Orfeo nell’incomprensione occidentale

Mentre sto costruendo il sito per la Fabula Orphica (che sarà rappresentata il 30 c.m., a Palazzo Te a Mantova), rifletto sempre più estesamente sulla radicale incomprensione a cui Orfeo (ma direi più precisamente: la tradizione orfica) è andato incontro trapassando per l’occidente moderno. Se già ai tempi di Poliziano sembrava offuscata la fabula alchemica che fa di Orfeo un mito d’iniziazione a un profondo lavoro su se stessi, è immaginabile che scendendo verso la nostra contemporaneità si sia prima cristallizzata e sia ora in erosione la valva fossile di una mitologia, di un processo archetipo e quindi metastorico. L’edizione Valla degli Inni Orfici è, a mia detta, la più alta e curata testimonianza di qualcosa che trapassa dalla vita invisibile dell’immaginario alla concretezza del sapere intelligente, che esclude la coscienza come campo di cui la mente è soltanto una delle possibili emergenze.


L’inafferabile Orfeo canta agli dèi misteriosi inni
di ALESSANDRO FO
Inni orfici, a cura di Gabriella Ricciardelli, Fondazione L. Valla-A.Mondadori, pp. LVIII+552., 24 euro
Pronunciato alla greca (Orfeo) o, come dottrina vorrebbe alla latina (‘Orfeo), il nome del leggendario poeta e cantore comporta forse più d’ogni altro un millenario alone di evocatività e di mistero. Secondo il mito, perduta la sposa, egli discese nel regno dei morti e, con la sua irresistibile arte, ne commosse il sovrano, che gli concesse di ricondurre alla luce Euridice a patto che lungo il percorso non si volgesse a guardarne lo spettro. Il troppo amore non consentì il rispetto di questa condizione: Euridice ripiombò nell’Ade; Orfeo, dopo averla lungamente pianta, morì a sua volta tragicamente, dilaniato dalla furia di un gruppo d’invasate baccanti.
Il pur sventurato cantore di Tracia rimase il simbolo per eccellenza della potenza dell’arte poetico-musicale e della sua capacità di esprimere verità sublimi e ai confini dell’ineffabile. E all’ombra del suo nome si vennero a rifugiare componimenti filosofici e dottrine iniziatiche della più varia natura. Questo contribuì a determinare una nuova connotazione del destino di Orfeo: quella della vaghezza, dell’inafferrabilità di quanto si espresse sotto la sua insegna. Una sorte che dura ancora oggi, sia per la varietà di quanto in antico vi si ricondusse, sia perché l’etichetta di «orfico» piace a moderne realizzazioni e correnti artistiche non sempre facili da definire con precisione nei loro contorni.
Sul piano delle testimonianze letterarie, «Orfeo» rappresenta per noi un fascio di voci, e per di più spesso sfigurate da lacunosità di tradizione o oscurate dall’enigmaticità degli enunciati. Cantando storie di dei, avvia a una conoscenza suprema. Artista della parola e della libra – e come tale ministro di Apollo -, «Orfeo» appare tuttavia fin dalle origini strettamente legato al culto di Dioniso.
Il dionisismo (che a sua volta confluisce in parte con i misteri eleusini, in cui figura fra i protagonisti la dea delle messi Demetra) è il motivo di fondo delle «sue» composizioni, vale a dire dell’antica poesia mitologica e sapienziale divulgata sotto la sua paternità.
Su tale dionisismo s’innestano poi, a precisare una visione del mondo per noi destinata a restare piuttosto sfuggente, concetti e divinità quali il Tempo, la Necessità, forse il Caso, e motivi filosoficamente strutturanti come quelli del gioco, dello specchio e della vita.
Questa era la situazione della poesia/sapienza orfica in età presocratica, per come la sintetizza Giorgio Colli nel suo importante La sapienza greca (Adelphi), dove ne riorganizza e traduce i frammenti. Dalla metà del V secolo a.C., la tradizione orfica si dilatò impoverendosi sul piano dottrinale e accogliendo nuovi vari apporti religiosi e pseudosapienziali.
A noi sono pervenuti (in greco) i cosiddetti Inni orfici; e ancora un cosiddetto Lapidario orfico, poema sulle qualità delle pietre (forse della seconda metà del II d.c.) che conobbe una successiva rielaborazione in prosa; e le Argonautiche orfiche, poema di quasi 1400 versi, posteriore alla metà del V secolo d.C., in cui l’anziano Orfeo torna ai suoi miti prediletti mentre narra la propria partecipazione all’impresa di Giasone.
Degli inni orficí è ora disponibile nei classici della Fondazione Valla una preziosa, dotta e ricchissima edizione critica commentata a cura di Gabriella Ricciardellí, coronamento di un lavoro ventennale. Si tratta di 87 brevi inni esametri per vari dei, attribuiti al nostro mitico poeta. A quanto pare risalgono al II secolo d.C., e costituirono il librò liturgico di un’associazione di culto, probabilmente dell’Asia Minore, che aveva Dioniso per divinità principale. I misteri che vi venivano celebrati – gli inni parlavano dì «iniziati» e sì pensa che abbiano accompagnato riti d’iniziazione – avevano sicuramente una componente «orfica».
Sebbene vi manchino presupposti teologici fondamentali dell’orfismo antico, Orfeo ne è patrono e, secondo le sue dottrine, si rifiutano sacrifici cruenti. Per ogni inno è invece previsto il sacrificio di una determinata essenza profumata, tanto che, fuse con il nome delle divinità celebrate, le singole prescrizioni fungono di volta in volta da titolo: «Profumo delle Ninfe: aromi», «Profumo delle Stagioni: aromi», «Profumo di Terra: tutti i semi tranne fave e aromi», «Profumo di Cielo: incenso», e perfino «Profumo di Notte: torce» (ovvero aroma delle torce accese a illuminarla). Agli dei si chiede d’intervenire ai riti e di favorire, in molti modi, la felicità degli iniziati. Ma, a parte questi tratti, già di per sé molto suggestivi, va sottolineata la qualità poetica di questi testi semidimenticati, valorizzata da una precisa traduzione, attenta a renderne la temperatura lirica.
La raccolta, completa e bene organizzata sul piano strutturale, si deve probabilmente a un unico autore, un qualche sacerdote che meritò pienamente di valersi della più prestigiosa fra le sembianze poetiche. Qui il Sole-Apollo dalla lira d’oro trascina la corsa armoniosa del cosmo accordandola «con la cetra sonora», la vita ride gioiosa alle ninfe, Afrodite si allieta delle «danze circolari dei cetacei», Zefiro «dalle ali leggere, aeriformi» s’impasta con le Nuvole «nutrici dei frutti, erranti nel cielo», Borea scuote «con soffi invernali la caligine spessa del cosmo… facendo tutto sereno», e tu, Natura, che «coi talloni volgi senza rumore l’orma dei piedi» appari «amara ai dappoco ma dolce a chi ti obbedisce».