Terza meditazione sull’iper-romanzo a venire

moby61.jpgDopo questa e questa, io che non sono battezzato e nemmeno simpatizzante cattolico (altra cosa è invece il rapporto che intrattengo con il nucleo esoterico del Cristianesimo pre-Nicea), mi affido alle riflessioni di un grande esegeta cattolico contemporaneo, cioè Gianfranco Ravasi. Che nel brano seguente affronta uno dei vari buchi neri dell’interpretazione veterotestamentaria, cioè Giona. Perché ho da rispondere alla domanda: chi è più di Giona? E: chi è più di Achab? E: cosa significa risorgere? Da quale morte si risorge?

La trama del Libro di Giona si compone di quattro episodi. Il primo lo troviamo nel primo capitolo. Giona, figlio di Amattai, riceve da Dio l’ordine di andare a Ninive per proclamare che la malvagità dei suoi abitanti è salita alla presenza di JHWH.

Giona non ci vuole andare e, per fuggire lontano dalla presenza di JHWH, scende a Jaffa e salpa sopra una nave diretta a Tarsis. Il Signore però suscita una tempesta che mette in pericolo la nave. Mentre i marinai si mettono a pregare i loro dei perché li scampino, Giona dorme nel fondo della nave. Siccome però la tempesta non cessa, essi, dopo aver alleggerito la nave di tutta la zavorra, gettano le sorti per sapere chi è il colpevole di quel castigo e scoprono che è proprio Giona, il quale rivela di essere ebreo, adoratore di JHWH, creatore dell’universo, al quale ha disobbedito, non avendo voluto compiere la missione affidatagli. Per far cessare la tempesta chiede di essere gettato in mare, benché i marinai siano riluttanti e tentano di riportare la nave a terra. La tempesta però rende vano ogni sforzo, perciò i marinai, accogliendo la cosa come volontà di Dio, gettano Giona in mare; subito la tempesta cessa e tutti ringraziano Dio di essere salvi.
Nel secondo capitolo troviamo il secondo episodio. Giona gettato in mare, non è inghiottito dai flutti, ma, per volere di Dio, lo inghiottisce un grosso pesce, nel cui ventre rimane per tre giorni e tre notti; quindi, per ordine di Dio il pesce lo restituisce vivo sulla spiaggia. Durante la sua permanenza nel ventre del pesce Giona recita un canto di lode a JHWH che lo ha salvato.
Il terzo episodio, che troviamo nel corrispettivo terzo capitolo, racconta l’ordine ricevuto, per la seconda volta: andare a Ninive a proclamare che Dio tra 40 giorni distruggerà la città. Questa volta l’ordine è eseguito e, appena i Niniviti hanno udito il messaggio divino, fanno subito lutto e penitenza. Anzi il re emana un decreto per obbligare tutti ad un solenne digiuno e ad una sincera conversione, per muovere Dio a risparmiare la città. Dio accoglie la penitenza dei Niniviti e la città è salva.
Nel quarto episodio troviamo Giona che si indispettisce del fatto che Dio abbia risparmiato Ninive e se ne lamenta con Lui, perché non approva che Dio perdoni Ninive e desidera la morte. JHWH però non approva il modo di pensare di Giona, che non si dà per vinto e spera di vedere compiere il suo messaggio, cioè la distruzione di quella città. Ma Dio, attraverso la storia del ricino, sorto e morto in un giorno, fa capire a Giona la sua volontà misericordiosa per tutti gli uomini.
[…]
Gesù volendo dare ai Giudei increduli un segno della sua missione divina, afferma che “come Giona era rimasto tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così anch’egli sarebbe rimasto nel seno della terra tre giorni e tre notti” (vedi Mt 12,40; Lc 11,29-30). Gesù rifacendosi al fatto di Giona, voleva non solo affermare che dopo la sua morte sarebbe risorto, ma che nella sua morte e risurrezione avrebbe realizzato la salvezza misericordiosa per tutti gli uomini, di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Il testo del Vangelo di Matteo fa proseguire la citazione con queste parole sulla bocca di Gesù: “Quelli di Ninive si alzeranno a giudicare questa generazione e la condanneranno, perché essi si convertirono alla predicazione di Giona. Ecco, ora qui, c’è più di Giona” (Mt 12,40; Lc 11,32).

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