L’interpretazione di Aristotele e la malattia occidentale

De InterpretazionePer malattia occidentale intendo la disattenzione cronica, da parte degli eredi e sviluppatori dell’umanismo occidentale, di focalizzare l’idea vuota di coscienza e di di autoconsapevolezza, anzitutto laddove, come nelle arti, è essa il limite espressivo a cui l’uomo tende, per apprendere a stare di fronte al mistero e di sé e del mondo. L’interpretazione della semiotica aristotelica, che non è sganciabile dalla metafisica dello Stagirita, è a mio avviso il primo passo di questo processo divisorio, che istituisce rigidi rapporti tra un supposto interno (“io”) e un supposto esterno (“mondo”). Questa posizione, che matura negli effetti apicali il fenomeno non-personale Hitler (motiva, questa mia tesi, l’impostazione del romanzo Hitler, come da affermazioni fatte nell’officina teorica) e attua il rovesciamento dell’umanismo stesso in anti-umanismo, ha una lunga tradizione filosofica ed ermeneutica.
A questo proposito, pubblico qui un brano da una lezione universitaria di Raul Mordenti (di cui consiglio la lettura di Gramsci e la rivoluzione necessaria, uscito due anni fa da Editori Riuniti, € 14), che bene evidenzia il processo separativo che innesca tutto il movimento semiotico antimetafisico (lo stesso Mordenti non è avvertito di tale movimento interno alla tradizione umanistica, nonostante lo sfiori attraverso Eco e Peirce, che però anch’essi non sono consapevoli delle implicazioni metafisiche delle conclusioni relativistiche a cui giungono).
Quanto a postura poetica, ciò che segue è esattamente ciò che, in lingua struttura retorica e fantasmatica, tento di trascendere. Si dà qui una sutura che è per me nemmeno il nemico poetico – è proprio un frame devastante in quanto profondamente illusorio.

È Aristotele che reimposta la questione del linguaggio dedicando fra l’altro ad essa un’intera opera il De interpretatione e utilizzando per la prima volta il concetto di “segno” (come distinto da “nome”): il segno è “qualcosa che rinvia a qualcosa d’altro”, o naturalmente o convenzionalmente: aliquid stat pro aliquo.
È in quest’opera (16a e sgg.) che Aristotele dice che le lettere dell’alfabeto sono “segni” (o simboli: Aristotele sembra qui non distinguere fra questi due termini) dei suoni verbali, e questi, a loro volta, sono segni delle “affezioni dell’anima”; si noti intanto che in tal modo si viene a stabilire una gerarchia fra parole e scrittura, le parole dette vengono prima di quelle scritte, le prime esprimono le affezioni dell’anima direttamente (per così dire: al primo grado), le seconde indirettamente (o al secondo grado). Si ribadisce così un primato della parola detta sulla scrittura su cui attirerà l’attenzione ancora Derrida.

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