Tommaso Pincio su “Contro il giorno” di Thomas Pynchon

pynchon_contro_il_giornodi Tommaso Pincio

Sarà di certo una coincidenza involontaria, ma Contro il giorno, il romanzo con cui Thomas Pynchon ha interrotto un silenzio letterario che durava da quasi un decennio, è sbarcato nelle librerie italiane il 16 giugno scorso. Per tutti i patiti di Joyce questa data corrisponde al Bloomsday, vale a dire il giorno in cui lo scrittore dublinese e la sua futura moglie Nora Bernacle si dettero il primo appuntamento nonché quello in cui si concentrano le azioni narrate nell’Ulisse. La coincidenza non consiste semplicemente nel fatto che i due autori vengono spesso accostati per ricchezza linguistica e complessità della loro opera. Per molti versi, Contro il giorno è una sorta di prequel del capolavoro indiscusso di Pynchon, L’arcobaleno della gravità, le cui pagine iniziali contengono similitudini troppo palesi con l’Ulisse per essere casuali. Il legame tra i due romanzi è simbolicamente sancito nell’ultima riga di Contro il giorno: «Inforcheranno gli occhiali affumicati per la gloria di ciò che sta arrivando a dividere il cielo», parole che fanno il verso al celeberrimo incipit dell’Arcobaleno della Gravità: «Un urlo attraversa il cielo». Quale sia il nesso tematico è presto detto. Il romanzo con cui il grande recluso della letteratura americana vinse il National Book Award nel 1973 trovava il suo scenario nel cuore di tenebra del Novecento, i mesi terminali del Secondo conflitto mondiale. L’altro, il più recente, quello che da qualche giorno è possibile leggere nella traduzione di Massimo Bocchiola, racconta gli eventi che hanno preceduto e posto le premesse a quelle insensate violenze.

Il nocciolo ruota intorno al tempo
pynchon_pincioContro il giorno copre un lungo arco di tempo che va dal 1893 agli anni immediatamente successivi la prima guerra mondiale. In questi tre tumultuosi decenni si intrecciano trame e destini di decine e decine di personaggi dai buffi nomi, individui quasi sempre fuori dal comune impegnati nelle attività più disparate. Plutocrati, terroristi, spie, pistoleri, avventurieri, viaggiatori, ingegneri, ciarlatani, chiaroveggenti, scienziati, maghi, matematici, seduttrici, qualche cammeo come Nikola Tesla e Bela Lugosi, e perfino un cane di nome Pugnax che si diletta nella lettura di Henry James. Troppi personaggi perché uno di essi possa ambire al titolo di protagonista. Il numero degli scenari è di poco minore. Abbiamo una ventosa Chicago illuminata a festa per il quattrocentesimo anniversario dello sbarco di Colombo nel continente americano, un selvaggio West sul viale del tramonto, il Messico rivoluzionario, la Londra vittoriana di Jack lo squartatore, la Gottinga della celeberrima facoltà di matematica, i perennemente instabili Balcani, una Venezia dove il campanile di Piazza San Marco crolla alla maniera delle Torri Gemelle, le foreste siberiane di Tunguska rase al suolo nel 1908 dalla violenta esplosione di un asteroide, l’Hollywood del cinema muto e l’utopistico regno di Shangri-La, che il mito vuole situato tra le innevate vette del Tibet. Un atlante geografico formato romanzo, insomma.
A ben guardare, però, il nocciolo della questione non è lo spazio ma il tempo. Di tanto in tanto, infatti, fanno capolino viaggiatori del tempo, gente in fuga da un futuro poco ospitale, che sarebbe poi il presente di noi lettori. Costoro tentano di spingersi ancora più indietro nel passato per trovare riparo in epoche più sicure, più lontane dai nefasti lumi del capitalismo e dalle continue rivoluzioni industriali dei tempi moderni. Può succedere allora di scorgere reminescenze di un noto romanzo di fantascienza dell’epoca vittoriana, La macchina del tempo, dove il viaggio nel futuro serviva da pretesto per lanciare un monito contro lo sfruttamento della classe operaia. In quel libro, H. G. Wells ipotizzava un mondo a venire dove i lavoratori, costretti a trasferirsi sottoterra, si evolvono in una nuova specie, mentre i ricchi, impigriti dalle comodità offerte dalla tecnologica, continuano a vivere in superficie diventando sempre più deboli e dipendenti dall’operosità di coloro che per secoli hanno sfruttato ed emarginato nelle viscere del pianeta.
Contro il giorno si muove però su un piano diverso dal socialismo pessimisticamente rivisitato da Wells in chiave darwiniana. Pynchon non è certo un fanatico dell’economia di mercato. I cattivi del romanzo – i capitalisti e i loro sgherri – vengono chiaramente rappresentati come gli antenati delle odierne corporazioni e di quei potenti interessati a una globalizzazione che giova soltanto a pochi. I buoni – ovverosia il composito esercito di minatori fuorilegge, anarchici bombaroli, scienziati eretici, antesignane dell’amore libero e via dicendo – hanno immancabilmente l’aria di hippy ante litteram. E siccome tra i vezzi di Pynchon c’è pure quello di immaginare che i suoi personaggi facciano tutti parte di un unico grande albero genealogico, il principale filone narrativo di Contro il giorno racconta la raminga saga dei Traverse, in tutta probabilità bisnonni degli stessi Traverse da cui discende Zoyd Wheeler, lo sconclusionato hippy che in Vineland – romanzo del 1990 – non si trovava esattamente a suo agio nell’America del riflusso reaganiano.
Webb Traverse è un sindacalista dei minatori del Colorado. La sua indole anarchica lo induce a dilettarsi negli attentati dinamitardi, e siccome questo originale passatempo risulta alquanto sgradito a un certo magnate, Webb viene eliminato in maniera spiccia e animalesca da un paio di sicari. Con andamento peripatetico Contro il giorno racconta che ne sarà dei quattro orfani del sindacalista. Tre di loro, i maschi Frank, Kit e Reef, stanno forse a simboleggiare le tre dimensioni conosciute. Lake, la femmina, è probabilmente un’evocazione della quarta, sulla cui natura non v’è ancora certezza scientifica: può essere il tempo o magari una qualche invisibile entità spirituale, mutevole, comunque inafferrabile. Alla maniera di molte eroine pynchoniane fatalmente attratte da uomini che dovrebbero evitare come la peste, Lake sposerà uno degli assassini di suo padre. Frank, determinato invece a vendicarne la morte, finisce per unirsi alla rivoluzione messicana. Anche Reef, baro e pistolero, ha sete di vendetta, ma a forza di seguire le tracce delle tentacolari attività di Scarsdale Vibe, il magnate mandante, migra in Europa dove, tra un intrigo e l’altro, incontra Yashmeen Halfcourt, fanciulla alquanto lasciva e con uno straordinario talento per la matematica. Il destino di Kit segue percorsi non meno tortuosi: fa una sorta di patto col diavolo accettando che Vibe finanzi i suoi studi a Yale, dopodichè se ne va pure lui in Europa, prima a Gottinga e quindi a Ostenda, dove entra in contatto con un gruppo di matematici dalle idee non proprio ortodosse che hanno fondato una sorta di setta denominata Quaternion e bazzicata dalla bellissima Yashmeen.

Sotto l’occhio di angeliche creature
Tutto ciò limitatamente alle vicende di terra, perché parte del romanzo si svolge in cielo a bordo di una aeronave all’idrogeno pilotata da una combriccola di eterni adolescenti nota come i Compari del Caso. Questi giovanotti si spostano da un luogo all’altro del pianeta con fini esplorativi. Talvolta portano soccorso, ma lo fanno sempre rispettando una regola di non interferenza con le faccende di terra che ricorda molto la «mitica» prima direttiva di Star Trek. Un po’ angeli, un po’ aspiranti extraterrestri, i Compari del Caso assurgono così allo stato di creature angeliche che osservano dall’alto le disgrazie di chi vive sulla Terra. A forza di peregrinare, la banda viene a sapere dell’esistenza di una sostanza cristallina che ha il potere di raddoppiare la «sottostruttura della realtà» e aprire varchi che portano a mondi paralleli.
In questo ingarbugliato e monumentale universo, pieno di universi ulteriori, si agitano fantasmi di ogni sorta, a cominciare da quelli prodotti dalla paranoia. I personaggi di Pynchon rimangono fatalmente intrappolati in giochi più grandi di loro che alla fine li annienteranno. Per un verso o per l’altro, i buoni hanno sempre la peggio e sono destinati alla sparizione, mentre i perfidi e gli infidi lavorano nell’oscurità, arricchendosi e guadagnandosi l’effimera quanto immeritata immortalità che li fa passare alla Storia.
Va detto che Contro il giorno non è stato accolto a braccia aperte dalla critica statunitense. In molti hanno accusato l’autore di fare il verso a se stesso, di accartocciarsi su vezzi e temi fuori del tempo. A dispetto delle palesi storture e i reiterati crolli finanziari, stigmatizzare il capitalismo è oggi un esercizio malvisto, tuttavia è proprio questo che Pynchon seguita a fare restando fedele ai sogni contestatari degli anni Sessanta. In altre parole, quel che i detrattori non gli perdonano è di non avere abiurato, di essere rimasto un vecchio hippy sporcaccione che, invece di mettere la testa a posto, insiste nel raccontare strane storie in cui, tra grandi fumate di canapa e pratiche sessuali eccentriche, si farnetica di giganteschi complotti ai danni dell’umanità e si inveisce contro il Sistema malefico che li avrebbe orditi.
Chissà cosa diranno questi detrattari il 4 agosto prossimo, quando negli Stati Uniti uscirà Inherent Vice, nuovo romanzo di Pynchon ambientato proprio nella California degli anni Sessanta e descritto dall’editore Penguin come un libro «in parte noir, in parte psichedelico». Protagonista un certo Doc Sportello, un investigatore privato che si imbatte con una sua ex fidanzata, tale Shasta, e si ritrova fare i conti con una macchinazione per il rapimento di un miliardario. Il bizzarro intreccio vede coinvolti surfisti, puttane, rocker, un usuraio omicida e un truffatore con una svastica tatuata e una passione per Ethel Merman, stella del musical passata alla storia come la Gran Dama di Broadway.
Le bozze hanno già cominciato a circolare e, stando a chi ha avuto il privilegio di leggerle, pare che lo stile ricordi parecchio quello degli hard-boiled conditi di surreale umorismo alla Elmore Leonard. Fa un qualche effetto l’idea che uno degli autori più ostici e audaci d’America decida di cimentarsi con un genere letterario considerato di serie B. È altresì vero che la cosiddetta crime-story costituisce da sempre una tentazione cui anche gli scrittori più elitari faticano a resistere. Recentissima è l’uscita di Nobody Move di Denis Johnson. La copertina è tutto un programma: un fondo rosso sforacchiato da proiettili. Originariamente pubblicata a puntate sulla rivista «Playboy» questa nuova fatica dello scrittore, che solo un paio di anni fa si è visto assegnare il National Book Award per un ambizioso romanzo sulla guerra del Vietnam, propone il classico motivo del fallito che si trova nei guai per aver contratto un debito con la persona sbagliata. Sparatorie, donne fatali e qualche frase di lirica bellezza. È quello che ci regalerà anche il nuovo Pynchon in salsa noir?