Cesare Battisti: da Avenida Revolucion

cesare_battisti– Siamo nel cuore del Districto Federal, signore. El Zocalo è a meno di venti minuti, laggiù sulla sua destra.
Antonio scrutò le piste illuminate che si susseguivano oltre la rete metallica e scosse la testa. Ci voleva una fiducia cieca nella tecnologia aeronautica per piazzare un aeroporto nel bel mezzo della città. Ma non era questa la sua principale preoccupazione.
– Scusi, ma se lei dice che il centro è di là perché va nella direzione opposta?
L’autista dispensò una serie di spiegazioni a proposito di sensi unici, degli eterni lavori in corso per la nuova linea della metropolitana, di tutte le strade che portavano inevitabilmente a questo Zocalo, del suo fiuto infallibile per gli imbottigliamenti, ecc. E intanto l’ago del contachilometri aveva fatto un balzo in avanti.


A scanso di equivoci, Antonio approfittò di un momento propizio per trasferire discretamente il portafogli negli slip. Dopodiché smise di spiare nel retrovisore le intenzioni di uno pseudo-autista messicano, che aveva le sopracciglia inarcate come due ombrelli, e si rimise docilmente alla volontà del destino contro cui nulla si può. E una via dopo l’altra, tutte diritte e a senso unico di circolazione, la città inesauribile gli sfilava sotto gli occhi metà delusi e metà increduli.
Le gigantesche insegne pubblicitarie, i grattacieli che spuntavano qua e là e la profusione di auto americane tanto grandi che non avrebbero mai trovato posteggio in una via di Milano, era ciò che materializzava le quattordici ore di volo. Il resto del paesaggio era lo stesso che vedeva ogni mattina recandosi in ufficio. Ma le grandi città non hanno più anima di un cantiere elettronico. Cosmopolita era il termine più alla moda per definire le metropoli di fine millennio. In verità a lui sembravano sempre più ottuse e meschine. Ma non osava dirlo a nessuno, avrebbe fatto una brutta figura.
Avanzavano quasi a passo d’uomo in un quartiere di case a due piani. Stradine asfaltate decentemente, fiancheggiate da alberi frondosi le cui grandi foglie lucenti assomigliavano a quelle della pianta che aveva lasciato in balia degli scarafaggi di via Brera.
L’autista guardava continuamente a destra e a manca. Ogni volta che svoltava, ad Antonio sembrava che lo facesse senza cognizione di causa.
– Cos’è, si è perso?
– Io! Questa sì che è buona. Siamo arrivati, signore mio, l’hôtel è qui vicino. Solo che da queste parti bisogna andare a passo di lumaca, per via dei bambini. Schizzano fuori da una casa come scoiattoli e, paf, te li ritrovi sotto una ruota. C’è da stare in campana. In Messico se ammazzi un niño la ley ti fotte, e non ci sono ragioni che tengano.
Proprio in quell’istante, due tipi si staccarono da un muretto e si piazzarono a gambe larghe in mezzo alla strada. Mentre una specie di moicano galattico provava il filo del suo machete sul palmo della mano, Antonio, che aveva allungato il collo sopra il sedile per capire che stava succedendo, si prese un manrovescio sul naso dal solerte autista.
Di tutto quello che successe immediatamente dopo, Antonio ritenne soprattutto l’odore stomachevole dell’asfalto contro il viso. Gli insulti, le minacce, le mani che lo frugavano e persino i calci sulle costole li subì quasi senza batticuore. Come se assistesse da lontano ad una conseguenza logica della situazione in cui si era scioccamente cacciato. In questo stato di semi anestesia si sorprese, e ne fu fiero al tempo stesso, della fermezza della propria voce nel dichiarare al trio di scalmanati che tutti i suoi averi si trovavano nella valigia. Dal silenzio che gli si fece intorno capì che le sue parole avevano sortito l’effetto sperato. Finalmente le scarpe ginniche di marca uscirono dal suo campo visivo. Udì aprire e richiudere il portabagagli. Aspettava solo il rombo del motore e l’inevitabile sgommata, così come l’aveva visto decine di volte al cine -a proposito, chissà se avrebbe vinto il concorso indetto dalla rivista cattolica?- per tentare di rimettersi in piedi. Ma le voci dei suoi aggressori ripresero a tuonare a qualche metro di distanza. Cercavano il portafogli? Trattenendo il fiato, isolò quella del finto autista; dapprima sorpresa, poi rabbiosa, infine straziante.
L’Impala doveva essere già lontana. Poteva scollare la faccia dal suolo senza correre il rischio di beccarsi una machetata sulla schiena. Con precauzione, si sollevò sulle ginocchia. Si tastò prima le costole una ad una poi il portafogli nello slip. Ogni cosa era al suo posto. Dalla finestra della casa di fronte, una donna lo stava osservando. Antonio agitò la mano in segno di soccorso. Per tutta risposta ottenne lo sferragliare della tapparella che si richiudeva. Stava per gridarle tutto il suo disprezzo ma il ricordo di un’altra aggressione gli chiuse la gola.
Era successo l’estate scorsa nel parcheggio della ditta. La centralinista si dibatteva contro un tossico che voleva strapparle la borsa. Lui era a pochi metri, avrebbe potuto intervenire in tempo. Invece, era stato più forte di lui, si era allontanato alla chetichella. Così va il mondo e la colpa è del destino.
Un lamento rauco lo rimise in piedi. Non gli parve vero. La causa di tutti i suoi mali, l’infame con ancora in testa quel ridicolo berretto da ferroviere e la faccia notevolmente ammaccata, stava ancora là. Artigliava il tronco di un albero nel tentativo di tirarsi su. Ad Antonio non gliene importava niente di capire. Avrebbe avuto di che sfogare la rabbia, questo solo contava.
Un calcio o un pugno, anzi, l’uno e l’altro, gliela avrebbe fatta vedere lui a quello sporco ladro. Avanzò ringhiando come una fiera. Gli era ormai quasi addosso, quando l’autista si lasciò ricadere al suolo posando su di lui uno sguardo vago, disarmante. Antonio si ritrovò a lottare contro se stesso. Doveva colpirlo, aveva il diritto di farlo, ma non riusciva a muovere un dito né a spiccicare un’ingiuria.
Rimasero ad osservarsi in silenzio. Antonio pensando alla sua valigia, l’altro tamponandosi la fronte con la manica della camicia…

Annunci