Un racconto di Jim Shepard

MORTALITA’ DEI GENITORI: UN RACCONTO
di JIM SHEPARD
[da Love and Hydrogen, raccolta edita da Vintage. Traduzione di Giuseppe Genna]

lehE’ il 1970. Lui è la colla che ci tiene tutti assieme, il furgone dell’ONU divelto con sassi e bottiglie, l’arbitro di un incontro di wrestling messo al tappeto da un calcio che lo ha colpito per caso e tornato subito in piedi a garantire che gli sputi negli occhi si mantengano al di sotto del livello di guardia. Per tutto il dannato giorno mio padre è sveglio col caffè in mano, bello pronto per qualunque cosa noi, autoreclusi nella misera impazienza sotto la campana di vetro dell’autoassorbimento, gli propineremo.
La nostra non è per nulla una di quelle famiglie in cui le tensioni vengono agite secondo intricati protocolli di scambi sottotraccia. Mio fratello mi ha lanciato per aria in salotto e la mia schiena si è schiantata sulla parete dietro il divano. Per manifestare più precisamente la sua insoddisfazione verso la direzione generale della nostra vita familiare, mio fratello ha ribaltato il tavolo da pranzo a cui eravamo tutti seduti, era apparecchiato, un modello pesantissimo in ciliegio con enormi gambe incrociate, tutto per aria prima dello schianto.
Mia madre ha lanciato un umidificatore pieno fino all’orlo, un volo che ha attraversato tutta la cucina. La detonazione del serbatoio d’acqua bollente sul pavimento ha espulso la protezione sigillata di gomma contro il soffitto. Ho raggiunto una certa notorietà per la puntigliosità con cui sono in grado di schiantarmi alle pareti con le spalle e i gomiti, l’eroe di un film che sfonda porte dove apparentemente non ce ne sono. L’intonaco in casa nostra è rattoppato con pezze delle dimensioni di un pallone da football. Le cornici delle finestre sono marchiate dai segni delle frenate di suole di scarpa. Esasperazione omicida o suicida: da noi è la norma.
Come la rivista Life ci ricorda costantemente, questi sono tempi di grande incertezza.
In ogni caso, i nostri tentativi di autoesprimerci vengono deviati da Shep in canali più accettabili agli occhi dei nostri vicini. Il fatto che ancora stiamo in piedi sulle nostre gambe costituisce un’incontrovertibile evidenza dei risultati che Shep ottiene.
Ho trapassato l’altoparlante della tv usando come una lancia la gamba di un tavolo di servizio durante una partita di football. Mia madre ha spaccato un remo – un remo di taglia piccola accluso a una barca per bambini: e cionostante si trattava di un remo – contro il supporto di una trave trasversale dello scantinato, perché io nella barca mi ero messo a ondulare per farla cadere mentre lei cercava di darmi lezioni. Mio fratello ha estasiato l’intero viale davanti a casa con il suo giradischi, di ritorno dalla terza andata-e-ritorno dall’officina riparazioni: faceva un rumore allucinante, sembrava un coro di alpini sotto Valium.
Ecco perché, incisa all’interno dell’enorme lastra granitica del nostro passo carraio, c’è la scritta: Cosa succederà quando morirà Shep? E’ una cosa che prima o poi – più prima che poi – dovremo affrontare: ha 59 anni, Shep, e ormai non è l’uomo più sano del mondo che era nel 1970, e nessuno di noi, lui incluso, appare minimamente preparato all’evento.
Quindi: che succederà quando accadrà?
A quattordici anni, continuo a pensarci ossessivamente, senza per questo raggiungere l’illuminazione, in proposito. Non lo so. Non lo so perché non lo voglio sapere. Nella nostra famiglia, noi si va avanti a urlare e a spaccare cose e mettere insieme i cocci. Chi ha il tempo di fare delle ipotesi?

Lo chiamano tutti Shep. E’ dall’alba del mondo che lui è Shep. Pare che io abbia iniziato a chiamarlo Shep quando avevo tre anni, per il gran divertimento di amici e parenti che venivano a trovarci. Mia madre è diventata “Ida” solo quando ho compiuto tredici anni o giù di lì. Shep ha anche lui i suoi difetti – per la sicurezza comune, durante le occasioni sociali stiamo bene attenti a non farla nemmeno iniziare, nostra madre, con la lista dei difetti di Shep – ma nel 1970, per i quattordici anni in cui ero vissuto e i dieci in cui avevo esercitato la facoltà della coscienza, lui per me è stata l’epitome del buono – buono essendo definito in quanto paziente e generoso nel dispensare premure. In nessun altro angolo del mio universo è nota l’esistenza di qualcuno tanto ostinamente disposto a impiegare tutte le proprie risorse nel desiderio di fare quanto può per gli altri. E questo sebbene mia madre, quando ascolta i nostri parenti meravigliarsi di quanto spesso suo marito pensi agli altri, ce la metta tutta a chiarire che per “altri” noi si intende in realtà i due figli di Shep – dei quali, per l’appunto, uno sono io. Ad altezza 1970 mia madre si è radicata nell’opinione che non si tratta di un bell’affare entrare in conflitto con i suoi figli e, a parere dei medesimi, ha perfettamente ragione. L’atteggiamento di Shep verso di lei, in merito alla questione, è una versione ridotta di una posizione che lui ha assunto fin dall’inizio: loro sono bambini, ma tu devi essere più comprensiva.
Le nostre rispettive esistenze sono divise in continui momenti di conflitto. Su cosa litighiamo in maniera devastante? Su tutto. Mio padre è passato alla storia quando enunciò che noi saremmo in grado di rovinare perfino un sogno erotico. Alcuni motivi del contendere, tuttavia, sembrano in grado di smuovere le artiglierie più di altri. In ordine crescente di importanza:
– La musica. Mia madre propende per Jimmy Roselli e Lou Monte: cantanti talmente italiani che mettono in imbarazzo qualunque altro cantante di origine italiana. Mio padre predilige Nelson Eddy e Earl Washington: gente così baritonale e sopra le righe che non è esagerato immaginarseli cantare vestiti da schuetzen. Passando vicino allo stereo, ognuno abbassa o spegne la musica che l’altro ha messo su. Mio fratello e io ci pieghiamo dalle risate ogni volta che facciamo le imitazioni dei capolavori musicali che ascoltano i nostri genitori. Lui adora vandalizzare le hit spaghettare di mia madre, mentre io in macchina sono in grado di causare incidenti quando replico il sound ridicolmente baritonale che tanto piace a mio padre.
La musica genera i più benigni tra i nostri liberi-tutti. Mio padre restituisce esattamente quanto riceve, quando diventa eccessivo l’ammontare di abusi nei confronti dei suoi gusti musicali. In ordine al soggetto Janis Joplin è a dir poco caustico. A Joe Cocker consiglia periodicamente un test all’etilometro (o altri test). Si riferisce a Jimi Hendrix unicamente con l’epiteto “quella strega”. Ma quando si mette in salotto a fare la caricatura dei testi delle canzoni, lo fa in una maniera talmente esilarante (è il caso, per esempio, di quelli dei Kinks o di Randy Newman) che è impossibile resistere.
– Alcolici. Shep ne fa collezione in una quantità industriale, il che ne causa un isolamento da confino che sta sulle palle a mia madre. Forse perché ha preso una spazzolata talmente radicale in fatto di alcolismo, vedendo cosa gli capitava intorno e avendo avuto parecchi amici che hanno preso la strada più breve per la fossa (il suo testimone di nozze è morto di cirrosi epatica), accade che il suo humour non sia poi così brillante su questo specifico argomento. Il che, per Shep, significa davvero qualcosa. Al massimo si limiterà a dire: “Era un’artista della bottiglia”, “Ovunque si trovasse aveva la faccia dentro la bonza”, “A San Patrizio, festa della verde Irlanda, piscia verde tutto il giorno”.

Ci sono poi argomenti che scatenano conflitti più seri.
La lunghezza dei capelli dei ragazzi.
Lo show di Dean Martin alla tv.
Il rifiuto di mio fratello di recarsi a scuola.
I parenti.
Mio fratello in generale.
Io.

Tutto ciò avrebbe continuato la sua tranquilla navigazione – ma del tipo di quella che condusse allo sbarco in Sicilia e a quello in Normandia -, senonché nell’agosto del 1970 mio padre subì il primo dei suoi tre infarti. Secondo mia madre, il cuore di papà era da sempre il problema; era sempre stato il suo punto debole. Ha un gran cuore, è uno di cuore, il suo cuore trabocca di affetto, il suo cuore batte per gli altri, il suo buoncuore è un difetto. Si vede che il suo cuore le ascoltava, queste cose.
Nel 1970, quando io ho quattordici anni e mio fratello diciassette, abbiamo fornito a nostro padre una sfilza di opportunità senza precedenti per dimostrare, agli occhi di parenti e amici, che lui era senza dubbio la persona più sottoposta a preoccupazioni che loro avessero mai conosciuto. Su prezioso suggerimento di mio fratello, sono montato su un carrello e mi sono lanciato giù per la strada di collina più ripida nel raggio di cinque miglia e sono atterrato direttamente col mento. Ci hanno beccato mentre saltavamo giù dal tetto della casa dei nostri vicini per giustificare i buchi che avevamo fatto nel loro prato. La nostra mania estiva di centrare le auto con sassi grossi come teste non ha ottenuto esiti del tutto positivi.
La reazione di mio padre al nostro ostinato ed eroico rifiuto di acquisire un po’ di buonsenso è una mistura di comicità atrabiliare e di epiteti di somma oscenità, spesso tradotta in domande formulate con una metrica ortodossa e addirittura gradevole – Che cazzo sta passandovi in testa?, Nel culo vi è finito, il cervello? – e noi siamo in grado di constatare, tra le rovine lasciate sul campo dai nostri catastrofici esercizi di libero arbitrio, il pedaggio fisico che Shep è costretto a pagare: nei giorni che seguono l’evento, appare esausto, incerto nell’incedere, sfibratamente esitante quando vuole stendersi sul divano. E’ troppo in là con gli anni per tutto questo. Invecchia mentre noi lo guardiamo. E’ ovvio, in qualche modo lui prende su di sé il peso di tutto. Noi ne facciamo di tutti i colori, lui ce ne fa vedere di tutti i colori. Ci vuole bene, ci vuole tanto bene: questo pensiamo mentre le urla di rimprovero vanno scemando. Ce ne andiamo a letto soddisfatti, divertiti perfino.
Shep, non ti agitare!, gli dice Ida mentre lui scaraventa i suoi occhiali firmati Tom Collins contro il muro del garage. In simili occasioni – quando i suoi ragazzi hanno dimostrato una volta di più di avere due cervelli che, messi insieme, non fanno quello di uno scoiattolo – Ida cerca di calmarsi assumendo una prospettiva più buddhica e lungimirante, quasi a suggerire che ride bene chi ride ultimo.
Ma è Shep a essere distantissimo dall’immagine della Grande Serenità. Il giorno del suo primo infarto, è seduto su una sdraio sul retro e sta riprendendosi dalla notizia che io e mio fratello ce ne siamo andati in giro per il quartiere, nudi, tra le tre e le quattro di notte, a sparare ai lampioni con le nostre pistole a pallini. E’ stata la polizia a recapitargli direttamente la notizia: nel cuore della notte, dopo averci gentilmente presi in custodia. Noi, per parte nostra, non abbiamo nessuna spiegazione da fornire in merito, soprattutto per quanto concerne il fatto di essere nudi. Semplicemente, il nostro modus operandi prevedeva di lasciare da qualche parte i vestiti e di riprenderli al ritorno.
L’infarto è sopravvenuto dopo un po’ che l’esplosione verbale si era spenta e tutto si è fatto relativamente tranquillo. Mio fratello e io siamo andati in spiaggia. Mia madre è in cucina a preparare un brasato.
Per tutta la mattina Shep si è lamentato che non si sentiva del tutto a posto. Ida dispone di un orecchio a dir poco empatico, ma la sua capacità di percepire allarme è offuscata dalla sua percezione dell’incontenibile ipocondria di Shep.
Deflagra un’esplosione nel suo sterno, mette come tra parentesi tutto il suo corpo.
Monta l’ansia, gli scenari possibili impazziscono.
Lui resiste saltando alle conclusioni.
Quando crolla, il dolore sale lancinante fino alla gola.
C’è da pensarci.
Non riesce a respirare.
Chiama Ida. Nella pentola la carne sta sfrigolando, lei non sente, lui deve chiamarla ancora.
Lavora alla Avco Lycoming, nel ramo vendita di motori per elicotteri, e ha assunto modalità di espressione estremamente formali, perché tratta con gente che secondo lui ha da essere istruita nel ramo educazione. E’ per questo che, al pronto soccorso, si limita a dire che sta “avvertendo qualche problema al petto”.
Gli fanno il prelievo del sangue, un elettrocardiogramma, lo mettono sotto flebo: il tutto prima che noi si venga a sapere qualcosa mentre stiamo in panciolle in spiaggia. Ida ha l’idea di chiamare un vicino, che si fa i chilometri per venirci a dare la notizia ed è così gentile da portarci direttamente all’ospedale. E’ lo stesso tipo che ci ha beccato quella volta sul suo tetto.
Quando entriamo nella stanza dove hanno sistemato Shep, Ida è lì a tenergli la mano e lui sta parlando con l’internista. Sta precisamente dicendo: “Appena si capisce che si tratta davvero del cuore, sale una sorta di incontenibile ansia che pare assumere il controllo, contribuendo a mandare tutto a puttane, capito?”, ma si interrompe perché noi siamo entrati. Facciamo a gara per passare le braccia dietro le sue spalle – il semiabbraccio che è concesso al paziente a letto. Sta lì a sentire le nostre domande. Cerchiamo di dire cazzate spiritose. Mio fratello finalmente gli chiede come sta e lui risponde: “Non tanto bene. Ho avuto un infarto”.
Dopo la diagnosi di infarto, viene riempito di roba che stabilizzi la sua aritmia. Nel 1970 la cardiologia sta svoltando l’angolo tra il Terziario e il Quaternario, e i test non sono ancora sofisticati come oggi. Certe predisposizioni, certe occulte fragilità non vengono rilevate. Dopo qualche giorno sotto osservazione, Shep viene dimesso e spedito a casa in convalescenza. Dopo un po’, gli fanno altri test per lo stress cardiaco. Si parla di blocco arterioso.
Però il cuore di Shep, quella tremebonda discesa da cui ci siamo lanciati col carrello, non è a posto. Funziona ancora, mentre lui sta tranquillo e noi pure, ma si prepara a colpire Shep con due altri infarti.
Da buona famiglia ci risolviamo, dopo un minimo di dibattito, a restare calmi. Basta con le furibonde battaglie che potrebbero agitarlo.
Israeliani e Palestinesi concordano nel fare i bravi.
Protestanti e Cattolici d’Irlanda raggiungono un accordo di pace.
Ora d’ottobre, la festa è finita.

[…] Manca poco ad Halloween e lui sembra essersi finalmente ripreso. Nel mare magnum degli esiti degli esami e per ragioni che pertengono loro e solo loro, i medici hanno notato che c’è Progresso. Ma la mattina del grande giorno, mentre si prepara in bagno tirandosi dietro il trespolo delle flebo e la sua famiglia sta per arrivare tra un’ora o giù di lì, Shep sente che qualcosa non funziona.
La sua testa è un palloncino saturo di elio.
Il suo sterno si apre come una plancia.
Il camice si inzuppa di sudore prima che lui si accorga che sta sudando.
Le infermiere. I dottori. Servono rinforzi. Deve sedersi.
Qualunque speranza coltivi, crolla, e il terrore di cosa lo aspetta lo trascina giù nel crollo.

Ventidue anni dopo che mio padre ha esaurito la benzina ed è rimasto a secco, mi sono innamorato, mi sono sposato. Mia moglie, una brava donna, ritiene che io sia un brav’uomo. I miei figli, sette e quattro anni, mi confortano e rallegrano ogni volta che possono. Entrambi maschi. Siedono a fatica. Cadono. Riemergono dall’inferno della Caduta. Mi amano. Lo vedo.
Noi eravamo stati baciati dalla buona sorte e la buona sorte ci aveva abbandonadonato. Apprendemmo la notizia appena entrati in ospedale, alla reception. Le ginocchia di mia madre cedettero prima che uno di noi potesse afferrarla. Mio fratello roteò le braccia per aria e le fece atterrare sul banco dell’infermiera, fece volare tutto per aria. Ho afferrato per aria la cassa dell’accettazione come se avessi intenzione di traslocare tutto l’ospedale altrove e ho pensato una cosa che penso anche oggi, che mio padre aveva davvero ragione: noi eravamo in grado di rovinare il Paradiso.
L’abbiamo fatto. Sì, l’abbiamo rovinato.

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