Gloria a Massimo Bocchiola, poeta e traduttore (anche) di Pynchon

mortalissima_parte_bocchiolaMentre proseguo nella lettura di Contro il giorno di Thomas Pynchon, stupendomi parecchio per i giudizi stroncanti o sminuitivi che ne hanno dato amici miei e gran parte della critica letteraria americana (si tratta di un testo capitale, a mio parere), mi è necessario formulare un ringraziamento e un elogio: a Massimo Bocchiola, traduttore del libro. Si tratta di fatto di colui che, insieme a Vincenzo Mantovani, mi pare il migliore traduttore dall’americano – ma non basta. La precisione e la ricchezza inventiva che Bocchiola impegna nella resa di soluzioni che italianizzano Pynchon senza violarne la lingua – beh, mi pare un miracolo. Non mi pare tale, invece, conoscendo Bocchiola stesso (non lo vedo da anni, ma è uno degli incontri che, a posteriori, mi rendo conto che hanno segnato la mia formazione), il quale è uno dei migliori poeti italiani contemporanei. Peraltro, a mio parere, inclinante assai a certo espressionismo pynchoniano, pur essendo qui dato l’espressionismo in significazione assai particolare.
Pubblico di seguito una recensione di Roberto Deidier (con cui concordo sillaba per sillaba) all’ultimo libro di poesia firmato da Massimo Bocchiola, Mortalissima parte (edito da Guanda), e, in calce, una poesia del libro stesso.
E’ un inefficace modo di ringraziare Massimo per quanto mi sta dando, traducendo ad altissimi livelli il meglio dell’angloamericana contemporanea.

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Massimo Bocchiola: Mortalissima parte (Guanda, 2007)

di ROBERTO DEIDIER
Bocchiola è un poeta di estrema discrezione. Il pubblico lo conosce e lo apprezza per le sua qualità di traduttore, poiché ha prestato la sua lingua ad autori del calibro di Auster, Amis, DeLillo, Bukowski, per citarne solo alcuni: quanto di meglio proviene dal variegato panorama delle scritture britanniche e nordamericane viene offerto al suo sapiente vaglio e alla sua duttilità. Voglio ricordarlo per fugare nella sua immediatezza un doppio pregiudizio che spesso accompagna i poeti-traduttori, e per certi aspetti anche i poeti-critici, come se le due attività, piuttosto che dialogare, possano negativamente sovrapporsi una sull’altra, soffocando la necessità e l’originalità di una voce. In Bocchiola le tracce superstiti del suo passaggio attraverso le tradizioni di matrice inglese sono l’esito di un profondo riassorbimento e di una strenua rielaborazione, che non si ferma sulla soglia del citazionismo, ma filtra un vero e proprio abito espressivo, al punto che la lingua forgiata diventa innegabilmente sua, e qui fugo il secondo aspetto del pregiudizio: che la poesia influenzata dalla frequentazione degli stranieri si produca in uno stile traduttorio, privo di un’autentica orchestrazione interna. Notava in proposito Franco Brevini, presentando questo poeta nel 1992 (sono gli anni delle prime apparizioni su riviste e collettivi), che il verso di Bocchiola «si configura come un collage». E ancora oggi Valerio Magrelli, firmando il risvolto di copertina di quest’ultimo libro, Mortalissima parte, conferma che la rete tematica prevalente si travasa, a livello linguistico, attraverso il procedimento del collage o del cut-up. Possiamo aggiungere che se ciò si realizza attraverso un gioco di citazioni e inserti, questo stesso gioco è però condotto ritmicamente da una musicalità altra rispetto ai luoghi di origine e dunque questo verso non è un semplice collante tra opere e autori anche lontani nel tempo, per quanto tematicamente affini, ma è il nastro su cui scorre una nuova percezione del mondo e della storia, è il vettore di una operazione di indiscutibile poesia. Nella nota posta in chiusura del volume, l’autore sente di dover avvertire il lettore, come a venirgli incontro, esibendo puntualmente le proprie fonti, che spaziano con assoluta padronanza e disinvoltura per tutta la letteratura d’Occidente. È un ulteriore segnale della direzione in cui si pone il lavoro di Bocchiola, giacché tutti i rapporti intertestuali, i debiti con il passato sono riconosciuti e saldati: la musica di queste poesie non riproduce altro che se stessa, divenuta ormai nuova sorgente di significato. Si sostiene spesso che l’eccesso di cultura sia nocivo all’ispirazione, ammesso che il termine abbia un significato meno estensivo rispetto a ieri, quando indicava ogni fase della scrittura tra intuizione ed espressione. Eppure da una saturazione culturale, unita al rigore della ricerca linguistica e stilistica, nasceva la grande poesia novecentesca, tra Rilke, Valéry, Montale: laddove il percorso di acquisizione dell’altrui officina veniva a coniugarsi con una nuova visione, con un’inedita apertura sulla propria vita interiore. Bocchiola ci avverte come il suo processo creativo si ponga quale risultato più recente e aggiornato di questa intenzione, per cui la tradizione sussiste non più come un repertorio di emulazione, ma si impone plasticamente come materia viva, come punto dialettico. Mortalissima parte (sì, è proprio l’Iliade di Vincenzo Monti: «Nuda una parte della gola appare / Mortalissima parte») è un tessuto fittissimo di echi e rimandi, ma è soprattutto una musica dolente e compatta, che risulta da una rara consapevolezza: «Questo ciclo o suite di poesie è anche il frutto di una serie di letture scaturite dalla necessità di mettere in ordine e integrare alcune riflessioni, che mi occupavano da tempo, su simboli e segnali legati alla guerra in rapporto con la mia storia familiare e personale», dichiara lucidamente questo poeta. È l’insensata violenza della guerra, dunque, al centro del nuovo libro.

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cittadella
di MASSIMO BOCCHIOLA

La rampa al terrapieno, la cortina,
il fosso, il parapetto, la banchina,
campo di fuoco, controscarpa:
i bastioni stellari e irraggiungibili, colmati
in breccia con milizie, con gabbioni.

Dopo lo scoppio della santabarbara
le avanguardie trovarono «un paesaggio
alpino in miniatura», cocci come
ciottoli in un torrente secco, denti
(ah, quei denti, le ossa frantumate!),
creste e dirupi, guscio di testuggine
dove una cupola si era rovesciata.