Tommaso Pincio: “Hotel a zero stelle”

 

Una sintesi di materiali eterogenei, per celebrare il successo del libro di Tommaso Pincio, pubblicato da Contromano Laterza. L’intervista a Fahrenheit su RadioTre, l’incipit del libro, la recensione di Giampiero Cordisco su Polimeri.

A spiazzare qualunque discorso critico, a riprendere un’antica tradizione (i Salon baudelaireani rovesciati) e a trascinare in un contagio da febbre terzana e letteraria, è nuovamente uno scrittore – come da molto sta accadendo, poiché la mancanza più grave e canonica della critica contemporanea è l’amore per l’oggetto e il soggetto, l’assenza di una devozione che sia consustanziale all’atto critico. Tommaso Pincio in Hotel a zero stelle elabora nella lingua nuda (che è tutt’altro dalla lingua onesta e anche dalla lingua “bianca”) l’assenza di anticorpi alla malattia della letteratura e alla sua privata follia: la testimonianza del vagabondaggio estremo, all’interno e al tempo stesso all’esterno di sé, nella gratitudine e nell’odio e nell’invidia e nella sensazione di annullamento che provoca la vertigine letteraria e artistica. Una salita dantesca effettuata col nitore petrarchesco: l’inveramento della poesia nella prosa, un settimo grado nell’abbacinante assenza dei generi, per compresenza di tutti i generi in potenza, che ha in Pincio uno dei più alti interpreti italiani in questi anni.

 

RadioTre Fahrenheit intervista Tommaso Pincio

Loredana Lipperini intervista, a Fahrenheit, secondo la sua scansione profonda, l’autore di Hotel a zero stelle.

 

Da “Hotel a zero stelle”

di TOMMASO PINCIO | da Hotel a zero stelle

Tra i tanti alberghi che ho visitato, un angolo speciale del mio cuore se l’è conquistato un postaccio di Tel Aviv. Si trova in pieno centro, alle spalle di quel vialone serpeggiante e rumoroso chiamato Allenby che segna il confine sud della città. A due passi c’è Shenkin, strada molto alla moda, piena di locali pretenziosi, tra cui, un tempo, il Conceptual Bar, dove pagavi per non prendere nulla. Cioè, ordinavi, che so, un caffè, e ti arrivava una tazzina con tanto di piattino, cucchiaino 24 e zuccheriera. Il lato concettuale della faccenda, ovverosia il nulla, consisteva nel fatto che tazzina e zuccheriera erano vuote.
Il bar è andato fallito nel giro di un paio di mesi, da quel che ricordo, ma Shenkin è rimasta la strada migliore della città, ammesso che non si disdegni di stare in mezzo a giovani in posa conciati all’ultimo grido. È anche un buon posto per sapere tutto dell’India e di esperienze psichedeliche, perché vi vedi ciondolare transfughi appena rientrati da Goa con la testa ancora in orbita.
A sciamare tra la gioventù, stralunata o in ghingheri che sia, compaiono di tanto in tanto sperdute frotte di pinguini – come vengono chiamati qui gli ebrei ortodossi – coi loro pastrani neri, le camicie bianche, le basette arricciolate, le nappe che penzolano all’altezza dei fianchi; un contrasto niente male con le giovani soldatesse della Tzva HaHagana LeYisra’el che, mitra in spalla, il venerdì sera, all’inizio dello Shabbat, gironzolano per le boutique provando vestitini o costumi da bagno. Il mio postaccio si trovava vicino e ai margini di tutto questo, in una stradina laterale.
Da fuori l’impressione non era granché e l’interno era pure peggio. ad accogliere il perplesso avventore, l’unico dipendente dell’albergo, se albergo vogliamo chiamarlo. Costui era un uomo maturo, zoppo e guercio – non scherzo – con un’aria nel complesso per nulla rassicurante. Indossava soltanto un paio di pantaloni corti, se non vere e proprie mutande, ed era la persona più scortese che abbia mai incontrato. A parte ciò, lo si poteva considerare un brav’uomo, un greco entrato in Israele grazie alla Legge del Ritorno. I turisti capitavano nel suo albergo per via della Lonely Planet, che assicurava stanze a prezzi decisamente concorrenziali. Restavano però interdetti nell’imbattersi in un concierge con tutti gli attributi dell’omicida seriale. Prendevano tempo, si guardavano attorno, poi domandavano quante stelle avesse l’albergo. Lui, risoluto, scorbutico, minaccioso, si beava di rispondere sempre alla stessa maniera: «Here no star. If you want the stars go to the sky».
Doveva aver letto Dante senza saperlo, quell’uomo, perché al suono delle sue parole, senza pensarci due volte, la maggior parte dei turisti scappava via, fuori, a riveder le stelle. Io, che con quel genere di inferni ci vado a nozze, non mi sono fatto spaventare. Non funzionava niente là dentro. Le stanze erano dotate di un piccolo lavabo lercio e spaccato dal cui rubinetto usciva, tra mille rumori, un filo d’acqua rugginosa. Dire che le pareti erano scrostate non renderebbe l’idea, diciamo dunque che somigliavano a un’opera di Burri. Accendere il ventilatore, ammesso che si accendesse, era sconsigliabile: batuffoli neri si alzavano in volo vorticando come pipistrelli furiosi e rendevano l’aria irrespirabile.
La sera il concierge era solito godersi il fresco seduto in mutande in una piccola terrazza da dove era possibile contemplare un cielo pieno di quelle stelle che l’albergo era orgoglioso di negare ai suoi ospiti. Qualche volta mi intrattenevo con lui prima di uscire, prima di tuffarmi nella dolce vita di Shenkin. Mi raccontava storie della sua Grecia e di quando Israele era un paese tutto da costruire. A me veniva da pensare che ogni angolo di Tel Aviv dovesse essere un po’ come il suo albergo, a quei tempi. È qualche anno che non capito più in medio oriente, per cui non so se esista ancora. Dubito; posti tanto meravigliosi tendono a scomparire, è una legge di natura. Non ricordo nemmeno come si chiamasse. Ma non mi sorprenderebbe che non l’avesse affatto, un nome.
Del resto, importa forse qualcosa? Per me è sempre stato, e sempre resterà, l’hotel a zero stelle, ovvero il mio albergo ideale i cui ospiti tipo dovrebbero essere i vagabondi dell’anima, coloro che ancora gironzolano alla ricerca di sé, senza troppa arte né parte. in questo albergo non poco scalcinato si può stare fin quando si desidera, perlomeno fintanto che non si è compreso quale tipo di sangue cavare dalla propria rapa.
L’ospite può starsene chiuso in camera, come in un sanatorio, leggendo o riflettendo sul proprio passato o su cosa intende fare del proprio futuro. Se ne ha voglia, può scendere dabbasso e scambiare quattro chiacchiere con il portiere tuttofare dell’albergo, che ha sempre qualcosa da dire, qualche lezione di vita da impartire. Inoltre, diversamente dai normali alberghi, l’ospite può esplorare l’edificio dal piano terra sino al tetto, dal quale è possibile ammirare un magnifico cielo stellato nelle serene notti di luna nuova. Può persino bussare alle stanze degli altri ospiti, i quali, essendo vagabondi dell’anima anch’essi, saranno più che felici di accoglierlo e scandagliare in sua compagnia il senso dell’esistere e le relative questioni, che sono poi la chiave per orientarsi nel mondo all’esterno, spesso assai meno inospitale di questo speciale albergo.
Solitamente, un buon albergo a zero stelle si compone di quattro piani perché così vuole il mito della conquista di sé, articolato, come noto, in quattro fasi. Alla maniera del viaggio dantesco lungo i regni ultramondani, il viandante in cerca di sé passa dallo smarrimento iniziale in una qualche selva oscura a tre fasi successive più o meno assimilabili a inferno, purgatorio e paradiso.
È una struttura che ricorre in moltissime storie e leggende, anche se ogni leggenda fa un po’ storia a sé, perché ognuno ha il suo modo personale di perdersi così come ha un proprio inferno, un proprio purgatorio, un proprio paradiso. C’è un primo piano, nel quale l’ospite è ancora spaesato e incerto su cosa fare. E un secondo piano dove lo smarrimento si popola di mostri. E un terzo piano in cui l’ospite cerca la forza di reagire e prende le misure di ciò che lo circonda. E un quarto piano in cui l’ospite raggiunge una forma di consapevolezza che gli consente l’accesso al tetto dal quale tornare a vedere un po’ di luce, quelle stelle che l’albergo non ha.

 

Su “Hotel a zero stelle”

di GIAMPIERO CORDISCO | da Polimeri

Il progetto di Hotel a zero stelle rientra perfettamente nell’idea geografico-letteraria di Contromano, e ne esaspera la prospettiva: se questa collana si fonda su un approccio ai luoghi (che siano luoghi squisitamente sociali-antropici o luoghi del sentire – o se il luogo-libro di volta in volta ricavato sia la risultanza di diverse prospettive bio-geo-letterarie – poco importa), il libro di Tommaso Pincio va a restringere il campo metaforico a un unico edificio, popolandolo delle proprie istanze di vita per mezzo di riferimenti letterari e artistici.
L’albergo, dunque, l’hotel a zero stelle in cui, memore di un passato mai effettivamente trascorso da nomade delle guest house asiatiche e degli ostelli privi di intimità e inutili comfort, Pincio va a costruire una personalissima cosmogonia, è stipato di personaggi che hanno segnato la sua formazione letteraria. Il libro è costruito sulla pianta di questo albergo ideale abitato da splendidi reclusi della vita, da “vagabondi dell’anima… che ancora gironzolano alla ricerca di sé, senza troppa arte né parte”. I piani dell’albergo sono quattro, modellati secondo la mappatura della Commedia dantesca. Ad ogni piano corrisponde un’urgenza di vita dell’uomo-Pincio: la consapevolezza della necessità della menzogna e dell’inevitabilità di una forma di impostura (la selva oscura del primo piano), il terrore del fallimento (l’inferno del secondo piano), l’illuminazione della consapevolezza nei rapporti fra essere ed esistente (purgatorio, terzo piano), la scoperta del Senso che soggiace all’effimero della Vita (paradiso, quarto piano). Il capitolo introduttivo e quello posto ad epilogo perfezionano la circolarità dell’impianto del libro, chiamando in causa l’autore che entra per vie fortuite nel linguaggio letterario dopo aver realizzato l’impossibilità di continuare il percorso pittorico – percorso a cui invece ritorna, con rinnovata coscienza, alla fine del libro, nella vita attuale.
Se questo fosse un romanzo, e se ci trovassimo in altre epoche, potremmo parlare di un magistrale esempio di bildungsroman, con l’ideale della formazione umana che fa da colonna portante all’intera struttura del libro-albergo. Ma questo non è un romanzo, non si tratta in nessun modo di fiction. Hotel a zero stelle è per me un esempio notevole di creative non-fiction: saggistica letteraria d’autore con riferimenti biografici degli scrittori di volta in volta narrati (non “analizzati”, ma “narrati”); e poi c’è la scrittura in sé, la forma che è la sostanza.
La prosa di Pincio è sbalorditiva. È un dettato all’apparenza semplicissimo, dotato di un nitore interno che sembra autoalimentarsi e che è l’espressione autentica del cosiddetto piacere di leggere. Ha una luce tutta sua, una densità perfetta nei rapporti fra pieno e vuoto, e ti mette davanti all’evidenza che fare della scrittura un’operazione di ingegno è un dono. Questo dono si chiama talento: la scrittura di Pincio (in questo Hotel e – sono sicurissimo – negli altri libri che non ho ancora letto) è il talento dell’autore che fa sembrare semplicissimo mettere le parole una dopo l’altra. Quando mi trovo davanti a questo modo di scrivere, mi viene da pensare a come possa essere possibile la progressione. Com’è che una frase dopo l’altra mi ritrovo davanti a una tale quantità di argomenti? Mi sembra strano (e mi sorprende in positivo) che da una forma all’apparenza così semplice possa generarsi un contenuto così stratificato e multiforme. È una forma di sospensione della credulità, ma applicata alla forma, alla prosa in sé, al progredire delle frasi, al lessico apparentemente ordinario, alla ricerca sonora dissimulata in semplicità e naturalezza. Mi trovo davanti a quel modo di scrivere che ti fa sfogliare le pagine per poi tornare indietro regolarmente, perché non riesci a capire esattamente dove, nel testo, siano dislocati i punti di fuga – in pratica, sei in balìa dell’autore, che ti porta a spasso a suo piacimento nei vari corridoi della sua opera. È così che parti da Melville e ti ritrovi a leggere di Warhol prima di arrivare a Caravaggio. Allo stesso modo leggi di Márquez e ti ritrovi in casa di Burroughs, ubriaco marcio, che ammazza la moglie giocando al Guglielmo Tell con una pistola carica. Il tutto senza soluzioni di continuità, sviscerando gli aneddoti biografici più nascosti dei tanti scrittori trattati (Wallace, Parise, Dick, Kerouak, Simenon, Pasolini) in relazione al vissuto umano e intellettuale dell’autore.
Da una scrittura così nitida traspare chiaramente la bontà della persona, e se così non fosse mi trovo davanti a un inganno che lascio perpetrare volentieri. Pincio mi appare un autore validissimo e una persona autentica, sincera: tutto Hotel è (anche) un grosso brano diaristico, in cui vengono elencati, senza paura di mostrarsi nudo al pubblico dei lettori, momenti di riflessione intima sul proprio operato ed episodi cupi della propria storia personale. È sempre grazie alla potenza della scrittura, al piacere indotto dalla lettura, che questo ur-diario non appare affatto pesante, né autoriferito o tra virgolette ombelicale.
La portata, e ho finito: in un momento migliore, in un Paese che sappia valorizzare il lavoro culturale, in un Paese quale questo non è più, un libro del genere verrebbe adottato nei corsi di scrittura creativa, nei corsi universitari di letterature comparate, verrebbe suggerito per le vacanze per i liceali prossimi alla maturità e indicato ovunque come lettura obbligatoria per chi si interessa di letteratura contemporanea. Ho finito.

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Arte veicolazione oltre l’umano: Hölderlin, Kafka, Celan, Burroughs. Contro George Steiner.

George Steiner in Linguaggio e silenzio:

881159709-9“La crisi della letteratura, così come lo conosciamo, ebbe inizio nel tardo Ottocento. Essa scaturì dalla consapevolezza della frattura tra il nuovo senso della realtà psicologica e le vecchie forme dell’espressione retorica e poetica. Per articolare la consapevolezza aperta alla sensibilità moderna, alcuni scrittori cercarono di uscire dai confini tradizionali della sintassi e della definizione. […] Speravano di ridare alla parola il potere dell’incanto – di evocare cose senza precedenti – che la scrittura possiede quando è ancora una forma di magia, usando la scrittura stessa in modi nuovi per passare dal reale al più reale.

[…] A uno scrittore che avverta che la condizione del linguaggio è posta in discussione, che la parola può forse perdere qualcosa del proprio genio umano, si presentano due linee di azione fondamentali: può cercare di far sì che il proprio idioma si rappresentativo della crisi generale, di comunicare tramite esso la precarietà e la vulnerabilità dell’atto comunicativo; oppure può scegliere la retorica suicida del silenzio. Le fonti e lo sviluppo di entrambi questi atteggiamenti sono visibili con estrema chiarezza nella letteratura tedesca moderna, scrittà com’è nel linguaggio che ha più pienamente incarnato e subìto la grammatica del disumano.”

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Burroughs: evoluzione umana, spazio cosmico, mutazione, corpo di sogno. La poetica inevitabile.

William-S-Burroughs-w-gundi WILLIAM BURROUGHS

Avanzo l’ipotesi teorica che noi umani non siamo stati disegnati biologicamente per rimanere nell’attuale stato, non più di quanto un millepiedi sia stato progettato per rimanere un millepiedi. La specie umana è in uno stato di neotenia. Si tratta di un termine proprio della biologia, che descrive un organo predisposto in quella che ordinariamente viene considerata una fase larvale o di transizione. E’ qualcosa di estremamente importante: l’evoluzione consiste in un processo monodirezionale – una volta che sono state perdute le branchie, esse non verranno più riacquisite. Qualunque cosa significhi che un mutamento è in atto, vale il fatto che esso è irreversibile. Ora, se solo si considerano questi passi di un percorso evolutivo, si ha la sensazione che la creatura che lo subisce venga quasi ingannata. Per esempio, per quanto concerne il pesce, una volta che scompaiono le branchie esso ha comunque compiuto un passo involontario, privo di intenzionalità. Non dico che sia un passo in avanti, ma si tratta comunque di un passo evolutivo – cercando l’acqua, il pesce ha trovato l’aria. Forse il prossimo passo che la specie umana compirà verrà effettuato in modo analogo. L’uomo astronauta non sta attualmente cercando lo spazio, sta invece tentando di ripetere i medesimi comportamenti per un arco di tempo più lungo. Il programma spaziale consiste semplicemente in un tentativo di trasportare i nostri insolubili problemi, nella loro totalità, in un luogo differente dal pianeta terrestre. Tuttavia, allo stesso modo dell’entità ittica che arriva a camminare, cercando per lungo tempo, l’umano potrebbe trovare lo spazio anziché ciò che si attende, e scoprire che non c’è modo di tornare allo stadio evolutivo precedente. Un simile salto nel percorso evolutivo implica mutamenti che risultano virtualmente impensabili dal nostro attuale punto di osservazione. L’odierno programma spaziale assomiglia a un pesce in un acquario: esso ha tutto ciò che gli necessita. Se personalmente ritengo che comunque uscire dal pianeta segni un successo dalle tremende implicazioni, è vero che esistono molteplici fattori da considerare. Uno dei più importanti dei quali è il peso. L’umanoide pesa in media 77 kg. Attualmente devono incapsulare un intero ambiente e trasportare l’ambiente, in cui il corpo fisico vive, insieme al peso del corpo stesso. Disponiamo di una modalità estremamente più leggera, cioè il corpo astrale, detto anche corpo di sogno. Si tratta di un modello che ci fornisce un indizio in grado di mutare l’intero scenario. Ricerche recenti hanno evidenziato che i sogni sono a tutti gli effetti una necessità biologica. E’ possibile affermare quando un animale o un umano sono in stato di sogno, rilevando le frequenze cerebrali.
I sogni costituiscono una connessione vitale al nostro destino biologico e spirituale nello spazio cosmico.
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Da Italia De Profundis: ipertesto della “Scena italiana come inferno”

Giuseppe Genna - ITALIA DE PROFUNDIS - minimum faxIl sito ufficiale
ITALIA DE PROFUNDIS su minimum fax
Anticipazione sul blog Il Miserabile
I booktrailer: 1234
Videomeditazioni: La storia non siamo noiStoria di fantasmi
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C’è una parte del libro Italia De Profundis che rasenta l’illeggibilità. Non è illeggibile: rasenta l’illeggibilità, rispetto a canoni di una poetica lineare. Stremante, come stremante è l’Italia, essa è costruita su molti debiti: a Milton, a Blake, a Burroughs e a Zanzotto, soprattutto. L’incomprensibilità di questa parte, rispetto alla quale il lettore viene avvertito con un consiglio di saltarla a piè pari, è anche dovuta a un insieme di riferimenti cripticissimi e che non possono venire esigiti da nessuno che si metta a leggere parole apparentemente deliranti, ma per nulla insensate. Per un’operazione di cui necessitava l’autore di Italia De Profundis, ora questa parte fruisce di apparati: note ipertestuali, più noiose perfino del testo. Sono rimandi a link esterni che segnalano le fonti di citazione e le allusioni rispetto alle quali si è mossa l’intenzione di chi scriveva. Va specificato che tali intenzioni non sono state formulate prima dell’atto di scrittura, bensì all’interno dell’atto di scrittura. Quest’opera di servizio e aiuto alla comprensione mi pareva insufficiente ma necessaria. Molto, in questo ipertesto, è stato ignorato: le note potevano moltiplicarsi ad infinitum.
“Così viene reso, in omaggio, a chi lo desideri”.

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Walter Siti: Il contagio

walter_siti.jpgQuesta recensione è apparsa nel numero di Vanity Fair attualmente in edicola. Si tratta di un contributo assolutamente insufficiente rispetto alla grandezza stilistica e tematica e poetica del romanzo di Walter Siti [a destra una foto dell’autore]. Pur travolto dagli impegni, cercherò di formulare un discorso critico rigoroso e complesso, all’altezza della statura del testo di Siti, in una sede cartacea – poiché credo che il valore rilevante dell’opera lo esiga. [gg]

 

siticover.jpg“Ma perché parli sempre di borgate? Al mondo esiste anche Madison Avenue…” Alessandro Piperno ha fatto questa battuta dissacratoria a Walter Siti, l’inarrivabile autore de Il contagio (Mondadori), per poi trovarsela citata a inizio del libro. State attenti, se vi capita di parlare con Siti: quell’uomo è un’idrovora della realtà. Già curatore dei Meridiani dedicati a Pasolini, docente di letteratura italiana uscito dalla Normale di Pisa, curioso e rapidissimamente meditativo, Walter Siti è tra i pochi grandi autori italiani che possiamo vantare con orgoglio all’estero. Non è più possibile comprendere l’Italia attraverso i romanzi senza passare attraverso la sua opera. Nel romanzo precedente, Troppi paradisi (Einaudi), lo sfondo era quel circo velenoso e inarrestabile che è la tv, messo in cortocircuito folgorante con una riflessione sul destino dell’Occidente come compimento dell’omosessualità, con risultati filosofici superiori al Seme inquieto di Burgess, dove si disegna un mondo totalitario che incentiva i rapporti tra lo stesso sesso. Sia in Troppi paradisi sia ne Il contagio, al centro, c’è sempre lui, lo sguardo che vede tutto e l’orecchio che capta pettegolezzi e notizie da luoghi in cui non c’era: “Walter Siti”. Sembra che tutta l’opera di questo autore, che ha messo alla berlina il nostro dissennato presente, sia un?enorme autobiografia. E’ vero e non è vero. Prendiamo Il contagio: quanto è vero ciò che Siti mette in scena? Si parte e si finisce proprio nelle borgate romane, in un duello all’Ok Corral con Pasolini, di cui Siti si propone come antagonista principe, facendo di Ragazzi di vita il polo opposto della sua operazione letteraria.

Consideriamo il primo capitolo. Tutto avviene in un condominio borgataro in cui si muovono, fibrillanti, alcuni protagonisti del teatro allestito dall’autore. Sono personaggi reali? Walter Siti li ha conosciuti? Oppure li ha creati agglutinando brandelli di aneddoti? Perché in questo luogo, che inizialmente sembra assoluto e quasi la versione trash della Macondo di García Marquez, tutto fa aneddoto e le cose accadono spontaneamente secondo una frenesia che non siamo disposti ad accettare come verisimile, e invece è vera. Nelle prime 25 pagine del Contagio ecco metà di quanto succede: c’è una cena in un loft ricavato da due appartamenti di una casa popolare, girano cocaina e Viagra a profusione, appare “il professore” che sarebbe Siti, il padrone di casa si chiama Gianfranco e viene squadernato nella sua esistenza di spacciatore di medio calibro, l’intero coté sottoculturale borgataro viene descritto passando dal manuale di cucina di Antonella Clerici fino all’insegna del negozio “Il terrore del capello”, la moglie di Gianfranco è incinta dopo un viaggio a Bogotà, un condòmino che si chiama Alessio fa da ambivalente valletto alla coppia, un aspirante al Grande Fratello che si chiama Marcello si fa toccare le natiche, un poliziotto assume cocaina con un post-it arrotolato. Quindi, la moglie di Gianfranco partorisce un feto prematuro, che viene consegnato al marito così: “Il portantino dell’obitorio ciaveva un asciugamano arrotolato… ha preso st’asciugamano, l’ha messo sul tavolo e l’ha srotolato come se fosse ‘n oggetto, ‘na pezza de stoffa… quando ha finito de srotolà io ho visto la regazzina, nun so’ riuscito a dì manco ‘na parola”. E la moglie di Gianfranco viene rispedita a casa dai suoi. Ecco come parlano i protagonisti del libro di Siti: come I Cesaroni, come Taricone (che peraltro appare nel romanzo), come i Vanzina – non c’è difficoltà a capire il loro dialetto sbrodolato, ci è familiare grazie a certa fiction romana. Le storie si intrecciano, il condominio di Gianfranco e Marcello dà l’avvio a un intreccio di storie esilaranti e commoventi, introducendo via via in questo carnevale la prostituta Fernanda, brasiliana, che convive con lo sfigatissimo perverso polimorfo detto Er Trottola, l’immigrata Flora con la figlia che sarà stuprata nei campi terra di nessuno, fino all’avvento del memorabile Obelix, un panettiere petomane di stazza colossale. Scorrono fiumi di droga e si consumano le pratiche sessuali più estreme, omo ed etero indifferentemente, mentre chiunque è spinto dall’impossibile sogno del successo (invariabilmente spettacolare) e della ricchezza stratosferica, e ne viene irreversibilmente bruciato.

C’è del tragico, nel carnevale. E anche del malinconico, il che fa riflettere. E infatti il contagio, nel libro di Siti, è anzitutto un contagio linguistico. Non c’è solo la picaresca lingua di borgata, tutto è tessuto con una precisione che non dà scampo. Accanto alla battuta ridanciana, l’autore si inserisce rapidissimo con commenti, con narrazioni impreviste degli sviluppi altrettanto imprevisti di vicende che abbiamo imparato a conoscere bene.

Fino al momento in cui, salendo magistralmente di tono, Walter Siti fa esplodere due autentici saggi che nessuno può riconoscere come tali, perché sono anch’essi racconto: la storia delle borgate e l’economia della cocaina. Si assiste a qualcosa di impensabile per la letteratura italiana. Pasolini rovesciato perché aveva torto: non sarebbero state le borgate a imborghesirsi, ma la borghesia a imborgatarsi. E, d’altro canto, il sogno del mercato di spacciare una merce che dà dipendenza, tesi mutuata da Burroughs. E tutto questo passando per società camorristiche che si danno alla produzione di film peplum in terra libica, suicidi dignitosi e accoltellate psicotiche, impegno politico e sesso sempre più sfrenato.

Fino alla straziante riflessione amorosa, centrata sul perno del libro, che è il personaggio (bellissimo e ambiguo) di Marcello, l’amante del “vecchio”, del “professore”, di “Walter”. Pagine in cui Siti fa vibrare la corda sentimentale in maniera impareggiabile, quasi sfiorando la letteratura rosa, eppure rimanendo sempre al di qua del limite. Facendo, cioè, di se stesso e della letteratura l’ultimo bastione contro il contagio che, nonostante l’opinione di Piperno, non tarderà a trasformare geneticamente anche Madison Avenue.

Il contagio è un libro definitivo sull’Italia del nostro presente e Walter Siti è autore imprescindibile della nostra narrativa d’oggi.

America: un’installazione propedeutica

americainstallazione.jpgEcco un’installazione che non ha pretese artistiche, poiché la declinazione artistica si condensa nel cut-up operato sul testo, cioè sui versi del poemetto America di Allen Ginsberg (qui la traduzione integrale, eseguita da Rossano Astremo). L’installazione è stata richiesta per una presentazione in un liceo milanese e ha dunque un carattere propedeutico, iconico e storico – una prospettiva sulla civiltà americana in cui si evidenziano per ritmi sonori e immaginali gli urli di Ginsberg. Da questa prospettiva è emendato completamente il comparto per cui l’America è da amare, per quanto ci ha dato in termini di movimenti, controcultura, sperimentazione, arte, pop, scienza sostenibile – emendamento giustificato dall’operazione di montaggio a partire da Ginsberg che, col movimento Beat, emblematizza nella sua totalità simile comparto. E’ dunque un’installazione di pura critica a partire da versi di un artista alternativo al sistema istituzionale americano e per tale va presa.
Le voci che si ascoltano all’inizio e al termine sono di William S. Burroughs e dello stesso Ginsberg, che legge l’incipit del poema Howl. Le musiche sono dei Depeche Mode (remixati da Clarke) e da Glass. Le immagini sono tratte dalla Rete, comprese quelle storiche. La critica di Ginsberg anticipa il problema della fine del sogno americano, della vocazione alla guerra, della pena di morte, della società dello spettacolo, del controllo mentale individuale e di massa. L’appello all’innocenza americana è tutto da interpretare.
Si consiglia il download a chi dispone di fibra ottica o adsl. Come al solito, basta cliccare il link qui in calce, cliccare due volte sull’icona azzura del file .exe scaricato e, per vedere a schermo pieno, cliccare sulla freccina obliqua arancione sulla barra in basso, una volta partita l’installazione.
AMERICA – slideshow – 7’10” – 8.7M

Babsi Jones: in libreria Sappiano le mie parole di sangue

babsicoverrcs.jpgE’ da oggi in tutte le librerie Sappiano le mie parole di sangue, il quasiromanzo di Babsi Jones, la cui officina durante la stesura e le fasi di produzione editoriale è rimasta aperta allo sguardo di tutti i lettori che, da mesi, attendevano l’uscita di questo straordinario oggetto narrativo. Non è questa la sede in cui mi sento di dare giudizi articolati sul libro (non articolati, invece, sì: è indispensabile, è di una potenza che da anni non si riscontrava nella letteratura italiana, è fondamentale da un punto di vista estetico e ancor più politico): ce ne saranno almeno due, atte a questo (come dice Babsi nella sua newsletter, tenete d’occhio Vanity Fair; e poi Carmilla, ovviamente…). Questa è invece la sede per dire due cose. La prima: leggetelo. La seconda: Babsi Jones ha interpenetrato il suo quasiromanzo con un ulteriore capolavoro, un’autentica opera d’arte Web. L’ingresso è il sito www.slmpds.net. Da qui si diparte un labirinto estremo, sono centinaia e centinaia di pagine, in modalità html oppure scrapbook (le immagini di taccuino sono mappate con link). Sì, c’è la sinossi e tutto quanto fa sito ufficiale. babsiprofilo.jpgE’ un inganno. Provate l’esperienza. E’ possibile vedere lo splendido booktrailer ufficiale del quasiromanzo, è possibile ascoltare la sconcertante audioteca con gli incredibili mp3 recitati dall’autrice stessa dal suo libro o a partire da Beckett, Celan e Duras mixati, Sartre e moltissimi altri, oltre a un’ipotetica colonna sonora del libro. Pervaso da una miriade di link, che rimandano a riflessioni, apparati, citazioni da Handke o da Koltés (due esempi tra centinaia…), questo sito esce dalle logiche di Rete e diventa la prima autentica opera d’arte on line, annunciata da altri tentativi collettivi di giungere a un simile risultato: entrando (esiste addirittura la possibilità di una navigazione random, da quanto è impressionante il numero di pagine messe in linea…), è impossibile uscirne, tante sono le suggestioni per immagini, suoni e parole, pensieri e scarti poetici. Sappiano le mie parole di sangue comincia già non essendo letteratura: accade qualcosa, accade una tragedia (l’ossessivo riferimento all’Amleto, con l’esplosione finale dell’Amletario è significativa), e questa tragedia è metabolizzata da una scrittrice, prima di finire su pagina; e, finita su pagina, questa esperienza deborda ben al di là del confine cartaceo di una confezione testuale. E’ questo il senso profondo di una confessione iperbolica, di un’esperienza umana totale dell’umano stesso.
La proposta di Babsi Jones è scandalosa per chi vive l’esistente come esistente, e ne è pacificato o, peggio, ipocritamente e non radicalmente schifato. E’ una proposta di totalità possibile, mai chiusa. Questa proposta richiede un’accettazione o un rifiuto: richiede cioè una risposta.
Sappiano le mie parole di sangue è messo in vendita da Rizzoli, con copertina ammiccantemente fuorviante, a € 16,50.