Italia De Profundis

Letteratitudine su ITALIA DE PROFUNDIS

Giuseppe Genna - ITALIA DE PROFUNDIS - minimum fax[Sul blog Letteratitudine, gestito da Massimo Maugeri, che ne ha fatto un indispensabile crocevia di discussione umanistica sul Web italiano (tanto che qui è sempre segnalato nei feed in basso a destra, nella terza colonna), è apparso uno speciale su Italia De Profundis, che mi ha lasciato allibito: e per la struttura e per la qualità delle cose scritte e del dibattito nei commenti – ma soprattutto per l’intercettazione a cui viene sottoposto IDP da parte di Subhaga Gaetano Failla. Io non so, francamente, se sia buona cosa che le intenzioni dell’autore, anche quelle che emergono chiare a lui soltanto quando il testo è già stato scritto, siano così totalmente viste. Per certo, so che questo non è un criterio di valutazione letteraria. E’ tuttavia altrettanto certo che a me importa poco del criterio di letterarietà. Non credo di essere mai stato visto così tanto attraverso un testo dallo sguardo di un altro, se non in pochissime eccezioni, spesso molto private e qualche volta anche pubbliche. Vorrei esprimere a Massimo Maugeri e Subhaga Gaetano Failla tutta la mia gratitudine per lo speciale e avanzo decisamente l’invito a inserire Letteratitudine nei vostri blog preferiti e a visitarlo spesso. gg]

Italia De Profundis di Giuseppe Genna
recensione di Subhaga Gaetano Failla

Italia De Profundis di Giuseppe Genna è un libro molto bello, un libro importante.”

Così più o meno ho detto a molti amici. Nient’altro. Perché è difficile parlare d’un libro che ha un’anima. Temevo –  e temo – di dire qualcosa sull’indicibile. Perché d’un’anima non si può parlare. Proverò dunque a dire qualcosa di marginale, che rimane ai margini,  al limite d’un territorio indicibile.

Dono. Compassione. Autocontrollo.

Shantih shantih shantih

Con queste parole “mutuate dal finale del saggio di Wu Ming 1”, presente nel libro del collettivo Wu Ming intitolato New Italian Epic, si conclude Italia De Profundis

Datta. Dayadhvam. Damyata                                                  Shantih  shantih  shantih

Con queste parole si conclude The Waste Land di Eliot, a imitazione della chiusura rituale delle Upanishad.

Shantih. Dal sanscrito: Assoluta pace interiore e serena imperturbabilità. Mi lascia dubbioso il significato dato a Damyata: Autocontrollo. Un paradosso: la mente che controlla la mente. I mistici parlano di osservazione senza giudizio. Essere un puro testimone.
Poi si scorrono le pagine, fino alle ultime, fino ai ringraziamenti e all’indice, e perfino ai Titoli di coda, e troviamo, prima dell’indirizzo elettronico della minimum fax, queste estreme parole:
Non la finisco più di non iniziare.
Vi è forse in questo libro l’intuizione profonda d’una finzione: quella della definitiva conclusione. La finzione della morte. La finzione dell’inizio.
E la quarta di copertina riporta una frase estratta dalla prima pagina:
“Un luogo che ho disimparato ad amare.”
Molti anni fa avevo frequentato un corso di psicologia umanistica, che nelle intenzioni doveva essere costituito da sette incontri, guidati da una donna meravigliosa, Letizia Comba, psicologa e traduttrice di Gurdjieff, dal titolo I sette inizi. Ogni passo è il primo passo? E dunque qual è il primo passo? C’è un primo passo?
Nell’antica pratica buddhista, come ricorda anche Genna,  il discepolo, nella sua strada iniziatica, aveva il compito di contemplare le diverse fasi del disfacimento d’un cadavere.
Genna osserva il disfacimento d’un organismo chiamato Italia. Un luogo che ha disimparato ad amare. Con compassione. Nell’anelito del raggiungimento di shantih. L’io narrante Giuseppe Genna, come si legge nella prima parte del libro,  rimane per molto tempo accanto al cadavere del padre morto per infarto. Chiunque abbia assistito alla morte d’un genitore sa che quella morte è anche la sua personale morte. E Giuseppe Genna intuisce la finzione d’una estrema conclusione, della morte, perché intuisce la finzione di io.
“Io: chi sono?” chiede nel libro l’io Giuseppe Genna. Una domanda del tutto assurda. Una vertigine. Chi chiede a chi? Di questa vertigine è impregnato questo libro coraggioso.
Dagli anni Ottanta in poi rari sono stati i libri di autori italiani per me così importanti, un libro di cui dire dunque: mi importa.
La Diceria di Bufalino, l’eterea presenza di Pereira, Il vicolo blu di Bonaviri, la voce e il passo di Rigoni Stern nel suo Altipiano.
“… proprio nell’atto creativo che tutto questo implicava, io desideravo anche di liberarmi di me stesso, cioè di morire.”
Così dice Pasolini nel suo Petrolio, così Genna, che utilizza in epigrafe queste parole, si avventura coraggiosamente verso “la buia notte dell’anima” di cui parlano i mistici. Quando l’oscurità sembra essere senza scampo, profondissima e infinita, e tutte le speranze d’una nuova alba ci abbandonano, allora, solo allora, giungerà il primo  (il primo?)  raggio ad illuminarci. La libertà più grande, la libertà da sé stessi.
Genna parla di io non disgiunto dall’io dell’Italia. Sa di essere sangue e carne dello stesso disfacimento. E non vi è disprezzo, ma compassione. C’è la contemplazione dell’organismo Italia in decomposizione.
“Non le sembra di avere un approccio un po’ pessimista, di legare la sua analisi a dei presupposti radicalmente negativi?” gli chiede Luca Vaglio in una recente intervista.
“Davvero restituisco questa impressione?” risponde Genna. “Non è una cosa in cui mi riconosco, certo rispetto allo stato di cose che ci circondano denuncio una negatività. Ma se non avessi dentro di me l’idea di una positività non parlerei in questo modo.”
Italia De Profundis è percorso da due ombre dense, due ombre letterarie che accompagnano il lettore nella discesa e nell’ascesa, mentre ciò che non è né io né Genna cerca né discesa né ascesa. Queste due ombre si chiamano Burroughs e il Fantozzi di Paolo Villaggio. L’incubo dei mondi e dei corpi che diventano vortici di terra e di carne in mutazione oscura, e il grottesco di minuscoli uomini di Gogol, così penosi, così orribili nell’odierna trasformazione in insetti kafkiani. Comprendo l’irruzione di personaggi fantozziani nelle pagine di Genna – Fantozzi, la  maschera che maggiormente rappresenta questi nostri anni italiani, una maschera ancora non del tutto riconosciuta nella sua grandiosa esemplarità. Ma Burroughs? Perché è tornato Burroughs nella nostra letteratura, e anche nelle pagine di Genna?
Burroughs ha saputo contemplare il suo stesso cadavere, e da esso ha riconosciuto la finzione della morte; dalla carne disfatta  – del suo corpo, del corpo dell’America – ha intravisto un bagliore.
“Hai mai letto Il paese dei ciechi di H.G.Wells?” chiede Burroughs in una lettera (raccolta nel libro Le lettere dello Yage) indirizzata al suo carissimo amico Allen Ginsberg. “È la storia di un uomo che rimane bloccato in un paese dove tutti gli abitanti sono ciechi da tante di quelle generazioni che hanno perduto il significato del concetto della vista. Perde le staffe. ‘Ma non capite che io posso vedere?’ ”.
Così Giuseppe Genna. Giuseppe Genna?

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