Starobinski: Antichi rimedi per la melanconia

di JEAN STAROBINSKI

La melanconia, come tanti altri stati dolorosi legati alla condizione umana, è stata avvertita e descritta assai prima di ricevere un nome e una spiegazione medica. Omero, che è all´origine di tutte le immagini e di tutte le idee, riesce a racchiudere in tre versi tutta la miseria del melanconico.
Rileggiamo, nel canto VI dell´Iliade (versi 200-203), la storia di Bellerofonte, che subisce l´inesplicabile collera degli dèi:

Ma quando fu in odio anche lui a tutti gli dèi, solitario vagava allora per la pianura Alea mangiandosi l´anima, evitando l´orma degli uomini.

Dolore, solitudine, rifiuto di qualsiasi contatto umano, esistenza errabonda: un disastro privo di ragioni, dato che Bellerofonte, eroe coraggioso e giusto, non ha commesso alcun crimine contro gli dèi.
Al contrario, è stata la virtù la causa delle sue disgrazie, del suo primo esilio; per aver rifiutato le colpevoli profferte di una regina, che il dispetto ha trasformato in persecutrice, ha dovuto affrontare innumerevoli prove. Bellerofonte ha superato valorosamente la lunga serie delle sue fatiche: ha vinto la Chimera, evitato gli agguati, conquistato un regno, una sposa, il riposo. Ma ecco, nel momento stesso in cui tutto sembrava essergli stato concesso, il tracollo. Ha esaurito le sue energie vitali nel corso della lotta? O ha rivolto forse contro se stesso, in mancanza di nuovi avversari, il proprio furore?
Lasciamo da parte questi psicologismi, che non sono nel testo di Omero, e approfondiamo invece l´immagine così penetrante di un esilio imposto per decreto divino. Gli dèi, nel loro complesso, si compiacciono di perseguitare Bellerofonte; l´eroe, che ha saputo resistere valorosamente alle persecuzioni degli uomini, è impotente di fronte alla loro collera. E chi è perseguitato dall´ostilità universale degli immortali non trae più alcun piacere dai rapporti con gli uomini. E questo il punto su cui occorre soffermarsi: nel mondo omerico, la comunicazione dell´uomo con i suoi simili, la stessa rettitudine del suo cammino, sembrano dipendere da una garanzia divina. Quando nessun dio è disposto a concedere tale favore, l´uomo è condannato alla solitudine, al dolore «divorante» (una forma di autofagia), alle corse senza meta in preda all´ansia. La depressione di Bellerofonte è solo l´aspetto psicologico di questo allontanamento delle potenze superne. Una volta abbandonato dagli dèi, gli vengono a mancare le risorse e il coraggio necessari per continuare a vivere tra i suoi simili. Una collera misteriosa, che pesa su di lui dall´alto, lo porta a evitare le strade percorse dagli uomini, lo spinge a vagare senza scopo e senza senso. Si tratta forse di follia, mania? No: nel deliro, nella mania, l´uomo è istigato o posseduto da una potenza soprannaturale, di cui avverte la presenza. Qui, invece, tutto è allontanamento, assenza. Bellerofonte sembra errare nel vuoto, lontano dagli dèi, lontano dagli uomini, in un deserto senza limiti.
Per liberarsi del suo «nero» dolore, il melanconico non può far altro che attendere o cercare di propiziare il ritorno della benevolenza divina. Prima di poter rivolgere di nuovo la parola agli uomini, è necessario che una divinità torni ad accordargli il favore che gli è stato ritirato. Occorre che questa situazione di abbandono abbia termine. Ma la volontà degli dèi è capricciosa.
Omero è però anche il primo a evocare la potenza della medicina, del pharmakon. Miscela di erbe egiziane, segreto di regine, il nepenthes lenisce le sofferenze e frena i morsi della bile. Ed è giusto che sia Elena, per amore della quale ogni uomo è pronto a dimenticare tutto, ad avere il privilegio di dispensare la pozione dell´oblio, in grado di attenuare il rimpianto, asciugare per un momento le lacrime, ispirare l´accettazione rassegnata dei decreti imprevedibili degli dèi. E dove, se non nell´Odissea (canto IV, v. 219 e segg.), nel poema dell´eroe ingegnoso dalle mille risorse, si sarebbe dovuta situare l´apparizione di questo meraviglioso artificio, che permette all´uomo di acquietare i tormenti che accompagnano il suo destino violento e la sua vita turbolenta?
Dunque, oltre a offrirci un´immagine mitica in cui l´infelicità dell´uomo è una conseguenza della sua caduta in disgrazia dinanzi agli dèi, Omero ci propone anche l´esempio di un´attenuazione farmaceutica del dolore, che non deve nulla all´intervento degli dèi: una tecnica solamente umana (circondata, senza dubbio, da qualche rito) sceglie le piante, ne spreme, mescola, decanta i princìpi, benefici e tossici allo stesso tempo. Naturalmente, la bellezza della mano che porge la pozione non può che aumentare l´efficacia della droga, che ha in sé anche qualcosa dell´incantesimo. Il dolore di Bellerofonte ha avuto origine nel Consiglio degli dèi, ma gli armadi di Elena ne contengono il rimedio.
«Quando il timore e la tristezza persistono a lungo, si ha uno stato melanconico» (Ippocrate, Aforismi). Ecco apparire così la bile nera, la sostanza spessa, corrosiva, tenebrosa, cui il senso letterale del termine «melanconia» fa riferimento. Si tratta di un umore naturale del corpo, come la bile gialla, come la pituita. E, proprio come gli altri umori, essa può sovrabbondare, spostarsi dalla sua sede naturale, infiammarsi, corrompersi, dando luogo a diverse malattie: epilessia, follia furiosa (mania), tristezza, lesioni cutanee. Lo stato che chiamiamo oggi melanconia è solo una delle molteplici espressioni del potere patogeno della bile nera, quando il suo eccesso o la sua alterazione qualitativa compromettono l´isonomia (ossia l´armonioso equilibrio) degli umori.
E´ verosimile che l´osservazione dei vomiti e delle feci di colore nero abbia suggerito ai medici greci l´idea di trovarsi in presenza di un umore altrettanto fondamentale degli altri tre. Il colore scuro della milza, per una facile associazione di idee, deve aver fatto loro supporre che questo organo fosse la sede naturale della bile nera. Inoltre, la possibilità di stabilire una stretta corrispondenza tra i quattro umori, le quattro qualità (secco, umido, caldo, freddo) e i quattro elementi (acqua, aria, terra, fuoco), era appagante per lo spirito. A queste associazioni se ne aggiunsero altre, fino alla costituzione di un mondo simmetrico: le quattro età della vita, le quattro stagioni, le quattro direzioni dello spazio da cui soffiano quattro diversi venti. La melanconia si trovava associata, per analogia, alla terra (che è secca e fredda), all´età presenile, e all´autunno, stagione pericolosa in cui l´atrabile acquista la sua massima potenza. Si giunse così alla costruzione di un cosmo coerente, il cui assetto quadripartitico si riverbera nel corpo umano e in cui il tempo è solo il percorso regolare delle quattro stagioni.
Ridotta alle sue giuste proporzioni, la melanconia è solo uno degli ingredienti indispensabili alla crasi che costituisce lo stato di salute. Non appena essa acquista un peso preponderante, tuttavia, l´equilibrio si spezza e sopravviene la malattia: come dire che le nostre malattie dipendono dal disaccordo tra quegli stessi elementi che compongono la nostra salute.
Il sistema dei quattro elementi viene affermato in modo esplicito solo nel trattato sulla Natura dell´uomo, attribuito tradizionalmente a Polibio, genero di Ippocrate. Altri trattati, come l´Antica medicina, sembrano ammettere l´esistenza di una maggiore varietà di umori, ciascuno dotato di proprietà particolari. (…) Prima che la dottrina medica prendesse forma, alla fine del V secolo, in Attica, si credeva già nel nefasto influsso psichico della bile nera. Sofocle si serve per l´appunto dell´aggettivo melancholos per indicare la tossicità letale del sangue dell´idra di Lerna, di cui Eracle aveva imbevuto le punte delle sue frecce (v. 573). Il centauro Nesso, raggiunto da una di queste frecce, ne morì; e le proprietà velenose dell´idra si trasmisero, in seconda diluizione, alla vittima.
Raccolto da Deianira, il sangue di Nesso servì a tingere la famosa tunica, il cui contatto procurò a Eracle un bruciore insopportabile, che lo costrinse al suicidio eroico.
Ci troviamo qui in presenza di un bell´esempio di immaginazione sostanziale (prendiamo in prestito l´espressione di Gaston Bachelard): il veleno melanconico è un fuoco oscuro che agisce a dosi infinitesimali e che mantiene la sua pericolosità anche a concentrazioni oligodinamiche; è un composto dalla duplice natura, in cui i poteri nefasti del colore nero e le proprietà corrosive della bile si potenziano a vicenda. Il nero è sinistro, è strettamente associato alla notte e alla morte; la bile è acre, irritante, amara. Come fanno intendere abbastanza chiaramente alcuni testi ippocratici, la bile nera era concepita come una sorta di concentrato, una feccia residua prodotta dall´evaporazione degli elementi acquosi degli altri umori, e in particolare della bile gialla. La si circondava del temibile prestigio delle sostanze concentrate, capaci di contenere nel minimo volume la massima quantità di proprietà attive, aggressive, corrosive. Molti secoli dopo, Galeno attribuirà all´atrabile una singolare vitalità: essa «morde e attacca la terra, si gonfia, fermenta, fa nascere bolle simili a quelle che si formano nelle zuppe in ebollizione». Fortunatamente, nell´organismo sano, gli altri umori intervengono per diluire, frenare, moderare tanta violenza. (…)
La tristezza e il timore costituiscono, per gli Antichi, i sintomi principali dell´affezione melanconica. Ma una semplice differenza nella localizzazione dell´umore atrabiliare è sufficiente a determinare considerevoli cambiamenti nella sintomatologia. I melanconici diventano in genere epilettici, e gli epilettici melanconici; quale di questi due stati sia destinato a prevalere dipende dalla direzione presa dalla malattia: se attacca il corpo, si ha l´epilessia; se attacca l´intelligenza, la melanconia (Ippocrate, Epidemie).
Il passo citato contiene un´ambiguità: la parola «melanconia» designa un umore naturale che non è necessariamente patogeno. Ma la stessa parola designa anche la malattia mentale prodotta dall´eccesso o dallo snaturamento di questo umore, quando essi riguardino principalmente «l´intelligenza». (…)
Un medicamento – l´elleboro – rimarrà per secoli lo specifico più diffuso per la cura della bile nera e, di conseguenza, della follia. Diventerà il farmaco per eccellenza, quello di cui è sufficiente citare il nome per indicare l´uso cui è destinato dalla tradizione. Nel XVII secolo, nessun lettore aveva bisogno di un commentario per capire l´allusione contenuta nei versi di La Fontaine, in cui la lepre si fa beffe della tartaruga: «Comare mia, bisognerebbe purgarla / con quattro grani di elleboro».

[Traduzione di Stefano Salpietro]