Guénon: da “Errore dello spiritismo”

Affrontando la questione dello spiritismo ci preme dire subito, nel modo più chiaro possibile, con quale spirito intendiamo trattarla. Molte opere sono già state dedicate a questo argomento, e negli ultimi tempi sono diventate più numerose che mai; tuttavia noi non pensiamo che sia già stato detto tutto quanto c’era da dire, né che il presente lavoro rischi di essere il doppione di qualche altro. Non ci proponiamo, d’altra parte, di fare un’esposizione completa dell’argomento in tutti i suoi aspetti: ciò ci obbligherebbe a ripetere troppe cose che si possono facilmente trovare in altre opere, e sarebbe di conseguenza un lavoro tanto enorme quanto poco utile. Riteniamo preferibile limitarci ai punti che sono stati trattati finora nel modo più insufficiente: per questo motivo ci dedicheremo innanzi tutto a dissipare le confusioni e gli equivoci che in quest’ordine di idee abbiamo avuto frequentemente occasione di constatare e mostreremo poi, soprattutto, gli errori che sono alla base della dottrina spiritistica, se pure sia ammissibile chiamarla dottrina.

Pensiamo che sarebbe difficile, e comunque poco interessante, considerare la questione nel suo insieme dal punto dì vista storico; in effetti, si può tracciare la storia di una setta ben definita, che formi un tutto chiaramente organizzato, o possieda almeno una certa coesione; ma non così si presenta lo spiritismo. é necessario far notare che gli spiritisti sono stati, fin dall’origine, divisi in parecchie scuole – le quali si sono ancora moltiplicate in seguito – e hanno sempre costituito innumerevoli gruppi indipendenti, talvolta rivali fra loro. Se anche fosse possibile redigere un elenco completo di tutte queste scuole e di tutti questi gruppi, la fastidiosa monotonia di una simile enumerazione non sarebbe certo compensata dal risultato che se ne potrebbe ottenere. Resta poi ancora da aggiungere che, per potersi dire spiritisti, non è affatto indispensabile appartenere a una qualsivoglia associazione: è sufficiente ammettere certe teorie, che comunemente sono accompagnate da pratiche corrispondenti; molte persone possono fare dello spiritismo isolatamente, o in piccoli gruppi, senza ricollegarsi a nessuna organizzazione, e questa è una situazione che lo storico non può verificare. In ciò lo spiritismo si presenta in modo del tutto diverso dal teosofismo e dalla maggior parte delle scuole occultistiche; questa caratteristica è lungi dall’essere la più importante fra tutte quelle che lo contraddistinguono, ma è la conseguenza di certe altre differenze meno esteriori, che avremo occasione di spiegare. Noi confidiamo che quanto detto sia sufficiente a far comprendere il motivo per cui non introdurremo in questo studio considerazioni storiche se non nella misura in cui esse ci sembreranno capaci di chiarire la nostra esposizione, e senza farne oggetto di una parte speciale.

Un altro punto che non intendiamo trattare in modo completo è l’esame dei fenomeni che gli spiritisti invocano in appoggio alle loro teorie e che altri, pur ammettendone ugualmente la realtà, interpretano però in maniera totalmente diversa. Parleremo di ciò in modo sufficiente a indicare quel che ne pensiamo, ma la descrizione più o meno particolareggiata di tali fenomeni è stata così spesso fornita dagli sperimentatori stessi, che sarebbe del tutto superfluo ritornarci sopra; del resto, non è questo che ci interessa particolarmente, e preferiamo, al riguardo, segnalare la possibilità di certe spiegazioni che gli sperimentatori di cui dicevamo, spiritisti o no, certamente neanche sospettano. Senza dubbio è opportuno notare che, nello spiritismo, le teorie non sono mai separate dalla sperimentazione, né noi intendiamo considerarle completamente separate nella nostra esposizione; noi però sosteniamo che i fenomeni forniscono soltanto una base affatto illusoria alle teorie spiritistiche, e che, in assenza di queste ultime, non ci si troverebbe più di fronte allo spiritismo. D’altra parte, ciò non ci impedisce di ammettere che, se lo spiritismo fosse soltanto teorico, sarebbe molto meno pericoloso di quanto è e non eserciterebbe la stessa attrazione su tanta gente; su tale pericolo tanto più insisteremo in quanto esso costituisce il più urgente dei motivi che ci hanno spinto a scrivere il presente libro.

Abbiamo già detto altrove come sia nefasta, a nostro giudizio, la diffusione di quelle teorie che sono comparse meno di un secolo fa, e che si possono definire in modo generale con il nome di “neospiritualismo”. Certamente vi sono, nella nostra epoca, molte altre “controverità” che è bene ugualmente combattere; le prime, però, hanno un carattere del tutto speciale, che le rende forse più nocive – e in ogni caso in modo diverso – rispetto a quelle che si presentano sotto una forma semplicemente filosofica e scientifica. Tutte queste cose, in effetti, appartengono più o meno al campo della “pseudoreligione”; l’espressione, che è stata da noi attribuita al teosofismo, potrebbe essere ugualmente riferita allo spiritismo. Sebbene quest’ultimo avanzi spesso pretese scientifiche a causa dell’aspetto sperimentale nel quale crede di trovare non solamente il fondamento, ma la fonte stessa della sua dottrina, esso non è in definitiva che una deviazione dello spirito religioso, conformemente alla mentalità “scientistica” posseduta da molti nostri contemporanei. Inoltre, fra tutte le dottrine “neospiritualistiche”, lo spiritismo è certamente la più diffusa e la più popolare, e ciò si comprende facilmente, poiché è la forma più “semplicistica”, diremmo volentieri la più grossolana, di tali dottrine: esso è alla portata di tutte le intelligenze, anche le più mediocri, e i fenomeni su cui si appoggia, o almeno i più comuni di essi, possono per giunta essere facilmente ottenuti da tutti. E’ quindi lo spiritismo a fare il più gran numero di vittime, e le devastazioni da esso causate si sono ulteriormente accresciute in questi ultimi anni in proporzioni inattese, a causa dello scompiglio che i recenti avvenimenti hanno provocato nelle coscienze. Quando parliamo di devastazioni e di vittime, non si tratta affatto di semplici metafore; le cose di questo genere, e lo spiritismo più di tutte le altre, hanno come risultato di squilibrare e rovinare in modo irrimediabile una quantità di sventurati che, se non le avessero incontrate sulla loro strada, avrebbero potuto continuare a condurre una vita normale. Si tratta di un pericolo che non dovrebbe essere ritenuto trascurabile e che, soprattutto nelle attuali circostanze, è particolarmente necessario e opportuno denunciare con insistenza. Queste considerazioni rafforzano in noi la preoccupazione, di ordine più generale, di difendere i diritti della verità contro tutte le forme di errore.

Dobbiamo aggiungere che non è nostra intenzione limitarci a una critica puramente negativa; occorre che la critica, giustificata dalle ragioni che abbiamo detto precedentemente, sia per noi, nello stesso tempo, un’occasione per esporre certe verità. E nonostante il fatto che su parecchi punti saremo costretti a limitarci a indicazioni piuttosto sommarie per restare nei confini che intendiamo imporci, riteniamo ugualmente di poter fare intravedere molte questioni non conosciute, capaci di aprire nuove vie di ricerca a coloro che saranno in grado di valutarne la portata. D’altra parte ci preme avvertire che il nostro punto di vista è molto differente, sotto molteplici aspetti, da quello della maggior parte degli autori che hanno trattato dello spiritismo, tanto per combatterlo quanto per difenderlo; noi ci riferiamo sempre, innanzi tutto, al dati della metafisica pura, quali le dottrine orientali ci hanno fatto conoscere; riteniamo infatti che certi errori soltanto così si possano confutare pienamente, e non ponendosi sul loro stesso terreno. Sappiamo sin troppo bene, poi, che dal punto di vista filosofico, così come dal punto di vista scientifico, si può discutere indefinitamente senza con ciò avanzare di un passo, e che prestarsi a simili controversie equivale spesso a fare il gioco dell’avversario, per quanto poca sia la sua abilità nel far deviare la discussione. Siamo pertanto convinti più di chiunque altro della necessità di una direzione dottrinale dalla quale non si deve mai deviare, e che, sola, permette di accostarsi impunemente a certe cose. D’altra parte, poiché non vogliamo chiudere la porta ad alcuna possibilità e schierarci se non contro ciò che sappiamo essere falso, tale direzione può essere per noi soltanto di ordine metafisico, nel senso in cui, come abbiamo altrove spiegato, il termine va compreso. Naturalmente, uno studio come questo non deve essere considerato propriamente metafisico in tutte le sue parti; ma non temiamo di affermare che vi è, nella sua ispirazione, più vera metafisica di quanta ve ne sia in tutto ciò a cui i filosofi attribuiscono indebitamente tale nome. Quest’ultima affermazione non deve spaventare nessuno: la vera metafisica, a cui facevamo riferimento, non ha nulla in comune con le astruse sottigliezze della filosofia né con tutte le confusioni che questa provoca e alimenta a profusione; inoltre il presente studio, nel suo insieme, non avrà nulla del rigore di una esposizione esclusivamente dottrinale. Ciò che intendiamo dire è che noi siamo costantemente guidati da principi i quali, per chiunque li abbia compresi, sono di una certezza assoluta e senza i quali si rischia seriamente di perdersi nei tenebrosi labirinti del “mondo inferiore”, cosa di cui troppi esploratori temerari, nonostante i loro titoli scientifici e filosofici, ci hanno fornito il triste esempio.

Tutto ciò non significa affatto che noi disprezziamo gli sforzi di coloro che si sono situati in punti di vista differenti dal nostro; al contrario, noi riteniamo che tutti i punti di vista, purché siano legittimi e validi, non possano che armonizzarsi e completarsi. Ci sono però distinzioni da fare e una gerarchia da osservare: un punto di vista particolare vale soltanto entro un certo ambito, e bisogna fare molta attenzione ai limiti oltre i quali cessa di essere applicabile; è quanto dimenticano troppo spesso gli specialisti delle scienze sperimentali. D’altro canto, coloro che si pongono dal punto di vista religioso hanno sì l’inestimabile vantaggio di una direzione dottrinale simile a quella di cui abbiamo parlato, ma tale direzione, a causa della forma da essa rivestita, non è universalmente accettabile, anche se basta a impedire che essi si perdano pur non fornendo soluzioni adeguate a tutte le questioni. Comunque sia, di fronte alle attuali circostanze, siamo convinti che non si farà mai troppo per opporsi a certe perniciose attività, e che ogni sforzo compiuto in tal senso, a patto che sia ben diretto, avrà la sua utilità, potendo forse essere più idoneo di altri ad avere effetti su questo o quel punto determinato; e, per parlare un linguaggio che alcuni comprenderanno, aggiungeremo che non si diffonderà mai troppa luce per dissipare tutte le emanazioni provenienti dal “Satellite oscuro”.

Apoteosi lounge. La via lounge alla letteratura.

di GIUSEPPE GENNA

[Appendice a Forget Domani, di Igino Domanin e Giuseppe Genna, peQuod edizioni]

Forget domani (una canzone che ebbe, tra i molti illustri interpreti, anche Perry Como) è un adagio che attraversa un ampio arco del nostro presente appena passato. Dagli anni Cinquanta alla fine dei Novanta, a detta delle due menti che sono in questo libro in reciproca metastasi, l’occidente ha vissuto una propria storia ufficiale, che non coincide affatto, bensì si interseca in continuazione, con una miriade di controstorie segrete o, quando evidenti e palesi, relegate all’incoscienza collettiva. Una massa di questa infinità di controstorie è ciò che denominiamo Lounge.

Il Lounge è una stronzata e può sembrare bizzarro che due individui, peraltro impegnatissimi e non del tutto idioti, spendano tempo ed energie a elaborare la mappa di una categoria dell’idiozia. Però è anche vero che, a questi due individui, l’idiozia interessa. Una pellicola di iridescenza, una superficie in cui fiorisce la luminosità dell’effimero, un buco nero che attrae verso il proprio nulla l’intera pesantezza del mondo: questo è il Lounge di cui scriviamo e di cui, con tutta probabilità, ognuno a modo suo, continueremo a scrivere. 25_forgt.jpgE’ come se avessimo da tempo immemore covato una segreta ambizione, la massima e più prometeica tra quelle a disposizione della fantasia umana: rappresentare una psiche larghissima, in perenne deflagrazione, l’universo mentale in continua contrazione ed espansione secondo traiettorie anarchiche, in un assolutismo che cancella la distinzione tra caos e ordine. A questa ambizione abbiamo cercato di dare corpo esponendo i lettori alla girandola cosmica di una storia conosciuta da molti e sconosciuta ai più: quella dell’occidente degli ultimi cinquant’anni, nelle sue epitomi per noi più significative e interessanti – l’Italia e l’America.
La psiche è un assoluto. Non abbiamo bisogno di giustificazioni o di moralismi che sorreggano le nostre incursioni in territori pericolosi (pericolosi anche politicamente, in quanto lo sono psichicamente). L’assolutismo psichico, a cui desideriamo esporre noi e i lettori, non tollera figurazioni di vizi o di virtù. C’è un abbandono alle correnti psichiche che va praticato, prima di essere ridotto a esercizio letterario o storiografico o critico. Non intendiamo concedere alcun appiglio a chi voglia esercitare una indagine analitica o culturale su questa esperienza che, a differenza da certi scherzi del passato, ci pare non priva di senso e perfettamente leggibile.
Tutto il nostro Lounge è molto concreto e immediatamente storico, appartenendo alla coscienza collettiva di questo cinquantennio occidentale. Che tra le righe di queste narrazioni elusive ed epidermiche appaia, sfolgorante e aurea, la sagoma di Frank Sinatra, l’implicita profferta sessuale del corpo di Mina, la colpa senza senso della carcassa di Aldo Moro, la folla dei crooners e dei microfoni che hanno parlato al mondo per decenni, la rivoluzione antropologica imposta dall’epifania di Garrincha, la semivita catatonica di Henry Kissinger o l’esoterismo del beau vivre versiliano – tutto ciò conferma e supera l’impressione che il Lounge di cui parliamo sia in effetti un orizzonte distante dalle vite comuni degli abitanti dell’occidente contemporaneo. Non possiamo non dirci lounge: In questo assioma, verificabile in ogni momento dell’esistenza di chiunque, sta la nostra proposta di superamento dell’ossessione dello Spettacolo e della Finzione, di cui il pianeta intero sembra attualmente ostaggio, a partire dalle sue avanguardie più illuminate e intellettuali.
Il 15 maggio 2002, alle 20.33 ora italiana, il tempo si è fermato. Raccogliendo un cross idiota del terzino sinistro Roberto Carlos, l’asso del calcio mondiale Zinedine Zidane ha sospeso la storia del mondo. Zinedine Zidane, biancovestito, ha osservato con stolido sguardo il pallone piovere dal cielo di Glasgow, si è coordinato ruotando sul perno della gamba destra, facendo compiere un largo giro alla gamba sinistra che andava tendendosi, e ha colpito con il collo del piede in miracolosa sincronia con la sfera, un tiro a effetto teso e velocissimo (ma che tutti hanno visto), siglando uno dei gol più leggendari dell’intera storia del calcio mondiale. Nell’attimo preciso della perfezione, quando il tiro stava per essere scagliato, mentre le traiettorie del pallone e del corpo del calciatore stavano avvicinandosi attraverso un complesso armillare di iperboli in movimento, il pianeta-spettatore ha sospeso il fiato, il tempo si è arrestato di colpo, nessun ordine è entrato in vigore – soltanto una calma senza storia, fatta di stupore e di infinita attesa, una libidine pronta al soddisfacimento sempre postposto e uno stupore che rasentava l’infanzia universale hanno percorso come un brivido quest’angolo di galassia. La star, mediatica e sportiva, bianchissima, un tempo povera e ora stratosfericamente ricca, ha mosso inebetita il proprio corpo, senza ragione né dialettica, pura immagine e puro strumento, fuori dal pensiero, compresente ovunque, incantevole, sinuosa, un cigno mitologico che non aveva nulla del mito per come lo pensano certuni – era concreto, era lì, era vero, era sempre, ci traghettava fuori del corso del tempo, aboliva la sofferenza, ci sospendeva in un sonno della psiche che permetteva alla vuota coscienza di riappropriarsi di noi, ci sballottava lungo il piano inclinato dell’assenza di dolore, faceva di noi dei buddha che hanno raggiunto l’illuminazione catodica, in preda a un’estasi senza furore, perfettissimi. Questo è il Lounge che intendiamo spalancare sulle sabbie calcaree del mondo.
Leggendo del mitologico trio crooner detto Rat Pack (il mafioso Frank Sinatra, l’etilista Dean Martin e il satanista Sammy Davis Jr.) oppure scrutando le movenze di un generale dei Servizi che ricorda da vicino Gian Adelio Maletti, si ha forse l’impressione di trovarsi di fronte a un’ennesima operazione di recupero del passato. Il che è esattamente ciò che non intendiamo fare. Ci hanno rotto i coglioni i sorrisini televisivi che si diffondono all’immagine della piramide di tetrapack in cui la Centrale del latte di Milano riversava il prezioso alimento negli anni Settanta. Il ricordo ironico del formaggio Dover, ormai scomparso, accresce soltanto la nostra ira e la nostra fantasmagoria, che sono implicitamente civili. La memorialistica trash ci sembra esercitare una potenza alienante di secondo grado su un’intera generazione di imbecilli, che tra l’altro è la medesima a cui appartengono i due autori di questa raccolta. Il Lounge non presume alcun tipo di emulazione e non si circoscrive nel movimento circolare del recupero del recente passato – una sorta di autofagocitazione che ci ricorda da vicino l’idiozia del servo che plaude al padrone. Il Lounge è più vicino alla lirica marinista o al furore bruniano, e ha una valenza politica profondamente contestataria. Il Lounge vuole abolire il tempo e tende all’abolizione dell’uomo. Quale uomo? Questo: l’uomo occidentale contemporaneo. Il nostro Lounge pretende di essere una forma di rinnovato umanesimo, che non espelle dal proprio cerchio vitale la chance metafisica che, in ogni momento e in ogni luogo e in ogni universo, si prospetta a qualunque fenomeno di coscienza. C’è da ridere a crepapelle davanti a certune folgorazioni Lounge (lo scrivente è convinto che la battuta del racconto di Domanin, “Pensi al tipitipitipso?”, raggiunge un vertice della letteratura odierna), ma si tratta di una risata sovrumana, esplosa da una smorfia impressa forza nella viva carne, un po’ come quella con cui il Gwynplain de L’uomo che ride di Hugo seppellisce se stesso prima che il mondo tutto. Il nostro Lounge non prefigura un paradiso in terra: ne addita l’esistenza in loco e lo realizza. L’ologrammatica figura eterea e luminosa di Elvis Presley (autore, tra l’altro, del titolo più lounge della storia umana: Un milione di persone non possono sbagliarsi: Elvis è il re) attualizza un’angelologia laicissima, ma non per questo meno necessaria. Emblematica del contemporaneo, il Lounge parla a questo uomo della forma di un altro uomo – e lo fa senza nostalgismi, poiché l’uomo di cui il Lounge parla non è l’uomo del passato; ma lo fa anche senza attese messianiche, poiché l’uomo del Lounge non è un uomo a venire. Il Lounge è come un divaricatore vaginale: ha a che fare con qualcosa che attiene alla libido sessuale e alla sfera del piacere, ma non nel senso in cui ci si aspetterebbe, bensì in un senso più fisiologico di quanto si immagini. Il punto di partenza del lavoro narrativo di Forget domani, a conti fatti, è un passo di Vineland, capolavoro di Thomas Pynchon: in uno stato di presonno e di osmosi narcotica, bambini in ipnosi ascoltano la scansione dell’etere alla radio, stazioni e onde sonore che si accavallano, fluiscono, ritornano, inebetiscono. Come quella scansione in stato di necrosi fluida delle capacità cognitive, il Lounge penetra la percezione, la rarefà, la annichila, spalanca un territorio totalmente eterogeneo rispetto alla nostra attuale capacità di sensazione del mondo. Il tempo del Lounge è l’eterno presente, ma non nel senso degli scolastici o dei romantici, bensì nel senso banale dell’espressione: un presente in cui si sente soltanto il momento presente, protratto fabulisticamente, come capita quando si ascolta un’esecuzione folgorante di Frank Sinatra o leggendo un passo di Goffredo Parise.
Pare incredibile, ma la faccia che vedete in copertina appartiene a un uomo reale – e nemmeno uno che è stato vivo: è la faccia di uno che è tuttora vivente. Si chiama Wayne Newton ed è un divo di Las Vegas. Ha ereditato la tradizione crooner e continua a praticarla nelle hall di grand hotel infittiti di divani leopardati e circoscritti da lucidi banconi bar, dove girano libere enormi tigri albine. In questo contesto urbano e in qualche modo raffinatamente elegante, Wayne Newton si muove a suo agio: il suo amnio è lo spettacolo, reiteramente improvvisato, che conserva ancora luminose tracce delle movenze della “fronte positiva” di JFK, il leggendario presidente chiamato sul palco di un locale di Las Vegas dai tre del Rat Pack. I capelli finti da implantologia talmente neri da riflettere lucori bluastri, il rimmel, le ciglia posticce, le lenti coloranti, il cerone spalmato sui pori della pelle, la chiostra dentaria falsa, il leggero tratto di rossetto che esalta le labbra sottili, il raso di seta di cui sono fatte cravatta e camicia – insomma, tutta l’artificialità incarnata dal busto di Wayne Newton – non cancellano il fatto che questa forma è vivente e canta. Non soltanto: essa è un prolungamento biologico e un rappresentante fisico del Paradiso Lounge a cui alludono continuamente i racconti di questo libro.
La glaciazione del desiderio contro il suo superamento: una lotta manichea che stringe l’eternità dell’uomo – un’eternità che copre l’arco dell’intera esistenza della specie. Questo è il Lounge.
Il parto, l’esperienza erotica, la prassi spettacolare, il divertimento fulmineo e improgrammabile, la fine improrogabile satura di attesa, la spiritualità ascetica e compressa nel cerchio individuale, la pubblicità, l’esposizione alla gioia, lo spleen che immelmisce la permanenza in una colla noiosa, lo sconcerto per l’apparizione, l’eone che sta per spalancarsi sempre, l’apocalisse laico e quindi assoluto, il suono senza suono che permea la voce umana quand’essa è condotta a fenomeni di rilevanza suprema, il ricordo che resiste all’erosione della mente – tutto questo baillamme ultrafisico fa da sfondo al Paradiso Lounge in cui inscriviamo ossessioni e mitologie, sonorità e depressioni, colpe evanescenti e misure auree. Il senso che se ne deduce non è l’assenza di senso, quanto, piuttosto, un’allegoria aperta della forma umana, che finisce per collassare su se stessa. Quando si narra dello scontro tra due diverse specie umane compresenti nella stessa era arcaica (Neanderthal e Cro-Magnon), desumendolo da un documentario conculcato in prima serata dalla voce farinacea di Piero Angela, diviene indistinguibile il processo di cortocircuito tra routine, eccezionalità, fisiologia e metafisica. Se nelle Torri Petronas di Kuala Lampur si manifesta, in forma di schianto aereo e igneo, lo spettro devastante di Sandokan, allora sfuma la grettezza di una letteratura calcolata, che emenda l’errore, esattamente come sfuma il contorno di un occidente che, oltre che l’errore, emenda l’orrore stesso (o, al limite, lo metabolizza via cavo o su server oltreoceanici). La devastazione del processo economico unico, l’applicazione dei più inquietanti protocolli di controllo psichico e l’inclinazione dell’umano alla palingenesi sono soltanto alcuni lembi dell’epitelio carcinomatoso contro cui, del tutto naturalmente, viene percorsa la via lounge alla letteratura (il che è lo stesso della vita).
Alcune precisazioni su morti presunte, il cui non funesto annuncio abbiamo voluto dare con questi racconti (se ancora possiamo definirli racconti). La prima e più importante morte: quella delle barriere cognitive ed emotive in cui si barrica l’individuo. Tentiamo di fare spreco di noi, tentiamo di abolirci. Le nostre passioni esercitano una pressione magnetica talmente pazzesca su di noi, che noi non esistiamo più. La seconda morte: la seriosità di certa letteratura, patina offuscante e isolante che interdice un godimento epidermico della leggenda o della narrazione. Terza morte: quella del rifiuto – per cui, sia detto francamente, se questi scorci narrativi vi fanno schifo, va benissimo così.
Noi non vogliamo tutto. Però è certo che continuiamo a volere parecchio. Il Lounge è l’eternità praticata in questa vita, in questa forma sovrumana che la nostra specie incarna.

[Pubblicato su Web la prima volta il 30 novembre 2002]

Milo De Angelis: TEMA DELL’ADDIO

E’ troppo importante la pubblicazione del nuovo libro di Milo De Angelis, Tema dell’addio (Mondadori, € 9.40), per non parlarne direttamente, anziché accostare in maniera critica la recensione apparsa su “Alias”, supplemento culturale de il manifesto, a firma di Andrea Cortellessa, qui pubblicata. Le ragioni di Cortellessa, sia chiaro, sono ragioni legittime di una componente della critica italiana di poesia, che io non condivido minimamente. Impiegherei pagine per smentire – ma unicamente nella mia prospettiva – quanto Cortellessa dice dell’itinerario poetico di De Angelis, dal ’76 a oggi. Basti, a sedare ogni eventuale contrasto di ordine critico, la considerazione che non è possibile prescindere, in poesia contemporanea, dal lavoro che De Angelis è andato via via pubblicando, certo anche con discontinuità, ma che con Tema dell’addio tocca vertici di un riconosciuto capolavoro quale fu il primo testo edito, Somiglianze. Unica notazione circa il pezzo di Cortellessa è l’uso del termine ermetismo: una fossilizzazione indebita, di cui la critica ufficiale faticherà per molto ancora a liberarsi, non accorgendosi che proprio Milo De Angelis l’aveva mandata a gambe all’aria trent’anni orsono.

Milo De Angelis è un poeta nondualista o, più precisamente, shankariano. Comprendo benissimo che la “critica ufficiale” fatichi ad assumere come effettive categorie di questo genere. Ciò è dovuto al consolidarsi, in àmbito istituzionale, di letture della tradizione poetica che sono completamente esogene rispetto alle tradizioni interne che certi poeti si scelgono quali ineliminabili contesti di angoscia d’influenza. Se esiste un complesso d’Edipo passabilmente rintracciabile nella poesia di De Angelis, è certamente lo spettro di una classicità aurea, tale non per stilemi filtrati attraverso l’ideologia del neoclassicismo e nemmeno attraverso il diporto del petrarchismo: si tratta al contrario di una classicità gnomica che ha probabilmente nel poema notturno di Parmenide e in Eraclìto e in Pindaro i suoi rappresentanti più evidenti.
Parmenide, Eraclìto e Pindaro: tre poeti (se ancora si può dire poeti, a proposito di questi tre giganti preteroccidentali) che si collocano in una linea che la tradizione letteraria non ha mai smesso di frequentare, mentre la critica ha sempre avuto difficoltà a riconoscerne la sotterranea presenza e la metatemporalità che irradia dall’intercettazione di archetipi e simboli. La tradizione archetipica e simbolica ha incontrato molte difficoltà, financo pretesamente ideologiche e politiche, a essere decrittata. Poco importa che Foscolo o Pascoli o Carducci praticassero proprio quella lettura, a proposito di Dante e Petrarca. Siamo arrivati perfino al paradosso che questo approccio è stato bollato come fascista. Dobbiamo a Valerio Evangelisti la mirabolante mossa letteraria di strappare ai campihobbit il primato sulla riflessione su simbolo e archetipo in Italia, poiché al povero Furio Jesi si negò (e continua a negarsi) la legittimità dei suoi profondi studi in materia, mentre la critica a oggi sembra dimenticarsi delle imprescindibili incursioni di Ioan P. Coulianu (vedansi il fondamentale Eros e magia nel Rinascimento e l’altrettanto imprescindibile I viaggi dell’anima, editi in Oscar). intorno a questa enigmatica tradizione.
Se ci si leggesse il capitolo dedicato alla poesia induista da René Daumal e pubblicato in La conoscenza di sé (Adelphi, 1986), si otterrebbe un saggio perfetto sulla poesia migliore di Milo De Angelis. Il che è davvero un problema per la critica stilistica italiana. Sorge un equivoco: uno che fa poesia induista in Italia potrebbe al limite essere un ermetico. Non è così. Anzitutto per la radice cristiana (cattolica) che sostanzia (in dialettica magari negativa, come in Sereni) l’ermetismo italiano. E poi per il fatto che una poesia induista significa una poesia nondualista: una poesia senza lingua, che mira alla sostanza da cui la lingua (anche quella poetica) emerge (si percepisca il verbo in parallelo con la scuola emergentista neuroscientifica, cui è indispensabile il contributo di Varela).
Non è un caso che, per parlare dei versi di Milo De Angelis sia quasi sempre necessario ricorrere all’analogia: strumento retorico che sottende un’anagogia, un sovrasenso spirituale, che la critica quasi sempre bolla come irrazionalismo e/o vitalismo, da cui fa discendere un veto di ordine ideologico. L’analogia che è strumentazione dell’ermetismo non c’entra nulla con il procedere analogico in De Angelis, su cui egli non solo lavora: piuttosto, si mette direttamente a mutarne lo statuto retorico. Le analogie, in De Angelis, vengono soppresse per essere scatenate. L’analogia è uno scatto intuitivo causato dalla tensione tra due piani polari, uno superiore all’altro non soltanto per quantità di semantica interna, ma anche per qualità di rivelazione. E’ una metafora al verticale: ciò che la metafora mette in contatto orizzontalmente, l’analogia mette in contatto se esiste verticalità. In Somiglianze appare l’incontro con questa immagine apparentemente slegata dall’omogeneità lessicale del libro: 

bende che odorano forte di zuppa di pesce. 

Qui precisamente siamo di fronte a un procedimento analogico che è vertiginoso. L’odore di zuppa di pesce è un odore ammoniacale che si armonizza, per sinestesia, alla perfezione con la frequenza delle immagini che alludono a pronto soccorso (bende), ospedale, dramma biologico. Questa primarietà elementale (l’ammonio) sale di grado quando De Angelis, in maniera apparentemente inconsulta, “salta” a livelli di immagine cosmologica. Il riferimento continuo a elementi primi, che richiamano proprio la teoria elementale di matrice presocratica, fa giungere l’ammonio sul piano di altri gas nobili e primari, emblemi della tavola chimica, atomi mendeieviani.
La grande analogia, che in nulla ha a che vedere con l’analogia di provenienza ermetista, viene costruita da De Angelis con un salto esso stesso analogico: il microscopico come macrocosmico, la formazione di nebule galattiche e le mitosi cellulari. Occorrenze di un’analogia estrema, che tanta presa ha avuto sulla comunità poetica nazionale, e non per certa indefinibile ineffabilità lirica o iperlirica: qui la decomposizione del vivente è analoga alla decomposizione dei legami chimici, che sono microbiologici e macrofisici contemporaneamente. La morte denegata, subìta emotivamente, supera se stessa nell’analogia quantistica. Se uno volesse andarsi a leggere le conclusioni provvisorie della Teoria delle Stringhe di Gabriele Veneziano su ciò che c’è prima del Big Bang – un prima esigito per equazione -, troverebbe composizioni apparentemente irrazionali ma non per questo vanamente religiose o pretestuosamente metafisiche. Con uno slogan, si potrebbe dire che la poesia di Milo De Angelis è tanto spiritualista quanto materialista: è l’incrocio metafisico tra materia e coscienza di cui qui si parla.
E’ una lunghissima premessa, ma, siccome non si discute mai in spazi sufficientemente ampi della poesia contemporanea, era forse il caso di esplicitare qui alcune delle prospettive implicite in una delle più folgoranti apparizioni della nostra letteratura contemporanea.
Proprio a partire da una simile premessa, che tenta in chiave di critica emblematica di dare conto dell’aspetto “siderale” della poesia di De Angelis, si può apprezzare il lavoro che l’autore milanese ha compiuto col doppio salto di cui Tema dell’addio è testimonianza.
Vanamente si cercherà una versificazione tradizionale, in De Angelis, poiché lo stile, per come lo interpreta la critica stilistica, è un aspetto sommariamente secondario nella scrittura di questo poeta: del resto non è che la poesia si faccia in risposta ai desiderata della critica, la quale oggi del resto è morente o almeno in stato precomatoso – la poesia si fa, anche se la critica fatica a reperire etichette e/o solchi tradizionali in cui iscrivere i testi.
Eppure in Tema dell’addio colpisce un’aura di domesticità della scrittura di De Angelis. E’ in atto un procedimento di addolcimento, da Biografia sommaria, il titolo precedente: addolcimento non dei temi, ma sicuramente della natura dei tic stilistici. Si contino per esempio, confrontandoSomiglianze Millimetri con Tema dell’addio, quante tautologie in meno e quante rime in più. Uno slittamento verso il canto? E’ un’ipotesi, ma a me non soddisfa. Resto più incline alla possibilità che De Angelis ricorrra a quelli che ho definito tic. Un canto autentico non può essere un tic. Se il tic non è più cerebrale o algebrico (le tautologie: “matita d’erba nella matita alta”) e appare invece cantato, ciò non è dovuto a una scelta stilistica: è imposto piuttosto dalla situazione di tremore, esistenziale certo (qui uno dei temi fondamentali è la morte prematura della moglie, la poetessa Giovanna Sicari) ma anche essenziale. Prendiamo un bambino di cinque anni e abbandoniamolo in una cantina al buio: il bimbo ci cerca, non ci trova, è terrorizzato e, mettiamo, canticchia ripetutamente una filastrocca per rassicurarsi. Questa autodifesa psichica, qui addirittura antitraumatica, è l’automatismo a cui ho dato nome tic. Poiché certa critica stilistica pensa allo stile come difesa psichica e identitaria, sarà il caso che quella critica stilistica comprenda che, nel caso di De Angelis, non siamo nelle strutture di queste autodifese: siamo nella sostanza che le strutture psichiche cristallizzano. La poesia di De Angelis è sempre una sagomatura del cratere del trauma, ma può essere tale soltanto in quanto esperisce il trauma, non in quanto eietta la memoria del trauma stesso.
Il tema dell’addio non è la morte: è la proiezione del distacco. Il tema dell’addio è il contenuto dell’addio e non soltanto l’accadere della pronuncia dell’addio. Una poesia nondualista non può per natura considerare definitivo il distacco: esiste una prosecuzione di sostanze in sostanze, di lingue in altre lingue. “Morire fu quello | sbriciolarsi delle linee” si legge nella formidabile sezione d’apertura del libro di Milo De Angelis (a mia detta, questa sezione è uno dei massimi esiti dell’intera sua opera poetica): cosa si sbricioli e dove vada ciò che si sbriciola è questione ben diversa dall’evaporare delle linee, dei contorni, delle figure e, in ultima sintesi, degli stili. “Non è più dato.” è l’incipit gnomico della terza poesia di questa raccolta: e che non sia più dato non significa che non sia più – l’essere non può non essere. E tuttavia, questa poesia nondualista deve rovesciarsi per quintessenza, e dire che la morte, che non esiste, esiste:

Non è più dato. Uno solo è il tempo, una sola
la morte, poche le ossessioni, poche
le notti d’amore, pochi i baci, poche le strade
che portano fuori di noi, poche le poesie.

Nella settima delle Nemee di Pindaro si legge:

Per tutti avanza l’onda della morte,
piomba su chi l’attende e chi l’ignora.

E più avanti:

Nascendo differiamo, e abbiamo in sorte
chi una vita e chi un’altra, ma nessuno
coglierà intera l’avventura.

Questa posizione viene rovesciata radicalmente da Pindaro nella decima delleNemee:

In perpetua vicenda
dimorano col Padre amato un giorno
e un giorno nel segreto della terra.

Questo rovesciamento (la vita data in sorte finisce, eppure si parla di perpetua vicenda) che cos’è? Una pratica e credenza da sciamani? Un invaghimento new age? Pindaro era new age? Il fatto che esista una vicenda (ma non storia) perpetua dovrebbe fare svanire il lutto e il dolore per la perdita, anche se si sa che questa perdita si iscrive in perpetuità?
Non è così. E’ che in questi luoghi poetici si adottano due prospettive diverse nel medesimo tempo. Ciò che per la ragione aristotelica non può accadere (il “sì” e il “no” contemporaneamente e sotto il medesimo aspetto) accade invece nella vicenda tragica, cioè poetica. Milo De Angelis, con Tema dell’addio dà forma alla sempre attuale, apocalittica, vicenda del tragico: la perpetuità della perdita, il dolore nell’inesistenza del dolore.

“Non c’era più tempo. La camera era entrata in una fiala”

ed ecco un altro memorabile incipit di questo libro. Via dalla logica sovraccaricante del simbolico: non si dice “nella fiala” (il simbolo come antonomasia del mondo, metonimia totale), bensì e più prosaicamente “in una fiala”. E’ soltanto il procedere analogico del testo in De Angelis che consente l’intercettazione di una vibrazione di fondo e di senso perfino nella banalità dell’occasionale e del seriale (una fiala tra tante non diviene la fiala, ma supera addirittura in intensità imaginativa il simbolo della fiala, la fiala unica, il rappresentante iperuranico che spesso la cattiva poesia simbolista adotta come sua unica retorica). E infatti la poesia si conclude così:

Ancora una volta
ci stanno chiamando, giudicati da una stella fissa.

Chi ci chiama, cioè chi attui questo riflusso sonoro che ci porta in nessun dove (un movimento totale, questo, prediletto dallo Zanzotto della “trilogia”), nello stesso tempo sta esterno e sta interno a questo universo: la stella fissa evocata è unastella fissa, tra tante. L’unità trascendente è un fantasma, e ugualmente è, in quanto un fantasma. Il piano imaginale è convocato da De Angelis quale sottopiano fondante della lingua: egli disnoda sintassi imaginali, enuncia una prosodia imaginale.
Finché non si comprende questo punto, abissalmente difficile da canonizzare (ma la critica non può attendersi di canonizzare con facilità!), la poesia di Milo De Angelis appare quella di un marziano. E paradossalmente è così: è una poesia aliena dalla fede nella percezione, dall’autoadesione al canto. Ciò non toglie che sia commovente, pietas allo stato puro. E’ una fase previa al discioglimento della coscienza nella coscienza.

Pubblicato per la prima volta su Web da Giuseppe Genna , Lunedì 21 Febbraio 2005

MEDIUM – 23. ‘MAGIA ROSSA’

Uno degli ultimi capitoli da ‘Medium’, il libro pubblicato anni fa in forma digitale allargata e in print on demand. Chi desidera comprendere, può leggersi tutto quanto desidera, gratuitamente, ai link indicati, scaricando la versione integrale…

Il sito di MEDIUM
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MAGIA ROSSA

“Perché non mi ha lasciato andare?” chiedo. Sono disperato. Le parole fuoriescono come sassi dalla bocca a fessura, cadono ai miei piedi pronunciate. Un parto minerale.
Gretel Hinze sorseggia una tazza di tè, che io ho rifiutato. Mi trovo in uno stato di raggelamento che conosco bene e che da anni combatto: l’imperativo morale è disciogliere, disciogliersi. Sono qui mentre Federica, incinta, è trasportata d’urgenza alla clinica universitaria di Lipsia. Quelle urla, mi chiedeva di non abbandonarla e io invece…
Gretel Hinze appoggia sulla superficie in vetro del tavolino di fronte al divano la tazza. “Quanto accadrà, sarà giusto sia accaduto”.
La sostanza nera che ribolle in profondità erompe: “Mi sono rotto i coglioni dei vostri misteri. Cosa accadrà? Cosa deve accadere?”
La Hinze sorride come un’intima che da anni mi conosce e mi deplora. “Stai calmo. La calma aiuta. Ciò che accadrà va spiegato. Perché tu capisca, ci serve tempo. Poi vedrai coi tuoi occhi”.
“Cosa devo vedere?”

“La verità. Che ciò che racconto è una storia vera”.
“Per voi italiani inizia con il principio del secolo scorso e il nome dell’uomo decisivo non ti è sconosciuto, perché è per la morte inaspettata del figlio di lui che siamo riusciti a infilare nella delegazione del Partito tuo padre. Parlo di Giovanni Amendola, il padre di Giorgio. Il fondatore del movimento liberale. L’uomo del cosiddetto Aventino, il fiero oppositore di Mussolini, che lo fece trucidare in Francia nel 1926. Omicidio certo, ma misterioso. Giovanni Amendola, il padre del comunista riformatore Giorgio, era infatti un grande maestro di un ordine occulto: la Teosofia. Sai di cosa sto parlando, vero?”
“Una sètta. Fondata da Madame Blavatsky. Una fondazione che sa d’impostura. Un’eccentrica spiritista russa che individuò in Krishnamurti bambino, in mezzo all’India, il nuovo Messia. Fu sbugiardata dallo stesso Krishnamurti”.
“Direi che è un riassunto storico approssimativo, ma può starci…”. La Hinze sorbisce tè. Mi irrita. Non riesco a non pensare a Federica. “Comunque non è tanto la Società teosofica che interessa, quanto le tecniche meditative e medianiche che venivano divulgate dalla Blavatsky e da colei che le successe a capo della Teosofia, Annie Besant”.
“Le dico solo che in Italia, attualmente, la Blavatsky appare spesso in un fumetto horror e ironico, un culto nazionale che ha per protagonista un detective dell’ignoto di nome Dylan Dog”.
“E’ divulgazione anche quella. Nell’età in cui crolla tutto, crollano i saperi, crolla il comunismo, a non crollare sono le verità universali…”
“Che sarebbero quelle teosofiche?” domando, senza trattenere la stizza.
I morti vivono tra noi in altra forma. Il mondo vivrà l’apocalisse. Conquisteremo lo spazio extraplanetario. Le dimensioni sono multiple. Possiamo compiere viaggi nello spaziotempo. La mente umana può superare lo spazio e il tempo e accedere a dimensioni diverse inimmaginabili. La nostra storia fisica, in quanto specie, finirà. Queste verità sono credute dalla schiacciante maggioranza dell’umanità. Non tramontano mai. Tu ci credi?”
“Sì. Ma non mi parli di Dio”.
“Non ne ho parlato, infatti. Parlo di forze. Di potenze. Di forme. Forme sottili, percepibili da menti che hanno una chiara visione di ciò che è grossolanamente fisico”.
“E mio padre disponeva di queste… speciali qualità?”. Sono sardonico e la disprezzo. Penso a Federica sola all’ospedale. Tra qualche minuto mi alzo, prendo un taxi e la raggiungo. Il mio amore che si è paralizzato davanti a un’emula di Kolosimo…
“Giovanni Amendola, non ancora uomo politico, si occupava di Teosofia. Erano i tempi nei quali la sacerdotessa in titolo della Teosofia, Annie Besant, girava per l’Italia e teneva conferenze sulle teorie indiane sulla reincarnazione. Amendola – prima di divenire il virtuale leader della opposizione aventiniana al fascismo – era stato segnato dall’esperienza teosofica e da grandi interessi verso il mondo massonico e occultista. Molti autorevoli ‘fratelli di Loggia’ avevano patrocinato la creazione del Mondo, il giornale fondato dallo stesso Amendola nel 1922, e avevano aderito alla Unione Democratica Nazionale, il movimento antifascista da lui successivamente fondato. Divenne un profondo cultore della Teosofia e un esperto interprete del mito di Atlantide. Al continente sommerso Giovanni Amendola dedicò un articolo su La Nuova Parola, pubblicazione teosofica, nel luglio 1902, esaltando la sapienza degli antichi Atlantidi, capaci, pare, innalzarsi su velivoli già ventimila anni fa, in piena Glaciazione di Wurm. Fu nella sede romana della Società Teosofica che nel 1903 il giovane Amendola conobbe la futura moglie, la lituana Eva Kuhn. E’ lei stessa a ricordare come, grazie alla Teosofia, Amendola ‘allargò il cerchio delle sue conoscenze ed amicizie e lo stesso orizzonte della sua vita’. Tutta la famiglia Amendola può dirsi segnata da questa esperienza.
Lo spiritismo è sempre in connessione con un razionalismo materialista.
Va notata la coincidenza di data tra il Manifesto del partito comunista, nel 1848, con la prima seduta spiritica pubblica delle sorelle Fox”.
Mi fermo a riflettere. Mio padre e mia madre raccontavano di compagni di sezione, gente con la tessera del PCI, che aderivano alla Teosofia. Lo riferisco alla Hinze. Sto calmandomi. Se mi calmo, Federica sfuma in uno sfondo distante, oscuro, fatto di calma anch’esso.
“Il comunismo solleva domande radicali e ciò che è radicale conduce di forza allo sfondamento della materia. Il marxismo sembra parlare di materia e sta parlando di forze. Tuo padre, a metà degli anni Sessanta, partecipò ad alcune sedute di quegli amici di cui sai. Aderivano alla Società Teosofica. L’organizzazione non piacque a tuo padre. Ma le sedute lo scioccarono. Vide cose che non sospettava…”
“Le raccontò cosa vide?”
Parlò del Muro eretto a Berlino. Ne vide il crollo. Vide il crollo delle nazioni che applicavano la dottrina comunista. Vide la nascita di suo figlio mentre uomini in tuta bianca e casco nero saltavano sulla superficie lunare. Vide suo padre morire. Non sapeva, ovviamente, se si trattava di allucinazioni. Tenne tutto per sé. Era estremamente riservato”.
“Era introverso fino alla psicosi”.
“E’ ciò che credi tu”.
“Nascose tutto a tutti. Non gli interessava la Società Teosofica. E cosa successe?”
“Conobbe Peter. E Peter lo condusse a noi”.
“Peter chi?”
“Lo sai”.
“Peter Kolosimo…”
“Insegnava all’Umanitaria di Milano, una scuola professionale. Aveva studiato qui a Lipsia. Tornava, clandestinamente, a controllare gli esperimenti di visualizzazione. C’è un centro, qui vicino, un centro militare. Si compiono da decenni, lì, esperimenti di visualizzazione”.
Comunisti che praticano sedute spiritiche?”
“Puoi vederla così. Io dico: è il punto fragile del sistema che stiamo perforando, che abbiamo perforato. Tutti i Partiti Comunisti di Europa hanno contribuito a questo risultato”.
“In che senso?”
Gretel si ferma per riempire nuovamente la tazza. Le sue pupille azzurro baltico sembrano quelle di un husky. “In Europa, nello stesso giorno, alla stessa ora, a distanza di migliaia di chilometri l’uno dall’altro, membri dei Partiti Comunisti praticavano visualizzazioni, contemporaneamente. Una catena che legava menti singole in ogni angolo del Vecchio Continente. In Italia erano in quattro. Uno dei quattro era tuo padre”.
Sono senza parole. Non riesco a riallineare le due figure che il mio schermo mentale affianca: mio padre, l’umanista, il rigido burocrate, l’ingraiano, il laico supermaterialista; e la figura aliena descritta da una sconosciuta che parla un italiano distorto dalle durezze del tedesco, un padre sottoposto a un revisionismo radicale, che vede gli spettri e ci crede. “Non ci credo. Non è possibile. Non è mio padre”.
“Dici bene: non è il tuo padre, quello che hai immaginato e hai sperimentato. Ma ci sarà tempo per parlare di questo. Come della tua compagna”.
“Che compiti aveva questa catena a distanza di… visualizzatori?”
Realizzare il comunismo”.
La donna ha capacità retoriche, dunque. Mi lascia sorpreso. “Non significa nulla. Il comunismo si realizza storicamente. Nella DDR ci tentavate”.
“Ci tentatavamo a più livelli. Inoltre hai ancora una volta ragione: il comunismo si realizza storicamente. E cos’è la storia? Se l’uomo non esiste più, la storia si ferma?”
Resto muto, confuso ulteriormente.
“Avevamo visualizzato un pericolo imminente. E dovevamo intervenire. Un pericolo per il pianeta. Un pericolo per la specie tutta. La disgregazione. La fine della specie. Visualizzavamo cercando di strappare brandelli di informazione dal senzatempo, dove, concentrandoci, forme larvali comunicavano, fornivano dettagli, ma non arrivavamo a comprendere il disegno generale. Cosa doveva accaderci? Pensavamo all’esplosione di atomiche, allo scatenarsi della nuova guerra… Non ottenevamo conferme… Non andavamo oltre un certo punto: il futuro diventava nebuloso. Diventava buio.
Non eravamo pazzi. La storia di queste discipline, applicate in centri militari nello scorso secolo, a Est come a Ovest, deve ancora essere scritta. Qualcosa trapela. Ci applichiamo affinché ciò che trapela venga scambiato per grottesco, frutti marci di fantasie malate.
Avevamo ottenuto importanti risultati: avevamo identificato basi missilistiche sotterranee negli Stati Uniti, avevamo identificato l’omicida di Sadat un anno prima dell’omicidio, avevamo sventato un attentato ad Arafat, avevamo fornito al KGB i particolari – rivelatisi veri – di un attentato organizzato da collaterali della Cia infiltrati in URSS e si trattava di gas Sarin nella metropolitana moscovita, e sapevamo che un attentato identico avrebbe avuto luogo in Giappone decenni dopo. Tutti i visualizzatori avevano osservato sgretolarsi il Muro di Berlino. Un rapporto a Mielke sull’uomo dalla voglia viola sulla fronte che stava scalando le gerarchie del KGB: avvertimmo che si trattava di un infiltrato USA e che avrebbe avuto accesso ai massimi gradi del Cremlino. Mielke ci ignorò. Ma lo scopo reale, il perseguito per eccellenza, era lo scopo comune, la salvezza comune: la realizzazione soprannaturale del comunismo di specie, che si identifica con la pietà e l’empatia espresse nella sopravvivenza della specie umana. Un compito ecumenico, comunista.
Ognuno dei visualizzatori redigeva un rapporto. La centrale era qui, nella DDR, ed era soprannominata semplicemente Zentrum. Avevamo agenti che recapitavano i rapporti. Li esaminavamo, inviavamo istruzioni ai visualizzatori. Coordinavamo. Selezionavamo informazioni secondo gradi di attendibilità. Nel senzatempo tutto può essere una proiezione. Meditando profondamente, si è vittima di allucinazioni”.
Ho la possibilità. Ho un brandello. Ho la prossima liana a cui attaccarmi. “I rapporti redatti da mio padre. Se li vedo, ci credo”.
“Sono conservati al Centro. Ma abbiamo previsto questa tua richiesta. Perciò, eccone uno. Puoi leggerlo, ma poi questo foglio rittorna all’archivio del Centro”. Gretel Hinze si alza, raggiunge una madia in legno nerastro, uno dei due mobili presenti nella vasta stanza, la apre e ne estrae una cartellina in cartone consunto. Me la consegna.
La apro.
Il foglio è ingiallito.
E’ una pagina di block notes.
E’ datato 18 luglio 1972.
Avevo tre anni. Mia sorella sarebbe nata l’anno successivo.
Ecco la sua scrittura, calcata, meno tremula che negli anni finali, quando dovevo firmare io, lui presente, le liberatorie per le infusioni chemioterapiche.
mediumicoaudio.gif Milano, 18/7/1972, h:18.37
Rapporto di visualizzazione settimanale a ZENTRUM

Stato di rilassamento iniziale difficile da raggiungere, trovandomi nell’ufficio i rumori del traffico mi distraggono.
Ritardo iniziale nel raggiungimento dello “stato buio”.
Lunga attesa secondo la percezione interiore, poi rivelatasi nella norma.
Visione.
Spazio: intorno al pianeta Giove.
Tempo: anno 1994.
Vedo osservatori astronomici terrestri. Una donna. Cognome tedesco, ebraico tedesco: distintamente vedo Levi, a cui si aggiunge Schumacher o simile. L’anno precedente questa donna ha scoperto non una cometa, ma una scia di comete, 21, il numero appare preciso. Si muovono all’unisono e sono in orbita intorno a Giove. Sono destinate a impattare col pianeta nel 1994. Sto osservando, velocizzato, il loro impatto, che crea sconvolgimenti mai visti, che mi inducono una sensazione di intenso gelo interiore, tanto che a fine visualizzazione mi accorgo di tremare. Il freddo interno si dissolve dopo parecchi minuti dal termine della visualizzazione. Le 21 comete coprono una lunghezza di cinque milioni di chilometri. Impattano sulla superficie di Giove in sequenza. Ognuna di esse, entrando nell’atmosfera, sviluppa dieci milioni di volte l’energia esplosa a Hiroshima. E’ spaventoso. Avverto lo stridio, l’urlo del pianeta, che è come se fosse butterato, cicatrizzato. Dalla superficie, dove impattano le comete coi loro residui, si sollevano colonne che superano lo strato nebuloso di oltre due chilometri. Ogni sette ore, una cometa crolla sul pianeta. Il residuo maggiore misura tre chilometri, impatta con la superficie, è visibile la zona di dispersione dei detriti, è mostruoso, ha il perimetro del nostro pianeta ed è un’area totalmente nera.
Cicatrici roventi sulla superficie di Giove.
Spostamento dell’asse di rotazione.
Oceani di metano in esondazione e moti connettivi dovuti a ingente fuoriuscita lavica.
Intensa mutazione dell’assetto magnetico del sistema solare.
Pioggia di ozono in particelle sull’Australia.
Morte di uno degli osservatori astronomici terrestri, uno degli australiani, dovuta a incidente.
Inizio dello stato confusionale.
Nausea. Rigurgito.
Stato di buio.
Rilassamento e uscita dalla visualizzazione.
Rapporto consegnato il 4/8/1972 a A.M.
In fede, Vito Genna
La firma, la sintassi, quell’“In fede” che ha vergato davanti ai miei occhi migliaia di volte in calce a lettere e documenti e dichiarazioni, l’andamento della sottolineatura, le espressioni, le ellissi, i punti pressati con forza esagerata della penna: tutto il corredo stilistico dell’uomo che corrispondeva a mio padre. La scrittura è la sua, non ho dubbi. Mio padre ha scritto nel ‘72 di avere visto ventun comete impattare su Giove nel ‘94. Evento quanto mai assurdo anche in termini astronomici.
Dico a Gretel Hinze: “Ovviamente nel 1994, non è accaduto nulla di tutto ciò”.
“E’ accaduto tutto alla lettera. Abbiamo cercato di metterci in contatto con tuo padre. Ma lui aveva già lasciato…”
“Aveva abbandonato questa… attività?”
“Poi capirai. Quando avrai visto. Sappi però che nel 1993 una stringa di ventuno detriti di cometa lunga cinquemila chilometri fu identificata da Carolyn Shoemaker, sposata con il geologo David Levy. Quest’ultimo morì in un incidente d’auto nel 1997 mentre cercava crateri d’impatto asteroidale in Australia. La periodica S-L 9, la prima stringa di cometoidi intercettata da occhio umano, attraverso Hubble, si schiantò su Giove nel luglio 1994: ogni frammento a distanza di sette ore dal precedente, e con gli effetti ‘visti’ da tuo padre ventidue anni prima”.
Continuavo a rileggere quelle righe: cosa ero io, in quel momento, mentre mio padre redigeva un rapporto destinato a un Centro di sperimentazione psichica con sede nella DDR? A tre anni, bambino che non si lamentava mai e non piangeva mai… Il suo comunismo, la bandiera rossa sotto le cui insegne nacqui e sono cresciuto, non aveva forse una stella al culmine della falce? Una stella: nebulose, stringhe di comete, astri pulsanti…
Le domande erompono in me come da un camino geologico, come gli stormi alati degli alieni carnivori di Pitch Black, a vortice, domande carnivore. Spolpano mio padre. Ambiscono alla riconfigurazione. Il racconto della Hinze è per forza di cose colmo di buchi, lacero, straccio in punti decisivi.
Quale pericolo incombeva sul pianeta? Come si visualizza? Cos’è il senzatempo?
I particolari, i particolari… Tutto sta nel disegno generale o nei particolari?
E tu, papà, dove sei?
“Frau Hinze…”
“Sì”.
“Chi era mio padre?”.
“Ti porto a vederlo ora. Prima però facciamo una deviazione. C’è una cosa che ti appartiene, che deve tornare in tuo possesso”.
Si stava preparando a uscire.
Ogni mio passo in una pista magnetica, calamitato, calcolato. Una pista magnetica mentre si capovolge il magnetismo terrestre.
Peter Kolosimo.
Blavatsky.
Papà.
Voltandosi, mentre apre la porta ed estrae le chiavi dell’auto, la Hinze: “Ti manca?”
“Federica o mio padre?” rispondo d’istinto. Poi mi rendo conto che intende mio padre. Istruzione: lascia Federica nello sfondo buio e calmo dove riposa. Non preoccuparti per lei. Sento intensamente questa calma circonfonderla a distanza, ne sono sorpreso, è una serenità assonnata, come un bambino che si addormenta… Mi manca mio padre? “A folate. Folate di dolcezza. Una nostalgia stanca e dolce, un dolce riflesso buio. Sta dove sta. E’ dove è”.
Mentre chiude la porta: “E’ la tua elaborazione del lutto. Le cose non stanno propriamente così”.
Non stanno mai propriamente così.
Mio padre è il padre. Ovunque sia, si sta muovendo. Non è dove è.

Nondualismo: Eraclito e Vedanta

Logos e Brahman: raffronto tra il pensiero di Eraclito e le dottrine indiane
di ADA SOMIGLIANA
[da «Sophia», gennaio-giugno 1959, pp. 87-94]

Gli studiosi sono, per lo più, d’accordo sul valore che ha in Eraclito il termine Logos da un punto di vista generale; ma le opinioni divergono, quando si scenda al particolare e si debba spiegare in quali rapporti esso si trovi con determinati concetti espressi dal filosofo che, si comprende bene, debbono essergli collegati. S. Kirk, in un suo recente saggio nella Revue philosophique, scrive: «Logos si trova nel fr. 1, nel fr. 2 e nel fr. 50. La difficoltà è che non sappiamo ciò che Logos voglia dire in questo senso». E continua: «Si tratta di qualche cosa che si può intendere e di cui si può sentir parlare (fr. 1), o di qualche cosa che si può ascoltare (fr. 50), o seguire e alla quale si obbedisce (fr. 2); tutte le cose avvengono secondo essa (fr. 1), essa è comune (ciò vuol dire, probabilmente, presente in tutte le cose, dunque afferrabile da tutti gli uomini) (fr. 2) etc.»; e conclude affermando che Logos sembra essere qualche cosa come «la verità delle cose».

Il moderno esegeta è riuscito a rilevare tutte le caratteristiche dell’Ente, che domina sovrano nella costruzione eraclitea; ma egli non ci spiega in quale connessione esse siano tra loro. Infatti questo non si rileva facilmente dai frammenti, considerati a sé, tanto più che la bivalenza di talune espressioni della lingua greca dà adito a diverse interpretazioni. Il neutro hén, per esempio, può esser tradotto “una sola cosa”, come nel fr. 41 (Essere una cosa sola il sapere: conoscere l’intelletto, che governa tutto nel tutto), ma può essere tradotto anche “l’Uno”. Così nel fr. 29: «I migliori scelgono l’Uno invece di tutte le cose, gloria eterna invece di soddisfazioni mortali». e nel fr. 50: «Non a me, ma al Logos dando ascolto, conviene riconoscere che l’Uno è tutte le cose», e nel fr. 57: «Dei più è maestro Esiodo; ritengono ch’egli tutto sapesse, lui che non conosceva il giorno e la notte: sono infatti l’Uno».

Con il cambiamento di una sola parola muta profondamente il valore ed il significato dei tre frammenti. Il filosofo non ci parla, in forma misteriosa, di una cosa non facilmente identificabile, ma dice chiaramente: l’Uno. E poiché questo Uno è tutte le cose (fr. 50), poiché questo Uno rappresenta la gloria eterna (fr. 29) ed in esso s’identificano i contrari (fr. 57), non abbiamo difficoltà a riconoscere quell’entità metafisica ch’è al centro della speculazione eraclitea, presente in tutti gli esseri ed in tutte le cose e realtà spirituale di ciascuno di noi.

Essa viene dal filosofo chiamata con differenti nomi, secondo il suo diverso modo di manifestarsi nell’universo e nella psiche. Tra questi nomi vi è quello di lògos, che letteralmente significa Parola; ma non una parola qualunque, perché in essa è contenuta l’idea di qualche cosa di eletto e di spirituale, e veniva usata fin dall’epoca di Omero ad esprimere un’attività dello spirito.

Tale termine trova il suo equivalente in un nome largamente usato nel linguaggio metafisico dell’India, per indicare un’entità che ha le stesse caratteristiche del Logos, e questo nome è Brahman. Esso trae origine dal culto sacrificale e, nei testi vedici più antichi, aveva il valore di “parola sacra” con speciale riferimento al suono “Aum” (om), che i sacerdoti, nel cantare gli inni durante i sacrifici, ripetevano dopo ciascun verso. Poiché si attribuiva grande potenza al sacrificio e si riteneva che la parola sacramentale pronunciata dal sacerdote operasse con magico potere su tutto l’universo, così il Primo Principio si metteva in relazione d’identità con la formula sacrificale ed il termine Brahman veniva usato, nella speculazione teosofica, quale punto d’attacco dell’idea per giungere alla conoscenza dell’Inconoscibile.

Ma la genesi di questo nome ha solo un interesse indiretto ai fini del nostro studio; quello ch’è importante per ora precisare h il parallelismo dei due termini Logos e Brahman, che hanno entrambi il significato di Parola con un certo valore di sacralità e stanno entrambi ad indicare l’Ente preso in senso astratto e quale espressione di supremo Vero. Quando, come ho avuto occasione di osservare altrove, si tenga presente che questa entità divina è cosmica e psichica nel tempo stesso, e che l’essere umano, secondo il nostro filosofo, è compenetrato dallo spirito eterno, il quale rappresenta il suo “Io” trascendentale ed assoluto, non è facile rispondere al quesito che il Kirk si pone riguardo al valore del termine Logos nei su citati frammenti.

Il primo di essi si basa sull’importanza che il filosofo attribuiva alla conoscenza del Logos, particolare che non è sfiggito al Kirk e che trova, come il resto, piena rispondenza nelle dottrine dell’antico Oriente. Infatti, secondo il pensiero indiano, il tempo ha carattere ciclico ed il mondo storico e le forme che si sviluppano nel tempo, viste sul piano dei ritmi cosmici, non hanno valore, perché mancano di durata e si definiscono per l’esistenza dei contrari Ma, se si considera che il tempo e l’eternità (kâlâc-âkalaçca, tempo e senza tempo) sono due aspetti di un unico ente (aspetto manifesto e non manifesto, che riunisce in sé tutte le polarità e le opposizioni, chi accede ad esso, realtà unica che trascende «il giorno e la notte», ossia trascende i contrari, che sono l’espressione della limitatezza e della sofferenza, «passa al di là del dolore».

«Chi vede [questa verità] non vede la morte, né la malattia; né il dolore; chi vede, vede il Tutto, raggiunge il Tutto da ogni parte. Egli diventa unico, diventa triplice, settemplice e nonuplo, ed inoltre vien ricordato ch’egli è undici e centoundici e ventimila»

Ma questa conoscenza, che viene considerata il più alto vertice del sapere e via di salvazione, non è agevole né accessibile a tutti; solo pochi eletti possono pervenire ad essa attraverso l’insegnamento di un maestro che «li liberi dalle bende dell’ignoranza» e l’aiuto della fede perché «quando uno, invero, ha fede, allora pensa. Chi non ha fede, non pensa».

Pure Eraclito quando, nel primo frammento, accenna al Logos come a «qualche cosa di cui si può sentir parlare» (Kirk), allude a questa dottrina metafisica, ch’egli si accingeva a spiegare nel suo libro. Nel fr. che stiamo esaminando infatti si legge:

«E la Parola, che pure è sempre quella, gli uomini non la intendono né prima di averla ascoltata, né ascoltandola per la prima volta.
Infatti pure avvenendo ogni cosa secondo la
Parola, inesperti ne sembrano anche quelli che hanno esperienza di idee e fatti, quali io espongo, spiegando ciascuna cosa secondo natura ed indicando come sia».

«Sempre quella», perché eterna, come giustamente intende lo Zeller, e pure perché costantemente presente in tutte le cose, di cui costituisce l’unica essenza. Ma a questa importante verità metafisica gli uomini non sono capaci di arrivare da soli, e non sanno neppure comprenderla quando venga loro insegnata per la prima volta.

Inoltre, benché tutto avvenga attraverso questo Ente, il quale rappresenta la forza universale operante sullo svolgimento di tutti i fenomeni naturali, non lo conoscono neppure quelli che hanno dimestichezza con tale genere di studi (e qui forse Eraclito vuole alludere ai filosofi della Natura, che indagavano sui problemi della generazione e dissoluzione). Ad essi è rivolto l’insegnamento dell’Efesio, non agli altri uomini, che non sono animati dal desiderio di conoscere la verità, di cui non comprendono il valore ed il significato, indifferenti ed inconsci, quasi dormienti.

«Agli altri uomini sfuggono le cose che fanno quando sono desti, come non sanno quanto compiono dormienti».

Nella seconda parte del frammento ho seguito la traduzione dello Zeller (da cui si discosta il Mazzantini) e a spiegarne le ragioni mi si permetta una breve digressione.

Eraclito considera il sonno da un punto di vista metafisico: l’uomo, durante il sonno, separato dal mondo sensibile, vive d’intensa vita spirituale, alimentandosi alla luce della propria anima, e crea sogni e si immedesima con l’Assoluto. In tale stato egli supera questo mondo d0illusorie differenziazioni, ritrova il Vero e con esso la suprema beatitudine. È una condizione simile a quella riservata allo spirito umano, quando la morte abbia spezzato i legami con la realtà empirica: per questo l’uomo dormendo «si accosta a chi è morto» (fr. 26). Poi, al risveglio, perde coscienza di quanto è avvenuto durante il sonno e dimentica la luce della verità, per lasciarsi nuovamente ingannare dall’apparenza delle cose labili e transitorie («Morte sono le cose che vediamo appena desti», fr. 21). Per questa ragione lo stato di veglia, dal punto di vista metafisico, è simile allo stato di sonno dal punto di vista fisico («svegliato si accosta a chi dorme», fr. 26). Ora l’espressione «Non sanno quanto compiono dormienti», del fr. che stiamo esaminando, si riferisce all’oblio per l’uomo, durante lo stato di veglia, di quanto era avvenuto mentre dormiva.

Nel corso del libro il filosofo parlerà poi ripetutamente di “dormienti” in senso metaforico. Nel fr. 75 li chiama «cooperatori inconsapevoli dell’ordine cosmico», nel fr. 73 ammonisce che «non bisogna parlare ed agire come dormienti», e nel fr. 89 afferma che «per i pienamente desti esiste un solo mondo sociale; i dormienti si ripiegano ciascuno verso un proprio mondo personale».

Questo ultimo si spiega più facilmente congiungendolo con il fr. 2, che tradurrei:

«Bisogna seguire ciò ch’è comune. Ma, pure essendo la Parola comune a tutti, i più vivono come se avessero una ragione personale«.

Il termine xynós non indica qui solamente, in senso generico, «presente in tutte le cose e quindi afferrabile da tutti gli uomini», come pensa il Kirk, ma piuttosto comune a tutti gli uomini in quanto presente nella loro anima, con la quale s’identifica, ed espressione di Verità vivente in loro (fr. 45, fr. 115 e fr. 119).

Per questa ragione gli uomini debbono considerarsi un tutto sociale, non viventi una vita indipendente ed esclusiva. Quindi le idee da seguire sono quelle che, essendo comuni a tutti, debbono essere considerate vera manifestazione del thèion, non espressione personale ed inganno dei sensi.

Si comprende quindi come “per i pienamente desti”, cioè per coloro che hanno capito il vero valore della vita, nella quale l’umanità rappresenta un tutto unico ed inscindibile (qualche cosa di più che un vincolo di fratellanza), esista “un solo mondo sociale” e “i dormienti”, che non sono consapevoli del legame che li unisce ai loro simili, si ripieghino ciascuno verso un loro mondo esclusivo.

Poiché, come abbiamo visto, il nostro filosofo attribuisce somma importanza alla Sapienza, intendendo per sapienza la “Metafisica dell’Essere”, nella quale egli vede la soluzione di tutti i problemi della vita universa, ne consegue ch’egli giudica prevalentemente i suoi simili secondo l’interesse che manifestano per essa.

Dunque vediamo da una parte i pochi saggi che ricercano la Verità e dall’altra «oi pollòi», i quali o si curano esclusivamente delle soddisfazioni materiali che la vita può offrire loro e «si rimpinzano come capi di bestiame»; o danno ascolto alle leggende diffuse dai cantori del popolo e seguono le antiche tradizioni, senza valutarne la consistenza e la veracità.

Non bisogna quindi prendere a maestro il volgo perché «oi pollòi kakòi, olígoi de agathòi» (fr. 104). E anche in questa affermazione la parola del sommo filosofo greco suona concorde con quella dell’antico savio d’Oriente:

«Che il brahmano, nella sua saggezza, avendolo riconosciuto [l’Uno] realizzi la Scienza. Che il suo pensiero non segua le idee della folla: le stesse sono parole vacue«.

Come abbiamo visto, i punti di contatto tra la speculazione eraclitea e quella indiana non sono pochi né trascurabili. Dal concetto dell’Uno-tutto all’identità dell’anima universale con quella individuale, dalla Teoria degli Opposti al loro superamento attraverso la conoscenza dell’Essere, dall’importanza dell’introspezione al disprezzo per coloro che ignorano le supreme verità metafisiche, dalla dottrina delle “due vie” a quella dello stato dello spirito durante il sonno, abbiamo tutta una catena di concordanze che involgono l’intero sistema, le quali, per il loro particolare carattere, non possono essere effetto del caso e non vanno quindi sottovalutate.

E ritengo utile insistere su questo punto perché, oltre a ragioni di metodo, ci sono dei fattori psicologici che, nonostante il nostro sforzo verso l’oggettività, ci spingono a non tenere quelle concordanze nella dovuta considerazione. Anzitutto il nostro orgoglio di Occidentali avvezzi a vedere in Grecia la culla del pensiero: poi il fatto che il mistero di Eraclito è un mito che amiamo. Intorno ad esso si sono misurati i nostri migliori ingegni e le loro opere, alcune delle quali apprezzabilissime per indagine storica e profondità di pensiero, qualora mutasse l’orientamento critico, dovrebbero per buona parte esser rifatte su di un piano completamente diverso. Infine i frammenti del filosofo, se esaminati alla luce del pensiero vedico, si compongono in unità intorno ad un nucleo centrale, l’Uno (il Logos), e tutto diviene chiaro, semplice, facile; troppo semplice e troppo facile in rapporto all’immagine che di Eraclito, come osserva il Kirk, ci eravamo creati, prestandogli i termini di una speculazione posteriore.

La sua figura, ad ogni modo, non ne uscirebbe menomata, perché era più difficile per lui, educato nell’ambiente greco del suo tempo, penetrare nel vero spirito del pensiero orientale, di quanto non sia oggi per noi comprendere i suoi frammenti. Dobbiamo infine tenere presente che per opera sua il primo germe della speculazione aria, che doveva poi nel paese d’origine subire un processo involutivo, prendeva invece in Occidente grande sviluppo e dava frutti preziosi.

Non Dualità

da Adi Shamkara – “Upadesasahsri” – Edizioni Asram Vidya

II, 19 – 12. Non c’è alcun essere che appartenga a Me, né Io appartengo ad alcuno, poiché sono senza un secondo. Ciò che è sovrapposto, infatti, non esiste realmente. Invece Io [essendo il Sostrato] non sono sovrapposto, giacché mi si riconosce come preesistente rispetto a ogni sovrapposizione. Al contrario, la dualità è sovrapposta.

Commento – La dualità e l’unità sono rispettivamente oggetto di conoscenza e contenuto di autocoscienza. Entrambe, perciò, hanno natura di sovrapposizione in rapporto alla Non Dualità, la quale, essendo la natura dell’atman, non può costituire né oggetto né contenuto.
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