Bellow: “Un insopportabile stato di frustrazione”

bellowdisdi SAUL BELLOW

Più di sessant’anni fa, grazie al mio professore di inglese del liceo, ho imparato a memoria assai lunghi passi della Ballata del Vecchio Marinaio di Samuel Taylor Coleridge. Il marinaio, come forse ricorderete, ferma un invitato che sta andando a un matrimonio e letteralmente lo costringe ad ascoltare la sua storia.

L’invitato, offeso, grida:
“Smettila!Via la mano, vecchio pazzo!”
Subito la sua mano lo lasciò.
Egli lo tiene con l’occhio scintillante…

Coleridge ci racconta che il banchetto è cominciato, i musicisti stanno già suonando, la sposa è bella come una rosa, eppure il marinaio non ha intenzione di lasciar andare il proprio ascoltatore:
L’ospite nuziale si batte il petto,
Non ha scelta, può soltanto ascoltare…

Questi versi mi tornano spesso alla mente quando penso alla possibilità che un narratore ottenga attenzione, perché i marinai di oggi e di ieri, anche ammesso che la loro richiesta sia sempre così intensa e inesorabile, non riescono certo a impedirci di andare a tutti i banchetti nuziali che ci vengono imbanditi. Non è semplice far sì che la gente ascolti, e una volta ascoltato presti anche attenzione e infine si persuada. Queste difficoltà sono radicate nel cuore stesso della condizione dell’uomo contemporaneo, perché ormai abbiamo imparato ad ascoltare e non ascoltare, a essere presenti e assenti allo stesso tempo. Ci sono centinaia di modi per parlare della condizione moderna, definizioni come “nuovo universo urbano” o “trasformazione della coscienza umana”. Marx, Kierkegaard, Nietzsche e i loro epigoni e interpreti ci hanno consegnato un lessico per descrivere questi fenomeni “moderni” o “postmoderni” o “postpostmoderni”. Io preferisco mantenere la prospettiva di uno scrittore, un romanziere. Gli scrittori sono inclini a sottrarsi a espressioni come “alienazione”, “ultimo uomo”, “ribellione delle masse”, perché limitano la loro personale disamina delle cose umane. Formulazioni del genere tendono a essere d’impaccio per uno scrittore. Lo distraggono, e distrazione è appunto il termine con il quale io designo la più grave delle nostre difficoltà. Noi ci troviamo in un insopportabile stato di distrazione. Quando si fa un mestiere che si fonda sulla capacità personale di ottenere e mantenere attenzione, la distrazione, compatta e diffusa com’è a livello planetario, è precisamente la condizione ostile contro la quale si è chiamati a combattere. La distrazione, alla quale mi capita spesso di pensare come a un fortissimo rumore di fondo, è la barriera attraverso la quale lo scrittore, il pittore, il musicista e il pensatore devono aprirsi un varco. La distrazione è il confine entro il quale opera il difficile tentativo di indurre gli altri a prestare attenzione all’essenziale, nel momento in cui questa attenzione è sollecitata da ogni parte. Uno scrittore, dunque, si trova a competere non tanto con altri scrittori quanto con tutti i grandi poteri politici e sociali, ciascuno dei quali reclama incessantemente una porzione della nostra mente.
Visto che ho cominciato con Coleridge, posso ora rifarmi al suo amico Wordsworth e rammentarvi il suo celebre aforisma secondo il quale la poesia nasce da “un’emozione ricreata in tranquillità”. Ma in questo vasto terreno comune di turbolenza la mente è obbligata a volare molto lontano per poter trovare un posto davvero tranquillo dove fermarsi. L’emozione diviene instabile, là dove la distrazione è così diffusa. Vasti progetti e imprese vivono della nostra attenzione e fanno di tutto per ottenerla, spesso con mezzi più ingannevoli che corretti. Ogni giorno siamo spinti a comprare automobili, cosmetici, pillole per tenerci in buona salute, antidolorifici, sonniferi, siamo invitati ad aprire conti in banca, a fare investimenti, a soddisfare i nostri capricci, a finanziare iniziative, a entrare in club, a fare vacanze all’estero, ad acquistare computer dell’ultima generazione. Con questo non voglio mettere sotto accusa il marketing e la società dei consumi, ma accumulare prove che servano a interpretare gli effetti di queste attività commerciali, nonché di altre attività, sulla nostra mentalità e cultura.
Un professore di un’università californiana (che a quanto sembra non aveva niente di meglio da fare) ha calcolato che in un qualsiasi giorno della settimana il New York Times contiene più informazioni di quante un contemporaneo di Shakespeare avrebbe potuto raccogliere nell’arco di una vita intera. Sono pronto ad ammettere che questo possa essere più o meno vero, anche se ho il sospetto che le informazioni in possesso di un elisabettiano di buona cultura fossero meglio organizzate rispetto a quelle dei lettori del Times. Non riesco a immaginare che qualcuno sia disposto a leggere da cima a fondo tutte le pagine di un quotidiano. Vi assicuro che anche un lettore ossessivo, che si fosse messo in pensione o fosse ricoverato in ospedale o in preda alla disperazione, arriverebbe al massimo a poter fare in una giornata solo questo e nient’altro. Con l’edizione domenicale del Times, poi, ciò sarebbe assolutamente impossibile, e se qualcuno riuscisse a farlo il risultato sarebbe un ingolfamento dell’intelligenza per parecchio tempo a venire.
Dobbiamo presumere quindi che il giornale sia letto in modo selettivo, e che i principi di questa selezione, se ben fondati, ci spingerebbero ad avanzare dubbi sull’oggettività dei fatti riportati, a sollevare questioni sulla politica del giornale, sull’onestà dei cronisti, sulle opinioni espresse dai commentatori e dai columnist. Ci sono persone convinte che la pletora di informazioni contenute nel Times o in qualsiasi altro quotidiano o rivista abbia in realtà poco valore. Ci sono anche osservatori autorevoli che sostengono la tesi secondo cui i giornali non danno affatto agli americani una rappresentazione reale del mondo, e che al massimo essi forniscono soltanto quella versione parziale del mondo che viene offerta al pubblico.
Quanto allo schermo televisivo, devo dire che sono preoccupato per l’influenza complessiva della Tv sugli americani, non per via di ciò che essa li induce a comprare, ma perché non indirizza la loro attenzione su alcunché in particolare. La televisione immette individui isolati in un ambiente formato da milioni di altri individui, e consente loro di partecipare alla vita dell’intero paese. Restituisce le coscienze atomizzate alla totalità – non a una vera comunità, ma a un attraente simulacro di comunità – e introduce, attraverso il magnetismo di una promessa di unità, differenziazioni selvagge. Forse ciò che noi cerchiamo attualmente nella televisione è distrazione sotto forma di realtà. Ci aggiriamo barcollando in un mondo che è soltanto simile al mondo reale. Siamo in preda a un’eccitazione insensata ma violenta, uno stimolante efficace ma di breve durata.
Le funzioni del telecomando ci consentono di saltare avanti e indietro, di mescolare insieme inizi, svolgimenti e conclusioni. Nulla di ciò che accade segue un ordine di qualche tipo. La pratica dello zapping può essere intesa come un’asserzione di indipendenza o di superiorità o di controllo portato all’estremo, una dichiarazione di autonomia. È come se un individuo dichiarasse che egli non è da annoverare fra coloro che si lasciano davvero influenzare da qualcosa, e rivendicasse non solo l’intenzione di non lasciarsi mai intrappolare dalle reti televisive, ma anche l’orgoglio di essere libero da ogni influenza, di condurre un’esistenza sovrana e autodeterminata.
Supremamente inattaccabile, egli è il folletto che nessuno può catturare – ma dietro l’angolo c’è sempre in attesa la più astuta delle volpi. Alla fine la distrazione ci cattura tutti, e annienta la nostra capacità di attenzione. Per quale motivo nell’edizione feriale del Times il cruciverba si trova nella pagina culturale? Perché menti farcite di nozioni superflue e male assortite possano mettersi alla prova, sforzandosi di ricordare fatti che in realtà non avrebbero alcun particolare bisogno di conoscere. Molto probabilmente il lettore colto prima leggerà le recensioni dei libri e poi si svagherà con le parole crociate. La gente è fiera della propria capacità di “far torn are tutto” a dispetto della confusione che ci circonda. Molto tempo fa ho scritto che quello di cui aveva bisogno questo paese era una buona sintesi al prezzo di cinque cent. Ma che sarà di coloro che a nessun prezzo sono in grado di venire a capo di una sintesi, che sono travolti e sommersi dall’incoerenza, dallo squilibrio, dal delirio?
Mentre cercavo di trarre un senso dalle discussioni in Tv sul problema della droga, mi è venuto da pensare che forse è la televisione stessa a spingere la gente a fumare crack o ad assumere cocaina. La partita per l’autodeterminazione e la sovranità individuale sta diventando ingiocabile, e i contendenti sconfitti cercano nei narcotici una manifestazione estrema di individualità. Nelle ultime settimane, l’accostamento di due argomenti tipici della stampa e della televisione, droga e scuola, suggeriscono un’analogia e potenzialmente perfino un’identità di cause.
I media, con la loro misteriosa tecnologia, possono fare ben poco per insegnarci a leggere nei fatti. Fanno parte anch’essi dell’eccitazione che generano. Non sono in grado di fare luce sulle enormità che riferiscono. Quando ci scuotono i nervi non sembrano fare altro che rispondere a una domanda diffusa, perfino universale, a una ben individuabile richiesta di orrori. Sembra che non possiamo mai saziarci di omicidi politici, ecatombi per fame in Etiopia, sequestri di ostaggi, aerei che esplodono in volo, guerre per la droga, città in preda all’anarchia, genocidi cambogiani, tragedie di boat people, soldati cinesi che sparano sulla folla. Naturalmente gli eventi in sé non sono imputabili ai media, anche se talvolta i media giocano effettivamente un ruolo negli eventi, e possono venire manipolati dai terroristi o dai governi e sedotti per diffondere disinformazione e propaganda.
Questi terribili eventi sono presentati altresì in forma di intrattenimento, e devono lasciare spazio agli obiettivi primari delle reti televisive. In un medium che ha come fine l’intrattenimento, non ci si può soffermare troppo a lungo su di essi. Divengono rapidamente obsoleti. Nelle cronache, qual è la permanenza media di un disastro? Qual è il ritmo del turnover per quanto concerne gli scandali governativi o le attività illecite a Wall Street? Chi si ricorda ancora dell’affare dei documenti del Pentagono? Dopo avere avuto il loro momento di notorietà, gli scandali devono farsi da parte. Noi non siamo stimolati o incoraggiati a trarre da essi alcun significato, e non possiamo aspettarci che i media educhino il pubblico seguendo fino in fondo gli sviluppi di queste vicende.
Non tutti gli orrori possono trovare un posto nella galleria degli orrori. Negli anni 1932-33, Stalin decise di annientare il popolo ucraino. I suoi agenti sequestrarono e portarono via qualsiasi genere commestibile. Ci furono come minimo sette milioni di morti; alcune stime salgono fino a quindici milioni. Tutto questo è affermato da ricerche condotte qui a Harvard su iniziativa del programma di studi ucraini. Ebbene, il New York Times degli anni 1932-33 non dà alcuna notizia di questo sterminio per fame. E dal momento che il nostro principale registro dei fatti non dà notizia del genocidio, esso non occupa alcun posto nella galleria americana degli orrori. Sono stati compiuti dei tentativi per mettercelo, ma i nostri media perlopiù li hanno ostacolati. Ho letto di recente che un documentario su questo assassinio di massa venne rifiutato dalla maggior parte delle stazioni televisive pubbliche del nostro paese, e che quando il film fu finalmente proiettato al New York Film Festival venne criticato dal Times come “decisamente non obiettivo”. Nell’articolo che ho letto ci si domandava come avesse potuto Mosca imbavagliare i media occidentali, asservire gli intellettuali occidentali e ipnotizzare i governi occidentali. Per mezzo secolo la vicenda è rimasta affossata. Quando infine lo studio condotto in una delle più importanti università e un film premiato hanno portato alla luce il genocidio e il suo occultamento, i media statunitensi non si sono giustificati. Perché?
Una risposta possibile è che questo crimine è già vecchio di cinquant’anni. Che ce ne facciamo di un crimine vecchio di cinquant’anni, anche se di simili dimensioni? Inoltre le relazioni fra le superpotenze stanno migliorando, perciò i giornali non vogliono mettere le mani in un vecchio genocidio. Nel sistema d’informazione più intrattenimento dei media, così come nella versione politicamente corretta della storia del ventesimo secolo, non c’è posto per lo sterminio per fame degli Ucraini. Un’altra spiegazione possibile è c he il livello di eccitazione del pubblico è già molto alto. Quale sarebbe la reazione davanti a un altro orrendo crimine? A che scopo iscrivere l’olocausto degli Ucraini sulla mutevole superficie della memoria collettiva? Forse le generazioni future vorranno studiare la documentazione storica; ma noi non possiamo farci granché.
Qualcuno di voi dirà: “Abbiamo sentito questo autore descrivere una condizione atroce. Cosa propone di fare al riguardo?”. Io non propongo assolutamente niente. Il mio unico compito è descrivere. I problemi sollevati sono di ordine psicologico, religioso e – pesantemente – politico. Se noi non fossimo un pubblico mediatico governato da politici mediatici, il volume della distrazione forse potrebbe in qualche modo diminuire. Non spetta a scrittori o pittori salvare la civiltà, ed è uno sciocco errore il supporre che essi possano o debbano fare alcunché di diverso da ciò che riesce loro meglio di ogni altra cosa. Il marinaio impedisce all’invitato di farsi distrarre dal matrimonio. Lo costringe a fermarsi con lo scintillio del suo sguardo. L’invitato alle nozze ascolta, pur controvoglia, e quando il mattino dopo si sveglierà sarà un uomo più triste e più saggio. Ecco un efficace paradigma del potere del poeta. Lo scrittore non può fermare nel cielo il sole della distrazione, né dividere i suoi mari, né colpire la roccia finché ne zampilli acqua. Può però, in determinati casi, interporsi tra i folli distratti e le loro distrazioni, e può farlo spalancando un altro mondo davanti ai loro occhi; perché compito dell’arte è la creazione di un nuovo mondo.