Piattaforma dedicata a noir, crime e letteratura di genere nero, “Vertigine” è un formidabile substack che fa da acceleratore al principe delle tenebre narrative di questo tempo e di tutti i tempi. Un dialogo intorno alla nuova indagine dell’ispettore Lopez, snodandosi tra Kubrick, Ellroy, Dostoevskij, Wu Ming, le intelligenze artificiali e Papa Leone XIV.

“Vertigine” è una piattaforma di riflessioni e suggerimenti sulla letteratura di genere nero e crime – un luogo di rete che offre spunti, riflessioni e voli arditi, oltreché inabissamenti nella materia letteraria e storica in cui si generano i fiori del male contemporanei. Ho risposto a domande estremamente profonde, e per certi versi sorprendenti, che i curatori feltrinelliani di “Vertigine” mi hanno posto. Il risultato è “Il tempo degli spettri”: un dialogo a due voci con Tommaso De Lorenzis, che si snoda tra Ellroy e Dostoevskij, Kubrick e Wu Ming, teologie del complotto e pontefici artificiali – e che può essere utile a collocare e dislocare “L’uomo che non doveva tornare”, la nuova indagine dell’ispettore Guido Lopez, appena edita presso Feltrinelli Editore. A seguire, un frammento del dialogo, insieme al link alla versione integrale su Vertigine.
Il tempo degli spettri
di Tommaso de Lorenzis
Giuseppe Genna ha preso il romanzo nero e lo ha immerso nella teologia, nella politica, nella paranoia, nelle guerre invisibili, nelle allucinazioni della Storia. Lo ha trascinato fuori dai confini del genere per interrogare il male, inteso come forza che attraversa gli individui, le istituzioni, le nazioni e perfino il linguaggio.
Alla fine degli anni Novanta, mentre il mondo correva verso il nuovo millennio convinto di aver archiviato il Novecento, Genna osservava le crepe sotto la superficie del tempo. Milano diventava il suo laboratorio narrativo: non la capitale scintillante della finanza e del luxury, ma una metropoli infestata da apparati, servizi segreti, mafie, fantasmi del passato e poteri inconfessabili. Una città dove il reale e il simbolico si confondono, dove ogni strada nasconde una ferita e ogni delitto sembra l’eco di una colpa più antica.
Al centro di quest’universo compare Lui: Guido Lopez, ispettore della Squadra omicidi della questura di via Fatebenefratelli, investigatore ostinato e irregolare, sopravvissuto fin dalla sua nascita, testimone silenzioso delle metamorfosi del potere. Richiamato da una vecchia cabina telefonica – tecnologia obsoleta, perfetta per uno spettro analogico al tempo del digitale – Lopez è di nuovo in partita. L’intrigo monta. Il mistero si infittisce. Mentre gli altri cercano colpevoli, Guido cerca significati. Mentre gli altri indagano i fatti, lui inciampa di continuo nell’invisibile.
Nel corso dei romanzi che lo hanno reso un personaggio di culto, Lopez ha attraversato Tangentopoli, il tramonto della prima Repubblica, le mutazioni del potere globale e le ossessioni dell’Occidente contemporaneo. Ha visto ciò che non avrebbe dovuto vedere. Ha seguito piste che conducevano oltre il crimine e la politica. Fino a quando una pallottola conficcata nel cranio lo ha consegnato a una lunga notte di silenzio.
Per diciassette anni è rimasto sospeso tra la vita e la morte, tra la memoria e l’oblio.
Per diciassette anni abbiamo pregato un dio che non rispondeva, aspettando che il fantasma tornasse a parlare.
E il fantasma è tornato. Del resto, i fantasmi tornano sempre. In un presente dominato da algoritmi, intelligenze artificiali, guerre ibride, immagini che si moltiplicano all’infinito e verità che evaporano sotto il peso della manipolazione permanente, Guido riemerge come una reliquia vivente. Cammina tra le rovine di un’epoca che non riconosce più, eppure continua a comprenderla meglio di chiunque altro.
Di Lopez, di Milano, degli spettri del nostro tempo e di molto altro abbiamo parlato con Giuseppe Genna.
In principio fu James Ellroy. Nel 1995 esce American Tabloid, il primo romanzo della USA Underworld Trilogy. Per molti scrittori della tua generazione è una specie di esplosione nucleare: la lezione di Ellroy deflagra e si disperde ovunque, provocando un lungo fallout sulla narrativa italiana. Anche il commissario Guido Lopez nasce in quel clima. Trent’anni dopo, come ricordi quel passaggio cruciale degli anni Novanta? E cosa hai trattenuto davvero di Ellroy, al di là delle mode che ha generato?
Ellroy è davvero il perno intorno a cui ruota la letteratura più interessante nei Novanta. È il Dostoevskij di quegli anni. Già il grande russo aveva investigato il crimine con il romanzo nero, ma a nessuno era venuto mai in mente di rinchiudere la sua letteratura in un genere che, a differenza di oggi, a metà Novanta era ancora considerato rozzo e non colto. Ellroy rinnova l’intuizione di Dostoevskij: la colpa corale e la colpa individuale costituiscono il nucleo di tutti i racconti. La trama crime è teologia e morale, ha a che fare con l’onnipotenza e l’invisibile. Implica il divino, il quesito su chi ha ucciso chi, come Caino interrogato da Dio, poiché ha ucciso il fratello. Il crimine è il fatto da narrare. Se si allarga lo sguardo, tutti i generi più nobili convergono nell’indagine sul crimine: l’epica (Ellroy parla dell’America tutta, corale), la tragedia (Ellroy compone un tabloid tragico), la lirica (i singoli personaggi in Ellroy esprimono un pathos poetico). Negli anni Novanta riscosse attenzione un fake critico ed editoriale costruito ad arte, cioè i cosiddetti Cannibali, da cui emergerà il bestsellerista Niccolò Ammaniti. Resta soltanto lui di quella temperie, proprio perché è l’unico che ha sempre lavorato al racconto di storie, capovolgendo la gerarchia consolidata tra generi nobili e “bassi”. Una generazione di scrittori riportò la tragedia, fondata sulla morale della colpa e del crimine, là dove doveva stare, ovvero dove è stata sempre: ad altezza epica, tragica e lirica. Di questi elementi a me interessava soprattutto l’aspetto teologico, che in Ellroy pure c’è, ma in senso cristiano, alla Dostoevskij appunto. A me interessa invece l’Assoluto inqualificato, l’origine e la fine, l’alpha e l’omega a prescindere. L’intento comune è raccontare nel mito. Il mio intento personale è dissolvere il mito nella luce delle tenebre.
Leggi la versione integrale del dialogo sullo substack Vertigine
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