Il Miserabile Sondaggio su ‘Pagina 3’ di Radio Rai3 (e si continua a votare)

Nicola Lagioia, uno dei due conduttori della trasmissione cultuale mattutina Pagina 3 (in onda su Rai Radio3; insieme a Lagioia conduce Elena Stancanelli), ha dedicato una parte della trasmissione al Miserabile Sondaggio e alle questioni che il gioco solleva: potete ascoltare cliccando qui e andando al minuto 23’55”.
Prosegue intanto il voto, che si chiuderà quando 1.000 persone avranno espresso il loro giudizio. Al momento il podio dell’editore idealmente Miserabile è così composto: minimum fax con quasi il 40%, l’opzione mista (certi romanzi con editore grande e altri con piccolo) ed Einaudi Stile Libero più indietro.
Qui sotto, la tabella per votare. Diffondete a lettori interessati, eventualmente!

Secondo te, quale sarebbe l’editore ideale per i libri del Miserabile Scrittore?
Einaudi
Einaudi Stile Libero
Guanda
Longanesi
Feltrinelli
Bompiani
Rizzoli
Marsilio
Baldini Castoldi Dalai
minimum fax
Un editore grosso per certi romanzi, un editore piccolo per altri
          
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Miserabile Sondaggio (che continua): intervista su Affaritaliani.it e ripresa su RadioRai

VOTA IL MISERABILE SONDAGGIO! QUAL E’ L’EDITORE IDEALE PER PUBBLICARE I LIBRI DEL MISERABILE SCRITTORE? Puoi scegliere qui: http://svel.to/ox

Dopo il pezzo su Affaritaliani.it e quello sul Corriere della Sera, Antonio Prudenzano, già autore di un pezzo circa il sondaggio con cui i Miserabili lettori stanno decidendo per gioco (si fa per dire…) l’editore ideale del Miserabile Scrittore, mi ha intervistato sempre su Affaritaliani.it (qui la versione integrale). Oggi ne ha parlato a RadioRai Nicola LaGioia, che conduce Pagina 3: domani, il podcast. Sotto la citazione, il Miserabile Sondaggio: in due giorni, 500 voti – a 1.000 ci si ferma. Votate, votate, votate.

Giuseppe Genna racconta il suo rapporto con Facebook ad Affaritaliani.it e parla del sondaggio che ha lanciato sul suo sito…
di ANTONIO PRUDENZANO
“In un momento di transizione, vista la fine del mio contratto con la Mondadori, ho sentito il bisogno di sapere cosa ne pensano i miei lettori. Ecco perché ho lanciato un sondaggio per chiedere loro qual è il mio editore ideale…”. Giuseppe Genna spiega ad Affaritaliani.it la sua ultima trovata ‘virtuale’, e racconta il suo rapporto con internet (cominciato già nel 1995) e con Facebook in particolare…

Secondo te, quale sarebbe l’editore ideale per i libri del Miserabile Scrittore?
Einaudi
Einaudi Stile Libero
Guanda
Longanesi
Feltrinelli
Bompiani
Rizzoli
Marsilio
Baldini Castoldi Dalai
minimum fax
Un editore grosso per certi romanzi, un editore piccolo per altri
          
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Sul Corriere della Sera: il Miserabile Sondaggio sull’editore ideale

Insieme ad Affaritaliani, il gioco del sondaggio editoriale sui libri del Miserabile Scrittore è finito anche sul Corriere della Sera. Sotto l’immagine del breve ma sigificativo articolo, il Miserabile Sondaggio, a cui siete tutt* invitat* a partecipare: smetto di proporlo quando si arriva ai 1.000 voti.

Secondo te, quale sarebbe l’editore ideale per i libri del Miserabile Scrittore?
Einaudi
Einaudi Stile Libero
Guanda
Longanesi
Feltrinelli
Bompiani
Rizzoli
Marsilio
Baldini Castoldi Dalai
minimum fax
Un editore grosso per certi romanzi, un editore piccolo per altri
          
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Su Affaritaliani.it: il Miserabile Sondaggio sull’editore ideale. Che va avanti

Non immaginavo che il sondaggio ludico per sapere dai Miserabili Lettori qual è l’editore ideale dei libri del Miserabile sottoscritto sortisse votazioni intense e sconcertanti. Anzitutto i numeri: chi conosce l’audience web sa che sono tanti, se vengono da un blog (un conto sono le visite di lettura, un conto le azioni che si compiono). Poi i risultati: ai Miserabili Lettori non frega nulla né dell’anticipo né dell’eventuale prestigio che un editore di grossa stazza può concedere ai libri del sottoscritto – il quale, secondo ben più che 1/3 dei votanti, ha il suo editore ideale in minimum fax. Qui sotto, replico il sondaggio, che è ancora aperto. Vi invito a votare. Finché non sono raggiunti le 1.000 preferenze, continuo a proporre questo sondaggio. Che, tra le altre cose, ha attirato l’attenzione della redazione di Affaritaliani, la quale gli ha dedicato un articolo.

Secondo te, quale sarebbe l’editore ideale per i libri del Miserabile Scrittore?
Einaudi
Einaudi Stile Libero
Guanda
Longanesi
Feltrinelli
Bompiani
Rizzoli
Marsilio
Baldini Castoldi Dalai
minimum fax
Un editore grosso per certi romanzi, un editore piccolo per altri
          
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Richiesta a sondaggio ai Miserabili Lettori: quale editore eventualmente per il Miserabile Scrittore?

Detto che non è affatto detto che i libri del sottoscritto interessino ad alcuno degli editori qui sotto elencati, avendo terminato il medesimo sottoscritto il suo contratto con Mondadori, si chiede ai Miserabili Lettori quale sarebbe l’editore ideale per i libri del Miserabile Scrittore. E’ un gioco, null’altro. Va tenuto presente che, dall’anno prossimo, torno in possesso di tutti i libri attualmente in Mondadori, tra cui Nel nome di Ishmael e gli altri thriller, che bisogna valutare se pubblicare presso collane economiche oppure sul Web.

Secondo te, quale sarebbe l’editore ideale per i libri del Miserabile Scrittore?
Einaudi
Einaudi Stile Libero
Guanda
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Baldini Castoldi Dalai
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Lagioia: “Riportando tutto a casa”

Il romanzo definitivo sugli anni ’80 italiani. “Riportando tutto a casa” (Einaudi) di Nicola Lagioia racconta un periodo storico contraddittorio, pieno di luci e ombre, tra droga, eccessi, corruzione, famiglie “sballate” dalla ricchezza improvvisa e figli abbandonati… La recensione di Affaritaliani.it e la video-intervista all’autore.
di ANTONIO PRUDENZANO

LA VIDEOINTERVISTA A NICOLA LAGIOIA

Un trauma che non ti abbandona più, che ha un effetto immediato, addirittura sconvolgente, e un altro a lungo termine, non meno drammatico. Gli anni Ottanta sono stati anche questo, e Riportando tutto a casa (Einaudi) di Nicola Lagioia, lo dimostra lungo quasi trecento pagine catartiche, in cui altissimo e melma convivono naturalmente e anzi trovano proprio nel loro continuo ibridarsi legittimazione letteraria, come raramente capita nei romanzi italiani.
Continua a leggere “Lagioia: “Riportando tutto a casa””

Su Agota Kristof

Uno speciale dedicato alla grande scrittrice apolide-ungherese: un’intervista di Michele De Mieri, un intervento di Paolo Di Stefano, l’incipit dell’ultima raccolta di racconti Dove sei Mathias?, una nota di Maurizia Balmelli che ha tradotto La vendetta, il primo capitolo in pdf de La vendetta.

INTERVISTA AD AGOTA KRISTOF
di MICHELE DE MIERI

agota_kristofMinuscola e leggera, con un passo claudicante e un paio di grossi occhiali a fare da schermo ai due occhi quasi sempre socchiusi, Agota Kristof si lascia avvicinare per le interviste che man mano diventano una sorpresa: ben presto infatti la taciturna scrittrice di culto, nata in Ungheria nel 1935 e trasferitasi in Svizzera a 21 anni dopo i fatti in Ungheria, parla di tutto, confessa che non scriverà mai più nulla di così interessante come i tre libri della Trilogia della città di K, non fa sconti alla versione filmica del suo Ieri (firmata da Silvio Soldini col titolo Brucio nel vento): “Troppo melensa e poi l’attrice non era in grado di dare corpo al personaggio di Line”, confessa di leggere pochissimo e di guardare molto la televisione: “prima amavo molto il cinema ma ora ho paura di uscire da sola la sera”. Timori, crediamo, non d’ordine pubblico: a Neuchatel riesce difficile immaginarsi una delinquenza comune che rende le strade insicure le serate, come i suoi personaggi la Kristof ha altre antenne per sentire chissà quali, ben diverse paure.

Come ha cominciato a scrivere e cosa ha significato per lei il passaggio dalla sua lingua madre al francese?

Un mio personaggio, in Ieri dice che è diventando assolutamente niente che si può diventare scrittori. Devo dire che quest’affermazione vale anche per me. Fin dall’infanzia ho amato leggere e scrivere. Tutte le altre cose non avevano nessuna importanza, ma non volevo fare degli studi letterari, diventare un professore. No, non amavo quella strada: ho preferito andare a lavorare in una fabbrica. Lì potevo concentrarmi sulla scrittura, sui miei pensieri, vicino alla macchina che io usavo in fabbrica c’era un foglio su cui scrivevo i miei versi, ed era la cadenza delle macchine a darmi il ritmo di quella poesia. Allora scrivevo in ungherese. Poi ho scritto pochissimo per molti anni: avevo abbandonato il mio paese e stavo lasciando anche la mia lingua per il francese che non conoscevo bene e così mi esercitavo con dialoghi teatrali. Oggi quelle mie prime opere in francese mi sembrano quasi tutte orribili. Non tutte, qualcuna buona c’è. Erano gli anni Settanta.

Continua a leggere “Su Agota Kristof”

Leggete assolutamente L’UBICAZIONE DEL BENE di Giorgio Falco

giorgiofalco_coverMi occuperò di tre libri, appena avrò il fiato di farlo. Si tratta di tre romanzi perforanti: Il tempo materiale di Giorgio Vasta (minimum fax), su cui da mesi rifletto; Il mio nome è Legione di Demetrio Paolin (Transeuropa); e il libro che segnalo oggi, L’ubicazione del bene di Giorgio Falco (Einaudi Stile Libero). Sono tre romanzi che mi appaiono fondamentali per il nostro tempo narrativo italiano.
Il libro di Giorgio Falco, che non c’entra assolutamente nulla a mio parere con Carver (così ho letto in giro), ma c’entra tantissimo con Cheever e con una tradizione italiana in cui vedo Volponi assai presente (congiunto obliquamente con una linea “impossibile” che da Leopardi, passando per Pascoli, attraversa Michelstaedter – ma sia chiaro: queste sono impressioni mie e soltanto mie), non è una rappresentazione mimetica e nemmeno allegorica del presente post-industriale o della faglia temporale che stiamo vivendo: è infatti un romanzo teologico e la post-industria non è un’ontologia, ma una sociologia. Se preso dal verso della rappresentazione cinica di un tempo umano spettrale, L’ubicazione del bene sarebbe un romanzo sociologico: lo sembra, in effetti, e non lo è. Se preso dal versante della meditazione sul Bene, immediatamente il Bene viene inteso come scelta morale, come opzione, come preterizione umana: e ciò anche sembra essere il libro di Giorgio Falco, ma non lo è.
Cos’è allora? Secondo me, questo: è la rappresentazione della difficoltà metafisica che la Città di Dio sia la Città di Dio in Terra.
Non avrei altro da dire e ciò che in effetti più avanti scriverò in maniera più distesa, di fatto, non sarà altro che una desunzione da questa mia impressione, che tenterò di circostanziare in base al testo. Non conosco personalmente Giorgio Falco, ho soltanto letto il suo precedente libro (Pausa caffè, edito da Sironi), per il quale (come, immagino, per questo nuovo testo) c’è da ringraziare Giulio Mozzi (oltre che gli editori, Severino Cesari e Paolo Repetti).
Un unico elemento a conforto transitorio di quanto ho scritto: esiste un processo formale che conduce apparentemente dalla frammentazione all’identificazione di un filo rosso che permette di unificare il libro – da molti nuclei di racconti a un romanzo, in pratica; in realtà, avviene al contempo, nello stesso istante in cui un’unità si crea, la frammentazione di quella. Sul piano dell’allusione a cui rimanda il libro di Giorgio Falco, esattamente come in Falconer di John Cheever, ciò avviene quando ci si domanda, implicitamente quanto concretamente, come portare in Terra la Città di Dio. Ovvero, quale rapporto consustanziale si dà tra il vivente e il morto, tra la potenza incarnata della vita e quella disincarnante della morte.
A tale proposito, riporto un breve stralcio di dialogo da L’ubicazione del bene. Si parla di come nutrire un animale domestico che fino a qualche anno fa era esotico e oggi è invece la normalità dell’esotico: e cioè il serpente – animale che è simbolico assai, ma il cui portato simbolico viene qui trasceso in poche brevi battute:

– E per dargli da mangiare?
– Vuole dargli il vivo o il morto?
– Significa un animale vivo o un animale morto?
– Cibo vivo o cibo fresco morto.
– Cos’ha di vivo?
– Pulcini. Topolini bianchi.
– No, mi impressionano.
– I serpenti adorano il vivo.
– […] Vorrei abituarlo al morto.

Qui non c’è cinismo, non c’è poetica degli oggetti, non c’è ingaggio sul presente. Il significato esonda dalla significazione: l’allusione è a un senso non linguistico. Per questo, se si osserva all’apparenza della trama, si può avere l’impressione di un esercizio ballardiano: ciò che è più distante dal libro di Giorgio Falco. Perché in Ballard non c’è l’assalto metafisico, che è invece la cifra più naturale di Falco, a mio modo di vedere.
L’invito esplicito che formulo è a comperare e leggere L’ubicazione del bene di Giorgio Falco (potete acquistarlo qui). A sostegno dell’invito, la lettura del primo capitolo del romanzo, con uno degli incipit più belli degli ultimi anni di narrativa italiana: qui (in pdf).

Don DeLillo: CONTRAPPUNTO

delillo_contrappunto“Cosa succede quando l’introspezione raggiunge un’intensità tale da annullare il mondo circostante?” – è una non-domanda che Don DeLillo pone in chiusura del suo organismo saggistico-narrativo Contrappunto – Tre film, un libro e una vecchia fotografia (Einaudi, collana Arcipelago, traduzione di Matteo Colombo, 10 euro).
Poiché non credo più al genere “recensione” e nemmeno all’intervento critico che non sia al minimo un piccolo saggio, limito a qualche notazione il mio intervento, privo di qualunque pretesa.
Desidero mettere in relazione parte dell’incipit dell’assai bistrattato (dai critici di ogni nazione, a parte alcune significative eccezioni) Body Art, romanzo dello stesso DeLillo, con la non-domanda suddetta:

“Il tempo sembra passare. Il mondo accade, gli attimi si svolgono, e tu ti fermi a guardare un ragno attaccato alla ragnatela. C’è una luce nitida, un senso di cose delineate con precisione, strisce di lucentezza liquida sulla baia. In una giornata chiara e luminosa dopo un temporale, quando la più piccola delle foglie cadute è trafitta di consapevolezza, tu sai con maggiore sicurezza chi sei. Nel rumore del vento tra i pini, il mondo viene alla luce, in modo irreversibile, e il ragno resta attaccato alla regnatela agitata dal vento.”

Esiste dunque un’apparentemente insanabile contraddizione circa l’oggetto della narrazione di DeLillo, che fa da filo trasparente alla sua produzione che segue l’uscita di Underworld. L’oggetto è infatti vuoto (rimando alle mie note sul Personaggio Vuoto, se a qualcuno interessasse navigare in simili acque): l’oggetto vuoto è la consapevolezza stessa.
L’introspezione giunge a un’intensità altissima quando l’oggetto di percezione dell’introspezione è la coscienza stessa, cioè ciò che regge la percezione e la permette. Ne fuoriesce consapevolezza.
In un primo momento, l’attività di ricerca di consapevolezza, sia essa necessitata e voluta oppure suppostamente casuale, fornisce alibi psichici all’umano per esprimere l’ultima forma qualificata e qualificante di sé: cioè il proprio talento, che è il proprio destino. E’ un’intera corte regale di vizi e virtù, che sembra permettere l’espressione del talento e invece, al contrario, condiziona il talento stesso: nell’intensissima introspezione si manifesta paura, disagio, follia, fenomeno psicologico ed emotivo, somatosi, et alia, in cambio dell’approdo a una forma, che è sempre una forma di se stessi.
Se, tuttavia, la forma è veicolo di consapevolezza e la ricerca della forma avviene al buio, mentre si sta creando (e si cerca la forma nell’attività poetica: intendo latamente poetica, cioè artistica – vale a dire di scrittura narrativa e in versi, di arte visiva, di performance, di musica, di arte plastica, di teatro), ciò che accade è quanto viene narrato nella citazione da Body Art: tutto succede tranne che il mondo circostante sia annullato. Anzi, si manifesta un’attenzione consapevole che è disponibile a centrare il proprio fuoco su qualunque fenomeno si presenti ai sensi o alla mente.
La risposta alla non-domanda di DeLillo è: quando l’introspezione raggiunge un’intensità tale da annullare il mondo circostante, appare la paura. La paura assume una forma psichica che può esternamente essere percepita come follia, bizzarria, creatività, esorcismo, ipersensibilità e un’infinitudine di altre interpretazioni. DeLillo inerisce a una domanda autentica, in pratica, che è implicita in Contrappunto e sarebbe così formulata:

“Cosa succede quando l’introspezione raggiunge un’intensità tale da non annullare il mondo circostante?”

Tale e ignorata è in definitiva la questione di Body Art, di Cosmopolis, dell’incipit de L’uomo che cade. Propriamente, è la questione che l’occidente rifiuta di affrontare. Per questo motivo, DeLillo è lo scrittore più tragico, più comico e più nascostamente epico del nostro tempo (e non intendo “epico” secondo la significazione data dalla critica ciechissima quando rivendica Underworld come “testo epico che narra l’America e la Storia”).
Contrappunto – Tre film, un libro e una vecchia fotografia sono 20 pagine che possono essere accostate a una raccolta di sutra orientali e che, come le raccolte di sutra, narrano in una maniera a cui l’occidente contemporaneo pare non essere più abituato: narrano il percorso che ha per esito l’approdo al vuoto, cioè alla possibilità che le foglie viste possano essere trafitte di consapevolezza.
Ecco un esempio di misinterpretazione che non dipende dall’interprete, bensì dall’impossibilità dell’occidente a togliersi le vesti e a recuperare la naturalezza della nudità in questo tempo. Scrive di Contrappunto Michele Lauro su Panorama (confondendo la questione essenziale posta da DeLillo, poiché la trappola interpretativa è sempre la contrapposizione di opposti mentali, spesso di derivazione Romantica, come, nel caso di Lauro, il conflitto genio/follia):

Don DeLillo sperimenta sulla pagina scritta la composizione di voci sovrapposte, prendendo spunto, anzi facendosi suggestionare, da un insieme di suoni, parole, immagini statiche e in movimento. Le voci sono quelle di tre geniali artisti attivi nella seconda metà del secolo scorso. Il pianista canadese Glenn Gould (1932-1982) è protagonista del secondo dei film citati nel sottotitolo, Trentadue piccoli film su Glenn Gould, 32 ovviamente come le Variazioni Goldberg di Bach – il re del contrappunto – opera su cui Gould si cimentò per tutta la vita e che rimase fra le sue interpretazioni esemplari. La figura del pianista è in stretta risonanza con il primo dei film, Atanarjuat, algida visione di antiche leggende inuit ambientate nel profondo Nord, uno spazio geografico-interiore da cui Gould era profondamente, ossessivamente attratto (isolamento, solitudine, estasi), anche se in vita non riuscì mai a raggiungere il Canada artico ovvero la sua idea di Nord. La voce dello scrittore austriaco Thomas Bernhard (1931-1989) si accorda alle note del pianista: un suo libro, Il soccombente, si apre infatti con un suicidio che si consuma nell’ascolto della prima Variazione Goldberg eseguita da Gould. Non solo. Tra Bernhard e Gould si assiste a una progressiva fusione: “Le identità di autore, narratore e personaggio sfumano l’una nell’altra” dice DeLillo. Lo stesso Gould nella sua opera “non si limita a reimmaginare Bach, ma intavola una sorta di dialogo correttivo con se stesso”. Il terzo film, Thelonious Monk: Straight No Chaser, si apre sulle note sbilenche del piano di Thelonious Monk (1917-1982), icona jazz e con melodie come Round Midnight divenute patrimonio immortale nonché personaggio bizzarro, indecifrabile e dedito agli eccessi, fino alla schizofrenia che ne ha minato gli ultimi anni di vita. Monk è fra i protagonisti anche della “vecchia fotografia” scattata al Village nel 1953, che lo ritrae in compagnia degli altri santoni del be-bop: Charlie Mingus, Roy Hanes e Charlie Parker.
Mentre le voci dei tre virtuosi si inseguono in contrappunto, il lettore scivola nel cuore della melodia per affrontare l’interrogativo cruciale. Le oscure controparti del genio luminoso sono – fin dalle civiltà antiche – la solitudine, la distanza, l’introversione, l’isolamento dalla società, fino all’inevitabile malattia. “Cosa succede quando l’introspezione raggiunge un’intensità tale da annullare il mondo circostante?”. La domanda chiave non può avere risposta. Nell’urlo muto di Bernhard sull’Etna, nelle dita di Gould che si muovono in spazi immaginari, nella danza derviscia di Monk è l’eterno confine, labile, per lo più invisibile, fra genio e follia [grassetto mio: qui è la conclusione di una prospettiva fuorviante rispetto al non poter rispondere alla domanda sulla consapevolezza. gg].

Sull’Avvenire, l’inutile dialogo col critico Bonura

hitlercovermedia.jpgSulle pagine culturali di Avvenire, il 22 febbraio, è apparso un elzeviro a cura di Giuseppe Bonura, che per la testata cattolica fa il critico. L’elzeviro, che riporto qui di seguito era, come ognuno potrà verificare, insultante nei confronti di Jonathan Littell e di me in particolare. Ho chiesto al capo della Cultura di Avvenire la possibilità di rispondere, civilmente e senza polemiche (la risposta è anch’essa riportata di seguito). Avvenire si è peritato di fare controrispondere al critico bonura, sotto un titolo che mi lascia indignato: Sospette perversioni della metafisica del Male. Come se le ragioni di poetica e di immersione decennale e riflessione nella materia che adduco nel mio breve intervento non fossero neanche esistite, come se Bataille o Deleuze fossero nomi buoni per un teologo più medicine-man che metafisico, il critico Giuseppe Bonura reitera il suo giudizio e ripete il punto che, a mio avviso, è più insultante. Si determina così un’impossibilità di dialogo critico e teorico che, a mio avviso, nonostante gli sforzi dell’attuale generazione editoriale, risulta non praticabile. A questo punto, ciò che uno scrittore dice di un altro scrittore, il dialogo interno a chi condivide, se non le medesime poetiche, almeno l’orizzonte di azione letteraria, è più centrale che mai. E l’interpetazione dei lettori si eleva a giudizio critico molto più interessante e dialogante di quello che la critica ufficiale mediatica è in grado di formulare.

MA SI POSSONO FARE ROMANZI SUL FÜHRER?

di GIUSEPPE BONURA
bonura.jpgIl grande scrittore tedesco Karl Kraus, nel suo diario, scrisse: «Quando penso a Hitler non riesco a pensare a nulla». Kraus era uno scrittore satirico prolifico, e figuriamoci se non avesse avuto nulla da dire sulla marionetta in camicia bruna.
Ma Kraus voleva sottolineare il vuoto totale che gli ispirava il personaggio. In quegli stessi anni artisti e cabarettisti si burlavano dell’ometto che riempiva le piazze. Ma non se la prendevano con Hitler il politico bensì con la borghesia che lo aveva mandato al potere, La borghesia, non temiamo di dirlo, più ottusa e feroce di tutta la storia dell’umanità. Questa borghesia era composta di famiglie deliziose: padre, padre, un paio di figlioletti biondi e pasciuti. La passeggiata serale, il gelato, il cinema, i vasi di fiori sul balcone, il canarino appeso sotto la veranda, La tavola era sempre bene imbandita, denaro non mancava, il futuro non aveva ombre. Ma ecco che questa stessa borghesia così bonacciona si metteva ad abbaiare e mordere come un rottweiler appena sentiva odore di ebreo. Parliamoci chiaro, se nono ci fosse data questa borghesia danarosa, ipocrita, egoista e razzista Hitler non avrebbe mai osato inventare i Lager.
Lui sapeva che dietro le sue spalle c’era un esercito in borghese che lo spingeva a sterminare gli ebrei con tutti i mezzi. Pochi scrittori e pochi artisti si sono arrischiati, nel dopoguerra, a dipingere questa borghesia feroce. Insomma, la maggioranza dei tedeschi non ha mai voluto fare i conti con se stessa, oppure ha dichiarato che non ne sapeva niente. Figuriamoci. La verità è che per quieto vivere fingevano di non sapere. D’altra parte, a essere onesti, che cosa potevano fare? Gli eroi si contano sulle dita di una mano.
Più ripugnanti di Hitler, se possibile, furono coloro che obbedirono ai suoi ordini con zelo e perfino con entusiasmo. È questa la tesi sottintesa, per esempio del romanzo di Jonathan Littell, intitolato Le benevole (Einaudi), che è la storia di efferato nazista addetto alle camere a gas. Svolge il suo compito con un sadismo delirante, facendola sempre franca dopo la caduta del Terzo Reich. La novità sta nel fatto che la tragedia degli gli ebrei viene vista da un nazista. Invece l’italiano Giuseppe Genna ha avuto la peregrina idea di fare un ritratto a tutto tondo di Hitler (Mondadori). Sono libri di nessuna utilità, esibiscono solo la pornografia del Male, facilissima da scrivere. Il volumone di Genna, poi, conferma la totale mancanza di gusto letterario di questo autore tipicamente mercantile.

Risposta a Giuseppe Bonura

di GIUSEPPE GENNA
Parlare di sé è sempre sgradevole, ma a volte necessario. Il 22 febbraio, sulle pagine di Agorà, Giuseppe Bonura, scrittore e critico, ha affrontato a suo modo il problema se sia possibile o meno scrivere un romanzo su Adolf Hitler. L’elzeviro di Bonura, che contiene una spiegazione storiografica e sociologica circa le possibilità che hanno permesso a Hitler di giungere al potere, non dà rappresentazione alcuna di cosa fu e cosa continua a essere il carnefice tedesco. In chiusura del suo articolo, veniamo convocati Jonathan Littell, con il suo Le Benevole (Einaudi), e io, con il mio Hitler (Mondadori). Il giudizio mi sembra non soltanto sbrigativo, ma ingeneroso: io e Littell avremmo pubblicato “pornografia del Male, facilissima da scrivere”, e “il volumone di Genna, poi, conferma la totale mancanza di gusto letterario di questo autore tipicamente mercantile”. A questo proposito, per quanto mi senta poeticamente distante da Littell, non credo affatto che la sua operazione, straordinaria mappatura modernista di storia e letteratura novecentesche, sia pornografia del Male e neppure immagino che sia stato facile scrivere il romanzo. Quanto al sottoscritto, garantisco che i dieci anni di duro studio e meditazione intorno a Hitler mi sono costati un perenne bagno nell’orrore e una persistente riflessione sulla domanda metafisica: “unde Malum?”. Specifico che, come dimostra lo stesso Hitler, i miei libri non sono oggettivamente bestseller e che con il mercantilismo non ho nulla a che fare. Avere non solo studiato, ma infittito nel libro variazioni da Aristotele a Sant’Agostino a san Tommaso fino al Novecento di Celan, Eliot, Wallace Stevens, Antelme, Wiesel e tutta la teologia della Shoah credo determini che un’eventuale mancanza di gusto letterario vada imputata all’intera tradizione filosofica, poetica e narrativa che abbiamo catalogato sotto l’etichetta “umanismo”. Il punto, in Hitler, è fare metafisica nel romanzo. L’autore è nulla di fronte alla responsabilità della “cosa” che si cerca di rappresentare. La prospettiva critica rispetto a Hitler mi auspico sempre che sia: viene qui demolito o no il mito di Hitler? Ogni posizione, intorno a ciò, è ovviamente legittima.

Sospette perversioni della metafisica del Male

di GIUSEPPE BONURA
Caro Genna, intanto la ringrazio per la ci­vile polemica ( u questo te­ma bisognerebbe fare dei convegni ma ce ne sono già troppi). Una se­conda premessa: ovviamente non sono d’accordo con quello che scris­se Adorno secondo il quale dopo Auschwitz non si potevano più scri­vere poesie. Ma credo che si riferisse alla pretesa autonomia dell’arte. E allora sono d’accordo con Adorno. Ogni artista ha una responsabilità sociale, nessuna scrittura è inno­cente. E veniamo a Littell. Sulla sua fatica, non ci piove. Ma non è que­sto il punto. Il suo protagonista è un pazzo pervertito, per cui sembra che tutto il nazismo fosse un vulcano di pazzi pervertiti. No, i nazisti erano gente comune, che si estasiava al canto dei canarini, anche durante il funzionamento dello camere a gas. La pornografia del Male di Lit­tell sta proprio nel puntare tutto su un pazzo pervertito, così dando un grosso alibi alla vera natura «nor­male » del nazismo. Quanto a lei, caro Genna, il problema è diverso. Prima cosa: il conte­sto. Siccome lo scrittore ha una re­sponsabilità sociale, doveva pen­sarci dieci volte prima di scrivere un romanzo su Hitler. Il contesto sociale, nelle sue frange più estremi­ste, presenta punte nazifasciste, e comunque il culto di Hitler viene tenuto ancora in vita, purtroppo. E più se ne scrive e più viene tenuto in vita, anche se se ne dice peste e cor­na, naturalmente. Perché? Perché il Male assoluto respinge ogni argo­mento in contrario, anzi lo trasfor­ma addirittura in un evento positi­vo. E poi c’è la sua prosa. L’eccita­zione del suo stile non solo non de­molisce il mito di Hitler ma lo rafforza (involontariamente, si ca­pisce). La metafisica del Male è ma­teria teologica. Non fa per lo scrit­tore, il cui compito è lo svelamento della concretezza sociale del Male. E per finire: lei non sarà uno scrit­tore da bestseller, ma la scelta del te­ma è oggettivamente mercantile, dato il contesto di cui sopra. Un cordiale saluto,
Giuseppe Bonura

Ancora il “Corriere della Sera”: Cordelli sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgFuoriesco per un attimo dal protocollo essenziale del romanzo Hitler (non importa l’autore, non importa il libro: importa la prospettiva a cui si guarda la “cosa” – prospettiva che si invoca non essere unica, che si chiede venga anche contestata) e rimetto i panni dello scrittore che ha pubblicato Hitler. In questi panni, oggi, mi accade di essere felice come non mai. Cosa può infatti desiderare un autore, se non una visione critica (che muove anche appunti importanti) da parte di colui che l’autore stesso da sempre giudica un Maestro? Oggi mi è infatti capitato questo: Franco Cordelli, il critico e scrittore che giudico un Maestro (qui l’intervento che tempo fa gli dedicai sulle pagine dei Miserabili) ha scritto un elzeviro per me sconcertante nella Terza Pagina del Corriere della Sera. Perché sconcertante? Perché Cordelli, come so e come dovrebbe essere risaputo, fa la critica per come la critica dovrebbe essere fatta – non c’è intenzione, riferimento o prospettiva a cui io abbia guardato che Cordelli non enunci, analizzi e discuta. Il discorso generazionale che fa è esattamente rispondente alla mia percezione e alla mia intenzione (rimando a quanto ho scritto sullo sfondamento del genere storico a proposito di Antonio Scurati e altri su Carmilla). La memoria, la cultura, la sensibilità al servizio non tanto della legittimazione, quanto dell’affrontamento del testo: io desidererei che l’atteggiamento critico di Cordelli, che a mio avviso ha il suo apice ne La democrazia magica (Einaudi – scomparso dal catalogo; e sarebbe urgente riproporlo, per tutta la mia generazione), fosse la spina dorsale dell’umanismo che guarda al testo come centro fondamentale di ciò che la letteratura irradia, se riesce a irradiare qualcosa.
Desidero ringraziare moltissimo Cordelli per la sua attenzione e per questa sconcertante profondità di sguardo che mi ha regalato, e voglio anche ringraziare la redazione culturale del
Corriere, che ha permesso che il romanzo Hitler venisse discusso sulle pagine del quotidiano di via Solferino ben due volte e da due prospettive diverse. Davvero: grazie.
Riproduco in due modalità l’intervento di Cordelli: può essere letto in pdf cliccando qui sotto o letto direttamente in html di seguito.
L’elzeviro di Franco Cordelli su Hitler (pdf)
franco_cordelli.jpgElzeviro – Il romanzo biografico di Genna

Adolf da vicino
un tipo allucinato

di FRANCO CORDELLI
Se fosse un film, Hitler di Giuseppe Genna (Mondadori) sarebbe rubricato come biopic. Ma è un romanzo, più difficile stringerlo nel genere biografia. Ciò che in esso colpisce è la spasmodica lotta per sfondare i limiti del genere. Si tratta, insomma, di una lotta per lo stile. In senso strutturale il testo si presenta come somma di momenti culminanti, ben centoundici, più uno denominato «Postmortem». Ma questi culmini, tutti insieme, o uno dietro l’altro, formano una storia, più precisamente una biografia, dal principio alla fine, senza clamorose varianti rispetto all’abbondanza di cognizioni in nostro possesso. A proposito di Hitler, è notevole che l’interesse per questo personaggio, benché continuo, vada a ondate. C’è l’onda alta degli anni Cinquanta, da Trevor-Roper a lord Russell a William Shirer, da Grass a Weiss; c’è l’onda degli anni Settanta, con quella fremente speculazione filosofica che è Il processo di San Cristobal di George Steiner, con Canetti geniale lettore di Speer memorialista del suo Führer, e con l’insuperabile summa che è Hitler, un film dalla Germania di Hans Jürgen Syberberg; c’è infine un altro ritorno nei nostri anni: penso al lavoro di Joachim Fest, a Moloch di Sokurov, a Him di Maurizio Cattelan, l’umile-umiliato pupazzo che ora il regista di Fanny e Alexander, Luigi De Angelis, ha messo in scena in rapporto a Il mago di Oz di Fleming; e c’è, infine, The Castle in the Forest di Norman Mailer, che i lettori italiani ancora non conoscono.
Forse è a quest’ultimo (lo dico intuitivamente) che si può agganciare il testo di Genna. Con il grande scrittore americano Genna ha in comune il vitalismo, se non lo sfrenato bisogno di letteratura, o addirittura di scrittura. Al di là di questi dati, di tipo storico, o sociologico, resta l’abnormità dell’impresa e che essa segua a distanza di poco più di un anno Dies irae, un romanzo- romanzo, di ancor più impegnativa mole. D’altra parte, poiché tra le persone ringraziate alla fine del libro figura Antonio Scurati, come non pensare al suo Una storia romantica? Come non pensare che era un libro di mole considerevole e che sia l’epopea di Scurati sia Hitler di Genna sono romanzi storici, di autori nati nello stesso anno, il 1969? Insomma, ciò che a noi appare sovradimensionato, rispetto alle abitudini recenti, per l’ultima generazione è normale, normale che un romanzo debba avere una certa consistenza e che, evadendo dal genere (nella fattispecie la biografia), di nuovo approdi in antico, al romanzo storico.
Sfogliando una qualunque, buona biografia, per esempio La regina Vittoria di Edith Sitwell, si riscontrano stilemi in Genna assai frequenti. «Guardate — dice la scrittrice inglese — guardate Gladstone che, nel Colosseo, al lume di luna, fa la sua proposta di matrimonio a colei che diverrà sua moglie »; e poco dopo: «Guardate Disraeli, lucciola attempata ma sempre luminosa, che altri biografi definiscono una specie di Byron mediterraneo». Questo invito all’attenzione in Genna è costante. I suoi «guardate », «osservate», «preparatevi » sono così incalzanti da conferire al testo tutt’altra dimensione rispetto alla Sitwell. La Sitwell è discorsiva, ci richiama all’ordine in modo incidentale. Avvertendo l’attuale mancanza di fiducia nel romanzo come opera d’arte, Genna è imperativo. Anzi, percussivo, martellante. Per usare l’aggettivo che più spesso ricorre nel testo, è esorbitante. Per Genna, non c’è ritratto che non sia survoltato: «Il volto largo e unticcio di Bormann si sporge verso il Führer, la bocca dalle labbra a ciliegia». Ma Hitler (cioè l’oggetto della sua narrazione) è una non-persona, un punto di vuoto, ovvero il male, anzi il Male: per Genna la Storia è un’entità allegorico- metafisica. Antagonista, rispetto a questo inestimabile deserto (il deserto è dove appare il diavolo), è, nell’inerzia della struttura biografica, lo stile, anzi l’eccesso stilistico: in Hitler di Genna tutto è euforico, esclamativo, lapidario. A soggetto posticipato, o ripetuto e posticipato, ogni frase è breve, fino a configurare una specie di monstrum paratattico.
Ogni frase, come nella psiche di Hitler quale descritta da Genna, è un inizio e una fine, una fine e un inizio. Rapidamente, si passa dagli espressionisti tedeschi ai romanzieri storici di oggi, tutti soggetto e verbo. Hitler davvero non è più una biografia, bensì un libro forsennato e, più precisamente, un allucinato libro di storia allucinatoria.

Spiritual Manituana

spiritual_manituana.jpgOberato dalla correzione delle bozze, dall’ennesima parainfluenza imperante, da impegni non classificabili che rovinano su di me, ho strappato alle ore notturne il lavoro su un’installazione particolare: è un cut-up dal bestseller dei Wu Ming, Manituana (qui il sito ufficiale), che ho titolato Spiritual Manituana. La ragione del titolo è che, nel romanzo, sono nodali i momenti in cui appare e agisce il sovrannaturale – una prospettiva che meriterebbe un saggio. Il cut-up che ho effettuato dal testo dei Wu Ming è quindi una suggestione prospettica: è un climax che parte dalla vicenda storica per risalire alle evocazioni concernenti l’immaginario che, in WM, è sempre realistico, storico e attivo. Non c’è una metafisica staccata dalla fisica, ma i fantasmi esistono, si muovono e muovono (tà fantàsmata erano per Aristotele, nel De Anima, le immagini mentali).
Una precisazione circa un trittico che si vedrà apparire dopo la frase su Betlemme: trattansi di illustrazioni di William Blake. Gli oggetti rituali sono produzioni dei popoli delle Sei Nazioni indiane. Il simbolo finale è quello di Manitù nella sua fase di manifestazione.
La colonna sonora è il pezzo Sacrifice di Lisa Gerrard e Pieter Bourke, dall’album Duality.
L’installazione è visibile per Mac e per Pc se si sceglie la versione html oppure direttamente il file in Flash da scaricare e aprire col browser, mentre il file eseguibile è visionabile solo per Pc (basta downloadarlo e, perché l’installazione sia a schermo pieno, cliccare la freccia obliqua arancione nella barra in basso).
Si consiglia il download a chi dispone di banda larga o adsl.
In calce, di seguito ai link per il download, il testo della poesia.
• Per Mac e Pc: SPIRITUAL MANITUANA – versione html
• Per Mac e Pc: SPIRITUAL MANITUANA – file.swf da aprire col browser [6.4M]
• Per PC: SPIRITUAL MANITUANA– file .exe – [7.3M]