‘Io, Tu, Zinco, Piombo: Oro’

Un racconto di Giuseppe Genna

LO ZINCO DISSE

“Io sono una donna, no, non lo sono. E’ cosa molto più complicata. Foro Milano di notte e pedalo e adesso crollo. Pedalo e ogni pedalata è atroce, sempre più, ritorno da nord verso la mia casa che ripara, dove chiunque entra senza danneggiarne i ventricoli e lascia il mio cuore intatto. Esplode a ogni pedalata: mi fa male. Mi hanno dato nome Elena: il nome di piombo di cui parlano le saghe antiche dell’occidente, ho studiato le saghe, da sempre, da sempre ho studiato l’occidente. Il nome del ratto, un rapimento mi precede, i re mi si passano per mano. Cerco amore che nessuno mi dà definitivamente, cerco amore irremovibilmente. E’ penetrato in me come un rapido contagio, prima che me ne accorgessi io. Ero tanto leggera prima che padre e madre, i loro volti di carne e avorio dentale, osservassero le scosse irregolari del mio cranio in formazione, le mie creste interne, le mie cartilagini, e imponessero a me il nome della donna-furto, che scatena la guerra.
E’ grazie a me se Ilio crolla, si disgrega.
Pedalo nella bruma della sera atroce, io mi disgrego.
Madre, mi hai insegnato a confondermi nei muri, ho rigettato il tuo magistero.
Padre, tu non c’eri.
Pedalo e il fiato si esaurisce, ogni pedalata gonfia la circolazione dei garretti, aiuto, lo chiederei, a chi?
Mi fa tanto male il cuore…
Non sono nata per piangere davanti ai vostri occhi. Voi mi abbandonate, io non desidero che questo, io non desidero questo.
Mi si infittisce il dolore sordomuto al braccio, il sinistro, è un presagio, adoro nella vita che i presagi irradino e sono bella.
Il piede è di granito, i polmoni sono bisacce e si svuotano, e dolorosamente, con dolore immenso sento il cuore incrinarsi, e piango.
Sono bella, sono bionda, sono la luminosa che si oscura, ho capelli di sirena elevata nei cieli su nuvole purpuree da poeti di terz’ordine, il mio volto è una moneta che chiunque vorrebbe spendere, dalle mie rughe benedette da molti baci radia la sostanza aurea e il mio sguardo nocciola di Medusa pietrifica chi mi avvicina senza che lo voglia io, l’avorio dei miei denti sono perle abissali, il mio polso sottile stilla desiderio e lo insinua nel cuore altrui e gli fa male. E procedo con andatura verticale, la mia spina dorsale è una chiglia di una nave d’oro nella notte dedita ad andare. Appaio e nessuno vede me. Io sono disperata, non c’è occhio che lo colga, cielo, cecità, accensione, cima da scalare che si sposta più alta a ogni passo di chi scala, le mie ciglia sono sfoglie di oro teneramente lavorato di precisione ere addietro, sono la donna-uomo delle saghe occidentali.
Non so chi sono.
Padre, io mi muovo in te, respiro in te, sono in te. Tu non sei in me.
Pedalo e il giro della catena mi frantuma in polpa il cuore, lo sterno mi è trafitto, respiro pesantemente, è atroce. Nessuno ha idea, poiché di me esistono soltanto idee. Io le controllo.

Era lieve e sbilanciata la serata. Mi spiace che ti sembri il desiderio di una bambina: ma è quanto sono. E’ complicata, è una cosa complicata. E’ una cosa.
Ascolta. E’ un aneddoto a cui non sei abituato, tu ostenti altre e più raffinate preparazioni. Mi offro alla tua vista e non vedrai più niente, non mi vedrai mai più: conosco il bosco sacro dove mi celo, dove induco a cecità.
Era una serata lieve e sbilanciata, è semplice, elementare, ero felice del mio leggero desiderio, la lieve ebbrezza che mi prende il corpo, poiché so prendere il piacere, io. Io, io – io. Sono abituata ai miei corteggiatori. Da una vita mi corteggiano, madre.
Eravamo nel teatro alla proiezione dei film corti, poi li hanno premiati. Depongo lo sguardo di Medusa, dimentico di impietrire i corteggiatori, i miei occhi di bambina nella neve sono luci di case antiche e le immagini mi invadono: le brutte, le belle.
Immagini, riempitemi. Date il premio vibratile al mio corpo misconosciuto, che io mostro ai miei corteggiatori. So mostrare il mio corpo, ostentarlo, affinché siano contenti di sé e mi dimentichino, non vengano a cercarmi. Non supera la prova nessuno, poiché li accontenta l’ostensione che io impongo e misuro il campo assai ristretto dell’amore indifferente di chi non sa guardarmi.
Questi film mi annoiano, le immagini mi rendono più lieve il vivere e non avverto il peso di me stessa.
Sono nelle poltrone a me accanto i miei cari amici: come li amo! Io so cosa sia l’amore. La loro compagnia mi è indispensabile. Sono serena, mentre vedo i registi ritirare i verdetti che li giudicano, è sempre una questione di giudizio, di vittoria, dove sono i registi dimenticati, loro che hanno perduto, piangono?, nel silenzio, nei labirinti delle gallerie?, la loro lingua si pàtina di dissoluzione?, io conosco l’intimo della sconfitta, temo che mi corteggi.
Usciamo. I miei cari amici, io li amo sempre, dal 1990, io li amo poiché non giudico il volto elvetico dell’amica, come una piana che si arrossa e si sbianca alla misura delle temperature e delle convenienze, i suoi occhi cristallini che non variano luce come variano i miei, il suo sorriso sempreuguale, io non giudico, perciò lo amo. E lui, che le è compagno, lo amo perché non giudico la peluria rossiccia e la magrezza patita, le spalle arcuate e lievemente ingobbite, io so come invecchierà, incapace di decidere e giudicare, io non giudico e lo amo, io lo conosco e non gli faccio male.
Sono in grado di ferire chiunque. Da chiunque sono in grado di essere ferita.
Dopo la premiazione, al parco, suonano la musica e si agita la festa, alimentata dalla folla che fluisce e io la desidero così tanto! So che ti sembra il desiderio di una bambina, è stupido, scusa, perdonami, hai ragione, non lo dico più, non capisco, mi sento in colpa, è colpa mia, però giuro che è tanto semplice, tanto complicato…
Guardami. Non guardarmi.
Io desidero la musica, la lieve ebbrezza, i tronchi corrugati degli alberi di notte al parco e l’erba satura di acqua in questo non semplice autunno, i sorrisi fosforescenti degli sconosciuti attorno, io non sento più me stessa, io ero una volta entrata in un luogo senza tempo e di speranza. Questa festa. Il cuore si allargherebbe. Consentitemi il piacere vibratile.
Da quanto tempo il mio corpo non vibra?
Sulla pelle mi scivola il piacere di questa festa al parco, le note dissonanti e i miei amici mi abbandonano! Non mi accompagnano, essi mi lasciano sola! Io li amo, trattengo il mio giudizio che stermina su di loro e mi abbandonano.
Questo atto ripetuto. Questa ferita. Questa frattura dei miei molti miocardi.
Resto sola. Incontrerò qualcuno che conosco, io conosco molti. Sono abituata ai corteggiatori. So giostrarli. Sono simpatici e inutili, cattivi e indecenti: ruotano attorno a me: l’inusuale, la segreta cosa che in me mi alimenta. Conosco le mie idee.
Con i miei amici che si stanno congedando – giuro, è una cosa da bambina, io mi vergogno, io mi vergogno di vergognarmi, ma tu non permetterti di giudicare, è giusto che mi vergogni, come puoi censurare una bambina?, una cosa stupida?, come ti permetti? Io ti farò giostrare, sei simpatico e indecente, sei il cattivo: io so come trattarti, io non lo so –. Con i miei amici che si stanno congedando io incontro un amico antico: da anni non incrociavo questo amico! Sono abituata ai corteggiatori. So sedurre chi da anni non mi incontra. Non è questione di seduzione, lo penso, lo so, è così, me ne convinco, non provare a giudicare la bambina, tu – tu che stai fuori da ogni cerchio, tu che sento vuoi violare. Parliamo con l’amico dimenticato di quanto è fino a qui accaduto. I classici riassunti di vita. La mia vita in sequenza di polaroid. Ciò che è classico si deve fare. Non avverto senso di colpa, se compio quanto devo, quanto hanno imposto che si deve compiere e io lo compio sempre. Trasgredisco, con misura sapiente e finzione di libertà astuta, a quanto dicono che si deve fare, e profondamente compio il mio dovere: nessuno può rimproverarmi, io sono la donna-uomo che le donne e gli uomini non rimproverano, rimproverano sempre. I miei amici se ne vanno! Mi abbandonano!
Abbandonami. Lasciami stare. Dimenticami. Non parlarmi. Non guardarmi. Stai a un metro da me. Leva le pupille dal mio polso sinuoso che ti incanta. No, guardalo, ma non fare niente. Io, che non sono io, ti impongo questa legge.
Sono astuta, come il mio nome impone. Desidero stare tra la gente in festa, nella musica dissonante, desidero essere riempita di immagini e di note, desidero la cultura e il suo abbraccio dedito a me, nella bruma che sale dall’erba di notte, sono tanto leggera ed ebbra, sono tutto il mio corpo bianchissimo che abbaglia, socchiudo le mie palpebre di lieve ambra, confusa nella folla che non esiste, danzo da sola io, la mia pelle vibra e io mi innalzo, nel cerchio di luce io ruoto dondolando come i ciechi, sono cinammono e cenere di incenso, sono ambra e sfoglia d’oro, sono l’ascolto e lo spostamento, la gente attorno mi nasconde e abbraccia senza toccarmi, danzo su di me roteando nella delizia dell’apnea, sono la boreale e la purpurea, datemi il vortice del polo magnetico, la sua vibrazione lieve, lasciate che i miei capelli di alghe ricoperte di oro dondolino con l’andatura dei non vedenti, lasciate che il piacere mi invada insieme a voi, silenziosi a me accanto, amici, non mi abbandonate, non c’è fine a questo istante che mi solleva, non c’è nessuno, ci siete voi accanto che mi date conforto se solo riapro gli occhi e lancio il mio sguardo bambino su di voi, controllo che ci siate.
E non ci siete.
Voi mi impedite questo. Lo impedite continuamente, la mente mi si prostra.
Io sono la donna astuta, a causa mia si sbriciolano le mura della città turrita, secondo la leggenda occidentale. Posso fingere di andare, delusa, stracciata, abbandonata me ne vado io, ma poi so tornare, quando voi due, l’uomo indeciso e la donna inerte, siete ormai lontani e mi avete abbandonata, posso cercare l’amico di un tempo reincontrato per caso, stare con lui, ascoltare e ridere e perdere e perdermi e sognare il sogno vuoto che in un dondolio mi innalza, mi evapora, starei bene.
E non lo faccio.
Tu non capisci. Tu capisci troppo, sei malato perché capisci troppo. Stammi lontano.
Mi allontano, non riesco a fare altro, mi impulsa qualcosa che non so ad allontanarmi. io non so perché e piango. Sono sola, non so perché e piango.
Quante volte sola, anche insieme a tanti altri, non vedono che sono sola, io non lo permetto.
Piango, è atroce, pedalo, a ogni pedalata avverto incrinarsi il miocardio, io sono malata di cuore, il mio sangue è cattivo, è bellissimo, sento cellule ematiche ancestrali, provengo da tribù nomadi, gitane, avi miei hanno attraversato le Russie, hanno percorso monti lontani, il mio corpo è avvallamenti nivei che instillano desiderio ai corteggiatori e li faccio ruotare intorno a me, i miei avi raccolsero cromosomi da ovunque, nelle narici ho il puzzo bruciato del falò spento nella nebbia umida di mattini rumeni, di albe slave, le danze circolari di bambini intorno a fuochi nella notte buia, la carovana che porta a me, alle mie vene che pulsano il loro sangue.
Io sono oro. Io non lo so.

Pedalo e sto male. Ascolta: sto male. Ascolta: posso dire che sto male? Scusami, perdonami, io non lo farò mai più, mai più. Che colpa avverto? Mi hanno abbandonata, forsennatamente pedalo.
Non credo in nessun dio. Dio è un’idea, le idee sono secrezioni umane. Non so se credere in un dio o meno. Io so in fondo che sono l’oro, ma non lo so. Io non so dire: ‘Credimi’. Sono tanto certa, sono tanto incerta.
Io vorrei che l’abbraccio si tramutasse in oro.
Dimmi qualcosa. Dimmi qualcosa di me. Non dirlo. Tu sei bravo con le parole. Tu sei malato di troppa mente. Io so tutto di te, ma non lo dirò mai. So tutto dall’inizio, io so cosa sento, ma non te lo dirò. Sono abituata ai corteggiatori.
Una volta, ero bambina, sotto un oleandro, nel profumo intenso che stillava come un liquore di melo che ubriaca, io ero nell’agosto un giorno sotto l’oleandro immenso e come una foglia il tempo si staccò, l’albero fu piombo alle mie spalle e nevicò, e sotto la foglia del tempo ricordo, io, che pensai che la morte esiste e ne riuscii disfatta. Esiste la morte? Io non dimentico, la nube di piombo mi si avvicinò minacciosa, pensare la morte era la morte in avvicinamento, cilestrina e cupa, e io feci compatta la palla di neve e prima di scagliarla vidi bianco e nero, tutto era bianco e nero, e io stampai per sempre il mio volto di risposta alla morte.
Qualcuno mi è accanto e mi abbraccia se muoio?
Perché sto morendo, mentre pedalo in bicicletta e ogni pedalata pesa come un supplizio, è una catabasi verso la mia casa, lì conservo una E grande in polistirolo ricoperto d’oro, ero felice quando i miei cari amici mi regalarono quella E grande in polistirolo d’oro, mi basta così poco, era il mio compleanno.
Oh, la mia felicità… La mia…
Gli anni mi scivolano come sabbia d’oro tra le mani e non vedo quanto oro ho in mano.
Inclino il collo colore dell’avorio e i corteggiatori ondeggiano ubriacandosi della mia immagine.
Chi vede che sto per infartuare? Pedalando sono prossima all’infarto, la testa mi gira, io infartuo, sola infartuo. Uomini guardano quando cado, suoni estranei scuotono il mio corpo sul pavé di Porta Romana, una donna caduta, è scandaloso, è tanto squallido, infartuata, come una donna etilista, è vergognoso, non guardate, sono sola nell’infarto, è sgradevole, è tremendo, la donna che cade ed è sola, il regno irto che abito irrita le mucose interne e spezza il miocardio, lo sento, immaginate una donna la cui pelle è alba, i cui capelli sono sole meridiano, le ciglia sono oro frigio, immaginatela sfregiata.
Ho male al cuore. Il mio cuore fa male. Lo dico a te, che hai contemplato il cadavere di tuo padre infartuato e ritrovato dopo un giorno, blumarrone e gonfio negli arti terminali, steccato, irrigidito. Mi fa male il cuore. Non sapevo che tuo padre tu lo avevi guardato così, oddio, mi sento in colpa adesso. Io sono capace di morire avvertendo la mia colpa, la mia rabbia sconfina oltre le mie lande, poiché è in me dentro un paesaggio immenso, un orizzonte di sabbia aurea e pozze di oro fuso, più soli lo illuminano, nessuno viene qui.
Ma tu non hai idea di che sconforto e frustrazione questa cosa mi ha provocato. Ogni pedalata verso casa mi è costata una fatica sempre più atroce. Fino a trasformarsi in mal di cuore: oggettivo. A me fa spesso male il cuore. Ma davvero. E questa volta la responsabilità è mia più ancora del solito… E non ho dormito…
Quindi sono arrivata nella mia casa.
Io non sono la donna, io non sono l’uomo. Io ero sola nel mio letto, era atroce, fino alle cinque del mattino scossa nei nervi io non ho dormito. Il mio gatto con il suo calore ha consolato: io sono una gatta. Dispenso il calore con astuzia. Nessuno conosce il mio segreto, nessuno conosce il segreto dei gatti. Il mio gatto, corteggiato, artiglia. Mi ha consolata. Mi ha carezzata. Da quanto tempo il mio corpo non vibra? Il mio gatto dice: io sono te.
Io cosa sono? Profondamente: cosa sono?
La bambina che sta per scagliare la palla di neve, in bianco e nero, e stampo sul mio viso l’avvenire che non ti permetto di penetrare.
Quanto dovevo dire, ho detto”.

COSI’ PARLO’ LO ZINCO.
E RISPOSE IL PIOMBO:

“Io ero una volta entrato dentro una lingua straniera, per alleviare il mio cuore che offro alle spaccature. Io sono colui che cela il tuo oro. Io sono il padre, l’uomo-donna che c’è e che tu non vedi e mi dici: padre, non ci sei. Non c’è padre. Dio non esiste. Mi sistemo, assetato, senza che tu lo sappia, io, pesante, cupo, impaurito, mi sistemo sdraiato in una delle pozze di oro fuso nelle tue lande interne e tu lo sai che lì io mi disseto e non lo sai. Io entrai in una lingua straniera, per estrarre l’oro e dire quanto tu non concedi di dire. Io sono te, entrambi non conosciamo l’oro. Ogni tua paura è smeragdina. Victor Hugo descrisse la danza roteante della gitana Esmeralda, nel libro Notre-Dame de Paris, tu sei la Esmeralda. Come posso costringerti a sentire ciò che dall’inizio senti? Perché tu me lo chiedi? Sono perturbato. La mia malattia io te la mostro come un dono che non ammorba. Giglio che fatica ad aprirsi come a ogni alba ogni giglio fatica a spalancarsi, polvere di cinabro sui sepali, tu esisti e sei, la tua potenza mi fa roteare e mi sento inutile e simpatico. Non sono abituato a essere corteggiatore. Io so che non so, non so niente di te, io sto in ciò, io sono che non so niente. Ciò che accade emerge, tu mi vedi pesantemente ostentare. Tu tocchi il santo di piombo. Tu mi dici che sono il prete di piombo. Tu mi dici che sono la nube di piombo cupa. Tu mi scagli la tua palla di neve grigiastra. Ogni tua malattia è una fioritura. Esplode in te, segreta, una salute immane. Pensarti mi solleva. Da giorni mi dà sollievo solamente il pensiero di te. Tu infartui a tuo vantaggio, tu mi chiedi quale sia il vantaggio, tu rigetti ogni risposta. Ogni risposta è piombo.
Coincido con te laddove non guardi.
Non credere che sia io a parlare, il Piombo. Sta parlando te.
Ho fatto intrusione in una lingua straniera, perché le parole valgono se non le pronuncio, altri parlano per me, e l’ho tradotta, ho estratto l’oro da quei diverticoli complicati.
Ed ecco l’abbaglio dell’oro, la cesellatura che posso fare, poiché è ciò che io sono, è ciò che tu sei.
Ecco, trasformato, tradotto, donato sotto l’albero alla cui ombra scagli la palla di neve:

Se fossi uno che di mestiere sbuccia la cannella
salirei sul tuo letto
e lascerei la polvere della scorza gialla
sul tuo cuscino.

I tuoi seni e le tue spalle sarebbero intrisi del suo odore
Non potresti camminare per i mercati
senza che la professione delle mie dita
ti fluttuasse attorno. I ciechi
incerti passerebbero accanto a te sapendo chi stanno sfiorando
anche se tu volessi bagnarti
sotto gocce di pioggia monsonica.

Qui, dove la coscia inizia,
in questo pascolo levigato
prossima alla tua chioma
o nella piega
che taglia la tua schiena. Questa caviglia.
Sarai conosciuta tra gli estranei
come la moglie dell’uomo che sbuccia la cannella.

A fatica riuscivo a spiarti
prima del matrimonio
non ti ho nemmeno sfiorata
– tua madre dal naso affilato, i tuoi rozzi fratelli.
Ho sepolto le mie mani
nella polvere di zafferano, camuffate
nella nicotina,
ho aiutato i raccoglitori di miele…

Quando una volta nuotavamo
nell’acqua ti ho toccata
e i nostri corpi rimasero liberi,
potevi avermi ed essere abbagliata dal sentore di cannella.
Hai raggiunto riva e detto

è così che tocchi le altre donne
la moglie del tagliatore d’erba, la figlia dell’incensiere di cedro.
E cercasti sulle braccia tue
il profumo che svaniva

e fosti certa

di quanto bello sia
essere la figlia dell’incensiere di cedro
lasciata priva di traccia
come senza parole nell’atto di amore
come ferita senza il piacere del taglio.

Portasti il ventre
alle mie mani
nell’aria secca e dicesti
Io sono la moglie
dell’uomo che sbuccia la cannella. Annusatemi.

Io sono la moglie dell’uomo che sbuccia la cannella. L’uomo che sbuccia la cannella sei tu”.

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