Il romanzo Hitler su Mangialibri: intervista e recensione

hitlercovermedia.jpgDavid Frati, direttore del ricchissimo sito letterario Mangialibri, si è occupato di quasi tutti i libri che ho pubblicato – già solo per questo motivo vorrei ringraziarlo. Circa Hitler ha fatto di più: non solo a scritto una scatenata recensione che coglie molto di quanto intendevo fare al di là dell’esito testuale e della sua eccedenza, ma mi ha anche intervistato a trecentosessanta gradi. Ne è uscito uno degli speciali più gratificanti per me mai apparsi in Rete, anche perché l’intervista di David Frati è in assoluto una serie di domande per me fondamentali, che meriterebbero una riflessione comune – riflessione che, garantisco, una congrega di scrittori sta compiendo e i cui risultati si vedranno presto, in forme differenti e tutte sorprendenti.
Ringrazio sinceramente David Frati e Mangialibri per lo spazio e l’attenzione immani dedicati a me e a ciò che scrivo.

Genna: Hitler

di DAVID FRATI
“Egli, di fatto, non è. Appare, ma non è. L’amore non è. Il mondo non è. Nemmeno la Germania è. Niente è e lui naviga, bolla oscura nel non essere”.
1887. Klara è la terza moglie di un oscuro funzionario doganale austriaco, Alois Hitler, che ha 23 anni più di lei, e probabilmente è pure sua nipote, non è del tutto chiaro. Nella casa di ‘zio Alois’ c’è entrata per fare la servetta: lui aveva appena divorziato dalla prima moglie per portarsi a casa una procace cameriera di 23 anni, Fanni, che però poco dopo era morta di malattia. Veniva il turno di Klara, sposata dopo una dispensa papale richiesta al vescovo di Linz per la sospetta parentela, che dopo aver perso tre bambini piccoli per colpa della difterite nell’aprile del 1889 dà alla luce Adolf. Lo seguiranno il piccolo Alois, Angela, Paula. Che danno al padre molte più soddisfazioni di lui, a dire il vero. Perché Adolf è un ragazzo sempre con la testa tra le nuvole, un visionario chiuso e cupo. Vuole fare l’artista, figuriamoci. Finché il padre – rigido benpensante asburgico – è vivo, se lo può scordare: piuttosto nerbate sulla schiena e silenzi. Ma quando Alois Hitler muore e Adolf rimane solo con la madre, che lo adora, il ragazzo può dare libero sfogo alle sue velleitarie ambizioni – incurante della disastrosa situazione economica familiare – e recarsi a Vienna, per iscriversi all’Accademia delle Arti Figurative. Non sarà ammesso, e dopo la prematura morte della madre per un tumore precipiterà nell’abisso della povertà, mentre un altro abisso – quello della guerra – è in agguato dietro l’angolo per l’Europa intera. Il futuro più lontano, quello in cui il nome Adolf Hitler risuonerà sinistro in tutto il mondo, è ancora inatteso, impensabile. Eppure così ovvio, così inevitabile…
Previsioni del tempo? Pessime. Un anticiclone di malvagità insiste sull’Europa già dilaniata dalla Grande Guerra, la pelle ancora percorsa dai segni di sutura delle trincee: “l’occhio immobile di questo ciclone, il punto vuoto, lo zero” è un giovane complessato e inconcludente, un debole pieno di rabbia repressa, di dolore e di frustrazioni, tale Adolf Hitler. La sua ascesa e la sua caduta coincidono con uno dei periodi più neri e luttuosi della storia, una storia che Giuseppe Genna, dopo aver piegato alle sue esigenze narrative e al suo stile generi come il noir, la science-fiction, l’horror, decide di raccontare passo passo ‘mettendo in prosa’ una biografia storica, un po’ l’operazione che al cinema si fa con i cosiddetti ‘biopic’. Ma siamo di fronte a un biopic del tutto sui generis (malgrado la evidente influenza – del resto dichiarata apertamente dall’autore – del lavoro di Joachim Fest), perché Genna usa la storia come un liquido di contrasto, per illuminare tessuti tumorali, metastasi, cancrene in wagneriana progressione patologica. Col suo passo enfatico, col suo procedere a sentenze ad effetto, immagine suggestiva dopo immagine suggestiva, licenza poetica dopo licenza poetica, Hitler ricorda il libretto di un’opera rock: una malsana, potente, rumorosa, emozionante, tonante opera rock. Il romanzo (che romanzo non è) ha suscitato le più vive polemiche nell’ambiente letterario italiano, è schizzato nella top ten delle vendite e si è beccato più di una illustre stroncatura. Nemmeno tanto nascoste tra circonlocuzioni complesse e paroloni arditi, le accuse di apologia ‘estetica’ del nazismo, di cattivo gusto, di opportunismo. La chiave dell’interpretazione del libro (e anche del suo eventuale misunderstanding) è senz’altro nel riferimento frequente alla metafora-simbolo del lupo Fenrir, il divoratore degli dei durante Ragnarok, preso di peso dal pantheon norreno, che qui incrocia il cammino di Hitler, lo ispira, lo protegge, lo affianca, lo possiede, lo divora. Ma lo giustifica? Lo glorifica? Lo legittima con un una sorta di imprimatur divino? Fossimo vichinghi di un millennio fa, forse potremmo pensarla così. Ma né noi né Genna andiamo in giro con elmi con le corna e boccali ripieni di idromele, almeno non in orario d’ufficio. E questa storia del tabù, dei tabù letterari, dei temi intoccabili e intangibili con la quale ce l’hanno menata anche quando è uscito Le benevole di Jonathan Littell ha francamente rotto gli zebedei, ci pare armamentario da intellighenzia culturale fintomarxistaperbenista. Decostruendo il culto della personalità del fuhrer nazista, ridotto a involucro di forze politiche e culturali che operano a un livello oltreumano, a fantoccio, a pretesto, ad avatar, Genna celebra la mitologia di Hitler o la demolisce? La seconda che hai detto.

Intervista a Giuseppe Genna

di DAVID FRATI
Genna Giuseppe è una strana bestia, uno di quegli animali mitici da trattato medievale che avevano come minimo ali d’uccello, corpo di rettile e testa di cane. Perché sei senza dubbio uno scrittore colto (nei temi e nel linguaggio), eppure utilizzi il romanzo di genere per comunicare e comunicarti: noir, fantascienza, esoterismo, storia: generi da sempre considerati ‘da B-movie’. Perché non hai scelto la via consueta del ‘romanzo esistenziale’ italiano?
In realtà, la questione che poni è per me centrale. Non si tratta, a mio avviso, di spostare l’attenzione da un genere all’altro, quanto, per poetica personale e per lunga meditazione sulla tradizione letteraria che mi costituisce in ogni fibra, di distruggere qualunque genere, di approdare alla narrazione che implica uno sforzo di invenzione formale. Non solo questo riguarda i generi (noir, thriller, storico), che in realtà sono sottogeneri del genere “romanzo”. Per me è essenziale (ma la prospettiva non intende essere universale: è idiosincratica) di spaccare anche il genere romanzo, che non è capace di reggere una nuova retorica, più intensa dal punto di vista psichico e in diretta connessione con la retorica arcaica. Per esempio, per quanto possa esistere del tragico nel romanzo, il romanzo non può essere tragico, poiché la sua struttura regge solo il tragico moderno. Io cerco il tragico e mi allineo totalmente a chi cerca una nuova epica italiana attraverso la nozione di oggetto narrativo. Guardo allo “Zibaldone” di Leopardi e a “Petrolio” di Pasolini o, più centralmente, a Kafka e Burroughs: narrazione allo stato puro, seppure non lineare, ma per questo non necessariamente postmoderna. Quanto al genere esistenziale, non l’ho praticato finora, ma sto iniziando a lavorare (e credo che se ne intercettino i segnali in “Medium”) proprio a un oggetto narrativo che sia una sorta di mémoire esistenziale spostato.
Da decenni non si fa altro che parlare e scrivere della fascinazione dei nazisti per l’esoterismo, ma tu sei tra i pochi (o forse l’unico) che ha ipotizzato ed esplorato la vicinanza dei regimi comunisti al paranormale…
In “Hitler” ho abolito di proposito l’inconsistente, deviante e per me eticamente oscena ipotesi del “nazismo magico”: nel 1938 gli esoteristi dei circoli, a cui Hitler era stato occasionalmente vicino, finiscono nei campi di concentramento. L’ipotesi regge solo in forza delle follie di Himmler e di Hess – follie che Hitler mal sopportava e derideva. Il paranormale nei regimi comunisti è una questione storicamente accertata e poco esplorata, a partire dai rapporti tra Lenin e il compagno Parvus, decisivo finanziatore della Rivoluzione, di stanza al Monte Verità in Svizzera, tra comunità teurgiche di varia natura. Ma a me, qui, come in passato per i complotti, non interessa il dato in sé: esso mi serve come occasione” narrativa per tentare un’allegoria. Nel caso in cui ho esplorato questo aspetto particolare, io volevo realizzare letterariamente l’invito alla “radicalità” di Marx: che mi porta a sostenere che il comunismo è in fondo non un messianesimo, ma una metafisica. Tutto il contesto mi serviva a chiarire questa parolina scomoda e continuamente male interpretata, che è “metafisica”.

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I Balordi sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgIl blog 2B, ovvero Due Balordi (ma in realtà sono tre), è una delle realtà più acute, irriverenti, esilaranti della blogosfera nostrana. Uno dei Balordi, con lo pseudo marish, mi ha fatto l’onore di recensire e criticare Hitler. Ringraziando per le considerazioni positive intorno al libro, vorrei discutere ciò che secondo l’autore dell’intervento è sbagliato nel romanzo: cioè l’idea che Hitler andrebbe riguardato da un’altra angolatura, che è quella storicistica. Ne approfitto perché, leggendo giudizi negativi su cui non discuto ma che a me paiono ottusi, questo argomento è reiterato all’infinito. Provo a essere sintetico. Avendo lavorato anni su Hitler e su come rappresentarlo, io ho adottato una prospettiva, che è una prospettiva metafisica. La domanda non permette retroazioni stupidamente temporali avanzate da qualcuno (tipo: se si potesse tornare indietro nel tempo e si fosse davanti al neonato Hitler, lo si ucciderebbe o lo si porterebbe via, per farlo crescere in altro contesto – questo è stupido, poiché ciò che storicamente accaduto è accaduto e noi ci troviamo davanti comunque a Hitler). La domanda che io pongo non è definitiva: è la mia domanda e va letta sul piano in cui viene posta, altrimenti sarebbe come se uno aprisse un saggio e si incazzasse perché non è un libro di poesia. La prospettiva è dunque metafisica. Va specificata. Essa si chiede cosa sia Hitler e non perché sia Hitler. La risposta non può essere fornita letterariamente, se non in un modo: attraverso la ripetizione di moduli che, effettivamente e storicamente l’individuo Hitler praticò dall’inizio alla fine della sua scellerata esistenza. Sul piano di una metafisica della storia, la mia risposta è: Hitler accade come punto terminale dell’Occidente, usa l’armamentario umanista degradato e deviato per costruire una macchina che annichila, che porta il nulla. Il fatto che io lo definisca (e non giustifichi la definizione, ma la ripeta per la noia del lettore) “non-persona” mira al mistero dell’accadimento che, ovviamente, si concreta in problemi storici assai vasti: da quello del “consenso” a quello dei contatti con club ed élite che permettono a Hitler l’ascesa. Qualunque mitologia è svuotata, se non ridicolizzata (il lupo Fenrir, per esempio, è lo svuotamento dello stilema della fabula mitologica che dovrebbe invasare Hitler: Hitler demonico, Hitler occupato dallo Spirito del Male – tesi che desidero evitare). Ora, la prospettiva metafisica può essere retta, oggi, dalla forma romanzo? A mio parere sì, ma solo a certe condizioni. Queste condizioni sono stilistiche per quanto riguarda l’autore (che può cannarle alla grande) e di comprensione metafisica per quanto concerne il lettore. Se avessi desiderato scrivere un romanzo storico o a-metafisico, non avrei isolato Hitler, non avrei puntato l’obbiettivo solo su di lui. Avrei scritto un romanzo che non avrebbe avuto come protagonista Hitler, ma la congerie nazista. A me interessava una tesi: che è quella del rovesciamento dell’elenkos aristotelico, ovvero il fondamento dell’umanismo occidentale. Volevo cioè manifestare un non-essere che è: cioè, un portatore di annichilimento. Se non avessi fatto in questo modo (prendendomi rischi e responsabilità dell’errore che potrei avere commesso), l’unicità della Shoah sarebbe stata legata alla storia e a Hitler, prescindendo dall’elemento metafisico che essa esprime. Questa tesi è chiaramente contestabilissima. Ma non vedo perché avrei dovuto tradurre l’ottima e dilagante storiografia hitleriana in forma di letteratura: le ragioni storiche che spiegherebbero Hitler sono già tutte in questa abnorme saggistica. La letteratura, nella mia prospettiva (continuo a ripeterlo: una prospettiva che non è apodittica), ha altro ruolo da svolgere. Io cerco di entrare in un frame individuale che sta temporalmente prima del realizzarsi della formazione storica, dell’esposizione ambientale – per chiedermi cosa fosse Hitler e non cosa fosse un altro che, in quella situazione storica, avrebbe potuto fare ciò che Hitler ha compiuto.
Questo abborracciato tentativo di risposta non è diretto al Balordo che ha scritto del libro in una maniera che davvero mi onora. La questione meriterebbe un dibattito – ma ho verificato che spazi per un dibattito del genere, attualmente, non ci sono. Se si vuole affrontare la logica storicistica, il romanzo Le benevole di Jonathan Littell è il capolavoro a cui rivolgersi. Se si vuole tentare di penetrare cosa sia la prassi (non la teoria) metafisica, forse (forse) Hitler può fornire qualche aggancio – o forse no, perché il testo “esorbita” le intenzioni dell’autore (a ciò si riferisce l’ossessiva reiterazione del verbo “esorbitare”: Hitler diventa equivalente al testo occidentale, che “esorbita” sempre attraverso una finzionalità che spiega da sé l’antiumanismo di Hitler e della letteratura occidentale medesima).

Hitler di Giuseppe Genna

di MARISH
Questo libro, pieno di inevitabili cadute ed imperfezioni, va letto.
Va letto perchè, in un paese paludato come il nostro, trovare uno scrittore che decida di “fare romanzo” della vita dell'”innominabile” va ammirato solo per il coraggio che dimostra.
Pensateci. Vi svegliate e decidete di romanzare Adolf Hitler. Il Male incarnato. Il buco nero delle coscienze del mondo occidentale. Il Nulla fatto uomo come chiosa efficacemente lo scrittore. Non proprio facile come impresa. Anzi, come minimo, da ricovero in ambiente protetto.
Comunque il risultato è efficace. Non si dimentica facilmente come il 99% della produzione artistica italiota e questo è, già di suo, molto importante.
L’argomento è così lontano dalle comodità balneari della nostra scena artistica da far dimenticare alcune cose che non vanno. Su tutte il reperimento delle fonti, in alcuni passi, di non elevato livello e la non brillante analisi della fase da combattente nella prima guerra mondiale. Brillano di contro alcuni passi che raramente ho letto così efficaci in scrittori italiani (la fase viennese ed il dopo guerra nei sanatori sono semplicemente perfette).
Il problema, o forse la grande intuizione dello scrittore non lo so davvero, è l’arrendersi troppo velocemente nel cercare di dare una sua spiegazione alla unicità del personaggio Hitler. Troppo estremo. Troppo inumano. No. Non ci siamo. La valutazione del “pericoloso autocrate” come lo chiamava Liddel Hart non può essere limitata al considerarlo una figura unica e quindi non ripetibile. E’ un figlio, ricordiamocelo, di tempi sanguinari, di ideologie contrapposte che spazzavano cadaveri come vento, di una guerra che aveva costretto una generazione di giovani in due metri di fango per anni. Non si deve dimenticare e da lì bisogna partire o si rimane sempre al punto di partenza. Adolf Hitler e i suoi amiconi. Un gruppo di non umani che nessuno sa perchè e come siano riusciti a portare il mondo sull’orlo dell’annientamento.
Comunque si esce dalla lettura del romanzo non sconvolti ma ammirati si. Ripeto, ci vuole coraggio a prendere in mano del materiale del genere.
Quindi massimo rispetto a Giuseppe Genna.
E daje. Daje tutti.

J.P Rossano sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgJ.P. Rossano è autore di un thriller che mi è stato consigliato e che non ho ancora avuto il tempo di leggere, L’ultima stoccata. Poiché è uno scrittore, è anche un lettore e, in quanto tale, senza avanzare credenziali che ineriscano alla comunità editoriale, mi ha inviato una mail in cui, definendosi semplicemente “un Miserabile Lettore”, mi invitava a leggere la recensione a Hitler che ha pubblicato sul suo interessantissimo blog. Sono molto grato a Rossano, poiché il suo intervento sintetizza un incontro tra intenzioni autoriali ed esito letterario, riportando l’oggetto di indagine del romanzo su un livello metastorico, che interessa il presente. Il rapporto tra Letteratura e Male diviene così il centro di una meditazione assai significativa che l’ultimo decennio di narrativa italiana ha condotto (e da questo punto di vista andrebbe riguardato il successo del genere nero – non semplicemente in un’ottica di mercato, che viene esecrata da pseudopuristi con argomentazioni fintoadorniane). La Storia passa attraverso il filtro della visione letteraria che cerca di guardare non nell’occhio di un supposto Dio, ma in quello del Male: laicizzato e spiritualizzato al di là di ideologie e confessioni, questo Male è di fatto la ripresa di un discorso autenticamente e orizzontalmente metafisico. Per questo motivo ringrazio J.P. Rossano di avermi iscritto in una comunità che tenta questo lavoro di scavo, magari sbagliando, ma fornendo una chiara estetica comune, priva di manifesti, alla rappresentazione letteraria di questo tempo, anche a rischio di essere etichettata come “paraletteratura”.

HITLER di Giuseppe Genna – Il Male e il dovere della Memoria

di J.P. ROSSANO

jprossano.gifA proposito dell’esistenza del Male e della necessità di trovare il coraggio per raccontarlo, abbiamo già scritto (Il noir, il male ed il potere).
Del libro di Jonathan Littell “Le Benevole”, storia turpe di un impunito nazista, un romanzo bello seppur a tratti difficile da leggere, anche.
A questo punto era quasi fatale tanto che mi avventurassi nella lettura di “Hitler” di Giuseppe Genna, quanto che tediassi i visitatori del sito con le mie riflessioni in merito.
Qui scatta, doverosa, una precisazione. Il Genna Giuseppe, JP Rossano, non lo conosce, non gli deve dei favori, non è intenzionato a chiederne e, prima di Hitler, non aveva neppure letto nessuna delle sue opere. Questo va detto subito, tanto per sgomberare il campo da possibili dubbi di partigianeria, se non di convenienza.
Hitler” di Giuseppe Genna, dunque. Lettura suggerita dal mio amico Simone Sarasso, mentre si stava discutendo del libro di Littell e di quanto avesse scritto il sottoscritto in proposito.
Confesso, mi sono accostato alla lettura di questo romanzo con cautela e non poco prevenuto sospetto.
Molto si è scritto su Adolf Hitler, sempre però in forma di saggistica. Se si esclude, forse, “La parte dell’altro di Schmitt, questa è la prima volta che un autore affronta la sfida: Adolf Hitler quale protagonista di un’opera narrativa.
Il risultato: eccezionale ed agghiacciante al tempo stesso. “Hitler” è la sintesi del Male umano.
Basato su precise ricerche storiche, il romanzo di Genna, dipinge un quadro tanto cupo, quanto tristemente realista del suo deprecabile protagonista.
E lo fa emettendo una condanna senza appello. Esatto: l’autore non si colloca fuori dalla storia, vi si getta dentro, trascinando con se l’attonito lettore.
Hitler” è l’impietosa narrazione di come un idiota, tanto patetico quanto maligno, una non-persona (nel senso di antitesi umana) possa essere assurto al sanguinario ruolo che ha avuto nella storia del ‘900.
Nessuna mitizzazione, nessuna assoluzione, nessuna redenzione, come è giusto che sia.
Infanzia devastata, adolescenza demente, turbe sessuali, miseria, fallimenti personali, dura esperienza nelle trincee della I Guerra Mondiale: nulla di tutto ciò può spiegare l’inspiegabile. Se l’Aue del romanzo di Littell è, pur nel suo abominio, un giovane brillante, dotato di buona cultura e figlio di ottime letture; l’Hitler di Genna è un “cretino” sin dalle prime pagine e resterà un cretino per tutto il romanzo, fino all’abisso conclusivo nel Bunker di Berlino.
Mentitore, vile, schizoide, tuttavia dotato di una logorrea trascinante. Imbevuto di una anti cultura, appresa dai peggiori libelli nazionalisti e dalle riviste di antisemitismo dozzinale che circolavano nella Germania di Weimar, Hitler parla, per tutta la durata del romanzo, della sola cosa di cui possa parlare una simile non persona. Del vuoto, del nulla, del niente.
Egli è un untore del nulla, catalizza nella sua non persona tutto il vuoto che lo circonda, lo amplifica e lo sparge come un virus.
Il nazismo si diffonde come un tumore nel corpo malato della Germania della repubblica di Weimar, coagulando attorno a Hitler altri tumori, non persone, Hitler potenziali, dementi meno carismatici, ma altrettanto grotteschi: Goering, Röhm, Goebbels, Hess, Himmler, Bormann.
È un’inarrestabile ascesa: il putsch della birreria, la presa del potere, l’incendio del Reichstag, la “Notte dei Lunghi Coltelli”, il rogo dei libri, i pogrom anti-ebrei. L’autore non ci risparmia nulla e dipinge l’angosciante sensazione che, nel clima dell’Europa del tempo e con la colpevole inazione delle potenze mondiali, la più grande delle tragedie europee avanzi verso l’inevitabile scoppio della II Guerra Mondiale e l’Olocausto.
Odio razziale, miseria e ignoranza: il combustibile. I nazionalismi: il comburente. Hitler e la sua cricca di psicopatici: la scintilla esplosiva.
La narrazione procede sino a che l’orrore raggiunge il suo apice. Lo sterminio degli ebrei, gli Einsatzkommando, i bombardamenti sull’Inghilterra, l’attacco all’Unione Sovietica, la tragedia della VI armata a Stalingrado, i campi di concentramento, le V2, il progressivo collasso del Terzo Reich, sino al delirio degli ultimi giorni in una Berlino da girone dantesco.
Poiché dal punto di vista della trama Genna non inventa nulla, né modifica, ma riporta fedelmente la storia, ciò che colpisce di più del romanzo è lo stile. Esplosivo, la scrittura descrive il delirio trasmettendo la febbre.
La narrazione è marmorea, asciutta sino all’estremo, delinea la scena in modo succinto, mai eccessivo, non si abbandona a fronzoli da fighetti, non concede nulla alla prosa raffinata.
Ogni frase è un colpo di maglio, persino quando è composta di un’unica parola.
Anzi più la frase è secca, concisa, più il suo effetto sulla narrazione e sul lettore è agghiacciante.
Lo stile giusto per descrivere il Male e, soprattutto, per il messaggio più importante del romanzo: un appello privo di compromessi sulla necessità della memoria. La parola d’ordine, dall’inizio alla fine, è Memoria.
Hitler” è, assolutamente, un libro da leggere.
Appare ridicola, se non addirittura offensiva, l’accusa mossa ai romanzi di Littell e Genna, da quel signore che scrive sull’Avvenire  “… libri di nessuna utilità, esibiscono solo la pornografia del Male …”. La pornografia del Male sono le trasmissioni fiume intorno alle villette di Cogne e di Garlasco, i plastici delle scene del delitto esposti nei salotti buoni della televisione, le code per assistere al processo per i fatti di Erba, non dei romanzi di spessore letterario e rigore storico che contribuiscono ad uno dei nostri doveri principali: non dimenticare ciò che è accaduto perché non possa più accadere. Affermare, come ha scritto il medesimo signore, che “…il Male assoluto respinge ogni argomento in contrario, anzi lo trasforma addirittura in un evento positivo…” equivale a firmare una resa incondizionata. Non possiamo raccontarlo, altrimenti egli, il male, rigira a suo favore i nostri argomenti. Tanto varrebbe tacere, allora, lasciare che l’oblio abbia il sopravvento, così che i figli possano tranquillamente ripetere gli errori dei padri, senza che nessun memento possa trattenerli.
D’altronde non potremmo pretendere molto da chi sostiene che “La metafisica del Male è materia teologica. Non fa per lo scrittore…” se così fosse Dante avrebbe dovuto limitarsi al Purgatorio ed al Paradiso, privandoci di quel capolavoro che è l’Inferno, la qual cosa si commenta da sé.

Sull’Avvenire, l’inutile dialogo col critico Bonura

hitlercovermedia.jpgSulle pagine culturali di Avvenire, il 22 febbraio, è apparso un elzeviro a cura di Giuseppe Bonura, che per la testata cattolica fa il critico. L’elzeviro, che riporto qui di seguito era, come ognuno potrà verificare, insultante nei confronti di Jonathan Littell e di me in particolare. Ho chiesto al capo della Cultura di Avvenire la possibilità di rispondere, civilmente e senza polemiche (la risposta è anch’essa riportata di seguito). Avvenire si è peritato di fare controrispondere al critico bonura, sotto un titolo che mi lascia indignato: Sospette perversioni della metafisica del Male. Come se le ragioni di poetica e di immersione decennale e riflessione nella materia che adduco nel mio breve intervento non fossero neanche esistite, come se Bataille o Deleuze fossero nomi buoni per un teologo più medicine-man che metafisico, il critico Giuseppe Bonura reitera il suo giudizio e ripete il punto che, a mio avviso, è più insultante. Si determina così un’impossibilità di dialogo critico e teorico che, a mio avviso, nonostante gli sforzi dell’attuale generazione editoriale, risulta non praticabile. A questo punto, ciò che uno scrittore dice di un altro scrittore, il dialogo interno a chi condivide, se non le medesime poetiche, almeno l’orizzonte di azione letteraria, è più centrale che mai. E l’interpetazione dei lettori si eleva a giudizio critico molto più interessante e dialogante di quello che la critica ufficiale mediatica è in grado di formulare.

MA SI POSSONO FARE ROMANZI SUL FÜHRER?

di GIUSEPPE BONURA
bonura.jpgIl grande scrittore tedesco Karl Kraus, nel suo diario, scrisse: «Quando penso a Hitler non riesco a pensare a nulla». Kraus era uno scrittore satirico prolifico, e figuriamoci se non avesse avuto nulla da dire sulla marionetta in camicia bruna.
Ma Kraus voleva sottolineare il vuoto totale che gli ispirava il personaggio. In quegli stessi anni artisti e cabarettisti si burlavano dell’ometto che riempiva le piazze. Ma non se la prendevano con Hitler il politico bensì con la borghesia che lo aveva mandato al potere, La borghesia, non temiamo di dirlo, più ottusa e feroce di tutta la storia dell’umanità. Questa borghesia era composta di famiglie deliziose: padre, padre, un paio di figlioletti biondi e pasciuti. La passeggiata serale, il gelato, il cinema, i vasi di fiori sul balcone, il canarino appeso sotto la veranda, La tavola era sempre bene imbandita, denaro non mancava, il futuro non aveva ombre. Ma ecco che questa stessa borghesia così bonacciona si metteva ad abbaiare e mordere come un rottweiler appena sentiva odore di ebreo. Parliamoci chiaro, se nono ci fosse data questa borghesia danarosa, ipocrita, egoista e razzista Hitler non avrebbe mai osato inventare i Lager.
Lui sapeva che dietro le sue spalle c’era un esercito in borghese che lo spingeva a sterminare gli ebrei con tutti i mezzi. Pochi scrittori e pochi artisti si sono arrischiati, nel dopoguerra, a dipingere questa borghesia feroce. Insomma, la maggioranza dei tedeschi non ha mai voluto fare i conti con se stessa, oppure ha dichiarato che non ne sapeva niente. Figuriamoci. La verità è che per quieto vivere fingevano di non sapere. D’altra parte, a essere onesti, che cosa potevano fare? Gli eroi si contano sulle dita di una mano.
Più ripugnanti di Hitler, se possibile, furono coloro che obbedirono ai suoi ordini con zelo e perfino con entusiasmo. È questa la tesi sottintesa, per esempio del romanzo di Jonathan Littell, intitolato Le benevole (Einaudi), che è la storia di efferato nazista addetto alle camere a gas. Svolge il suo compito con un sadismo delirante, facendola sempre franca dopo la caduta del Terzo Reich. La novità sta nel fatto che la tragedia degli gli ebrei viene vista da un nazista. Invece l’italiano Giuseppe Genna ha avuto la peregrina idea di fare un ritratto a tutto tondo di Hitler (Mondadori). Sono libri di nessuna utilità, esibiscono solo la pornografia del Male, facilissima da scrivere. Il volumone di Genna, poi, conferma la totale mancanza di gusto letterario di questo autore tipicamente mercantile.

Risposta a Giuseppe Bonura

di GIUSEPPE GENNA
Parlare di sé è sempre sgradevole, ma a volte necessario. Il 22 febbraio, sulle pagine di Agorà, Giuseppe Bonura, scrittore e critico, ha affrontato a suo modo il problema se sia possibile o meno scrivere un romanzo su Adolf Hitler. L’elzeviro di Bonura, che contiene una spiegazione storiografica e sociologica circa le possibilità che hanno permesso a Hitler di giungere al potere, non dà rappresentazione alcuna di cosa fu e cosa continua a essere il carnefice tedesco. In chiusura del suo articolo, veniamo convocati Jonathan Littell, con il suo Le Benevole (Einaudi), e io, con il mio Hitler (Mondadori). Il giudizio mi sembra non soltanto sbrigativo, ma ingeneroso: io e Littell avremmo pubblicato “pornografia del Male, facilissima da scrivere”, e “il volumone di Genna, poi, conferma la totale mancanza di gusto letterario di questo autore tipicamente mercantile”. A questo proposito, per quanto mi senta poeticamente distante da Littell, non credo affatto che la sua operazione, straordinaria mappatura modernista di storia e letteratura novecentesche, sia pornografia del Male e neppure immagino che sia stato facile scrivere il romanzo. Quanto al sottoscritto, garantisco che i dieci anni di duro studio e meditazione intorno a Hitler mi sono costati un perenne bagno nell’orrore e una persistente riflessione sulla domanda metafisica: “unde Malum?”. Specifico che, come dimostra lo stesso Hitler, i miei libri non sono oggettivamente bestseller e che con il mercantilismo non ho nulla a che fare. Avere non solo studiato, ma infittito nel libro variazioni da Aristotele a Sant’Agostino a san Tommaso fino al Novecento di Celan, Eliot, Wallace Stevens, Antelme, Wiesel e tutta la teologia della Shoah credo determini che un’eventuale mancanza di gusto letterario vada imputata all’intera tradizione filosofica, poetica e narrativa che abbiamo catalogato sotto l’etichetta “umanismo”. Il punto, in Hitler, è fare metafisica nel romanzo. L’autore è nulla di fronte alla responsabilità della “cosa” che si cerca di rappresentare. La prospettiva critica rispetto a Hitler mi auspico sempre che sia: viene qui demolito o no il mito di Hitler? Ogni posizione, intorno a ciò, è ovviamente legittima.

Sospette perversioni della metafisica del Male

di GIUSEPPE BONURA
Caro Genna, intanto la ringrazio per la ci­vile polemica ( u questo te­ma bisognerebbe fare dei convegni ma ce ne sono già troppi). Una se­conda premessa: ovviamente non sono d’accordo con quello che scris­se Adorno secondo il quale dopo Auschwitz non si potevano più scri­vere poesie. Ma credo che si riferisse alla pretesa autonomia dell’arte. E allora sono d’accordo con Adorno. Ogni artista ha una responsabilità sociale, nessuna scrittura è inno­cente. E veniamo a Littell. Sulla sua fatica, non ci piove. Ma non è que­sto il punto. Il suo protagonista è un pazzo pervertito, per cui sembra che tutto il nazismo fosse un vulcano di pazzi pervertiti. No, i nazisti erano gente comune, che si estasiava al canto dei canarini, anche durante il funzionamento dello camere a gas. La pornografia del Male di Lit­tell sta proprio nel puntare tutto su un pazzo pervertito, così dando un grosso alibi alla vera natura «nor­male » del nazismo. Quanto a lei, caro Genna, il problema è diverso. Prima cosa: il conte­sto. Siccome lo scrittore ha una re­sponsabilità sociale, doveva pen­sarci dieci volte prima di scrivere un romanzo su Hitler. Il contesto sociale, nelle sue frange più estremi­ste, presenta punte nazifasciste, e comunque il culto di Hitler viene tenuto ancora in vita, purtroppo. E più se ne scrive e più viene tenuto in vita, anche se se ne dice peste e cor­na, naturalmente. Perché? Perché il Male assoluto respinge ogni argo­mento in contrario, anzi lo trasfor­ma addirittura in un evento positi­vo. E poi c’è la sua prosa. L’eccita­zione del suo stile non solo non de­molisce il mito di Hitler ma lo rafforza (involontariamente, si ca­pisce). La metafisica del Male è ma­teria teologica. Non fa per lo scrit­tore, il cui compito è lo svelamento della concretezza sociale del Male. E per finire: lei non sarà uno scrit­tore da bestseller, ma la scelta del te­ma è oggettivamente mercantile, dato il contesto di cui sopra. Un cordiale saluto,
Giuseppe Bonura

Videointervista sul romanzo Hitler

Il Web del libri Mondadori, recentemente rinnovatosi, propone, a partire da YouTube oltre che nella gallery del suo sito, due brani di una videointervista al Miserabile sottoscritto: che, avendo contratto un herpes che scorre nel sangue come gli pare e piace, al momento non corrisponde in nulla all’immagine che si può visionare (il volto è obitoriale e le capacità mentali pure, sic stantibus rebus). Per chi avesse interesse a ricordare il Miserabile com’era un tempo o ad ascoltare considerazioni dell’autore sul romanzo Hitler, ecco i due stralci da YouTube:

Tre pagine sul romanzo Hitler su Mucchio Selvaggio

hitlercovermedia.jpgDevo ringraziare la direzione e lo staff tutto del mitologico mensile Il Mucchio, che mi annovera da tempo tra i suoi affezionati lettori. In questo numero appaiono infatti una splendida recensione al romanzo Hitler (con motivate perplessità incluse) e uno speciale/intervista di tre pagine. L’intervista è frutto di una lunga telefonata con il critico Alessandro Besselva, che si è sobbarcato in tempi record la lettura del romanzo e mi ha posto domande che considero decisive per l’autore del libro e, spero, siano utili ai lettori interessati. L’intervista di Alessandro Besselva è tra le più belle e complesse che mi siano state fatte in Italia da quando pubblico: a lui rivolgo complimenti e ringraziamenti, perché non so come sia riuscito a estrarre un pezzo tanto preciso e stilisticamente bello da un flusso logorroico telefonico come quello che ho emanato.
Purtroppo non dispongo della versione digitale della recensione del
Mucchio. Qui sotto, la versione pdf delle tre paginate di intervista.

Autori – Giuseppe Genna

ilmucchio.jpgOpera dalla monumentalità quasi metafisica e di grando impeto morale, di difficile classificazione e a lungo meditata, Hitler (Mondadori) di Giuseppe Genna cerca di disgregare il mito del dittatore nazista attraverso una grande fede nel potere della letteratura. Operazione ambiziosa e riuscita che indaghiamo attraverso le parole dell’autore
di ALESSANDRO BESSELVA AVERAME
Le tre pagine del Mucchio

Avvicinamenti al romanzo HITLER: Paolin su Littell

hitlercovermedia.jpg1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann
3. Avvicinamenti al romanzo: Paolin sulla recensione a Littell di Piperno
4. Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell’errore di Littell
5. Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi
6. Avvicinamenti al romanzo: le bozze
7. Avvicinamenti al romanzo: audio – Levi Della Torre e Mengaldo
8. Avvicinamenti al romanzo: da Autet su Littell
9. Avvicinamenti al romanzo: la rappresentazione del Male
10. Avvicinamenti al romanzo: rappresentare le vittime del Male, rappresentare chi fa il Male
11. Avvicinamenti al romanzo: Giglioli su Littell
12. Avvicinamenti al romanzo: Sebald e Austerlitz


Demetrio Paolin era già intervenuto, a proposito della nozione di “Zona Grigia”, nel dibattito su Littell e il suo Le Benevole. Sulla splendida biblioteca di Babele recensoria che è Bottega di lettura, ha adesso pubblicato un articolo, che condivido in ogni sua sillaba, circa la struttura poetica e immediatamente morale del romanzo di Littell, soffermandosi tuttavia anche sulle implicazioni strutturali e stilistiche, e proponendo un paragone che, ai critici letterari, può apparire scabroso, ma che di fatto non lo è, in quanto è emblematico della leggerezza etica che implica l’atteggiamento poetico di Littell. Ripresento qui di seguito l’articolo di Paolin, che rimane una panoramica penetrante, poiché fa riflettere su temi centrali, che sono poi ancora più centrali per uno scrittore che ha tentato di affrontare la rappresentabilità non del nazismo, bensì di Hitler stesso.

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HITLER – romanzo: la quarta di copertina

hitlercovermedia.jpg[Per chi ha seguìto le riflessioni e letto i materiali allestiti nell’officina del romanzo HITLER, che, come detto, è in uscita presso Mondadori il 16 gennaio 2008 a 19 euro, la quarta di copertina non costituirà novità: è la sintesi dell’atteggiamento di poetica adottato nella difficoltosa opera di ricerca di un modulo per rappresentare il non-essere che appare, oltre che il tentativo di risarcimento amoroso che per sua natura oltrepassa quel non-essere e fa coincidere con le vittime della Shoah, che sono i rappresentanti dell’essere avvertito al suo livello più intenso. Per i lettori che non hanno mai messo naso nell’officina del romanzo, la quarta di copertina costituisce un’ideale summa di tutto quanto ho tentato di ragionare nel corso delle mie meditazioni – ogni frase potrebbe dare vita a una digressione che spieghi e dipani l’orrore e l’errore, e la colpa che la scrittura condurrebbe su di sé qualora fosse finzionale. gg]
Il personaggio che si muove attraverso snodi poco conosciuti oppure tristemente noti, il protagonista di queste pagine è di fatto Adolf Hitler.
E questo è il primo romanzo che sia mai stato scritto su tutta l’esistenza di Adolf Hitler.
Non ci sono discronie né invenzioni; Genna piuttosto dilata particolari e fatti reali della vita del Führer, dalla sua infanzia fino al suicidio nel bunker, con sguardo attonito di fronte allo scatenamento di uno tsunami di coincidenze che conducono al potere una nullità: l’omuncolo destinato a produrre la più efferata tragedia della storia.
Hitler è, secondo il suo biografo Joachim Fest, la “non persona”, un essere che irradia non essere e morte, banalità e follia, l’ uomo le cui donne – tutte – tentarono il suicidio. Ma qui non c’è quasi nulla della morbosità che affligge tanta storiografia hitleriana, né indagini fantasiose sulla sua vita sessuale né evocazioni di inverificate forze esoteriche: Hitler è irrevocabilmente consapevole e responsabile, gli eventi sono descritti per come è accertato che andarono. Ricamare con la finzione sulla ferita che ha marchiato a fuoco il Novecento sarebbe osceno.
Strutturato per capitoli concepiti come le metope di un frontone, il romanzo di Genna sorprende per come connette i fatti più risaputi con elementi assai poco noti della vita del Führer. Dall’incredibile labirinto familiare da cui fuoriesce il piccolo Hitler, con i suoi deliri di grandezza e le sue improvvise abulie, all’esperienza limite dell’umanità disfatta nel gorgo della Männerheim, l’ostello per poveri e criminali dove passa anni da nullafacente; dall’esposizione al fuoco e ai gas della Prima guerra mondiale al ricovero in ospedale; dal rapporto incestuoso con la nipote Geli Raubal al comporsi dell’abominevole, grottesca corte dei suoi scherani.
Quest’opera ispirata e severa smonta qualunque funzione mitica attribuita al Führer, è il canto che non può ma vorrebbe risarcire di amore e di pietà le vittime del suo sterminio. Senza nulla concedere a lui personalmente, all’essere che più di quaranta volte pensò di suicidarsi, non riuscendoci che alla fine, dopo aver trascinato con sé nel baratro milioni di vite.

Il romanzo è: HITLER

Dal 16 gennaio 2008 in libreria, per la collana SIS di Mondadori, a 19 euro:
hitlercovermedia.jpg

Ecco dunque svelato il soggetto del romanzo di cui si è attrezzata qui l’officina. Le bozze sono corrette, la copertina è decisa [cliccarci sopra per una versione ingrandita]. L’avvicinamento a HITLER continuerà fino al giorno della sua uscita e oltre, con materiali ulteriori di riflessione.
Pubblico qui di seguito una nota, che non sarà edita nel volume, in cui chiarisco gli elementi essenziali di poetica personale che ho cercato di realizzare in questo libro.
POETICA E COSTRUZIONE DEL ROMANZO
Questo libro, prima di essere scritto, ha subìto una gestazione di dieci anni precisi. E’ nato (di qui, una delle dediche) per uno scatenamento interiore provocato dalla lettura di un “romanzo”, che attualmente considero uno dei capolavori in assoluto della letteratura italiana contemporanea: Lezioni di tenebra di Helena Janeczek. Non soltanto la lettura, ma anche la frequentazione continuativa dell’autrice mi hanno spinto alla stesura di quello che, con mia somma sorpresa, si rivela essere al momento il primo romanzo al mondo su tutta la vita e gli orrori di Adolf Hitler. La mia sorpresa è dovuta al fatto che, mentre in altre arti sono state create su e contro Hitler opere di valore imprescindibile (e specialmente nel cinema: dal fluviale Hitler: un film dalla Germania di Syberberg fino all’ultimo in ordine di tempo, La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler di Hirschbiegel), la letteratura ha intrattenuto con la figura di Hitler un rapporto casuale e mitologizzante, facendo spesso sponda e non indagine veritativa su questa sagoma apparentemente umana, utilizzando la finzione e aumentandone l’aura livida e morbosamente piegabile a ogni invenzione (gli ultimi casi sono Il castello nella foresta di Norman Mailer, forse il suo peggior romanzo, e Le Benevole di Jonathan Littell, che è uscito in Francia mentre terminavo la scrittura del mio testo ed è del tutto naturalmente l’“avversario poetico” del mio libro).

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Avvicinamenti al romanzo: Giglioli su Littell

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann
3. Avvicinamenti al romanzo: Paolin sulla recensione a Littell di Piperno
4. Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell’errore di Littell
5. Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi
6. Avvicinamenti al romanzo: le bozze
7. Avvicinamenti al romanzo: audio – Levi Della Torre e Mengaldo
8. Avvicinamenti al romanzo: da Autet su Littell
9. Avvicinamenti al romanzo: la rappresentazione del Male
10. Avvicinamenti al romanzo: rappresentare le vittime del Male, rappresentare chi fa il Male
gigliolicover.jpg[Riprendo dalle pagine culturali de il Manifesto del 30 novembre un articolatissimo e per me assai condivisibile intervento su Le Benevole di Jonathan Littell, a firma di uno dei migliori critici di cui disponiamo, Daniele Giglioli, autore del bellissimo saggio All’ordine del giorno è il terrore (edito da Bompiani nella collana Agone; ne consiglio davvero a tutti la lettura), che non è soltanto uno dei migliori esempi di critica tematica apparsi in Italia: è anzitutto la critica per come uno scrittore contemporaneo desiderebbe venisse esercitata – un esercizio di pensiero che aiuta lo scrittore a pensare. Ovvero lo sforzo di ridefinizione delle coordinate critiche soltanto a patto che lo scrittore ridefinisca e pratichi la forma romanzo, in una modalità che spacchi o eluda la finzione che la realtà tenta di emettere, nascondendo il tragico del reale, che resta immutato, resta il reale… gg]
DIETRO IL MURO DELLA FINZIONE
di Daniele Giglioli
littellface.jpgCaso letterario dell’anno, Le Benevole di Jonathan Littell [a sinistra] sembra essere un libro capace di generare, tra l’altro, una sorta di dissonanza cognitiva: avendone letto sulla stessa pagina del «manifesto» la doppia recensione di Emanuele Trevi – che ne parlava bene, e di Massimo Raffaeli – che ne scriveva male, mi sono detto: hanno ragione tutti e due. Anzi, peggio: sono d’accordo con entrambi. Labilità di carattere? Può darsi, ma forse è implicato anche qualcos’altro, e più interessante: una crisi – non solo personale – di paradigmi critici.
Come spiegare altrimenti l’enorme investimento promozionale che ha accompagnato il lancio delle Benevole, e il vespaio di reazioni che ha suscitato? È un libro furbetto – si è scritto; no, è un capolavoro; è indecente, immorale, oltraggioso; macché, gli dobbiamo eterna gratitudine. Perché questa necessità di schierarsi così drasticamente, come se fosse una questione di vita o di morte?

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Avvicinamenti al romanzo: la rappresentezione del Male

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann
3. Avvicinamenti al romanzo: Paolin sulla recensione a Littell di Piperno
4. Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell’errore di Littell
5. Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi
6. Avvicinamenti al romanzo: le bozze
7. Avvicinamenti al romanzo: audio – Levi Della Torre e Mengaldo
8. Avvicinamenti al romanzo: da Autet su Littell
bataille.jpgEsattamente come Alessandro Piperno, che si riappropria di una supposta assolutezza dissacratoria della letteratura, Felice Piemontese, autore di una recensione de Le Benevole di Littell sul Mattino, la fa facile: “Fino a che punto il Male può essere mostrato, senza schermi e senza infingimenti? Sono le stesse obiezioni che furono, e sono, mosse a Sade o al Pasolini del «Salò» e a cui si può rispondere – con Bataille (caro a Littell) – che lo scrittore autentico è colui che trasgredisce o mette in discussione convenzioni e interdetti, principi di uniformità e di prudenza essenziali”. Così è facile: non si assume a fondo lo sguardo dello scrittore che, non a caso, con l’Olocausto non intrattiene da cinquant’anni un facile rapporto.
Se è vero che “il bene non fa romanzo” (e quanto mi piacerebbe sfatare questa specie di credenza superficiale…), è anche vero che non lo fa il Male. Poiché né Sade né Pasolini toccano l’estremalità della Storia, che fu l’Olocausto – essi distrussero tabù, rovesciarono uno stato di fatto morale: rappresentarono il male (il relativo all’umano) e non il Male (il relativo all’inumano). Sebbene, e questo va chiarito, Pasolini, nella sua denuncia contro la mutazione antropologica occidentale, ravvisava perfettamente le radici di quella deriva: era essa stessa un sintomo di un Male che era ed è in dilagante contagio. Aperta, la crepa non è stata chiusa: almeno, non dagli scrittori.
E nemmeno da Bataille, così amato da Littell, il quale non fa occultamento della perversione attiva che il male relativo può esercitare, mentre il Male assoluto no. Già La letteratura e il male di Bataille è l’esito che la crepa ontologica, questa faglia imposta dallo sterminio ebraico per mano di Hitler, è ormai attiva, non compresa, evidenziata nel suo pernicioso nascondimento: che è quello di perpetuare carsicamente la fine dell’umanesimo.

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Avvicinamenti al romanzo: da Autet su Littell

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann
3. Avvicinamenti al romanzo: Paolin sulla recensione a Littell di Piperno
4. Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell’errore di Littell
5. Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi
6. Avvicinamenti al romanzo: le bozze
7. Avvicinamenti al romanzo: audio – Levi Della Torre e Mengaldo
caduta.jpg[Dall’officina teoretica di Autet – Autismo eterorivolto, uno degli infaticabili creatori del sito, Giacomo Pellizzari, mi ha inviato queste riflessioni che concernono quanto da me accostato, a partire dallo Zibaldone, a Le Benevole di Jonathan Littell. Sebbene decisamente orientata in senso filosofico, e heideggeriano per la precisione, questa meditazione enuncia con intensità folgorante quanto intendevo dire io più cripticamente: è esattamente la mia personale prospettiva sulla drammatica questione, sia in senso esistenziale sia in senso essenziale. L’unico punto da cui mi discosto e su cui vorrei nei prossimi giorni dipanare l’equivoco riguarda il giudizio di Wenders sul film La caduta: concerne la questione dell’abitare la domanda heideggeriana senza rispondervi. A mio avviso, la risposta non può essere finzionale nel senso in cui la fiction è intesa coi canoni odierni – va cercata una forma diversa, spetta alla creatività dell’umano trovare questa forma che tenga la totalità del tragico senza esibirne smaccatamente la maschera, cioè senza amplificare lo smacco dell’umanesimo che il nazismo ha imposto come separatezza ontologica tra uomo e uomo. gg]
L’ERRORE LITTELL
di GIACOMO PELLIZZARI
Tu dici che Littell si è fermato a un piano “ontico”, senza entrare nell’ontologico. Cioè ha scritto dimenticando di far parte, come tutti noi, di ciò di cui scrive. E’ come, mutuando dal passo dello Zibaldone che citi, se avesse guardato “da fuori” ciò in cui è in realtà dentro fino al collo. Ciò che fonda la sua, come la nostra, esistenza storica. E, aggiungerei, morale. Come se, per l’appunto, il nazismo fosse qualcosa che non può esser guardato e colto “da fuori” (fatti salvi i testi di storia e le cronache), ma solo “da dentro”. Cioè, per l’appunto, raccogliendo le testimonianze dirette. Cioè solo chi vi è dentro per davvero può raccontarlo per davvero. Chi vi è fuori, proprio in quanto in realtà vi è dentro (ovvero tutti noi, che non l’abbiamo vissuto, ma che proprio nei fatti della seconda guerra mondiale e nello sterminio degli ebrei, nel considerarli il “sommo male”, da un punto di vista esistenziale, fondiamo la nostra moralità e la nostra esisenza), non può raccontarli. Nemmeno attraverso la finzione narrativa. Anzi soprattutto attraverso la finzione narrativa, come invece fa Littell, cadendo in errore. Una fallacia etica. Occorre cioè un comportamento “morale” (nel senso nobile del termine) da parte di tutti coloro che non hanno vissuto il nazismo e che pure, prorpio nella loro sfera morale, sui fatti del nazismo fondano la propria identità.
Noi siamo il ripudio del nazismo. Noi siamo “mai più”. Non possiamo uscire da noi stessi, per vedere ciò che ci fonda in quanto individui morali. Possiamo al massimo apprenderlo, abitarlo. Come si abita la domanda heideggeriana. Cioè senza rispondervi. La nostra dimensione ontologica è quella di abitare il nostro essere esistenzialmente “ripudio” del nazismo. E mai, nulla al mondo, giustifica un nostro sconfinamento, attraverso finzioni letterarie o cinematografiche, nel tentativo di testimoniarlo e di raccontarlo come fosse cosa “normale” o che “può capitare”.
Per questo Lanzmann sì, ma Littell no. Per questo (e consiglio di trovare l’articolo, apparso sullo “Zeit”, con cui Wenders condannava il film La Caduta con Bruno Ganz, sugli ultimi giorni di Hitler, circa tre anni fa) ogni scrivere di Shoah deve essere “fare memoria”. Comportarsi ontologicamente e, direi, heideggerianamente in modo “autentico” nei confronti di ciò che si è.
Noi siamo il non-nazismo. L’esserlo è il nostro compito. L’unica forma di vita “autentica” che ci è storicamente concessa. Se scriviamo, attraverso finzione letteraria, la barbarie di un ufficiale immaginario delle SS che ci chiama “fratelli”, compiamo uno sconfinamento nell’ontico. Cioè in cio che non siamo e non possiamo che non essere. Cioè uno sconfinamento nel “si dice”, nella “chiacchiera” della vita inautentica.