I contenuti egoici, la sofferenza, l’espressione e la risoluzione a venire

Ha scritto un Maestro:

“Occorre ricordare che il processo realizzativo consiste nello sciogliere le forme coagulate (contenuti qualitativi e psichici individuati), rallentare il moto del principio materiale e risolverlo in quello essenziale; la sostanza (materiale, emotiva, psicologica) non è altro che una semplice polarità.
[…] Il conflitto-sofferenza deriva dal contrasto tra i vari contenuti (spesso psicoemotivi), avendo questi qualità opposte; è un dato evidente che nella nostra circonferenza psichica esistono enti creati da noi, che si combattono per la loro sopravvivenza.
Occorre far tacere le molteplici voci che intorbidiscono e travolgono la coscienza; occorre, senza sentimentalismi, ma compiendo in ogni caso l’esperienza del sentimento, riconoscere che: o è la sostanza psichica che, in modo caotico, lambisce l’intera circonferenza, oppure è il principio essenziale (o ente reale) che impone il ritmo direzionale alla circonferenza.
La sostanza psichica è un cattivo padrone, ma un ottimo e utile servo. Lasciare che la sostanza psichica si modelli secondo i vari stimoli interni o esterni, che può ricevere senza l’intervento direttivo dell’ente essenziale, o “ordinatore interno”, significa trovarsi completamente alienati.
Il disordine dei rapporti umani è il riflesso-specchio del disordine della sostanza individuale che non viene plasmata secondo la pura Idea, come direbbe Platone, o la volontà spirituale della Coscienza.
L’ignoranza di ciò che è (avidya) porta al vivere proiettivo psicotico, quindi al vivere folle. Infatti il mondo degli ego empirici è una dimensione paranoica. Il Liberato ha invece sconfitto l’ignoranza; gli rimane il vivere privo di proiezioni, senza aspettative: persino i suoi stessi atti possono apparire importanti agli occhi degli altri, ma non ai suoi”.

E un altro Maestro ha scritto:

“Quando viene dato inizio al processo di risoluzione psichica, si attraversa una fase che il Testimone interno dovrebbe osservare senza giudicare. Il testimone interno, però, agli inizi non è pronto a quest’opera, che si attiva perciò in modo discontinuo. Si assiste così ad alcuni casi di trasformazione personale, caratteriale, tali da rendere il più delle volte irriconoscibile la persona che sta compiendo un profondo lavoro di trasformazione interna. Questo è il lungo periodo in cui emergono i contenuti emotivi da sciogliere, i propri fantasmi, le paure e le rabbie passate, che dormivano nell’inconscio o che si conoscevano ma non si risolvevano. L’aggressività (a questo stadio del lavoro personale) è frequente, i contenuti che si stanno elaborando, magari senza accorgersene, vengono attribuiti agli altri con cui si è in rapporto, e non ci si accorge di operare in questo senso. Non è infrequente il caso che la persona, impegnata in un importante e travolgente lavoro di trasformazione interiore, venga lasciata sola da amici, parenti e intimi perché è lei ad allontanarli. Proprio non ci si accorge che quanto si attribuisce agli altri, e prima di tutto a chi è più vicino, è qualcosa che sta accadendo all’interno. Non si è ancora sulla Via ma ci si sta avvicinando. E’ una fase molto dura. La paranoia è uno dei contenuti di base che devono essere risolti ed è per questo che si accusano gli altri, si pensa di intervenire con amore nei loro confronti e invece si è prepotenti o sospettosi. La frase più ripetuta da chi viene da me al Bost e mi parla dall’interno di questo inizio trasformativo è: “Non capisco, lui è cambiato o lei è cambiata, non lo riconosco più, oppure non è più la stessa”. Mi sono abituato a considerare l’affermazione “L’altro era a un passo dal riuscire e non ce l’ha fatta” come uno degli indicatori più certi di questo. Il rifiuto pregiudiziale di ciò che è proprio e il ritegno a dire “mio” è un altro indicatore. E’ un fattore di base questo finto rifiuto di ciò che è “mio”, perché il possesso è il nemico del distacco. Però non ci si può distaccare dal possesso, se non si è sperimentato il possesso.
La persona che inizia un processo trasformativo ritiene di dare amore agli altri attraverso tutta la rabbia che sta risolvendo in se stessa. Gli altri rimangono sorpresi da questo, a meno che non si trovino a compiere lo stesso percorso.”