, ora, noi, siamo, qui.
Allora soltanto se se un’insonnia
bestemmiante braciere ripeterà i vostri nomi
nei luoghi dell’insonnia, della pretesa
Ecco queste sono le pretese dell’insonnia
anche questo pretendere di darne intepretazioni
ithos pathos
bestemmiarono i cespugli sommessamente
cippi hipnos pretendere
………………………………………………

Per me il buon calore e il tanto latte dei sentimenti
Ebbe sempre nel fondo un elemento di nera esaltazione.
Erano ferite dentro le colline
Nei fianchi giovani e amorosamente annosi del folto;
e io le vedevo e amavo
cercavo di sopperire a quanto esse esigevano.
In quel mio remoto
smontare e rimontare oggettivi – da
fanciullo iracondo, implacabile –
voi che innocenti come guizzi di ruscello
come stellari girini svaniste nel sangue,
ora entrate – o eravate già entrati allora?
E non so come, fate vostro quel ch’era mia turpe sacralità,
lo portate sensuato e senziente
nel vostro assoluto assolvimento
in ciò che punta i piedi seppur
senza più rendersene conto
non culla non tomba non segno
e neppur scoppiettare maligno d’insonnie/sogni
(ithos) (pathos)

 

Da Idioma

Addio ad Andrea Zanzotto

Si è spento oggi, 18 ottobre 2011, il massimo poeta italiano del Dopoguerra, uno dei grandi poeti di livello mondiale. Mai come oggi ho l’impressione che nulla, davvero nulla sarà più come prima e che questa morte sia in se stessa una parabola. In ricordo di Andrea Zanzotto, pubblico una dichiarazione che raccolsi nel 2001 e un poemetto di quello stesso anno.

“Finché si sopravvive – dico fisicamente -, c’è la spinta a dire, a reagire a ciò che accade intorno e a dare rappresentazione a ciò che si vomita da dentro. Poiché la vita si rappresenta più come spravvivenza che come vivenza, , ci si abbandona a flussi di ricordi e a reazioni contro il presente: per esempio contro quello che mi accade attorno, al territorio attorno a me, e che io ho definito ‘cannibalismo del territorio”. Mi limito a reagire, proprio come cerca di farlo un insetto che si cerca di schiacciare. Tutta questa reazione alla superfetazione e alla frenesia del contemporaneo – anche sul piano della lingua – può apparire un aspetto neogiovanilistico: ma non lo è. Non bisogna dimenticare che, oltre a ciò che si constata nel paesaggio, c’è un fenomeno sottile e inquietante che prende piede: una sorta di duplicazione, di schizofrenia, per cui ci troviamo di fronte a uomini che devastano il territorio e poi fanno opera di solidarietà. Si assiste a un turbinio locale che corrisponde a un turbinio mondiale. E devo dire che c’è qualcosa d’interessante in questo shakeraggio, per esprimermi con orrendo termine anglicizzante’. [qui il testo integrale dell’intervista]

 

***

LIGONÀS

 

I

Quell’intimo splendore

di “c’era una volta” e che

da dirupati anni mi resta diviso

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Stillicidi in colline stradine e giardini

e anche là nel mistero che s’addensa ai Palù

che dagli oblò di Ligonàs s’indovinano –

ed è, tutto, colmo calice di nivale dolcezza

di nivale attitudine ad appianare, sanare,

è-in-sé-e-per-sé di neve involata, di soli involati –

Sole, ma timido per geli, ma quasi supplicante

tregue almeno di poche ore, deh!

ore pur sempre d’etra purissimo, ah!

e neve augurata, ma solo di tocco in tocco,

tatti, contatti, feste, agguati placati –

appena sopravvivente

ma ben decisa a tutto

sopportare per esistere qui e rifigurare, adeguare,

verde e polveri e voci di altre ragioni…

E ogni sole e neve, punto di sole o neve

va per beatamente allacciare gli estremi di foco-luce e

di gelo negato-negante, li allaccia per solo un dito

e poi per dita e fiati e fiati e baci e baci

E anche le più avverse potenze nel destino comune

si fanno carezze e nozze e illimiti titillii

fanno corona di gioia-lutto-iddii:

qui il dirupo del ’29, del ’54, del ’63 megainverni

ed altri dirupi di neve-sole di sommi-inverni

si colmano, si ritrovano in seconda fila;

e i bambini in slittino

si lasciano andare appunto di dirupo in dirupo

da dirupi alti tre dita o alti tre millenni

e tutto è bambino in tintinno con loro, indenni

tra gloriuscole-ombra già al primo pomeriggio…

Fatate dimenticanze già tentano e ritentano,

magici sottozero

decine di sottozero, terribili eppure

dolcemente ridenti, irrisivi fino all’indaco al turchino

preparano le irte, irsute d’addiacci, nottate

che si danno la voce di campo in campo, di annate in annate.

 

 

II

 

Ligonàs

 

No, tu non mi hai mai tradito, [paesaggio]

su te ho

riversato tutto ciò che tu

infinito assente, infinito accoglimento

non puoi avere: il nero del fato/nuvola

avversa o della colpa, del gorgo implosivo.

Tu che stemperi in quinte/silenzi indifferenti

e pur tanto attinenti, dirimenti

l’idea stessa di trauma –

tu restio all’ultima umana

cupidità di disgregazione e torsione

tu forse ormai scheletro con pochi brandelli

ma che un raggio di sole basta a far rinvenire,

continui a darmi famiglia

con le tue famiglie di colori

e d’ombre quete ma

pur mosse-da-quiete,

tu dài, distribuisci con dolcezza

e con lene distrazione il bene

dell’identità, dell'”io”, che perenne-

mente poi torna, tessendo

infinite autoconciliazioni: da te, per te, in te.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Tu mal noto, sempre a te davanti come stralucido schermo,

o dietro sfogliato in milioni di fogli,

mai camminato

quanto pur si desidera, da ben prima del nascere:

ma perché

furiosa-dispotica-inane

l’ombra del disamore

della disidentificazione

s’imporrebbe qui nei giri, strati e

salti, nelle tue dolci tane?

Ma no. Con frementi tormente di petali di meli

e di ciliegi con rapide rapide nubi di petali e baci

tu mi hai ieri, ieri? accarezzato?

Gremite assenze, ombre grementi alle spalle

di quanto fu e sarà,

petali petali amatamente dissolti

nelle alte dilavate erbe – e laggiù tra i meli

stralunati presagi di sera…

In petali, piogge pure, lune sottili

dacci secondo i nostri meriti

pochi ma come immensi,

dà che solo in mitezza per te mi pensi

e in reciproco scambio di sonni amori e sensi

da questa gran casa LIGONÀS

dalle sue finestrelle-occhi all’orlo del nulla

io ti individui per sempre e in te mi assuma.

 

 

III

 

(Ligonàs)

 

Luce raggiunta infine, raggiungibile in

ogni sua più riposta volontà

di astrarsi e separarsi – ma inducendo

e producendo il creabile

Eppure è come priva di consistenze

tanto è limpida e dilavata

tanto è soccorrevole e conosciuta

tanto è felicemente sconosciuta

 

Luce che è pur sempre da indagare

e che si fa amare così a perdifiato

ma anche con calma divina

come bambina o sorella

E c’è presa, in lei, di inutili e pur sagge

forze che sublime-mente

vengono sperperate ed anche risparmiate –

equilibrio e risparmio in forre e piagge

e pure vento di innumerabili prospettive

e ciò che chiama a rincorrere, a

voglie di inseguimenti – e ora

ora – dalle finestrelle sempre fervideliete

di Ligonàs

s’involve e cede, brevissima spuma

ultima dei giorni della e poi stella

dell’ineguagliabile golfo di nadir

trasfuso da sogni e notti onir

oniriche, effuso alluso.

Vagare e sopore

ma che trabocchi inavvertitamente,

orienti il niente e sei pur sempre in fase

di ristorare da ogni

dubbioso esito da ogni

remora da ogni dispersa frase.

Così che par che tutto

in collinari accenni resi

pulviscolo di mirabilia

somigli a quanto si assottiglia

d’orizzonti, così che sia fonte

di molto più che sé, prati da sé

figliantisi col verde del frumento

nel refolo d’un accento.

E una fogliola che cadendo, sola,

nel lontanissimo

di un centro senza senso, in un dove

eccentrico nel suo stare,

ad ogni cosa fornisce prove:

luce in sé intenta a sfidarsi a sfidare.

 

 

Nota

Ligonàs: grande casa-osteria in aperta campagna. Il toponimo, di origine incerta, figurava sulla facciata. Nel tempo scomparve e ora è stato ripristinato.

 

[da Sovrimpressioni, 2001]

 

Andrea Zanzotto e Seamus Heaney

Uno straordinario saggio del poeta e critico Roberto Nassi: “Ideale punto di partenza verso il magma linguistico e l’ineffabilità concettuale, le ecloghe di Zanzotto e quelle di Heaney incorniciano gli ultimi quarant’anni di poesia. Forse testimoniano il passaggio dalle poetiche del linguaggio alle poetiche delle cose e a una riconquistata comunicatività del poeta nella comunità, nella contrada umana”…

2001: il Miserabile intervista Andrea Zanzotto

[Questa intervista ad Andrea Zanzotto fu realizzata nel 2001, in occasione della pubblicazione di Sovrimpressioni, il libro che precede la recente uscita, ancora mondadoriana, di Conglomerati, di cui su Carmilla si può leggere recensione e intervista a cura di Gilda Policastro]

Una certa critica ha pensato che Meteo equivalesse a un libretto di congedo, un po’ come fu il Composita solvantur di Fortini. Con Sovrimpressioni Lei spiazza questa critica: c’è un lavoro in corso, fluido, che agglomera nuclei. Si prepara a una nuova Trilogia, Zanzotto?

Finché si sopravvive – dico fisicamente -, c’è la spinta a dire, a reagire a ciò che accade intorno e a dare rappresentazione a ciò che si vomita da dentro. Poiché la vita si rappresenta più come spravvivenza che come vivenza, ci si abbandona a flussi di ricordi e a reazioni contro il presente: per esempio contro quello che mi accade attorno, al territorio attorno a me, e che io ho definito “cannibalismo del territorio”.
Continua a leggere “2001: il Miserabile intervista Andrea Zanzotto”

Andrea Zanzotto: da CONGLOMERATI

zanzotto_conglomerati_smallE’ in libreria l’ultimo libro di Andrea Zanzotto, Conglomerati, edito per i tipi mondadoriani de Lo Specchio, al prezzo di €14 (clic sulla copertina, per una versione a maggiore risoluzione). Se ne consigliano vivissamente l’acquisto, la lettura, lo studio: si tratta di uno dei capolavori del più grande poeta italiano vivente: è sufficiente cliccare qui, per ordinare una copia.
Riporto un video in cui Zanzotto legge proprio da Conglomerati e, di seguito, il testo di una poesia dal libro (thnx to G.P. e A.P.!).

Continua a leggere “Andrea Zanzotto: da CONGLOMERATI”

Una poesia di Andrea Zanzotto

Andrea Zanzotto
Andrea Zanzotto

Là sul ponte

 

Là sul ponte di san Fedele
dove la sera abbonda
di freddo fieno
e dove la pioggia raccoglie
tutte le sue vele madide
c’è da ieri una fanciulla bionda
che ha un nome come una corona
e che ha perduto per sempre
una mano per salutare una rosa.

Sulle rive oscure del fieno
c’è una nave di pioggia
abbandonata dalla notte

Dalle stretture delle sorgenti
là si libera talvolta
la dalia abbigliata di rosso
e illumina la crisalide
intricata del sole.

Là un animale azzurro
deperisce nella sua tana
è l’estate legata dalla neve
non conosce altro frutto che se stessa.