I demoni

Recensioni a ‘I demoni’

“Dostoevskij.2”. E i demoni adesso si nascondono a Milano
Alessandro Zaccuri, Agorà-Avvenire
La domanda non è “perché I demoni?”, ma “perché Milano?”. Di ragioni per tornare sul capolavoro di Dostoevskij, infatti, ce ne sono molte, e tutte buone. È, storicamente, il primo romanzo sul terrorismo, un tema che oggi è cronaca quotidiana. Ed è un gran libro sul più grande degli scandali, quello del Male nella storia, altro argomento sul quale, da Auschwitz in poi, non abbiamo mai smesso di interrogarci. Come se non bastasse, I demoni è Stavrogin, forse il più inquietante fra gli inquietanti protagonisti dostoevskijani: mistico e luciferino, stupratore e idealista, nichilista, nostro contemporaneo. Ma perché trasferirla proprio a Milano, questa favola tenebrosa e fin troppo credibile?
Per tentare una riaposta occorre addentrarsi nella riscrittura de I demoni, labirintica e a tratti sconcertante, portata a termine da un singolare terzetto di autori nostrani: Giuseppe Genna, Michele Monina e Ferruccio Parazzoli.


Classe 1969 i primi due, del ’35 il terzo. Percorsi letterari diversissimi (Genna è passato dalla poesia al thriller, Monina nasce narratore sperimentale o – meglio – avant pop, Parazzoli è un cattolico dalle molte e sorprendenti inquietudini) e comune interesse per Dante Virgili, scrittore a lungo dimenticato e ora al centro di un rinnovato interesse postumo. Basti dire che peQuod, la stessa casa editrice anconetana che pubblica I demoni del trio Genna-Monina-Parazzoli, sta per riproporre La distruzione, l’apocalittico romanzo del 1970 che fece parlare di Virgili come del “Céline italiano”, mentre è in uscita da Marsilio Cronache della fine, un libro nel quale Antonio Franchini ripercorre i propri rapporti con lo scrittore morto nel 1992. Appena appena mascherato sotto la generalità di Dante Virgilio, l’autore de La distruzione è lo Stavgrogin di questo che, con linguaggio informatico verrebbe voglia di definire “Demoni.2”: una narrazione programmaticamente composita e disorientante, nella quale la sceneggiatura di un fumetto di fantascienza può convivere con una vertiginosa interpretazione allegorica della Stazione centrale di Milano. E in questo modo siamo arrivati a rispondere – almeno in parte – alla domanda centrale: I demoni si sono trasformati in un magmatico romanzo milanese perché soltanto questa città, forse, può suggerire un così ramificato e sotterraneo intreccio fra simboli e poteri, dalla finanza all’editoria (una delle pagine più violente è l’invettiva contro lo “scrittore italiano” inteso come categoria dello spirito), fino all’esito paradossale di una scalcinata setta segreta che minaccia il cuore occulto della metropoli. Un romanzo esagerato, a tratti scabroso, ma dotato di una forza del tutto inconsueta nel panorama nostrano.
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Che l’Apocalisse cominci, da Milano in là
L’ombra dello scrittore “maledetto” ne I demoni di Genna, Monina e Parazzoli
Chiara Mattioni, il Piccolo
“Non mi spetta altra denominazione se non quella di Estensore degli avvenimenti svoltisi or non è molto nella città di Milano e località circonvicine della Lombardia e del Piemonte. Scopo di questo mio lavoro è documentare, per quanto mi sarà possibile, la presenza di un’azione organizzata, con intenti certamente eversivi, di un gruppo che risulta, a un primo esame delle carte d’Archivio scampate all’incendio, fare riferimento piuttosto alla Confraternita che non alla Congiura, chiamando infatti Confratelli i propri affiliati, piuttosto che Congiurati”.
Così inizia l’apocalittica narrazione de I demoni di Giuseppe Genna, Michele Monina e Ferruccio Parazzoli (peQuod, euro 15,00), a metà tra romanzo giallo e fanta horror. Libro singolare questo, che fin dal titolo e dall’incipit dichiara il debito con I demoni di Dostoevskij, da cui riprende il tono allucinatorio e la ricerca di emozioni terribili e sublimi, ma che nello svolgimento diventa tutt’altra cosa, sembra sfuggire di mano agli autori e quasi scriversi da solo. Una neutra voce narrante, sempre in bilico tra l’essere super partes e il farsi personaggio della vicenda, riporta di un incendio a piazzale Loreto che porta allo scoperto un’insospettabile congiura. Sotto l’apparenza, a poco a poco emerge l’orrore: un gioco di ruolo, dove le pedine sono esseri umani: un suicidio indotto, un incendio doloso, gli squallidi traffici sessuali di un anziano, l’omicidio rituale che alimenta il potere della casa reale d’Inghilterra, le inquietanti sedute medianiche alla stazione centrale di Milano, e addirittura la possibile clonazione di Hitler.
Molti i personaggi di contorno che ruotano intorno ai congiurati, una fotografia sciamana, un professore suicida, uno scrittore erotomane, una prostituta paullese, uno sceneggiatore americano e altri che fino all’ultimo non si sa se siano attori o vittime della congiura che ha come fine la distruzione del mondo. Una struttura letteraria interessante questo romanzo in cui non c’è più la voce ma una pluralità di voci, come nella psicosi. E chi sono i congiurati, gli apostoli del male, tra cui spiccano Moses, che ha il compito di leggere ai Congiurati il Vangelo più apocrifo degli apocrifi, il Vangelo secondo Moses appunto, e il Gobbo, l’edicolante che possiede un caleidoscopio che gli consente di vedere tutto? La narrazione è articolata e non sempre di scorrevole lettura per i continui salti di prospettiva. Dall’Italia agli Stati Uniti, l’itinerario tracciato dagli autori disegna la parabola del mondo globalizzato, il suo inesauribile inabissamento. Il messaggio è che il mondo attuale, pur conoscendo le più grandi atrocità, nella banalizzazione mediatica di ogni tipo di evento ha perso il senso di sacralità che contraddistingue la lotta tra il bene e il male insita nella natura umana. E che la fine del mondo è già avvenuta, anche se pochi se ne sono accorti. Chi sono i demoni? I demoni sono tutti e nessuno, sono le idee che pervadono il nostro spirito oscurando la ragione, ma possono essere anche le vicende di un passato vissuto con dissennatezza o gioie negativizzate.
L’indagine intorno agli anfratti più oscuri dell’animo umano è il filo conduttore del capolavoro di Dostoevskij e del romanzo di Monina, Genna e Parazzoli, dove manca però un protagonista titanico come Nicolas Stavrogin, archetipo della profondità e della malvagità della natura umana, altera e terribile figura di eroe romantico che si staglia nitida e possente nella ricostruzione del suo itinerario spirituale culminante nella distruzione degli altari e di sé. In questo romanzo la congiura per distruggere il mondo è una sorta di concerto senza direttore d’orchestra, e questo semplicemente perché la fine del mondo è già avvenuta.
Altra questione importante sollevata, seppure in modo diverso, in entrambi i libri, è quella della fede o meglio dell’ateismo come altra faccia della fede, o come aspirazione alla fede in Dio. Ne I demoni di Dostoevskij l’unico paradigma è Cristo, sempre presente in quelle discussioni di atei così come nel Vangelo del congiurato Moses è presente una fede tutta umana. E non è detto che il Vangelo di Moses, alla fine, non sia proprio il Vangelo di Cristo, dal momento che il romanzo si conclude con la scena della Palingenesi, rappresentata da un fanciullo fantasma “raccolto in sé e allegro, che ricorda tutto non ricordando nulla in particolare. Lo vediamo di spalle allontanarsi verso l’uscita, l’oceano ultrabianco che non è né luce né buio, né cielo né terra, non è concavo e non è convesso” cantando “l’antico motivo che rende conto di tutte le cose: l’Essere è, il Non Essere non è”.
Oltre a Dostoevskij, ispiratore del libro sarebbe lo scrittore Dante Virgili, a cui è dedicato l’esergo in apertura, autore de La distruzione, romanzo violento e visionario degli anni Settanta (Mondadori 1970, peQuod 2003) in cui le vicende di un ex squadrista delle SS che vive nell’attesa della resurrezione del Terzo Reich precipitano il lettore in un incubo dove si muove un demone meschino che ulula dal fondo del suo letto e ogni tanto esce alla luce per compiere le proprie atrocità.
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Demoni a Milano, l’orrore è un gioco
Un libro a sei mani modellato sul capolavoro di Dostoevskij. Con personaggi quasi reali

Ermanno Paccagnini, Corriere della Sera
Lo si legge a pagina 11 e 330: con I demoni di Michele Monina, Giuseppe Genna (entrambi della classe 1969) e Ferruccio Parazzoli (classe 1935, ma già editor di Aironfric di Monina per Mondadori), non si ha a che fare col classico romanzo con “un inizio, un centro e una fine”, ma con una “nebulosa narrativa a girandola” rinunciante preliminarmente al “culto mortifero, etrusco, del plot”. Anche se poi il “puzzle gigantesco e impossibile” che orchestra una varia pluralità di storie, con anche nomi d’oggi sia pur “rivisitati” (Biagi, Tatò, Mattioli, Fausto Melotti, l’omicidio Jucker, il sindaco Albertina, un giudice Bonanno) non impedisce una ricostruzione delle vicende; come fa a pagina 332 proprio il narratore della terza parte del volume: la meno convincente per certa necessità di fungere da collettore conclusivo e per certe soluzioni stilistiche da perpetuum mobile talora logorroico, contrastanti con la maggior felicità di inserti narrativi.
La scomposizione della prima parte nasce dall’accumulo di documenti e lacerti vari, comprese foto pubblicitarie di moda e profezie su fogli volanti, che un misterioso Estensore (rivelantesi nella terza parte un potente della finanza italiana) dichiara sopravvissute all’incendio d’un archivio: una frammentarietà dispersiva che confonde un po’ il lettore, atta a ricreare un clima da fine dei tempi d’una odierna Milano, chiusa tra misteriosi sotterranei d’una Stazione centrale attesa da un destino da Due Torri e un Piazzale Loreto, centro d’una misteriosa congiura apocalittica, in cui operano un fantomatico Moses e l’onnisciente edicolante il Gobbo: attorno ai quali, attori o vittime di disumane crudeltà, ruotano personaggi in apparenza normali tra cui una fotografa sciamana, una ricercatrice di mercato, un giornalista, un prete, un professore, tra suicidi indotti, mutilazioni, incendi dolosi, traffici sessuali, omicidi rituali del tipo di quello di Chiavenna.
Il tutto è qui accennato per sommi capi: anche perché i tre autori si lanciano in un romanzo-gioco ricco di citazioni “modellato” sulla cospirazione de I demoni di Dostoevskij, ma rivisitati anche strutturalmente, nella tecnica di scomposizione e simultaneità dei piani, con la mediazione delle crude e totalizzanti ossessioni del romanzo La distruzione (Mondadori 1970, peQuod 2003) di Dante Virgili: personaggio centrale del racconto sotto il nome di Dante Virgilio, nome-guida per gli odierni Inferi. Un’operazione metaletteraria – ribadita dalla seconda parte, composta di sei godibili sceneggiature di fumetto ambientate in un 2097 d’imperante ingegneria genetica, con immagini che citano e rinviano esplicitamente a scene cinematografiche –, che il lettore gestisce con qualche fatica, pur restandone incuriosito (specie nella prima parte; assai meno nella terza). Cui non sarebbe nociuta una maggiore, talora più drastica asciuttezza.
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Risorgono “I demoni” metropolitani
Il capolavoro di Fedor Dostoevskij trasloca nella Milano di oggi

Fabrizio Ottaviani, Il Giornale
Il romanzo non sta nella pelle. Sono impazienti e centrifughe le allusioni, le linee di fuga che irraggiano I demoni di Genna-Monina-Parazzoli (peQuod, pp. 458, euro 15): opera, più che aperta, esplosa, le cui pagine contengono tavole di fumetti, immagini pubblicitarie, perfino brevi canzoni, come non di rado se ne trovano in Pynchon. La permeabilità del testo è così alta, da rendere difficile delinearne i confini: la solidità della scrittura si alterna alla fluidità del reale in una sorta di disteso paesaggio lagunare. I tre autori annettono ampie porzioni di cronaca e storia, servendosene con deformante noncuranza. Appaiono personaggi pubblici realmente esistiti, a volte ancora viventi. La stessa topografia milanese si piega ad una conversione mito-poietica: l’étoile, il “polipo” di piazzale Loreto, si magnetizza e acquista il valore di potente centro simbolico, mentre i fregi della stazione centrale serbano geroglifici che, se decifrati, riveleranno i modi dell’apocatastasi, vale a dire dell’Apocalisse. Allora, dopo la fine, un bambino «dondolerà la testa sotto una volta stellare di vetro, cantando tra sé e sé l’antico motivo che rende conto di tutte le cose: “L’Essere è, il Non Essere non è”».
La trama, come accade spesso quando si è alle prese con i romanzi postmoderni, è solo in parte riassumibile. Tentiamo ugualmente: il Gobbo, membro di una confraternita sediziosa che si riunisce in un seminterrato di via Paganini, a Milano, è in labile contatto con Dante Virgilio, scrittore erotomane e maledettissimo che si ciba esclusivamente o di manzo fresco o di prosciutto cotto. La sua maschera somiglia a quel Dante Virgili che firmò l’unico romanzo italiano apertamente filonazista. Una sera Dante Virgilio muore in una pozza di sangue “per lo scoppio dei capillari”, come recita il referto del medico legale; su un tavolino, accanto al solito prosciutto cotto, vi sono le carte di un romanzo dal titolo enigmatico: N.N. Il brogliaccio reca in epigrafe un passo de I demoni di Dostoevskij: “Noi proclameremo la distruzione. Perché, ancora una volta, questa piccola idea è così affascinante? Verrà un tale sconquasso, come il mondo non l’ha finora veduto”.
Il Gobbo, che su Dante Virgilio vanta crediti notevoli per avergli fornito a lungo stampa pornografica, si risarcisce impossessandosi del manoscritto di N.N.; poco dopo i confratelli appiccano il fuoco all’archivio di via Paganini, di cui resta qualche lacerto. L’intera storia della congiura è faticosamente ricostruita dall’Estensore, alternando relitti dell’Archivio e pagine di suo pugno, in un patchwork testuale che assume la forma di una “nebulosa a girandola”.
Finché, nella terza parte del libro, quello che era l’autore diventa un personaggio, i cui tratti sembrano rubati alla figura di Enrico Cuccia: l’Estensore, eminenza grigia e onnipotente, è “un minuscolo gufo rattrappito, una minuscola mummia di cera dagli occhi esoftalmici e liquidi”. Prima di ritirarsi a vita privata si recava ogni giorno “verso il severo portale dell’istituzione di cui era nocchiero unico e, in un certo senso, sulfureo”. Adora Dante Virgilio, e lo contrappone, in pagine più che deliranti, agli altri scrittori italiani. Da quando la moglie è morta, porta il lutto; in casa, dentro una vecchia scatola di biscotti, ne conserva le ceneri. «Se l’era portata a casa. Aveva sostituito il contenitore delle ceneri, subito dopo la cremazione. Avevano sepolto biscotti sbriciolati al posto dei resti della moglie. Disse che non ci andava mai, al cimitero. “Per fare cosa? Per rendere omaggio alla pasta frolla?”».
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Risuscitano a Milano i demoni di Dostoevskij
Giorgio Calcagno, La Stampa-Tuttolibri
I demoni sono gli stessi di Dostoevskij, anche se l’azione avviene a Milano, ai nostri giorni. Uguale è la loro utopia negativa, che trascina all’abisso. Non manca neanche il gruppo dei congiurati, che un novello Petr Verchovenskij sotto l’identità – spuria – di Moses riunisce in una biblioteca di Porta Venezia, nell’attesa della grande deflagrazione. La fine è incombente, in una società ormai tutta corrosa al suo interno; e il bibliotecario, nutrito di letture apocalittiche, lo sa. Ma da che parte stia lui, non devono saperlo i lettori: provocatore? testimone? o più probabilmente, con quel nome biblico, profeta? Il gioco romanzesco consente colpi e contraccolpi di scena, a ripetizione.
Non a caso il racconto è costruito come un caleidoscopio, dove ogni frammento corregge e contraddice l’altro. La storia va ricostruita mettendo insieme le tessere disseminate per oltre 450 pagine e non sempre – volutamente – combacianti. A complicare il puzzle, nemmeno le pagine sono tutte della stessa mano. Tre gli autori annunciati, in ordine alfabetico: Giuseppe Genna, Michele Monina, Ferruccio Parazzolo. Ma non si dice quale delle tre parti ciascuno di loro abbia scritto: anche se verrebbe da attribuire a Parazzoli la prima, che sembra frutto di uno scrittore più maturo, capace di un meglio sorvegliato “fren dell’arte”.
Corrono tanti demoni, nei sotterranei come nei grattacieli di Milano. Oltre al bibliotecario e i suoi compagni ci sono personaggi connotati da nomi più che allusivi: come lo scrittore maudit Dante Virgili, protagonista reale di uno scandalo letterario inesploso 30 anni fa e in via di riscoperta oggi; un onnisciente Franco Tatò, nel quale il mondadoriano Parazzoli sembra essersi divertito a parodiare i tic di un suo ex superiore; o un Enzo Biagi che rifà se stesso, con le sue interviste sornione. A parte un grottesco Enrico Cuccia nelle vesti di burattinaio narrativo, trasformato nel terzo degli autori in un praticante della trasgressione immaginaria, fino alla necrofilia.
Ma il nichilismo di questi personaggi è radicalmente diverso da quello che il sinistro personaggio dostoevskijano cercava di propagandare nella Russia zarista. È un nichilismo che si innesta su un non estirpabile fondo religioso: tra la nostalgia che un Dio che l’Occidente sembra aver perduto e lo scandalo di un Satana-Mammona portato al trionfo. C’è l’eco di un cristianesimo agonico, che proietta nella tecnopoli moderna l’antica angoscia di Kierkegaard (non a caso evocato dal soprannome di uno degli adepti) e la più recente, ma non meno drammatica, riflessione sull’Anticristo di Sergio Quinzio (fisicamente adombrato in uno dei personaggi).
Sono tanti i rivoli che si spargono e si incrociano nelle pagine, dove pezzi di alta tensione si mescolano, in consapevole squilibrio, a ridondanze o cadute di gusto, nella ricerca di un estremo oltre l’orrore. Lo humour sulfureo può riscattare molte situazioni, non tutte. I demoni sono fantasiosi, suggestivi e, a volte, incontrollabili.
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Dostoevskij a piazzale Loreto scopre il grande burattinaio
Paolo Perazzolo, Famiglia cristiana
Il progetto è il più ambizioso che si possa immaginare: riscrivere I demoni di Dostoevskij. Progetto ambizioso e accattivante: non risulta difficile pensare che la filosofia nichilista e le trame distruttrici descritte nel romanzo dello scrittore russo abbiano non uno, ma molteplici corrispettivi nella società contemporanea. È chiaro che per valutare se il tentativo è riuscito, oltre che teoricamente apprezzabile, bisogna verificarne l’applicazione.
I demoni di Genna, Monina e Parazzoli si compone di tre libri, tutti caratterizzati da un forte sperimentalismo narrativo, ciascuno dei quali scritto da uno dei tre autori, che non li hanno però “firmati”, contribuendo così a creare quell’atmosfera di mistero che pervade tutto il romanzo. Per la complessità dell’opera e dei protagonisti (tanto che in appendice c’è una sorta di glossario che, a dire il vero, non riesce a orientare il lettore) risulta impossibile ricostruire la trama.
Basti dire che il primo libro è ambientato a Milano, perlopiù in quel piazzale Loreto dove fu appeso il cadavere di Mussolini, e racconta un’enigmatica congiura messa in atto da un’enigmatica serie di personaggi, quali Moses, che legge ai congiurati un Vangelo terribile, l’edicolante chiamato il Gobbo e molti altri, tutti manovrati da Dante Virgilio. Chi è costui? È evidente l’allusione a uno scrittore realmente esistito, Dante Virgili, autore del romanzo La distruzione (Mondadori 1970, peQuod 2003), affascinato dal nazismo e turbato da manie ossessive, morto nel 1992 (è ora in programma la pubblicazione delle sue opere).
In un’ambientazione da fantascienza il secodo libro descrive inquietanti scenari futuri, cercando d’immaginare come potrebbe diventare il mondo se, ad esempio, l’ingegneria genetica si sviluppasse senza limiti.
Il terzo libro si riallaccia al secondo: qui l’estensore, autore del primo libro, diventa un personaggio, cioè un uomo molto potente della finanza italiana, facilmente identificabile in Enrico Cuccia, ancora una volta manovrato da Dante Virgili, nel frattempo fuggito negli Stati Uniti.
La parte debole sta proprio qui: i primi due libri sembrano riusciti perché mostrano convincenti legami con l’attualità (primo libro) o tratteggiano credibili proiezioni del futuro (secondo libro). Il terzo invece, perde la misura e s’avventura in territori più vicini all’eccesso, al macabro e, a tratti, al cattivo gusto, che al progetto di individuare nella nostra società i germi della distruzione già all’opera.
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Romanzo-collage sugli inferi di Milano
Roberto Carnero, Letture
Non so se I demoni – romanzo scritto a sei mani da Giuseppe Genna, Michele Monina, Ferruccio Parazzoli – tenga più dell’omonima opera dostoevskijana o non piuttosto del Poema a fumetti di Dino Buzzati. Più che una riscrittura del testo dello scrittore russo, questo libro è infatti un originale collage di generi diversi. Lo si nota anche a livello macrostrutturale, per così dire esteriore. Oltre al testo vero e proprio, c’è tutto un complesso paratesto iconografico, fatto di fotografie, disegni (ne è autore Andrea Goroni), fumetti, cartelloni pubblicitari, particolari dell’Ultima cena di Leonardo… Il tutto centrato su Milano, luogo dell’anima, o degli inferi, prima che della geografia fisica e politica.
La finzione narrativa vede, in una città labirintica e sotterranea, la minacciosa presenza di una setta segreta dedita ad attività eversive nonché distruttive. L’anonima voce narrante di un “estensore” afferma di aver inteso documentare l’intera vicenda, proponendosi, per quanto possibile e nonostante le difficoltà che incontra sul suo cammino, di ricostruirne i diversi momenti.
Perché citavamo il Poema a fumetti di Buzzati? Perché ci sembra simile la carica visionaria, all’apparenza fantascientifica, ma in realtà fortemente simbolica. Il che significa dire bene di questo singolare trio di scrittori, forse apparentati soltanto dall’intelligenza, lontani come sono tra loro quanto alle esperienze letterarie e ai percorsi artistici e professionali. Generazionalmente distanziati (Genna e Monina sono del 1969, Parazzoli del 1935), uniti in un romanzo sperimentale, originale e a tratti sconcertante nelle sue molteplici, possibili, se non plausibili, valenze.

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