Il (mio) problema teorico

muttley.jpgIerisera un caro amico scrittore: “La percezione nella comunità di te come teorico è di inesistenza”. Incomincio così, con più riferimenti personali, per circoscrivere alcune modalità, interne alla inestente comunità intellettuale italiana, realtive al dibattito teorico letterario. Questo itinerario non serve soltanto a descrivere il campo di interrogazione teorica, ma anche a stabilire i tratti incerti dell’oggetto dell’interrogazione stessa.
Dunque, dopo ciò che mi dice il mio amico scrittore, a un’ora di distanza, una cara amica scrittrice, al telefono: “Il problema è che la comunità non vede più l’emergenza della lingua, non ha i mezzi per interpretare e teorizzare, si rifà a schemi conchiusi”. Contemporaneamente, una mail di un critico che stimo: “C’è nei tuoi libri qualcosa di stilisticamente irrisolto”.
Parto da queste premesse non per parlare di me, bensì per fare intendere come, spesso se non sempre, alla generalità della inesistente comunità intellettuale italiana, un discorso teorico idiosincratico sfugga, per mancanza di riferimenti che impone l’impossibilità di percepire l’oggetto in questione. Sia detto che non ho mai pubblicato nulla di teorico o critico in forma cartacea (ho pubblicato la parodia del teorico, ma questo è altro discorso). Ciò, anzitutto, perché sono uno scrittore e non un critico e le cose critiche che ho scritto in Rete sono sempre partite da una specola prospettica, relativa a mie poetiche. Tutto ciò che di teorico posso esprimere è relativo a mie poetiche. Tranne un’eccedenza, che è la componente che crea diffidenza, ilarità o misinterpretazione. Tale eccedenza è un oggetto teorico extralinguistico e, quindi, se ne può parlare solo per analogia. Provo quindi a parlarne per analogia.


Nuovamente un aneddoto personale. Gestendo i Miserabili (che erano impostati secondo una retorica del lavoro paradossale al positivo e non più all’aggressione paradossale dell’esistente che impregnava Società delle Menti), io arrivo a parlare di “letteratura ultrapsichica“. E’ significativo che le reazioni dei colleghi scrittori siano di sarcasmo esplicito: proprio mi pigliano per il culo, per il “neologismo” coniato. Addirittura un poeta, riferendosi al fatto che nella formulazione di ciò che intendo per “letteratura ultrapsichica” si dispiega il fatto che “la letteratura non serve a pensare”, scrive un corrosivo fondo su un quotidiano. Ora, c’è un hapax legomenon nello Zibaldone dei pensieri di Leopardi: è “ultrafilosofico”. Si dà il caso che “ultrapsichico” si riferisca esplicitamente a quell’espressione leopardiana che accenna, sul piano del pensiero, a una possibilità di superamento del pensiero configurato, il che è un analogon di quanto sto cercando di esprimere impegnando il termine “ultrapsichico”. Manca ancora un pezzo, che l’inesistente comunità intellettuale non coglie: “metapsichico” equivale a “ultrapsichico”, il prefisso “meta” indica un attraversamento che legittimamente è traducibile con “ultra”, il che colloca l’aggettivo che conio anche in un orizzonte freudiano e postfreudiano o, più in generale, in una traiettoria di evoluzione della disciplina metapsichica.
La conclusione, da parte mia, è che l’oggetto di cui sto cercando di discutere è molto serio, e che tutto dovrebbe suscitare tranne che l’ilarità. Peraltro, il medesimo oggetto manifesta più legami a più tradizioni, e comunque sicuramente alla tradizione letteraria, se si pensa agli importi novecenteschi che narrativa e poesia hanno ricavato dalla “metapsichica”.
Il problema si è ripresentato a proposito del “vuoto” con cui ho cercato di tratteggiare la tremula figura di certi personaggi in certe loro apparizioni letterarie. Questo ricorso al vuoto è sembrato ridicolo ad alcuni intellettuali che mi hanno manifestato ironicamente il loro parere via mail, mentre per nulla ridicola è apparsa la sua spiegazione in sede seminariale universitaria.
Fatta questa piccola fenomenologia personale, ciò che ne ricavo è più che una convinzione. Quanto sta accadendo alla comunità degli scrittori e degli intellettuali italiani è che c’è molta attenzione e acribia su determinati specifici, dove viene avvertita la garanzia di approcci (storicistici o stilistici) che si sono consolidati lungo un secolo, mentre il passo fuori da queste gabbie ermeneutiche risulta scandaloso o ridicolo. Ciò non vale soltanto per la teoria letteraria o la scrittura: vale anche per la filosofia e per la psicologia – vale, cioè, per le discipline umanistiche. Se non avesse l’aria che il suo cognome porta impressa come un’aggressiva stimmata, Severino con il suo ininterrotto discorso sarebbe fatto oggetto del medesimo scandalo e considerato alla stregua di un new ager: ma ha una storia personale, proviene da un tempo in cui le discipline umanistiche potevano permettersi di evadere dalle gabbie o, come nel caso di Severino, di rientrarci spezzandole. Il caso esistenziale e professionale di Giorgio Agamben, a mia detta il filosofo italiano più decisivo di questo tratto temporale, è emblematico: riconosciutissimo e apprezzatissimo all’estero, in Italia ha dovuto subire un nomadismo accademico che definire vergognoso è eufemistico. Poiché è principalmente da Agamben che mutuo la teoresi sull’oggetto extraletterario di cui desidero discutere, non mi sorprende certo l’ironia che questo discorso suscita in coloro che, da parte mia, misconosco come interlocutori (sia detto con meccanica oggettività e nessun coinvolgimento emotivo). E’ vero che il numero degli interlocutori, nell’àmbito del discorso che cerco di compiere, è limitatissimo – però questo sta nei giochi. Anzitutto è sempre stato così. In secondo luogo, il mio discorso potrebbe davvero risultare ridicolo e non intercettare nulla – però bisogna osservare questo esito a distanza di tempo. Ciò che non solo io ho teorizzato circa l’intercettazione comunitaria e la costruzione della mitopoiesi, nel 1996, ricevette un’accoglienza sconfortante, che ben ricordo. A distanza di undici anni, risulta che i protagonisti di quel discorso avevano ragione da vendere.
Un ulteriore esempio. Un mio carissimo amico scrittore, che desidera dirmi che un mio determinato libro non gli è affatto piaciuto, quando il discorso va in deriva sulla retorica e io richiamo l’uscita della retorica dalla letteratura e la necessità di individuare retoricamente la realtà, mi risponde che allora anche il movimento di un braccio è un gesto retorico. Poiché questo mio amico è un accademico, io resto di sasso: non soltanto il discorso che faccio ha una sua tradizione prenovecentesca (il mondo-testo, con ricadute ricoeuriane, strutturaliste, post-strutturaliste e non solo, nel XX secolo), ma, essendo la retorica una modulazione psichica, sfugge al mio amico tutta la tradizione che porta dalle operazioni di tecnica psichica occidentale (cioè l’intera filosofia fino a Cartesio incluso, e poi la nascita della psicoanalisi e l’attualità neuroscientifica) a una prassi reale che coinvolge la parola, financo nel suo potere terapeutico e taumaturgico – sfuggono cioè protocolli umanistici che affermano proprio che muovere un braccio può essere visto come gesto retorico, laddove la retorica è una tecnica psichica operativa, non un oggetto inerte da ermeneutizzare.
Qui si coglie, a mio parere, lo slittamento interno dell’apparato umanistico presso i teorici e gli operatori italiani: e dico italiani perché, fortunatamente, dispongo di interlocutori stranieri a cui il discorso che tento di portare avanti non scatena alcuna risata: innesca invece il confronto, l’avventura al buio e il desiderio di scoperta. Questa cristallizzazione teorica ha riflessi in varii àmbiti – riflessi che si sono fossilizzati, sono mosche nell’ambra. Per esempio, nell’editoria. La paradossalità dell’oggetto letterario è una minaccia, se è perturbante in quanto cerca la possibilità di errore. E questa possibilità di errore è implicita nella ricerca libera. Tale libertà è necessitata, la scrittura è necessitata o non è. Il rifiuto di una simile postura, peraltro sempre interpretata secondo canoni che non colgono l’intimo che sta in un testo, è garantita dalla storia stessa della decadenza umanistica italiana. Basti studiarsi le reazioni al Grotowski che abbandona il teatro – cioè fa un passo extrateatrale, che è in continuum con l’essenza del teatro – e rimanere esterrefatti di fronte alle ignominie interpretative che gli esegeti e i critici sollevano: proprio non capiscono l’oggetto su cui Grotowski lavora. E se un editore oggi mi viene tranquillamente a dire che “Grotowski è un cretino” (il che mi è accaduto, anche recentemente), potrebbero cascare le braccia. Potrebbero cascare le braccia nel sapere che perfino gli interlocutori che si riconoscono pensano che, nel discorso che si sta compiendo, sia enunciata una marea di cazzate. A questa caduta fisiologica degli arti, si oppone tuttavia una militanza, che tenta di non essere ideologica: il discorso va avanti, comunque, anche se la comunità, al momento lo misconosce sgradevolmente. Tra anni, si osserverà l’eventuale mancata intercettazione della cosa da discutere da parte di chi quel discorso lo faceva, con sforzi idiolettici notevoli, poiché l’abitudine al linguaggio morto è divenuta una costante dell’élite preposta all’interpretazione, al vaglio e all’esplorazione di ogni discorso.
Converrà dunque richiamare in termini ipotetici, che tuttavia sembrano assiomatici, i contorni dell’oggetto teorico che sta al centro del discorso e che costituisce il mio problema (nella ferma convinzione che costituisca un problema non soltanto mio):
– La retorica è uscita dalla letteratura: meglio, la critica non si accorge del ritmo psichico che la letteratura esplicita in quanto retorica. La comunicazione ha sottratto e potenziato la capacità di persuasione, cioè di intensità psichica, delle retoriche letterarie consolidate, nella loro interpretazione, nell’Ottocento e nel novecento. Serve una riformulazione teorica della retorica, e non una nuova pratica teorica, poiché la letteratura contemporanea planetaria si muove già su piani di nuova retorica, venendo questa al momento misconosciuta e stroncata (il caso più emblematico, in questo senso, è la devastante ricezione di Body art di DeLillo).
– La nuova retorica è una riproposizione spostata di un gesto arcaico, che è in precisa connessione con i protocolli letterari del classico, che vanno reinterpretati anch’essi: cioè epica e tragedia, con il corollario della Poetica aristotelica.
– Centrale nel discorso letterario è la presenza di nozioni quali mimesi e catarsi, poichè è in quegli apici retorici e teorici che si ravvisa uno slittamento dall’esternalizzazione e dallo psicologismo alla sorgività della presenza di coscienza.
– Nel discutere che cosa sia la catarsi è imprescindibile la discussione su cosa sia la coscienza e la cura.
– E’ necessario formulare una teoria del ritmo che tenga presente l’abbattimento tra gli unici due generi esistenti per la modernità, cioè la poesia e la prosa, cercando se esiste un continuum tra tali generi. Qualunque altro discorso sui generi narrativi è un discorso su sottogeneri che a questo discorso non interessa.
– E’ fondamentale esplorare lo statuto dell’immaginario, cioè della potenza immaginale, in termini di metafisica ortodossa: non quella rigida, statica e sistematica che la contemporaneità ha eletto a giusto avversario, bensì la prassi esperienziale che non è distinguibile dall’imprevedibilità assoluta del divenire.
– Il centro di tutto è la postura interna dello scrittore, cioè del lettore, nel farsi di un testo: tale postura, che eietta discorso, è silenziosa.
– Il silenzio non è non-essere. Il vuoto non è non-essere. E’ il caso di chiedersi cosa sia effettivamente il silenzio e cosa sia il vuoto, cioè ciò da cui la lingua e il discorso emergono (sarebbe fondamentale andarsi a leggere la seconda sezione di On Writing di Stephen King, per collocare questo discorso: ma Stephen King è irriso dai teorici della letteratura…).
– La lingua non esiste: è un’astrazione che slitta organicamente e cela archetipi mobili, potenze di configurazione che possono qualificarsi manifestandosi o rimanere nella possibilità di farlo senza farlo.
– Chi testimonia di tutto ciò non è tutto ciò.
– Celan scrisse: “Nessuno | testimonia | per il | testimone”, e altrove: “Sii lodato tu, | o Nessuno”. La teoria e la critica letterarie dovrebbero interrogarsi sullo statuto di questo “Nessuno” che testimonia per il testimone e viene lodato.
– Lo sguardo sul Novecento in base a categorie consolidate (modernismo, postmodernismo) è totalmente mutato: Eliot non è modernista e questa tesi necessita di essere surrogata filologicamente, criticamente, filosoficamente, psichicamente.
– La letteratura contemporanea si muove in àmbito di complessità: è impossibile intercettarne gli oggetti interni e le posture intime senza coprire la complessità che essa evoca e irradia. Tale complessità riguarda i saperi e gli sguardi. Tale complessità richiama la possibilità concreta di un network comunitario che esprima competenze multiple e che sappia rispondere in termini di molteplicità di saperi.
– Manca una teoria empirica sul qui e ora della scrittura e della lettura.
– Manca una definizione del nucleo politico che la letteratura contemporanea sta irradiando.
– Manca una definizione esaustiva del ritmo, che è vibrazione (Meschonnic) e su cui non ci si domanda: cosa vibra?
– Manca una discussione sui canoni, nella convinzione che non esistano canoni contemporanei.
– Manca una presa di coscienza della coscienza nella sua quintessenzialità e nella sua manifestazione in forme.
– L’oggetto problematico e teorico ed esprienziale posto al centro del discorso ha nome: autoconsapevolezza.

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