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Un Miserabile racconto: La morte vuota

montezemolo.jpgIl racconto che segue è stato pubblicato sulla rivista Satisfiction, in occasione del Salone del Libro, specificamente in un inserto narrativo dedicato alla tragedia sociale delle morti sul lavoro o “morti bianche”. Si lega anche a questa riflessione. Il racconto è leggibile cliccando “continua” qui sotto.

 

La morte vuota

di Giuseppe Genna

 

Sono a Coredo, io, nel 1988, un piccolo paese della ricca Val di Non, di fronte a Clés, la località a più alto reddito medio d’Italia, dove è avvenuta la nascita del campione transeunte di ciclismo Fondriest.

L’uomo dispone di campi: meleti e qualche attività di maggese da svolgere con il suo trattore dai denti allungati, verniciati di rosso limpido, affilatissimi, ruotano nello spazio falciando prima che avvenga la selezione.

L’uomo, da pochi giorni, è padre di una bambina che arriccia il muso e vede ombre confuse e tra quelle ombre confuse sta per aggiungersene una nuova, di nuova grana teologica.

Il campo non uccide? Sempre ha ucciso. Da piccolo, in Sicilia, nella distesa di grano verso le colline che fronteggiano la vista dell’isola azzurra Levanzo delle Egadi, sfiorai la falce, per curiosità bambina, il taglio si allargò senza impulsi nervosi, nessuna scossa di dolore, soltanto l’allargarsi del sangue, a macchia, e il tetano corrosivo che innalzò la febbre e appena in tempo fu curato.

I denti metallici del trattore nei campi di Coredo in Val di Non sono sterili, non è tetano la minaccia.

La minaccia è ovunque. Sempre, ripetutamente di istante in istante.

Ninive dalle porte d’oro, chi la costruì?

E’ innalzato semieretto al cambio, l’uomo trentino, il neopadre nel profumo che stordisce della fienagione, quando scivola in avanti, la disgrazia, il rischio, l’incombere perenne della falce assoluta, e la tritura avviene, orripilante, grano rosso sangue, i denti macinano, la macchina digerisce il corpo, le urla si infrangono sui pomi acerbi, sui pomi bitorzoluti si infrangono gli stridii animali della neonata, la morte non è bianca, non è mai bianca.

Incombe, sempre.

Ai tempi in cui ero nelle elementari un idiota con lo scapolismo alare e il ginocchio valgo, povero di sostanze e ricco di oscuri presentimenti, la scuola Tommaso Grossi fu impalcata e dalle tubature di ferro corrose dalla ruggine venne giù un operaio, diciott’anni, rimase paralizzato a vita. Anni dopo, anni di stratificazioni successive di traumi di cui si ignora la natura, il suo corpo dislocato male, sulla carrozzina per disabili degli anni Settanta mentre Tangentopoli pressava dalla falda acquifera milanese, lui era lo spacciatore prediletto e colui che con precisione scientifica abbatteva i piccioni unti dai loro rifugi nelle muraglie scrostate delle case popolari: con un fucile a pallini di piombo. Non parlava, grugniva, il sogno del porco di Paul Celan in una foresta abitata da primati che, come lui, non morto ma bianco per la leucemia sopravvenuta nel frattempo, ingigantivano il mio disagio. L’imprenditore non era assicurato, si era suicidato, la moglie lo aveva ritrovato nel capannone verso Chiaravalle, tra auto sfondate e intrise d’acqua, pozze di acqua stagna e contaminata sotto la pedaliera, e nel capannone di alluminio e plastica verde ondulata era in rigor mortis da un giorno, non più roteante su se stesso, il pendolo si era arrestato, il corpo sospeso in aria, un angelo marmoreo che ha tradito, il demone cristallizzato che sporge la lingua bluastra dalle labbra cianotiche, i denti digrignati mentre dalla  fessura cranica uscivano le perle nere della colpa e le gemme smeragdine delle gioie e dei ricordi.

Ricorda, Nino, paraplegico: “Io non gli dò dello stronzo. Se non altro piglio il sussidio e vabbè, scopo pure, la roba la smercio più facilmente perché ai disabili l’Aler dà gli appartamenti a piano terreno. Potevo morire io, non mi ricordo, però è morto lui”. E’ morto l’imprenditore.

L’ambiguità incombe con più intensità della falce.

Capovolgi l’occipite, fai ruotare l’umor cerebrale, punta agli strati più arcaici, risali a esistenze anteriori in una ipnosi regressiva propinata in una trasmissione new age dal servizio pubblico televisivo. Immagini: schiavi che sopportano pesi immani nella terra del Faraone che vuole sancire l’Immagine a prezzo delle vite nude di uomini: coloro che trasudano aspettativa di morte a ogni passo. I loro cadaveri maciullati, il frassino delle ossa sfarinatosi – buio, dimenticàti. Dimenticate le vedovanze, gli orfani cresciuti sotto altri climi e vegetazioni. Dare la vita per l’Immagine, perché l’Immagine trafori il buio della morte e sopravviva all’erosione del liquido corrosivo del tempo. Entrare nel buio mentre l’estrema pietra angolare, la tonnellata di tufo perenne, sbalestra gli arti ed emorragizza il corpo sacrificato all’Immagine e il ricordo di lui, morto, sfuma nell’arco di un secolo – il battito di palpebra con cui misuriamo la nostra rettitudine e la nostra scelleratezza. Le palme immobili nell’afa tremolano nella calura, esposte alle bolle termiche rilasciate da giardini, prima che giunga la sabbia, la grande invasione della sabbia. Le palme testimoniano che fu lì, accadde lì. Nessuna restrizione per l’Immagine, nessuna sanzione. La morte è buia, quando il sacro parla.

Scossa, lampo, sinapsi accesa, memoria del sottosuolo corticale. Le bolle a verticali a forma di corpo umano nel cuore intimo della Grande Muraglia: a migliaia. Una milizia di spettri sepolti nell’intercapedine, contenuti dai mattoni ricavati aggregando la sabbia desertica, migliaia di chilometri di bolle buie nell’interno della Muraglia, dove si sono sfaldate le materie dei corpi di chi poneva le pietre stabili, di chi vacillò sull’asse lignea del supporto retto da una corda abusata, di chi sforzò i ventricoli in eccesso sotto il peso fosforico di materiali che durano.

Non è vero che la Grande Muraglia cinese sia visibile dalla Luna. E’ una leggenda metropolitana, fattasi planetaria. L’uomo è cancellato nella sua opera, a poca distanza.

Sono i veri soldati dell’Impero Huan, sono il contraltare di quei militi in terracotta, gli operai schiavizzati che resistono in forma di incavo vuoto e segreto, cementati dentro la Muraglia, la loro tomba epocale in vista planetaria, l?’dea di spettacolo che fiorisce in germogli immani.

La morte è vuota.

Ma qui, oggi, nessuna Immagine. L’immagine di Luca Cordero di Montezemolo, che una leggenda metropolitana racconta essere il figlio segreto di Gianni Agnelli, un uomo quest’ultimo che non ha espresso alcuna Immagine e ha goduto nel farsi triturare la carne e le narici nelle rotative dei rotocalchi per sessant’anni – l’immagine di Luca Cordero di Montezemolo che fugge da piazza San Carlo verso San Babila, ai funerali dell’editore bambino Leonardo Mondadori, io stravolto dall’affetto che osservo questo imprenditore che ha risollevato le sorti della Ferrari e risolleverà le sorti della Fiat e si solleverà a capo rappresentante di tutti gli industriali: questa immagine che non è un’Immagine, ma un corpo snodato, magro, quasi femmineo, abbigliato raffinatamente, e sfugge alle domande volatili dei giornalisti che accennano al passo di una rincorsa priva di slancio aereo. L’immagine di questi imprenditori, discendendo nella scala gerarchica, i grandi, i medi, i medio-piccoli. I Falck che hanno dismesso le attività in quel girone perforato dagli altiforni a Sesto San Giovanni, dove le dita saltavano al tornio e gli operai morivano nei fumi tossici delle colate, e oggi, col lavoro nero legalizzato dalla legge Biagi, queste immagini che si contentano della piccola lussuria che gli concede la minima ambizione in cui si ravvoltolano, questa idea di minimo potere che decreta la depredazione di tutto, per cui l’umano è equiparabile allo hedge fund, al future e al bond. Questi imprenditori con i capillari rotti sul naso spugnoso, buccinanti americano dilettantesco con forte accento veneto. E gli altri, i reclutatori delle junk humanities disperse nei campi al Sud. Questi ricchi non accederanno mai al Regno dei Cieli e, del cammello, non solo non hanno il passo ma neppure lo sguardo nirvanico che testimonia quanto bianca sia la morte che impongono, quanta abissale sia la loro berciatura mentre le leggi non si applicano, mentre il senso svapora e la morte bianca è tale perché non è costruita un’Immagine che abbia senso, bensì alacremente titoli privi di materia, che non rimandano più ad alcuna materia, il serpente del denaro resosi immateriale e fosforico nel cielo mentale di Don DeLillo in Cosmopolis ?

 

sia bianca la loro vita, nero il nostro dispregio, oscura ed efficace la crepa che si è aperta, aureo il ricordo dei nomi degli sterminati.

Poiché io sono lo scrittore e lavoro all’Immagine e la mia mano è tremenda: maledizione su di voi.

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