Una poesia inedita e altri versi di Andrea Ponso

andrea_ponsoPer smentire il luogo comune per cui i social network sarebbero soltanto chiacchiericcio, pubblico un inedito del poeta Andrea Ponso, classe 1975, a mio parere il più convincente tra i poeti nati nei Settanta. C’è una tensione metafisica (cioè non semplicemente psicologica, ma abissalmente coscienziale) che avvicina, seppure non tematicamente né stilisticamente, il suo fare poesia ai modi del “dettato” di Milo De Angelis. Norma e Cuore, Logos e parola, immagine e vuoto, pensiero e silenzio, trascendimento dei generi, tensione alla letteralità, sussunzione di una tradizione scelta con consapevolezza (da Fortini, che immagino passare sottopelle a Ponso, a Zanzotto, unificando però esperienze poetiche di lingue differenti: riconoscibili Rilke, Wallace Stevens, Celan, tra i molti): sono tra le cifre di questa importante poesia che sta facendosi. Oltre l’inedito, pubblico alcune poesie già apparse, mutuandole dalla pagina che a Ponso viene dedicata da Stefano Guglielmin.

Andrea Ponso (qui su Facebook) è nato a Noventa Vicentina nel 1975, dove risiede. Si è laureato in lettere moderne a Padova. Ha esordito come poeta nel ’93 e suoi testi sono apparsi su varie riviste, tra cui Origini, Tratti, Poesia, Atelier e altre. È inoltre presente nelle antologie: L’opera Comune, curata da Giuliano Ladolfi (Edizioni Atelier 1999) e nell’antologia I poeti di 20 anni curata da Mario Santagostini e Maurizio Cucchi (Edizioni Stampa Varese 2000).
È redattore della rivista Atelier, trimestrale di poesia critica letteratura, e collabora con Movimento, rivista del dipartimento di italianistica dell’università di Swansea, Galles. È uscita una sua traduzione di Georges Bataille (I surrealisti francesi – Poesia e delirio, Stampa Alternativa, 2004). Nella collana diretta da Maurizio Cucchi e con prefazione dello stesso, ha pubblicato il suo primo libro di poesia, La casa (Stampa, 2003). Una plaquette titolata L’ira del chiaro è invece apparsa presso le edizioni d’arte Grafiche Fioroni, curata da Eugenio De Signoribus.
Suoi testi sono stati inseriti nel volume Nuovissima poesia italiana, Mondadori 2004, a cura di Maurizio Cucchi e Antonio Riccardi. Recentemente ha pubblicato una plaquette intitolata Suite Marocchina per le edizioni de La Spina di Venezia. Attualmente è dottorando di ricerca in lingue e letterature comparate presso le Università di Macerata e Lille (Francia).

Una poesia inedita

Ha gli occhi bassi, assonnati, stanchi,
il giardiniere presso il sepolcro: non
sente l’odore del sangue, una lingua
che sta ferma e per questo fa rumore;
impastato di polvere è il viso,
e di sudore ormai raffreddato. Si
consultano sommesse le donne, non
gli apostoli persi nella tempesta,
assorti nel loro livore: avranno
anche loro, per questo, ecchimosi
scure, trafitture seccate, fori
nel cuore; anche loro destinati a
scacciarli nel laccio al collo, stretto,
delle parole. Ma il giardiniere si
muove da un pozzo all’altro, annusando
l’umido delle cisterne, sentendo
che gli penetra fino alla pleure:
lo vede da molto lontano quello vivo,
lo sente come un dovere: annaffiare
le piante, trattenere la rabbia che
ribolle nelle vene, e il pianto
affinché non si spenga il tormento
alla luce abbacinante dei greci,
sistemato in un marmo
perfetto, privo di venature.

***

da L’ira del chiaro, ed. Grafiche Fioroni, 2003

*

Vorrei aspettare il mattino, rinviare l’oscuro sentiero
che piano germoglia di spine lenzuola piegate
spiare l’ordine fresco la rondine che si fa grandine
cogliere senza alcuna ironia il tuo grido che cresce
e felice trapassa le ossa, fino all’acqua
rovesciata di corsa, la rosa sepolta per troppa
bellezza: e dirti lo strazio di adesso,

la camicia del suicida appena tolta.

*

Componi il chiaro cordone al mattino la linea
vera che scopre le vene contorte alla mano
mentre pesa in un palmo ciò che dopo l’assedio
saremo: solo sudore, segnatura di sale.
E’ che non voglio morire tra queste pagine inferme,
arso come oscuro incisore, per amore
del proprio strumento finale: qui soffoco
al chiaro di un pomeriggio agostano
vissuto tra righe d’inverno profondo, lingua
che scotta tra l’inguine e il niente infuocato
del giorno.

*

Del roseto conservo quel poco d’acqua dolce
la sua vena luminosa, il veleno, e curvo
un poco la mano a un’armonia prodiga di risvegli;

qualche bacio alla carne che ha gioito o pianto
e che tra poco asciugherà; sarai forse

meno crudele del sale che aggredisce illuminato
dal sole i velari del riposo e disorienta
la mente al dormiente
d’ardore accecante.

***

da Macchie, inedito 2005

*

C’è ancora una ghiacciaia, coperta di pietre oltre
la porta. Negli intestini dell’agnello coronarie
di timo, nella pelle il morso, e la trachea in fiamme:
conservarle per l’inverno – come il campo a
maggese, l’arnia ghiacciata nel bronzo dei favi,
l’odore d’acquavite nei soprabiti e nelle giacche.
Contare l’ecchimosi, la marginatura nei polpastrelli
quando passa la lingua calda della folgore. Poi
piegare con ordine fragile la farina dura delle pagine.

*

Sanno che il chiostro è aperto, come di domenica,
e ha un ventre di ghiaia. Scostano la vena
dalla piena, intravedono l’azzurro, la vigna,
il verderame. Dimenticano il coito buio, sul selciato,
da cani. Riposano nella calce, animali rapaci.

*

Tra le coperte della rimessa, con l’istrice giovane, i gattini
scampati all’annegamento. I telai, di legno, i vetri
fracassati dalla corrente – minuscoli ex voto, nel grembo
di tufo. Scarpe grosse, da fiera, e i calzini pesanti,
di lana invernale. Aveva rotto lo specchio d’acqua ghiacciata:
c’era stato il morso, il freddo, la faina. Qualcosa della carne,
non il grappolo seccato e duro della stagione.

*

I chiodi di garofano sbriciolati nel fazzoletto per chi chiede
riposo, dimenticanze, il brusio musicale dei favi. Ti sei alzato
e hai vomitato vicino alla siepe: una macchia, grumi di vino
e cereali. Hai custodito tutto questo tra le costole,
come una faina l’inguine elastico della selvatichezza, una fionda
nel corpo: l’aratura ruvida del ventre.

*

Tra la serra e l’ossido dei recinti, come a due passi
lo strappo soffice della selvaggina: così, ad ogni fronte
piegata nella luce dovrà accostarsi un retro idiomatico,
lo sporco dei dialetti. Accudire la cuccia dolce
di una lingua da concime – le terga insanguinate
della morte, il ventre folto delle nascite,
il selciato dei fossi.

*

(capitello affrescato)

L’aria è limpida e secca: stesura, testa e rappresentazione
per l’arnese che segue ignaro la dorsale dura dell’astrazione.
Così come fosse neve il ventre s’inarca a un guanciale dolce,
soffice di rose, a lato dell’angelo grigio dove sonnecchia
il cane. Non importa se la pianta è sporca. Quando il cuore
sarà diamante, oro – sarà la morte.

***

inedite, dicembre 2005

*

Non conta il fresco dell’aria che smuove le tende:
ciò che si arrende ci appartiene, è nostro
nelle vene. La rosa che abbiamo sepolto rimane
alle sue oscure fioriture, al gesto del sangue
compreso e sparso nel profondo. Dicono si possa
morire in acque limpidissime e calme, quando
all’emorragia non si risponde.

*

Se almeno nel dorso ti tieni amico delle ombre e raccogli
nel palmo l’acqua scura dell’angelo – tieni le dita
chiuse a custodia del sangue – sai
che da secoli le costole di Francesco furono rifugio
ai favi, al ronzio sordo e dolcissimo delle vespe: e così
infittirsi a forza di piccoli morsi: sciogliersi, persi.

*

Non conosci, non tiene la tua selvatichezza: le chiazze
sul viso, la pazienza di essere tutto, calpestati e freschi
come foglie sulle giogaie, granelli di sasso, salici,
secche bruciate di fiume, articolazioni solide nelle mani,
i ramoscelli odorosi di timo sui portoni dei macelli.

*

Ci si ricorda di ogni minima pacca sui vetri,
dell’acqua ghiacciata nella tazza del cane,
della polvere sui roveti spenti. La cucina è ferma
in un qualche bene arretrato, le foglie si mescolano
ai libri, agli alibi, ai correttivi imperfetti. Dal fondo
della tana immagina la marmotta cieca e sorda
per grazia naturale, soffice, raggomitolata:
concentrata sulla carne, affaticata a non tradirla.

*

I lombi ancora caldi, appoggiati al portone, la siepe divelta
da una furia naturale. Ti scosti, rientriamo: la luce è spenta
ma la corteccia brucia ancora. Le impronte stanno ferme
per dire la ferocia di una furia passata. Le mani ormai sono altro,
appartengono a una limpidezza senza risorse, ad un nodo
allentato, alla calma del mai finito.

*

Come mangiassi la buccia dei cedri, le bruciature
nelle scorze d’arancio. Nello stomaco l’anima
molle e involontaria e santa della digestione: dietro
ai veli, coricati su un fianco dopo la comunione,
i certosini in estasi trattenevano il seme.

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