Ancora Piperno sul Corriere: su Le Benevole di Littell

hitlercovermedia.jpgRiprendo qui lo splendido articolo di Alessandro Piperno su Littell, apparso quest’oggi nelle pagine culturali del Corriere. Non concordo in nulla su quanto Piperno scrive della questione che è per me il buco nero della rappresentazione ne Le Benevole: cioè l’invenzione di una mimesi per me oscena nel campo di concentramento. Sono certamente convinto, come Piperno, che Le Benevole siano un romanzo con cui e su cui confrontarsi. Non sono convinto della critica iperbolica che ne fa Alessandro: l’ambizione esplicita dell’autore amerigo-francese è proprio quello di fare un romanzo “assoluto” (per usare una delle tre scomode parole impiegate dal mio amico Piperno), ma proprio per questo il risultato va valutato in due sensi. Il primo dei quali (ed è il meno impegnativo) è se Littell sappia narrare fino in fondo, ponendosi tale ambizione: la mia risposta (ma è solamente mia) è negativa, il libro non regge nella seconda metà e crolla nel finale, e solo parzialmente è embricato nel mondo che Piperno convoca quale materia unica della letteratura. Il secondo punto riguarda l’assoluta confusione che Piperno (ma la fa Littell a monte) stende tra due aggettivi, “religioso” e “metafisico”. Poiché si è qui e ora perduta la percezione dell’elemento metafisico, si scade a quello religioso, che è estetizzabile. “Metafisico” non significa nemmeno “oscuro” o “mistico” (questa incredibile miscomprensione che dobbiamo a secoli di cattolicesimo…). Se non si parte dal dato metafisico, è assolutamente incomprensibile la posizione di Lanzmann. Il quale, proprio, non estetizza il dato reale – dice che la letteratura è penultima, che la realtà ha un punto impenetrabile per i linguaggi (e l’apicalità della realtà che sta alle radici di tutto il contemporaneo, come Atene e Gerusalemme stanno alle radici dell’occidente: mi riferisco all’apicalità dei campi di concentramento nazisti). Se l’immaginazione non entrasse in questo conflitto, che né la filosofia né la letteratura e nemmeno la mistica possono risolvere, non esisterebbe “forma”. E’ dunque, a mio parere contraddittoria la posizione di Littell, e di riflesso quella di Piperno: due assolutisti della letteratura che relativizzano a priori l’elemento unico di ogni assolutezza, cioè quello metafisico. Le Benevole, solo in questo senso, è un libro irresponsabile e dannoso. Ciò non toglie che sia un gran libro. Ma finché non ci si mette d’accordo sulla percezione di ciò che è metafisico (il che, preciso ulteriormente, non significa che non sia mondano e reale), le esplosioni di successo spettacolare evocate da Piperno e non realizzatesi in Italia saranno assai facilmente spiegabili così: Littell colpisce un punto sociologico, e non lo fa con la narrazione, che è essenzialmente condensata nei momenti allucinatori di Max Aue. Il modernismo di Littell, la titanica convocazione della tradizione letteraria per dire che siamo tutti fratelli (l’incipit è di Villon: Littell lo usa), porta all’inevitabile conclusione che la letteratura, se riguardata in questo modo, produce essa stessa il rogo dei propri libri, poiché, come la tecnica, si pretende assoluta. Non si percepisce la continuità tra la tradizione umanistica e il nazismo. Né si mette in discussione Hitler, che è per me l’aspetto meno grave del buco nero aperto con estetica raffinatezza da Littell. Si scontrano qui due concezioni di letteratura antitetiche. E’ bene che accada, anche se l’unica a passare sui mezzi spettacolari (stampa compresa) è quella che dice che Stavrogin è “metafisico” in quanto è “malvagio” mentre non si sa cosa sia l’emento metafisico; l’altra visione della letteratura (a cui aderisco con ogni fibra del mio essere) è, nonostante quanto lamenti Alessandro, minoritaria, incompresa e incomprensibile finché non si compie un atto di scavo di ordine metafisico – che non vuole significare diventare religiosi, ma andare a ciò che un materialista come Marx chiamava “radicalismo”.
Tesi – È uscito in Francia «Le sec et l’humide», un’analisi sul materiale utilizzato dallo scrittore. Un romanzo con il quale è necessario confrontarsi

Littell, il male è nel Dna dell’uomo

All’origine delle «Benevole»: la psicologia nazista e la lingua dei carnefici
di ALESSANDRO PIPERNO
benevole.jpgIn questi giorni dietro alle vetrine delle librerie parigine scintilla uno smilzo saggio di Jonathan Littell dal titolo enigmatico: Le sec et l’humide (Il secco e l’umido). Nella postfazione, lo storico tedesco Klaus Theweleit riporta alcune frasi di Claude Lanzmann: «Littell», afferma Lanzmann, «ha inventato la lingua dei carnefici. Ora, per me i carnefici non parlano come li fa parlare Littell. In realtà i carnefici non parlano affatto ». Al che Theweleit insorge: «Su questo punto, Lanzmann si sbaglia. È vero, i carnefici si sono rifiutati di parlare di fronte alla sua telecamera. Ma tra loro hanno sempre parlato».
Theweleit prende capziosamente alla lettera Lanzmann solo per riaffermare che, finché la questione- Shoah verrà affrontata con gli strumenti offerti dalla metafora, essa continuerà a essere quell’anti-Olimpo tenebroso e siderale cui un certo misticismo celebrativo l’ha ridotta. La cosa strana, en passant, è che sia proprio Lanzmann (autore di un film-capolavoro sulla Shoah composto di luoghi, di facce, di corpi, di voci) a rifugiarsi ora dietro detti corrivi e oracolari come «i carnefici non parlano affatto» che fanno il verso alla famosa sentenza di Bataille: «I boia non hanno parole ».
Occorre ricordare che Klaus Theweleit è autore di Virili fantasie,
uno studio teso a dimostrare come il risentimento del nazista scaturisca dal terrore in lui suscitato dalla vischiosità dell’esistenza.

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Il romanzo Hitler su Mangialibri: intervista e recensione

hitlercovermedia.jpgDavid Frati, direttore del ricchissimo sito letterario Mangialibri, si è occupato di quasi tutti i libri che ho pubblicato – già solo per questo motivo vorrei ringraziarlo. Circa Hitler ha fatto di più: non solo a scritto una scatenata recensione che coglie molto di quanto intendevo fare al di là dell’esito testuale e della sua eccedenza, ma mi ha anche intervistato a trecentosessanta gradi. Ne è uscito uno degli speciali più gratificanti per me mai apparsi in Rete, anche perché l’intervista di David Frati è in assoluto una serie di domande per me fondamentali, che meriterebbero una riflessione comune – riflessione che, garantisco, una congrega di scrittori sta compiendo e i cui risultati si vedranno presto, in forme differenti e tutte sorprendenti.
Ringrazio sinceramente David Frati e Mangialibri per lo spazio e l’attenzione immani dedicati a me e a ciò che scrivo.

Genna: Hitler

di DAVID FRATI
“Egli, di fatto, non è. Appare, ma non è. L’amore non è. Il mondo non è. Nemmeno la Germania è. Niente è e lui naviga, bolla oscura nel non essere”.
1887. Klara è la terza moglie di un oscuro funzionario doganale austriaco, Alois Hitler, che ha 23 anni più di lei, e probabilmente è pure sua nipote, non è del tutto chiaro. Nella casa di ‘zio Alois’ c’è entrata per fare la servetta: lui aveva appena divorziato dalla prima moglie per portarsi a casa una procace cameriera di 23 anni, Fanni, che però poco dopo era morta di malattia. Veniva il turno di Klara, sposata dopo una dispensa papale richiesta al vescovo di Linz per la sospetta parentela, che dopo aver perso tre bambini piccoli per colpa della difterite nell’aprile del 1889 dà alla luce Adolf. Lo seguiranno il piccolo Alois, Angela, Paula. Che danno al padre molte più soddisfazioni di lui, a dire il vero. Perché Adolf è un ragazzo sempre con la testa tra le nuvole, un visionario chiuso e cupo. Vuole fare l’artista, figuriamoci. Finché il padre – rigido benpensante asburgico – è vivo, se lo può scordare: piuttosto nerbate sulla schiena e silenzi. Ma quando Alois Hitler muore e Adolf rimane solo con la madre, che lo adora, il ragazzo può dare libero sfogo alle sue velleitarie ambizioni – incurante della disastrosa situazione economica familiare – e recarsi a Vienna, per iscriversi all’Accademia delle Arti Figurative. Non sarà ammesso, e dopo la prematura morte della madre per un tumore precipiterà nell’abisso della povertà, mentre un altro abisso – quello della guerra – è in agguato dietro l’angolo per l’Europa intera. Il futuro più lontano, quello in cui il nome Adolf Hitler risuonerà sinistro in tutto il mondo, è ancora inatteso, impensabile. Eppure così ovvio, così inevitabile…
Previsioni del tempo? Pessime. Un anticiclone di malvagità insiste sull’Europa già dilaniata dalla Grande Guerra, la pelle ancora percorsa dai segni di sutura delle trincee: “l’occhio immobile di questo ciclone, il punto vuoto, lo zero” è un giovane complessato e inconcludente, un debole pieno di rabbia repressa, di dolore e di frustrazioni, tale Adolf Hitler. La sua ascesa e la sua caduta coincidono con uno dei periodi più neri e luttuosi della storia, una storia che Giuseppe Genna, dopo aver piegato alle sue esigenze narrative e al suo stile generi come il noir, la science-fiction, l’horror, decide di raccontare passo passo ‘mettendo in prosa’ una biografia storica, un po’ l’operazione che al cinema si fa con i cosiddetti ‘biopic’. Ma siamo di fronte a un biopic del tutto sui generis (malgrado la evidente influenza – del resto dichiarata apertamente dall’autore – del lavoro di Joachim Fest), perché Genna usa la storia come un liquido di contrasto, per illuminare tessuti tumorali, metastasi, cancrene in wagneriana progressione patologica. Col suo passo enfatico, col suo procedere a sentenze ad effetto, immagine suggestiva dopo immagine suggestiva, licenza poetica dopo licenza poetica, Hitler ricorda il libretto di un’opera rock: una malsana, potente, rumorosa, emozionante, tonante opera rock. Il romanzo (che romanzo non è) ha suscitato le più vive polemiche nell’ambiente letterario italiano, è schizzato nella top ten delle vendite e si è beccato più di una illustre stroncatura. Nemmeno tanto nascoste tra circonlocuzioni complesse e paroloni arditi, le accuse di apologia ‘estetica’ del nazismo, di cattivo gusto, di opportunismo. La chiave dell’interpretazione del libro (e anche del suo eventuale misunderstanding) è senz’altro nel riferimento frequente alla metafora-simbolo del lupo Fenrir, il divoratore degli dei durante Ragnarok, preso di peso dal pantheon norreno, che qui incrocia il cammino di Hitler, lo ispira, lo protegge, lo affianca, lo possiede, lo divora. Ma lo giustifica? Lo glorifica? Lo legittima con un una sorta di imprimatur divino? Fossimo vichinghi di un millennio fa, forse potremmo pensarla così. Ma né noi né Genna andiamo in giro con elmi con le corna e boccali ripieni di idromele, almeno non in orario d’ufficio. E questa storia del tabù, dei tabù letterari, dei temi intoccabili e intangibili con la quale ce l’hanno menata anche quando è uscito Le benevole di Jonathan Littell ha francamente rotto gli zebedei, ci pare armamentario da intellighenzia culturale fintomarxistaperbenista. Decostruendo il culto della personalità del fuhrer nazista, ridotto a involucro di forze politiche e culturali che operano a un livello oltreumano, a fantoccio, a pretesto, ad avatar, Genna celebra la mitologia di Hitler o la demolisce? La seconda che hai detto.

Intervista a Giuseppe Genna

di DAVID FRATI
Genna Giuseppe è una strana bestia, uno di quegli animali mitici da trattato medievale che avevano come minimo ali d’uccello, corpo di rettile e testa di cane. Perché sei senza dubbio uno scrittore colto (nei temi e nel linguaggio), eppure utilizzi il romanzo di genere per comunicare e comunicarti: noir, fantascienza, esoterismo, storia: generi da sempre considerati ‘da B-movie’. Perché non hai scelto la via consueta del ‘romanzo esistenziale’ italiano?
In realtà, la questione che poni è per me centrale. Non si tratta, a mio avviso, di spostare l’attenzione da un genere all’altro, quanto, per poetica personale e per lunga meditazione sulla tradizione letteraria che mi costituisce in ogni fibra, di distruggere qualunque genere, di approdare alla narrazione che implica uno sforzo di invenzione formale. Non solo questo riguarda i generi (noir, thriller, storico), che in realtà sono sottogeneri del genere “romanzo”. Per me è essenziale (ma la prospettiva non intende essere universale: è idiosincratica) di spaccare anche il genere romanzo, che non è capace di reggere una nuova retorica, più intensa dal punto di vista psichico e in diretta connessione con la retorica arcaica. Per esempio, per quanto possa esistere del tragico nel romanzo, il romanzo non può essere tragico, poiché la sua struttura regge solo il tragico moderno. Io cerco il tragico e mi allineo totalmente a chi cerca una nuova epica italiana attraverso la nozione di oggetto narrativo. Guardo allo “Zibaldone” di Leopardi e a “Petrolio” di Pasolini o, più centralmente, a Kafka e Burroughs: narrazione allo stato puro, seppure non lineare, ma per questo non necessariamente postmoderna. Quanto al genere esistenziale, non l’ho praticato finora, ma sto iniziando a lavorare (e credo che se ne intercettino i segnali in “Medium”) proprio a un oggetto narrativo che sia una sorta di mémoire esistenziale spostato.
Da decenni non si fa altro che parlare e scrivere della fascinazione dei nazisti per l’esoterismo, ma tu sei tra i pochi (o forse l’unico) che ha ipotizzato ed esplorato la vicinanza dei regimi comunisti al paranormale…
In “Hitler” ho abolito di proposito l’inconsistente, deviante e per me eticamente oscena ipotesi del “nazismo magico”: nel 1938 gli esoteristi dei circoli, a cui Hitler era stato occasionalmente vicino, finiscono nei campi di concentramento. L’ipotesi regge solo in forza delle follie di Himmler e di Hess – follie che Hitler mal sopportava e derideva. Il paranormale nei regimi comunisti è una questione storicamente accertata e poco esplorata, a partire dai rapporti tra Lenin e il compagno Parvus, decisivo finanziatore della Rivoluzione, di stanza al Monte Verità in Svizzera, tra comunità teurgiche di varia natura. Ma a me, qui, come in passato per i complotti, non interessa il dato in sé: esso mi serve come occasione” narrativa per tentare un’allegoria. Nel caso in cui ho esplorato questo aspetto particolare, io volevo realizzare letterariamente l’invito alla “radicalità” di Marx: che mi porta a sostenere che il comunismo è in fondo non un messianesimo, ma una metafisica. Tutto il contesto mi serviva a chiarire questa parolina scomoda e continuamente male interpretata, che è “metafisica”.

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I Balordi sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgIl blog 2B, ovvero Due Balordi (ma in realtà sono tre), è una delle realtà più acute, irriverenti, esilaranti della blogosfera nostrana. Uno dei Balordi, con lo pseudo marish, mi ha fatto l’onore di recensire e criticare Hitler. Ringraziando per le considerazioni positive intorno al libro, vorrei discutere ciò che secondo l’autore dell’intervento è sbagliato nel romanzo: cioè l’idea che Hitler andrebbe riguardato da un’altra angolatura, che è quella storicistica. Ne approfitto perché, leggendo giudizi negativi su cui non discuto ma che a me paiono ottusi, questo argomento è reiterato all’infinito. Provo a essere sintetico. Avendo lavorato anni su Hitler e su come rappresentarlo, io ho adottato una prospettiva, che è una prospettiva metafisica. La domanda non permette retroazioni stupidamente temporali avanzate da qualcuno (tipo: se si potesse tornare indietro nel tempo e si fosse davanti al neonato Hitler, lo si ucciderebbe o lo si porterebbe via, per farlo crescere in altro contesto – questo è stupido, poiché ciò che storicamente accaduto è accaduto e noi ci troviamo davanti comunque a Hitler). La domanda che io pongo non è definitiva: è la mia domanda e va letta sul piano in cui viene posta, altrimenti sarebbe come se uno aprisse un saggio e si incazzasse perché non è un libro di poesia. La prospettiva è dunque metafisica. Va specificata. Essa si chiede cosa sia Hitler e non perché sia Hitler. La risposta non può essere fornita letterariamente, se non in un modo: attraverso la ripetizione di moduli che, effettivamente e storicamente l’individuo Hitler praticò dall’inizio alla fine della sua scellerata esistenza. Sul piano di una metafisica della storia, la mia risposta è: Hitler accade come punto terminale dell’Occidente, usa l’armamentario umanista degradato e deviato per costruire una macchina che annichila, che porta il nulla. Il fatto che io lo definisca (e non giustifichi la definizione, ma la ripeta per la noia del lettore) “non-persona” mira al mistero dell’accadimento che, ovviamente, si concreta in problemi storici assai vasti: da quello del “consenso” a quello dei contatti con club ed élite che permettono a Hitler l’ascesa. Qualunque mitologia è svuotata, se non ridicolizzata (il lupo Fenrir, per esempio, è lo svuotamento dello stilema della fabula mitologica che dovrebbe invasare Hitler: Hitler demonico, Hitler occupato dallo Spirito del Male – tesi che desidero evitare). Ora, la prospettiva metafisica può essere retta, oggi, dalla forma romanzo? A mio parere sì, ma solo a certe condizioni. Queste condizioni sono stilistiche per quanto riguarda l’autore (che può cannarle alla grande) e di comprensione metafisica per quanto concerne il lettore. Se avessi desiderato scrivere un romanzo storico o a-metafisico, non avrei isolato Hitler, non avrei puntato l’obbiettivo solo su di lui. Avrei scritto un romanzo che non avrebbe avuto come protagonista Hitler, ma la congerie nazista. A me interessava una tesi: che è quella del rovesciamento dell’elenkos aristotelico, ovvero il fondamento dell’umanismo occidentale. Volevo cioè manifestare un non-essere che è: cioè, un portatore di annichilimento. Se non avessi fatto in questo modo (prendendomi rischi e responsabilità dell’errore che potrei avere commesso), l’unicità della Shoah sarebbe stata legata alla storia e a Hitler, prescindendo dall’elemento metafisico che essa esprime. Questa tesi è chiaramente contestabilissima. Ma non vedo perché avrei dovuto tradurre l’ottima e dilagante storiografia hitleriana in forma di letteratura: le ragioni storiche che spiegherebbero Hitler sono già tutte in questa abnorme saggistica. La letteratura, nella mia prospettiva (continuo a ripeterlo: una prospettiva che non è apodittica), ha altro ruolo da svolgere. Io cerco di entrare in un frame individuale che sta temporalmente prima del realizzarsi della formazione storica, dell’esposizione ambientale – per chiedermi cosa fosse Hitler e non cosa fosse un altro che, in quella situazione storica, avrebbe potuto fare ciò che Hitler ha compiuto.
Questo abborracciato tentativo di risposta non è diretto al Balordo che ha scritto del libro in una maniera che davvero mi onora. La questione meriterebbe un dibattito – ma ho verificato che spazi per un dibattito del genere, attualmente, non ci sono. Se si vuole affrontare la logica storicistica, il romanzo Le benevole di Jonathan Littell è il capolavoro a cui rivolgersi. Se si vuole tentare di penetrare cosa sia la prassi (non la teoria) metafisica, forse (forse) Hitler può fornire qualche aggancio – o forse no, perché il testo “esorbita” le intenzioni dell’autore (a ciò si riferisce l’ossessiva reiterazione del verbo “esorbitare”: Hitler diventa equivalente al testo occidentale, che “esorbita” sempre attraverso una finzionalità che spiega da sé l’antiumanismo di Hitler e della letteratura occidentale medesima).

Hitler di Giuseppe Genna

di MARISH
Questo libro, pieno di inevitabili cadute ed imperfezioni, va letto.
Va letto perchè, in un paese paludato come il nostro, trovare uno scrittore che decida di “fare romanzo” della vita dell'”innominabile” va ammirato solo per il coraggio che dimostra.
Pensateci. Vi svegliate e decidete di romanzare Adolf Hitler. Il Male incarnato. Il buco nero delle coscienze del mondo occidentale. Il Nulla fatto uomo come chiosa efficacemente lo scrittore. Non proprio facile come impresa. Anzi, come minimo, da ricovero in ambiente protetto.
Comunque il risultato è efficace. Non si dimentica facilmente come il 99% della produzione artistica italiota e questo è, già di suo, molto importante.
L’argomento è così lontano dalle comodità balneari della nostra scena artistica da far dimenticare alcune cose che non vanno. Su tutte il reperimento delle fonti, in alcuni passi, di non elevato livello e la non brillante analisi della fase da combattente nella prima guerra mondiale. Brillano di contro alcuni passi che raramente ho letto così efficaci in scrittori italiani (la fase viennese ed il dopo guerra nei sanatori sono semplicemente perfette).
Il problema, o forse la grande intuizione dello scrittore non lo so davvero, è l’arrendersi troppo velocemente nel cercare di dare una sua spiegazione alla unicità del personaggio Hitler. Troppo estremo. Troppo inumano. No. Non ci siamo. La valutazione del “pericoloso autocrate” come lo chiamava Liddel Hart non può essere limitata al considerarlo una figura unica e quindi non ripetibile. E’ un figlio, ricordiamocelo, di tempi sanguinari, di ideologie contrapposte che spazzavano cadaveri come vento, di una guerra che aveva costretto una generazione di giovani in due metri di fango per anni. Non si deve dimenticare e da lì bisogna partire o si rimane sempre al punto di partenza. Adolf Hitler e i suoi amiconi. Un gruppo di non umani che nessuno sa perchè e come siano riusciti a portare il mondo sull’orlo dell’annientamento.
Comunque si esce dalla lettura del romanzo non sconvolti ma ammirati si. Ripeto, ci vuole coraggio a prendere in mano del materiale del genere.
Quindi massimo rispetto a Giuseppe Genna.
E daje. Daje tutti.

J.P Rossano sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgJ.P. Rossano è autore di un thriller che mi è stato consigliato e che non ho ancora avuto il tempo di leggere, L’ultima stoccata. Poiché è uno scrittore, è anche un lettore e, in quanto tale, senza avanzare credenziali che ineriscano alla comunità editoriale, mi ha inviato una mail in cui, definendosi semplicemente “un Miserabile Lettore”, mi invitava a leggere la recensione a Hitler che ha pubblicato sul suo interessantissimo blog. Sono molto grato a Rossano, poiché il suo intervento sintetizza un incontro tra intenzioni autoriali ed esito letterario, riportando l’oggetto di indagine del romanzo su un livello metastorico, che interessa il presente. Il rapporto tra Letteratura e Male diviene così il centro di una meditazione assai significativa che l’ultimo decennio di narrativa italiana ha condotto (e da questo punto di vista andrebbe riguardato il successo del genere nero – non semplicemente in un’ottica di mercato, che viene esecrata da pseudopuristi con argomentazioni fintoadorniane). La Storia passa attraverso il filtro della visione letteraria che cerca di guardare non nell’occhio di un supposto Dio, ma in quello del Male: laicizzato e spiritualizzato al di là di ideologie e confessioni, questo Male è di fatto la ripresa di un discorso autenticamente e orizzontalmente metafisico. Per questo motivo ringrazio J.P. Rossano di avermi iscritto in una comunità che tenta questo lavoro di scavo, magari sbagliando, ma fornendo una chiara estetica comune, priva di manifesti, alla rappresentazione letteraria di questo tempo, anche a rischio di essere etichettata come “paraletteratura”.

HITLER di Giuseppe Genna – Il Male e il dovere della Memoria

di J.P. ROSSANO

jprossano.gifA proposito dell’esistenza del Male e della necessità di trovare il coraggio per raccontarlo, abbiamo già scritto (Il noir, il male ed il potere).
Del libro di Jonathan Littell “Le Benevole”, storia turpe di un impunito nazista, un romanzo bello seppur a tratti difficile da leggere, anche.
A questo punto era quasi fatale tanto che mi avventurassi nella lettura di “Hitler” di Giuseppe Genna, quanto che tediassi i visitatori del sito con le mie riflessioni in merito.
Qui scatta, doverosa, una precisazione. Il Genna Giuseppe, JP Rossano, non lo conosce, non gli deve dei favori, non è intenzionato a chiederne e, prima di Hitler, non aveva neppure letto nessuna delle sue opere. Questo va detto subito, tanto per sgomberare il campo da possibili dubbi di partigianeria, se non di convenienza.
Hitler” di Giuseppe Genna, dunque. Lettura suggerita dal mio amico Simone Sarasso, mentre si stava discutendo del libro di Littell e di quanto avesse scritto il sottoscritto in proposito.
Confesso, mi sono accostato alla lettura di questo romanzo con cautela e non poco prevenuto sospetto.
Molto si è scritto su Adolf Hitler, sempre però in forma di saggistica. Se si esclude, forse, “La parte dell’altro di Schmitt, questa è la prima volta che un autore affronta la sfida: Adolf Hitler quale protagonista di un’opera narrativa.
Il risultato: eccezionale ed agghiacciante al tempo stesso. “Hitler” è la sintesi del Male umano.
Basato su precise ricerche storiche, il romanzo di Genna, dipinge un quadro tanto cupo, quanto tristemente realista del suo deprecabile protagonista.
E lo fa emettendo una condanna senza appello. Esatto: l’autore non si colloca fuori dalla storia, vi si getta dentro, trascinando con se l’attonito lettore.
Hitler” è l’impietosa narrazione di come un idiota, tanto patetico quanto maligno, una non-persona (nel senso di antitesi umana) possa essere assurto al sanguinario ruolo che ha avuto nella storia del ‘900.
Nessuna mitizzazione, nessuna assoluzione, nessuna redenzione, come è giusto che sia.
Infanzia devastata, adolescenza demente, turbe sessuali, miseria, fallimenti personali, dura esperienza nelle trincee della I Guerra Mondiale: nulla di tutto ciò può spiegare l’inspiegabile. Se l’Aue del romanzo di Littell è, pur nel suo abominio, un giovane brillante, dotato di buona cultura e figlio di ottime letture; l’Hitler di Genna è un “cretino” sin dalle prime pagine e resterà un cretino per tutto il romanzo, fino all’abisso conclusivo nel Bunker di Berlino.
Mentitore, vile, schizoide, tuttavia dotato di una logorrea trascinante. Imbevuto di una anti cultura, appresa dai peggiori libelli nazionalisti e dalle riviste di antisemitismo dozzinale che circolavano nella Germania di Weimar, Hitler parla, per tutta la durata del romanzo, della sola cosa di cui possa parlare una simile non persona. Del vuoto, del nulla, del niente.
Egli è un untore del nulla, catalizza nella sua non persona tutto il vuoto che lo circonda, lo amplifica e lo sparge come un virus.
Il nazismo si diffonde come un tumore nel corpo malato della Germania della repubblica di Weimar, coagulando attorno a Hitler altri tumori, non persone, Hitler potenziali, dementi meno carismatici, ma altrettanto grotteschi: Goering, Röhm, Goebbels, Hess, Himmler, Bormann.
È un’inarrestabile ascesa: il putsch della birreria, la presa del potere, l’incendio del Reichstag, la “Notte dei Lunghi Coltelli”, il rogo dei libri, i pogrom anti-ebrei. L’autore non ci risparmia nulla e dipinge l’angosciante sensazione che, nel clima dell’Europa del tempo e con la colpevole inazione delle potenze mondiali, la più grande delle tragedie europee avanzi verso l’inevitabile scoppio della II Guerra Mondiale e l’Olocausto.
Odio razziale, miseria e ignoranza: il combustibile. I nazionalismi: il comburente. Hitler e la sua cricca di psicopatici: la scintilla esplosiva.
La narrazione procede sino a che l’orrore raggiunge il suo apice. Lo sterminio degli ebrei, gli Einsatzkommando, i bombardamenti sull’Inghilterra, l’attacco all’Unione Sovietica, la tragedia della VI armata a Stalingrado, i campi di concentramento, le V2, il progressivo collasso del Terzo Reich, sino al delirio degli ultimi giorni in una Berlino da girone dantesco.
Poiché dal punto di vista della trama Genna non inventa nulla, né modifica, ma riporta fedelmente la storia, ciò che colpisce di più del romanzo è lo stile. Esplosivo, la scrittura descrive il delirio trasmettendo la febbre.
La narrazione è marmorea, asciutta sino all’estremo, delinea la scena in modo succinto, mai eccessivo, non si abbandona a fronzoli da fighetti, non concede nulla alla prosa raffinata.
Ogni frase è un colpo di maglio, persino quando è composta di un’unica parola.
Anzi più la frase è secca, concisa, più il suo effetto sulla narrazione e sul lettore è agghiacciante.
Lo stile giusto per descrivere il Male e, soprattutto, per il messaggio più importante del romanzo: un appello privo di compromessi sulla necessità della memoria. La parola d’ordine, dall’inizio alla fine, è Memoria.
Hitler” è, assolutamente, un libro da leggere.
Appare ridicola, se non addirittura offensiva, l’accusa mossa ai romanzi di Littell e Genna, da quel signore che scrive sull’Avvenire  “… libri di nessuna utilità, esibiscono solo la pornografia del Male …”. La pornografia del Male sono le trasmissioni fiume intorno alle villette di Cogne e di Garlasco, i plastici delle scene del delitto esposti nei salotti buoni della televisione, le code per assistere al processo per i fatti di Erba, non dei romanzi di spessore letterario e rigore storico che contribuiscono ad uno dei nostri doveri principali: non dimenticare ciò che è accaduto perché non possa più accadere. Affermare, come ha scritto il medesimo signore, che “…il Male assoluto respinge ogni argomento in contrario, anzi lo trasforma addirittura in un evento positivo…” equivale a firmare una resa incondizionata. Non possiamo raccontarlo, altrimenti egli, il male, rigira a suo favore i nostri argomenti. Tanto varrebbe tacere, allora, lasciare che l’oblio abbia il sopravvento, così che i figli possano tranquillamente ripetere gli errori dei padri, senza che nessun memento possa trattenerli.
D’altronde non potremmo pretendere molto da chi sostiene che “La metafisica del Male è materia teologica. Non fa per lo scrittore…” se così fosse Dante avrebbe dovuto limitarsi al Purgatorio ed al Paradiso, privandoci di quel capolavoro che è l’Inferno, la qual cosa si commenta da sé.

Sull’Avvenire, l’inutile dialogo col critico Bonura

hitlercovermedia.jpgSulle pagine culturali di Avvenire, il 22 febbraio, è apparso un elzeviro a cura di Giuseppe Bonura, che per la testata cattolica fa il critico. L’elzeviro, che riporto qui di seguito era, come ognuno potrà verificare, insultante nei confronti di Jonathan Littell e di me in particolare. Ho chiesto al capo della Cultura di Avvenire la possibilità di rispondere, civilmente e senza polemiche (la risposta è anch’essa riportata di seguito). Avvenire si è peritato di fare controrispondere al critico bonura, sotto un titolo che mi lascia indignato: Sospette perversioni della metafisica del Male. Come se le ragioni di poetica e di immersione decennale e riflessione nella materia che adduco nel mio breve intervento non fossero neanche esistite, come se Bataille o Deleuze fossero nomi buoni per un teologo più medicine-man che metafisico, il critico Giuseppe Bonura reitera il suo giudizio e ripete il punto che, a mio avviso, è più insultante. Si determina così un’impossibilità di dialogo critico e teorico che, a mio avviso, nonostante gli sforzi dell’attuale generazione editoriale, risulta non praticabile. A questo punto, ciò che uno scrittore dice di un altro scrittore, il dialogo interno a chi condivide, se non le medesime poetiche, almeno l’orizzonte di azione letteraria, è più centrale che mai. E l’interpetazione dei lettori si eleva a giudizio critico molto più interessante e dialogante di quello che la critica ufficiale mediatica è in grado di formulare.

MA SI POSSONO FARE ROMANZI SUL FÜHRER?

di GIUSEPPE BONURA
bonura.jpgIl grande scrittore tedesco Karl Kraus, nel suo diario, scrisse: «Quando penso a Hitler non riesco a pensare a nulla». Kraus era uno scrittore satirico prolifico, e figuriamoci se non avesse avuto nulla da dire sulla marionetta in camicia bruna.
Ma Kraus voleva sottolineare il vuoto totale che gli ispirava il personaggio. In quegli stessi anni artisti e cabarettisti si burlavano dell’ometto che riempiva le piazze. Ma non se la prendevano con Hitler il politico bensì con la borghesia che lo aveva mandato al potere, La borghesia, non temiamo di dirlo, più ottusa e feroce di tutta la storia dell’umanità. Questa borghesia era composta di famiglie deliziose: padre, padre, un paio di figlioletti biondi e pasciuti. La passeggiata serale, il gelato, il cinema, i vasi di fiori sul balcone, il canarino appeso sotto la veranda, La tavola era sempre bene imbandita, denaro non mancava, il futuro non aveva ombre. Ma ecco che questa stessa borghesia così bonacciona si metteva ad abbaiare e mordere come un rottweiler appena sentiva odore di ebreo. Parliamoci chiaro, se nono ci fosse data questa borghesia danarosa, ipocrita, egoista e razzista Hitler non avrebbe mai osato inventare i Lager.
Lui sapeva che dietro le sue spalle c’era un esercito in borghese che lo spingeva a sterminare gli ebrei con tutti i mezzi. Pochi scrittori e pochi artisti si sono arrischiati, nel dopoguerra, a dipingere questa borghesia feroce. Insomma, la maggioranza dei tedeschi non ha mai voluto fare i conti con se stessa, oppure ha dichiarato che non ne sapeva niente. Figuriamoci. La verità è che per quieto vivere fingevano di non sapere. D’altra parte, a essere onesti, che cosa potevano fare? Gli eroi si contano sulle dita di una mano.
Più ripugnanti di Hitler, se possibile, furono coloro che obbedirono ai suoi ordini con zelo e perfino con entusiasmo. È questa la tesi sottintesa, per esempio del romanzo di Jonathan Littell, intitolato Le benevole (Einaudi), che è la storia di efferato nazista addetto alle camere a gas. Svolge il suo compito con un sadismo delirante, facendola sempre franca dopo la caduta del Terzo Reich. La novità sta nel fatto che la tragedia degli gli ebrei viene vista da un nazista. Invece l’italiano Giuseppe Genna ha avuto la peregrina idea di fare un ritratto a tutto tondo di Hitler (Mondadori). Sono libri di nessuna utilità, esibiscono solo la pornografia del Male, facilissima da scrivere. Il volumone di Genna, poi, conferma la totale mancanza di gusto letterario di questo autore tipicamente mercantile.

Risposta a Giuseppe Bonura

di GIUSEPPE GENNA
Parlare di sé è sempre sgradevole, ma a volte necessario. Il 22 febbraio, sulle pagine di Agorà, Giuseppe Bonura, scrittore e critico, ha affrontato a suo modo il problema se sia possibile o meno scrivere un romanzo su Adolf Hitler. L’elzeviro di Bonura, che contiene una spiegazione storiografica e sociologica circa le possibilità che hanno permesso a Hitler di giungere al potere, non dà rappresentazione alcuna di cosa fu e cosa continua a essere il carnefice tedesco. In chiusura del suo articolo, veniamo convocati Jonathan Littell, con il suo Le Benevole (Einaudi), e io, con il mio Hitler (Mondadori). Il giudizio mi sembra non soltanto sbrigativo, ma ingeneroso: io e Littell avremmo pubblicato “pornografia del Male, facilissima da scrivere”, e “il volumone di Genna, poi, conferma la totale mancanza di gusto letterario di questo autore tipicamente mercantile”. A questo proposito, per quanto mi senta poeticamente distante da Littell, non credo affatto che la sua operazione, straordinaria mappatura modernista di storia e letteratura novecentesche, sia pornografia del Male e neppure immagino che sia stato facile scrivere il romanzo. Quanto al sottoscritto, garantisco che i dieci anni di duro studio e meditazione intorno a Hitler mi sono costati un perenne bagno nell’orrore e una persistente riflessione sulla domanda metafisica: “unde Malum?”. Specifico che, come dimostra lo stesso Hitler, i miei libri non sono oggettivamente bestseller e che con il mercantilismo non ho nulla a che fare. Avere non solo studiato, ma infittito nel libro variazioni da Aristotele a Sant’Agostino a san Tommaso fino al Novecento di Celan, Eliot, Wallace Stevens, Antelme, Wiesel e tutta la teologia della Shoah credo determini che un’eventuale mancanza di gusto letterario vada imputata all’intera tradizione filosofica, poetica e narrativa che abbiamo catalogato sotto l’etichetta “umanismo”. Il punto, in Hitler, è fare metafisica nel romanzo. L’autore è nulla di fronte alla responsabilità della “cosa” che si cerca di rappresentare. La prospettiva critica rispetto a Hitler mi auspico sempre che sia: viene qui demolito o no il mito di Hitler? Ogni posizione, intorno a ciò, è ovviamente legittima.

Sospette perversioni della metafisica del Male

di GIUSEPPE BONURA
Caro Genna, intanto la ringrazio per la ci­vile polemica ( u questo te­ma bisognerebbe fare dei convegni ma ce ne sono già troppi). Una se­conda premessa: ovviamente non sono d’accordo con quello che scris­se Adorno secondo il quale dopo Auschwitz non si potevano più scri­vere poesie. Ma credo che si riferisse alla pretesa autonomia dell’arte. E allora sono d’accordo con Adorno. Ogni artista ha una responsabilità sociale, nessuna scrittura è inno­cente. E veniamo a Littell. Sulla sua fatica, non ci piove. Ma non è que­sto il punto. Il suo protagonista è un pazzo pervertito, per cui sembra che tutto il nazismo fosse un vulcano di pazzi pervertiti. No, i nazisti erano gente comune, che si estasiava al canto dei canarini, anche durante il funzionamento dello camere a gas. La pornografia del Male di Lit­tell sta proprio nel puntare tutto su un pazzo pervertito, così dando un grosso alibi alla vera natura «nor­male » del nazismo. Quanto a lei, caro Genna, il problema è diverso. Prima cosa: il conte­sto. Siccome lo scrittore ha una re­sponsabilità sociale, doveva pen­sarci dieci volte prima di scrivere un romanzo su Hitler. Il contesto sociale, nelle sue frange più estremi­ste, presenta punte nazifasciste, e comunque il culto di Hitler viene tenuto ancora in vita, purtroppo. E più se ne scrive e più viene tenuto in vita, anche se se ne dice peste e cor­na, naturalmente. Perché? Perché il Male assoluto respinge ogni argo­mento in contrario, anzi lo trasfor­ma addirittura in un evento positi­vo. E poi c’è la sua prosa. L’eccita­zione del suo stile non solo non de­molisce il mito di Hitler ma lo rafforza (involontariamente, si ca­pisce). La metafisica del Male è ma­teria teologica. Non fa per lo scrit­tore, il cui compito è lo svelamento della concretezza sociale del Male. E per finire: lei non sarà uno scrit­tore da bestseller, ma la scelta del te­ma è oggettivamente mercantile, dato il contesto di cui sopra. Un cordiale saluto,
Giuseppe Bonura

Il romanzo Hitler è in libreria! L’anticipazione del “Corriere della Sera”…

hitlercovermedia.jpgE’ da oggi, 15 gennaio 2008, disponibile in tutte le librerie il romanzo Hitler. Nel giorno dell’uscita, il Corriere della Sera dedica al libro un’anticipazione prestigiosa, firmata da Ranieri Polese, tra le migliori firme dell’intero comparto del giornalismo culturale italiano. Qui sotto riproduco integralmente l’ampia anticipazione del Corsera (che ringrazio: è la prima volta che viene dedicata a un mio libro tanta attenzione da parte della testata di via Solferino), così come tenterò di riprodurre su questo sito tutti gli articoli e le interviste relative al libro.
Per scaricare e leggere la versione originale in pdf del pezzo/intervista di Ranieri Polese su Hitler, basta cliccare qui oppure sull’immagine a destra qui sotto.

Anticipazione – Un romanzo sul nazismo visto come punto terminale della crisi dell’Occidente

Hitler, dietro al Führer il Nulla

Il dittatore secondo Genna: un anti-uomo volto solo a distruggere
di RANIERI POLESE
romanzohitler_corriere.jpgUn romanzo con Hitler protagonista è un’impresa a dir poco audace. Ma Giuseppe Genna non ha paura delle sfide. Nel suo noir d’esordio, Catrame (torna in libreria in questi giorni negli Oscar a nove anni dalla sua pubblicazione), riapriva i misteri d’Italia: l’assassinio di Moro, la loggia P2, gli intrighi bancari con nomi e cognomi. Nel 2001, poi, l’uscita del suo Nel nome di Ishmael fu rinviata per certe allarmanti concordanze con l’organizzazione degli attentati alle Twin Towers. Certo, nella imponente bibliografia dedicata al Führer abbondano i saggi storici e le biografie, ma i romanzi scarseggiano. Fra i titoli che si ricordano c’è il recentissimo, ultimo lavoro di Norman Mailer, The Castle in the Forest (infanzia e adolescenza del futuro capo del nazismo) e Siegfried di Harry Mulisch (la ricerca di un figlio presunto di Hitler). Si può pure aggiungere il film Der Untergang – La caduta di Oliver Hirschbiegel, ispirato al libro di Joachim Fest sugli estremi giorni nel bunker. Poi, praticamente, nient’altro. Ma allora, perché un romanzo (Hitler, edito da Mondadori, da oggi in libreria), e perché Hitler?
«Ho cominciato a lavorare su Hitler circa dieci anni fa, come reazione alla rilettura revisionista del personaggio e del periodo che allora si faceva. La scelta della forma romanzo dipende soprattutto da due ordini di motivi. Primo: lo storico con le sue ricerche vuole trovare una spiegazione, una causa. Ma nel caso di Hitler, questo tipo di lavoro nasconde un rischio gravissimo: la deresponsabilizzazione del dittatore. Alcuni così fanno dipendere i suoi atti da una particolare disposizione psichica, altri chiamano in causa la frustrazione dei tedeschi dopo la sconfitta del 1918. E c’è anche chi parla di una congiura esoterica che lo avrebbe portato al potere. Mi sembrava che questo fosse, almeno in parte, un modo per giustificare lui e il male perpetrato: date queste premesse, non poteva essere altrimenti. L’altro motivo riguarda proprio il male, e le domande che noi uomini ci poniamo: che cos’è il male? Perché c’è il male? Questioni che non riguardano lo storico, che appartengono semmai alla metafisica. E alla letteratura. Il cui compito appunto è quello di fare interrogare il lettore sul senso del mondo, magari — come in questo caso — senza fornire una risposta. L’importante comunque è la domanda».
E il suo Hitler, chi è?
«Io vedo in lui il punto terminale, estremo della crisi dell’Occidente. L’antiumano che ha come progetto la distruzione dell’umanità. Il niente che assale il mondo e vuole annichilirlo. È un non-uomo, un essere vuoto, uno che dice di sé di appartenere a “un’altra specie umana”. Un’intuizione questa che ho trovato nella biografia di Joachim Fest, che io preferisco di gran lunga al monumentale lavoro di Ian Kershaw, uno storico in cerca di cause, di motivi che avrebbero determinato ascesa e opera di Hitler».
E come personaggio, Hitler come funziona?
«Direi, quasi, che è un non-personaggio: lui, infatti, non ha evoluzioni, non cambia, rimane lo stesso dagli anni giovanili di miseria e rabbia alla fine in cui chiede ai suoi gerarchi di far scomparire con lui tutto il popolo tedesco. Senz’altro è un soggetto afflitto da disturbi psichici: l’odio per il padre, il legame malato con la madre, i rapporti micidiali con le donne (due sue intime amiche, la nipote Geli e l’inglese Unity Mitford si suicidano; anche Eva Braun, la donna che lo sposerà in extremis, tenta di uccidersi). Senza una vera preparazione scolastica, imbevuto di pessime letture, crede di essere un grande artista e un grande architetto: respinto due volte dall’Accademia di Vienna, coltiva la sua voglia di vendetta. Questo comunque non può spiegare l’enormità del suo operato».
Lei lo definisce un uomo senza idee, senza intuizioni originali.
«Prendeva tutto dagli altri: da Wagner assorbe l’idea del primato germanico. Più avanti si appropria delle teorie antisemite, anche il simbolo della svastica non è suo. Come tutta la destra tedesca incolpa i ricchi ebrei e i comunisti della sconfitta del 1918. La svolta è a Monaco, primi anni ’20, quando scopre le sue capacità oratorie e l’effetto che i suoi discorsi provocano. Ma in fondo il giovane studente che a Linz, nel 1905, credeva fermamente di poter vincere la lotteria e il Führer che nel ’41 comanda a Guderian, ormai a 29 chilometri da Mosca, di spostare la sua armata verso Sud sono esattamente la stessa persona ».
Mailer, nel suo romanzo, fa raccontare la giovinezza di Hitler da un diavolo. Lei mette in scena il lupo Fenrir.
«I lupi sono un’ossessione ricorrente di Hitler. Il quartier generale era la Tana del lupo. Quando conosce Eva Braun, a Monaco, si fa chiamare Herr Wolf; Wolfie era uno dei suoi diminutivi. Nelle allucinazioni di cui a volte soffre, vede lupi. Quanto a Fenrir, il lupo delle saghe nordiche destinato a scatenare la distruzione finale, compare in una lettera di Martin Bormann alla moglie, scritta negli ultimi giorni nel bunker. Non ho voluto inventare niente su Hitler».
Come romanzo, il suo Hitler è fortemente atipico: ci sono frequenti interventi dell’autore che mette in guardia il lettore; il racconto procede per capitoli che a volte sono separati da stacchi temporali non piccoli; ci sono due larghe sezioni dedicate alle vittime dell’Olocausto.
«In queste ultime non uso quasi parole mie, ma un montaggio di testi delle vittime del genocidio: credo profondamente a quanto detto da Claude Lanzmann in Shoah, che è osceno fare opera di invenzione sui campi di sterminio. Per questo giudico molto male le parti del romanzo di Jonathan Littell,
Le benevole, in cui ci fa entrare nei campi. Quanto alla successione di quadri staccati, un po’ risponde al carattere di Hitler, al personaggio che non si evolve, che assomma cadute, fallimenti, ma riparte sempre senza veramente mutare. Infine, gli interventi di chi scrive: sono avvertimenti, chiedo al lettore di non indulgere alla mitizzazione del male, come quando alla fine chiedo di non udire lo sparo con cui Hitler si toglie la vita. Voglio lasciare aperta la domanda, com’è stato possibile tutto questo? Perché il male nel mondo?».
Un romanzo atipico, comunque: il Napoleone di Tolstoj non somiglia per niente al suo Hitler.
«Non potrebbe nemmeno. Hitler è la potenza assoluta del vuoto che vuole annientare il mondo, non ha altro progetto, non si ferma davanti a nessun ostacolo. In questo, fra l’altro, c’è la differenza fra lui e Stalin: sulle similitudini fra i due totalitarismi si è molto scritto, e anch’io concordo con questo paragone. La differenza sta nel fatto che Stalin, seppure a un passo dallo scatenare lo sterminio degli ebrei, non lo mette in atto. Hitler sì. Ma tornando alla forma-romanzo: oggi le gabbie, i generi sono saltati. Non c’è più il romanzo storico tradizionale. Ci sono forme ibride, diverse. Per esempio, American Tabloid di James Ellroy, che racconta la presidenza Kennedy e la preparazione dell’attentato di Dallas, narra la storia americana ma non si può definire un romanzo storico».
Il profilo
Non ha evoluzioni, non cambia, e alla fine chiede ai gerarchi di far scomparire con lui il popolo tedesco.

Avvicinamenti al romanzo HITLER: Paolin su Littell

hitlercovermedia.jpg1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann
3. Avvicinamenti al romanzo: Paolin sulla recensione a Littell di Piperno
4. Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell’errore di Littell
5. Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi
6. Avvicinamenti al romanzo: le bozze
7. Avvicinamenti al romanzo: audio – Levi Della Torre e Mengaldo
8. Avvicinamenti al romanzo: da Autet su Littell
9. Avvicinamenti al romanzo: la rappresentazione del Male
10. Avvicinamenti al romanzo: rappresentare le vittime del Male, rappresentare chi fa il Male
11. Avvicinamenti al romanzo: Giglioli su Littell
12. Avvicinamenti al romanzo: Sebald e Austerlitz


Demetrio Paolin era già intervenuto, a proposito della nozione di “Zona Grigia”, nel dibattito su Littell e il suo Le Benevole. Sulla splendida biblioteca di Babele recensoria che è Bottega di lettura, ha adesso pubblicato un articolo, che condivido in ogni sua sillaba, circa la struttura poetica e immediatamente morale del romanzo di Littell, soffermandosi tuttavia anche sulle implicazioni strutturali e stilistiche, e proponendo un paragone che, ai critici letterari, può apparire scabroso, ma che di fatto non lo è, in quanto è emblematico della leggerezza etica che implica l’atteggiamento poetico di Littell. Ripresento qui di seguito l’articolo di Paolin, che rimane una panoramica penetrante, poiché fa riflettere su temi centrali, che sono poi ancora più centrali per uno scrittore che ha tentato di affrontare la rappresentabilità non del nazismo, bensì di Hitler stesso.

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