Milo De Angelis, “Millimetri”: la postfazione di Aldo Nove e Giuseppe Genna

E’ in tutte le librerie Millimetri di Milo De Angelis, riedito da il Saggiatore nella collana le Silerchie a 30 anni dalla prima pubblicazione, nella bianca Einaudi. Qui la scheda del libro. A seguire, la postfazione al libro di De Angelis, firmata da Aldo Nove e Giuseppe Genna.

Millimetri: postfazione

di ALDO NOVE e GIUSEPPE GENNA

 

millimetri_deangelisQuando ho aperto per la prima volta Millimetri mi si è spalancato un mondo incomprensibile, ma di quel mondo avevo memoria. Ero un neonato che si guardava attorno. C’era solo il dovere arcaico di entrare in quel mondo, così come per ogni neonato. Avevo sedici anni anni ed è stata l’esperienza più forte che la poesia mi ha regalato. Leggevo quelle parole oscure ma necessarie ad alta voce sul pullman, al mattino presto, andando al liceo. Altri ragazzi ascoltavano. Alcuni ridevano, altri scuotevano la testa, qualcuno restava ammutolito. Poi c’era chi ripeteva i versi che leggevo, diceva che erano pazzeschi, che la poesia è una cosa pazzesca.

 

Era l’esperienza di un campo di forze mai sperimentato prima da me. Conoscevo la tradizione approssimativamente, però in modo sufficiente da essere consapevole che venivo spinto verso voltaggi nuovi e antichissimi. La giunzione del tempo, in Millimetri, avviene per mutismi che non certificano un’impotenza del linguaggio – accade invece l’opposto. Erano anni di psicoanalisi ancora, però a nessun poeta o critico venne in mente di correlare alla poesia di Milo De Angelis l’operazione di una discesa nelle correnti telluriche dell’inconscio, questa sentina di fantasie livide che ha segnato certo Novecento. Non si possono accostare questi versi pensando a una scrittura automatica surrealista, come se fossero fenditure attraversate da fantasmi. C’è al contempo il cosmico e l’interiore, misteriosamente compresenti. Io stavo in quei flutti bui, venivo definendomi alla luce e all’oscurità di quelle immagini contemporanee e prive di tempo. La letteratura vivente si presenta con i crismi dell’indefinibile e del perentorio. Entravo nella mia vita grazie a quella poesia.

 

Raramente la poesia può permettersi di gareggiare con l’esperienza. Millimetri è un’esperienza di lettura che diventa vita subito, bruciando lì perché della vita ha la stessa asprezza che nulla ha a che fare con il realismo, con qualsivoglia realismo. Se il realismo può cercare (senza ovviamente mai riuscirci) di porsi in modo mimetico nei confronti della vita, questi versi ne veicolano l’oscuro pulsare, l’essere nell’altrove di ogni giorno. Il mistero della consistenza dei sassi, il rapporto con i morti, il gusto della pizza. C’è qualcosa di ineffabile e osceno, di mistico e spaventosamente superficiale nell’elenco delle cose che messe assieme compongono la nostra esistenza. Milo De Angelis nel 1983 ha mostrato a molti le giunture di questo elenco, andando a capo “a caso” apparentemente, facendolo invece sempre secondo il Caso che domina la poesia di Lucrezio, che De Angelis ha tradotto stupendamente. L’aleatorio come scienza empirica e già data, il rumore delle parole che è sostanza (“Ciò che sussiste per se medesimo; Materia di cui è formato un corpo, ed in virtù della quale esso ha proprietà particolari; Ciò che vi è di essenziale, di nutriente e di succoso in qualche cosa; Somma, Ristretto di una cosa”, Ottorino Pianigiani, Dizionario etimologico della Lingua Italiana, 1907, Albrighi & Segati Ed.)

 

La potenza dei versi di Millimetri è riconosciuta da Milo De Angelis in più interviste e non ha smesso di permanere, radiazione di fondo e quarta forza che si impone con lo spazio della sua inabitabilità. Sono apici che manifestano un ambiente in cui ogni vita poteva avere inizio e manifestare la sua fine senza preoccupazioni per il teatro del mondo. C’è molta corrispondenza con certo pop degli anni in cui sono cresciuto io – una corrispondenza sorprendente, isotopi della stessa sostanza: nella musica dei Kraftwerk, in certo cinema di Lynch, nella pittura consegnatami da Mark Rothko. Sembrerebbe inadatto accostare versi di poesie con prospettive che criticamente sono considerate esotiche. Tuttavia scatta un cortocircuito che lascia attoniti tra quelle opere e i versi di De Angelis, se solo si pensa che, a parte la critica costretta a un mutismo dal salto quantico praticato con Millimetri, il passaggio che più ha conquistato i moltissimi lettori di quella raccolta è: “In noi giungerà l’universo, | quel silenzio frontale dove eravamo | già stati”. E’ una sostanza cosmica che costituisce il portato della cultura e dell’arte di questi ultimi decenni: ciò che è stato e sarà lo sperimentale.

 

“Ciò che è stato compreso non esiste più” ha scritto Paul Eluard. Millimetri di Milo De Angelis è un libro che non verrà mai capito del tutto e quindi esisterà sempre. Ma la sua compattezza ha delle crepe, e in quelle crepe il senso cade ed emerge di continuo e così il lettore, che procede per illuminazioni e oscurità simultanee, impossibili. Tanta poesia degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta si è compiaciuta della propria oscurità. Qua non c’è nessun compiacimento. Il limite è estremo e reale, mette in gioco tutto. La poesia di Millimetri spinge oltre la poesia, come la Nottola di Minerva prende il volo e non si sa dove arriverà ma prende il volo e ci strappa da noi.

 

Procede testualmente, De Angelis, in una diminuzione delle referenze, che restano tuttavia incancellabili, portando implicito un assalto ai limiti della lingua, secondo il canone dantesco, “transumanar significar | per verba non si porìa”. E così in Millimetri si legge per esempio “Prendete allora | ciò che nel devo si inarca”, laddove si rende manifesta una poetica delle potenze che sfuggono al nome, che sostanziano il nome, correnti di senso che forse soltanto nelle pietre mute hanno un emblema accettabile. E però non c’è emblema, non c’è simbolo, non c’è allegoria, non c’è retorica in questa poesia tutt’altro che oracolare, tutt’altro che spettacolare. Essa pratica una spinta su chi legge, una iniziazione nel silenzio, un turbamento nell’assolutezza della cecità e dell’atto, una macula primaria che fa vibrare e differenzia lo stato iniziale, che è sempre il “non sapere”. Sono evitate le grammatiche del sapere, come accade nella poesia novecentesca, quel Parnaso che include Beckett, Eliot, Celan, Wallace Stevens. “In questa | giuria, voi, travi e | pupille rideste”. Trave, pupilla, giuria, noi siamo diventati in questa poesia e la benediciamo con l’amore che ci ha dato.

 

 

Video: anticipazione da “Fine Impero”, il mio ‘liber niger’.

Giovedì 24 maggio, alle 18.30, presso il Centro artistico Alik Cavaliere(qui il sito) a Milano in via De Amicis 17 (qui la mappa), in collaborazione con NABA (Nuova Accademia Belle Arti – qui il sito), nell’àmbito della manifestazione“Parole immaginate” – reading d’autore e performance, organizzata da Alessandro Bertante e Margherita Palli, il sottoscritto ha affrontato, con il Bertante in persona, anticipazioni dal suo prossimo romanzoFINE IMPERO (annunciato per maggio da Einaudi Stile Libero) e le sue derive testuali collaterali.

Qui sotto, il video che è stato realizzato da un Anonimo Culturale con un device Nokia (voce e ritmo sono lievemente distorti): ringrazio profondamente il rersponsabile del documento filmato. Di seguito, quindi, uno stralcio di testo in anticipazione del misterioso “liber niger” del sottoscritto (qui invece altre occorrenze circa e da Fine Impero su questo sito).

“L’invidia allunga il laccio di malizia che tende alla gente e festeggia scandalizzando gli altri.”

L’invidia allunga il laccio di malizia che tende alla gente e festeggia scandalizzando gli altri.
La mente funziona in questo modo, il corpo inciampa su quel laccio.
Per colei e colui che hanno esaminato a questo modo la mente e il corpo, esiste la possibilità che avere perduto tutto o perdere tutto sia, se non un sollievo, l’approdo a una certa indifferenza verso il mondo.
Così pensavo mentre in taxi ondeggiavo con le donne che non smettevano di parlare, trasbordando al luogo delle sfilate. Vorticavano le loro chiacchiere cattive.
“Una perfezionista sa che può sempre migliorare”, “Quando arriva, a Parigi, urlano Voiçi l’italienne!”, “Quando compare nei backstage!”, “La stessa esclamazione che Coco Chanel utilizzava per Elsa Schiaparelli!”, “Ha rischiato di perdere il dono della voce”.
I doni sono trappole: rischiano infatti di essere goduti e quindi di esaurirsi, oppure di essere perduti e quindi nemmeno goduti. Sono attaccamenti che si esigono dalla vita.
“La televisione lo esige”.
C’era una vespa imprigionata al di qua del vetro del lunotto termico posteriore dentro il taxi. Il ronzio di quella vespa assunse le proporzioni di un strepito, ne avevo l’impressione. Un altro ronzio mi giungeva sempre più distante, le donne come vespe sembravano insistere battendo contro i vetri dei finestrini da di fuori.
Ero preoccupato, la nuca, il collo, la vespa, dietro, dove era?
Il taxista sedeva indifferente, guidava senza subire la distrazione.
Erede di glorie, inconsistente bambino di polvere, immortale inerme, insetto infinito.
Quale prerogativa ha l’ora umana?
[…]

Dall’incantamento mi riscosse la frenata dolce del taxi, in corrispondenza dell’entrata in un edificio cubico nero. Era il luogo della moda. Qui ha luogo la sfilata.
Festeggia scandalizzando gli altri.
Mi sollevo con il capo puntato verso lo zenit, i piedi al nadir, le anitre selvagge volano radenti le paludi etrusche, feci aruspicinii ascoltando lo schiocco delle viscere di un animale, forse una grande scolopendra, ne avevo l’impressione.

© Giuseppe Genna – Ogni pubblicazione priva di consenso dell’autore è da ritenersi illegale e passibile di denuncia.

Philip Roth: “Guardando Kafka”

Un’intervista di Antonio Monda a Philip Roth, uscita su la Repubblica, in occasione della pubblicazione einaudiana di «”Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno”, ovvero, guardando Kafka». L’omaggio e l’affronte di un grande scrittore a un genio della letteratura.

di ANTONIO MONDA | da la Repubblica, 16 Maggio 2011

Philip Roth aveva appena compiuto quaranta anni quando scrisse “Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno”, ovvero, guardando Kafka, uno dei suoi scritti più inventivi, sofferti e bizzarri, uscito per Einaudi (pagg. 40, euro 8, traduzione di Norman Gobetti). In quel periodo scoprì una fotografia dello scrittore ceco scattata quando Kafka aveva la sua stessa età. L´immagine lo colpì profondamente, e decise di scriverne: «È il 1924, con ogni probabilità l´anno più dolce e pieno di speranza della sua vita adulta, e l´anno della sua morte». La foto comunica in primo luogo angoscia, e Roth riflette sulla tragedia che avrebbe sconvolto il mondo da lì a pochi anni, che Kafka evitò a causa della morte per tubercolosi: «C´è un tratto familiare ebraico nel naso, un naso lungo e leggermente appesantito in punta – il naso di metà dei ragazzi ebrei che erano miei amici alle superiori. Crani cesellati come questo furono spalati a migliaia dai forni; se fosse sopravvissuto, il suo sarebbe stato fra quelli, insieme ai crani delle tre sorelle minori. Ovviamente pensare a Franz Kafka ad Auschwitz non è più orribile che pensare a chiunque altro ad Auschwitz. Ma lui morì troppo presto per l´olocausto».
Questo senso di cupa ineluttabilità e della relazione tra un dramma personale ed una tragedia universale è l´elemento principale di un testo strutturato in due sezioni: una riflessione su Kafka uomo e scrittore (la prima parte è il testo di una lezione all´Università della Pennsylvania) ed una folgorante invenzione letteraria, nella quale si immagina che Kafka si sia trasferito in America, divenga a sua volta docente, nonché amico della famiglia Roth, al punto che i genitori del futuro scrittore americano immaginano di presentargli Rodha, una zia nubile, perché convoli con lei a nozze. Nel breve testo Roth è un bambino di nove anni che insieme agli amici ribattezza Kafka Dr. Kishka, termine yiddish per “intestino”, a causa dell´alito pesante. Il giovane Roth è tuttavia affascinato da Kafka, al punto da imitarne lo strano accento e dai suoi racconti scopre cosa sta succedendo in Europa. «Ovviamente tutto questo è immaginario» racconta lo scrittore nel suo appartamento dell´Upper West Side «ma è assolutamente vera la crescente fascinazione che ho vissuto nei confronti di Kafka, al punto da voler visitare i luoghi in cui ha vissuto e conoscere alcuni parenti».

Che importanza ha avuto per lei Kafka come scrittore?

«L´ho sempre considerato un mago, come Beckett e Bellow: quando lo leggi cerchi di entrare nella sua scrittura e nel suo mondo per capirne i segreti, senza tuttavia riuscirvi. C´è qualcosa di magico, anzi di miracoloso nel suo universo letterario. Le prime cose che ho letto sono stati i racconti: La Metamorfosi e Nella Colonia Penale, poi Il processo, Il castello, America, le lettere e quindi la biografia di Max Brod. Kafka mi affascina ancora di più come persona, con i suoi tormenti ed il suo particolarissimo punto di vista sul mondo. All´inizio degli anni Settanta sono andato ogni primavera a Praga, dove ho conosciuto Milan Kundera ed altri scrittori oppressi dalla dittatura comunista. Rimasi molto colpito dalla loro disperazione e questo mi avvicinò ulteriormente a Kafka. Conobbi anche Vera Saudkova, una delle sue nipoti, che aveva perso il lavoro per questioni politiche. Mi raccontò della madre, e delle altre due sorelle di Kafka, morte ad Auschwitz. Lei era riuscita miracolosamente a sopravvivere perché il padre non era ebreo. In quel periodo cercai di capire l´uomo ancora prima dello scrittore: ricordo che mi mostrò le foto, e i suoi luoghi di lavoro. Feci lo stesso anni dopo, quando conobbi, a Londra, Marianne Steiner, un´altra nipote, figlia della sorella Wally».

E. L. Doctorow ha detto che Kafka non appartiene ad alcuna nazionalità, perché è universale.

«È certamente universale, perché in grado di parlare a chiunque. Era tedesco, ebreo e ceco. Sono elementi essenziali per comprendere la sua intimità e la sua grandezza. La sua lingua era il tedesco, ma quando scriveva in ceco la sua fidanzata Milena supervisionava la scrittura».

L´elemento ebraico dell´opera e della personalità di Kafka hanno avuto molto peso nel modo in cui lei racconta il suo rapporto con l´ebraismo?

«Non ho mai messo le due cose in relazione diretta, certo in Kafka l´elemento ebraico è determinante. Per quanto mi riguarda, è evidente che si tratta del tema centrale di tutto il mio lavoro».

Che importanza ha avuto nella sua vita l´insegnamento?

«Ho sempre amato insegnare. Ho iniziato a Chicago subito dopo il servizio militare, ed avevo appena ventiquattro anni. Poi ho insegnato all´Università della Pennsylvania per dodici anni. È stata la mia vera educazione letteraria: dovevo studiare gli autori che insegnavo, per essere in grado di discutere con gli studenti».

Quali erano gli autori che prediligeva insegnare?

«Scrittori europei: tra gli italiani Ignazio Silone, Primo Levi e Carlo Levi. Tra i francesi Colette, Genet, Céline e Mauriac».

Ha avuto a sua volta buoni maestri?

«Ho studiato al Bucknell College, in Pennsylvania: non era una grande scuola, ma nel mio dipartimento c´erano degli ottimi professori, e ho capito quanto possa essere determinante una buona educazione. Ricordo in particolare le lezioni su Beowulf e Virginia Woolf».

Lei immagina che Kafka inviti la zia Rodha al cinema. Come mai?

«Perché era il modo per evadere dalla quotidianità, di sognare. Il luogo dove ci si poteva innamorare. Rodha è un personaggio inventato, ma avevo una zia che le assomigliava molto, che rimase nubile tutta la vita».

Kafka incoraggia la zia Rodha a recitare nelle Tre Sorelle di Cechov.

«È una idea che mi è venuta da una lettera di Kafka, nel quale cita Cechov, con evidente ammirazione».

Nella sua storia immaginaria in America, Kafka rimane un uomo alienato dalla società che lo circonda.

«Altrimenti avrei tradito il vero Kafka. La mia storia cerca di riproporre alcune sue caratteristiche: le angosce, le incertezze, le fragilità di un uomo tormentato, ma anche alcune insospettate certezze».

Saul Bellow ha scritto che “nella storie della tradizione ebraica il mondo, e persino l´universo, ha un significato umano. L´immaginazione ebraica si è resa colpevole di ‘sovraumanizzare’ ogni cosa”.

«In questo sono diverso da lui: io temo che la vita ci porti troppo spesso a “sottoumanizzare”. Credo in altre parole che si debba partire sempre dagli esseri umani».

La cosa più tragica è che il Kafka immaginario “Non lascia nemmeno libri: niente Processo, niente Castello, niente diari”. Sembra che l´arte sia più importante della stessa vita.

«No, assolutamente no. Come scrittore, e soprattutto come appassionato di Kafka lamento la possibile assenza di grandissimi libri, ma la vita viene sempre prima. Altrimenti non sarebbe possibile fare buona arte».

Don DeLillo: PUNTO OMEGA

point_omega.jpgSul supplemento letterario del “New York Times”, il non eccezionale narratore Geoff Dyer (di cui intendo ricordare unicamente lo splendido Natura morta con custodia di sax, edito in Italia per i tipi Instar) esprime una considerazione che, da quanto si legge in Rete e su carta, sono in molti a ritenere corretta: e cioè che, dopo l’esplosione paraepica di Underworld, uno dei pesi massimi del romanzo americano fin de XX siècle, Don DeLillo è andato sgonfiandosi, depotenziandosi, deludendo, con libri minuscoli troppo autoreferenziati, densi di metalivelli evitabili, come Cosmopolis, che Dyer definisce “un alto-concettuale auto-karaoke”, mentre il precedente Body art era un calando già preoccupante. Come si faceva a scuola, nei temi, dopo avere comperato il quinterno a righe, tenterò di smentire il giudizio critico di Geoff Dyer: utilizzando cioè la premessa del “Secondo me”. E’ dalla quinta elementare che non facevo così, ma a ciò devo ridurmi per definire, in via del tutto personale, frecciabr.gif Punto omega (Einaudi, allo spropositato prezzo di 18.50 euro per 118 pagine…), il più recente romanzo firmato Don DeLillo.
Continua a leggere “Don DeLillo: PUNTO OMEGA”

Si sta per chiudere il Miserabile Sondaggio sull’editore ideale per il Miserabile Scrittore!

E’ con allibimento che annuncio che, entro poche ore, se le votazioni proseguono al ritmo attuale, si chiuderà il sondaggio su quale sarebbe l’editore ideale per i libri scritti dal Miserabile Sottoscritto (http://poll.pollcode.com/y7Q9). E’ possibile votare una volta unica, a meno che non cambiate ip. Si è prossimi agli 800 voti, che sono davvero tanti. A 1.000 voti, il sondaggio si chiude e io trarrò qualche conclusione. Votate e fate votare. O, come si dice oggi: viralizzate. Tanto è un gioco. Qui sotto: l’elenco degli editori da votare.

Secondo te, quale sarebbe l’editore ideale per i libri del Miserabile Scrittore?
Einaudi
Einaudi Stile Libero
Guanda
Longanesi
Feltrinelli
Bompiani
Rizzoli
Marsilio
Baldini Castoldi Dalai
minimum fax
Un editore grosso per certi romanzi, un editore piccolo per altri
          
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Il Miserabile Sondaggio su ‘Pagina 3’ di Radio Rai3 (e si continua a votare)

Nicola Lagioia, uno dei due conduttori della trasmissione cultuale mattutina Pagina 3 (in onda su Rai Radio3; insieme a Lagioia conduce Elena Stancanelli), ha dedicato una parte della trasmissione al Miserabile Sondaggio e alle questioni che il gioco solleva: potete ascoltare cliccando qui e andando al minuto 23’55”.
Prosegue intanto il voto, che si chiuderà quando 1.000 persone avranno espresso il loro giudizio. Al momento il podio dell’editore idealmente Miserabile è così composto: minimum fax con quasi il 40%, l’opzione mista (certi romanzi con editore grande e altri con piccolo) ed Einaudi Stile Libero più indietro.
Qui sotto, la tabella per votare. Diffondete a lettori interessati, eventualmente!

Secondo te, quale sarebbe l’editore ideale per i libri del Miserabile Scrittore?
Einaudi
Einaudi Stile Libero
Guanda
Longanesi
Feltrinelli
Bompiani
Rizzoli
Marsilio
Baldini Castoldi Dalai
minimum fax
Un editore grosso per certi romanzi, un editore piccolo per altri
          
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Miserabile Sondaggio (che continua): intervista su Affaritaliani.it e ripresa su RadioRai

VOTA IL MISERABILE SONDAGGIO! QUAL E’ L’EDITORE IDEALE PER PUBBLICARE I LIBRI DEL MISERABILE SCRITTORE? Puoi scegliere qui: http://svel.to/ox

Dopo il pezzo su Affaritaliani.it e quello sul Corriere della Sera, Antonio Prudenzano, già autore di un pezzo circa il sondaggio con cui i Miserabili lettori stanno decidendo per gioco (si fa per dire…) l’editore ideale del Miserabile Scrittore, mi ha intervistato sempre su Affaritaliani.it (qui la versione integrale). Oggi ne ha parlato a RadioRai Nicola LaGioia, che conduce Pagina 3: domani, il podcast. Sotto la citazione, il Miserabile Sondaggio: in due giorni, 500 voti – a 1.000 ci si ferma. Votate, votate, votate.

Giuseppe Genna racconta il suo rapporto con Facebook ad Affaritaliani.it e parla del sondaggio che ha lanciato sul suo sito…
di ANTONIO PRUDENZANO
“In un momento di transizione, vista la fine del mio contratto con la Mondadori, ho sentito il bisogno di sapere cosa ne pensano i miei lettori. Ecco perché ho lanciato un sondaggio per chiedere loro qual è il mio editore ideale…”. Giuseppe Genna spiega ad Affaritaliani.it la sua ultima trovata ‘virtuale’, e racconta il suo rapporto con internet (cominciato già nel 1995) e con Facebook in particolare…

Secondo te, quale sarebbe l’editore ideale per i libri del Miserabile Scrittore?
Einaudi
Einaudi Stile Libero
Guanda
Longanesi
Feltrinelli
Bompiani
Rizzoli
Marsilio
Baldini Castoldi Dalai
minimum fax
Un editore grosso per certi romanzi, un editore piccolo per altri
          
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