blog

Camilla Cederna: “Pinelli. Una finestra sulla strage”

di CAMILLA CEDERNA

unafinestrasullastrageMezzanotte è passata da poco, ma è difficile dormire bene dopo una giornata come quella del 15 dicembre 1969, dopo il funerale delle vittime della Banca dell’Agricoltura. Come se tutta quell’angoscia fosse entrata nelle ossa insieme a una nebbia mai vista che rendeva bassissimo il cielo e nero il mezzogiorno. E con ancora nelle orecchie l’eco dei singhiozzi delle famiglie mentre il coro delle voci bianche in Duomo pregava Dio di aprire le porte del cielo ai loro parenti straziati. Poi quel silenzio compatto, monumentale, che aveva salutato le bare sul sagrato, quei grappoli oscuri di gente ai balconi e alle finestre, quel tappeto di folla immobile e buia nel buio che copriva tutta la città paralizzata, una quantità di gente venuta da lontano a circondare il Duomo, visi chiusi, espressioni sgomente, un dolore unanime e una tensione quasi fisicamente percepibili.
Cinque ore in Duomo in piedi a un banco per meglio vedere e sentire, un’ora in giro dopo, a casa a scrivere uno degli articoli più difficili di una lunga carriera (dovevo cominciare dalle bombe del 12, da tutto quel sangue, i rottami, i carabinieri che svengono, il sindaco che esce dalla banca col viso color terra, i parenti che vengono portati via piegati in due con la faccia tra le mani, i racconti degli scampati, il volo dei corpi mutilati sotto la cupola del salone, ecco la guerra, i bombardamenti, il caos, il massacro, il macello, ecco l’odor di guerra, di sangue caldo e di polvere da sparo, di carne bruciata e di zolfo). E adesso a letto col sonno che non arriva.
Arriva invece una telefonata. “Sei già a letto? Non importa. Fra cinque minuti davanti al tuo cancello.” “Perché?” “Un uomo si é buttato da una finestra della questura, non farci aspettare, andiamo a dare un’occhiata.” Sono due amici coi quali ho sempre corso in questi giorni, Corrado Stajano e Giampaolo Pansa, hanno la faccia e i modi di questi giorni, gesti frettolosi, rabbia e dolore negli occhi.
Via di corsa al Fatebenefratelli dove è stato trasportato il morente: nell’atrio c’è un gruppetto di poliziotti. Curiosa come sempre, guardando davanti a me come se qualcuno mi aspettasse con ansia, mi dirigo verso le stanzette del Pronto Soccorso. Mi imbatto in poliziotti in borghese, riesco a vedere i piedi di un uomo disteso su un lettino, mi viene incontro il medico capoturno (saprò dopo che è Nazzareno Fiorenzano).
Prima che alle mie spalle un giornalista concorrente faccia segno a un agente di non lasciarmi passare, il medico mi dà notizie del nuovo arrivato. “Niente più attività cardiaca apprezzabile, polso assente, lesioni addominali paurose, una serie di tagli alla testa. Abbiamo tentato di tutto, ma non c’è niente da fare, durerà poco.” Fa a tempo a chiedermi se so chi è quest’uomo con la barbetta che è stato accompagnato all’ospedale da una scorta imponente della questura, dirigenti in testa e anche carabinieri, perché a lui, nonostante l’avesse chiesto più d’una volta, non avevano voluto rispondere. “È un anarchico,” gli dico, “si chiama Giuseppe Pinelli,” l’ho saputo un minuto prima, senza rendermi conto naturalmente che sarebbe diventato per me un nome dei più familiari, che di lì a pochi mesi mi sembrerà d’averlo conosciuto da sempre, lui, i suoi sogni, la sua generosità leggendaria, la sua sete di sapere, la sua voglia di vivere, le sue bambine, la moglie Licia che un po’ l’ammira e un po’ lo prende in giro.
E adesso come non correre a casa sua a parlare con la moglie? Via Preneste 2, una casa popolare, una povera scala: e già due cronisti del “Corriere” che la scendono in fretta. Sono stati loro ad avvertire la signora Pinelli che suo marito si è gettato dalla finestra. E noi siamo lì subito dopo, io almeno con quel senso di vergogna che prende un giornalista quando entra nella casa del dolore, a tendere il collo sopra il taccuino, a far domande alle volte anche crudeli a chi piange. Ma Licia Pinelli non piange, ed è per questo che fa più impressione: è lì tutta dritta nella sua vestaglietta rosa dal collettino ricamato, con un bel viso grigio di pallore e gli occhi intenti che han sotto un alone scuro. Parla piano per non svegliare le bambine, ma, decisa a non lasciarci entrare, socchiude appena la porta, e sta lì ben piantata in quella fessura, a difendere la sua casa.
La sua voce è ferma, senza incrinature: il marito lei non lo vede dal pomeriggio del 12, da quando, dopo aver dormito fino a mezzogiorno e dopo aver fatto da mangiare era uscito a prendere la tredicesima. Lei sa che poi era andato alla sede del Movimento anarchico, sa che ha seguito i poliziotti in questura, lui le ha telefonato due volte al giorno per dirle di star tranquilla, tanto è abituato a questi incontri; e hanno fatto anche una perquisizione in casa, bisognava vedere com’erano spaventati i poliziotti da tutti quei libri: avevan finito col portare via qualche documento e delle lettere personali. Certo che non è per la violenza, è partigiano della fratellanza universale, lui vuole soltanto una società più umana. Le hanno detto soltanto che si è buttato, non le hanno detto ancora che è morto: mentre parliamo, passa tra noi e la porta una vecchietta dagli occhi rossi e il fazzoletto nero in testa: è la madre di Pinelli che corre all’ospedale.
Ed è ora per noi di andarcene: ce lo fa capire senza dircelo la signora Licia, la cui dignità, non solo fisica, colpisce soprattutto i due uomini. La notte però non è finita se non si fa un salto in questura.
In fondo al cortile a sinistra, sotto un grande arbusto dai rami spogli (e qualcuno è a terra spezzato), tra una palma e un abete, c’è ancora un’umida macchia, quasi un’oscura impronta della recente caduta: ma non c’è bisogno di passar di là per raggiungere lo studio del questore Marcello Guida: sta al primo piano nel corpo anteriore di quello che è stato una volta il mio liceo, è proprio dove c’era l’ufficio del preside, e qualche volta, in tempi ormai molto lontani, in occasione di un sette in condotta per un’indisciplina flagrante, ero stata chiamata in quella stanza da un vecchio accigliato per un rimbrotto severo.
Tutta diversa l’atmosfera di questa notte: aspettiamo qualche minuto che esca un uomo dall’aspetto stravolto (è l’on. Malagugini, corso a parlare con le autorità a pochi minuti dal fatto): e siamo ricevuti con gentilezza insieme a chi aspettava con noi, la giornalista Renata Bottarelli dell’ “Unità,” il giornalista Giampietro Testa del “Giorno.” Comode le poltrone, spesse le tende, giustamente decorativi i quadri Ottocento alle pareti, belle verdi le piante negli angoli, un’atmosfera rilassata, anzi quasi euforica, come se niente di così terribile fosse successo da poco a pochi metri di là, o come se quello che era successo avesse finalmente sciolto un difficile nodo; e un bel sorriso sul volto roseo del questore che, vestito di grigio e cravatta azzurra come i suoi occhi, ci viene incontro tendendo la mano. “La signora Cederna?” mi fa. “Sono contento di conoscerla, la leggo sempre, le dirò anzi che sono un suo ammiratore, che mi diverto a leggere i suoi articoli” (certamente non immaginando come di lì a poco e per due anni almeno i miei articoli l’avrebbero reso furioso), quindi con un gesto di cordiale benvenuto (“vuol fumare? Le dà fastidio il fumo? Vuol che apriamo la finestra? Per carità, allora fumiamo noi…”) mi fa sedere in poltrona. Mi sforzo di guardare tutto, di non perdere un particolare, un tono di voce; non so come, ma sento che è una notte importante, una circostanza che certo avrà un seguito.
Alla destra della poltrona del questore c’è la bandiera, alla sua sinistra stanno schierati gli altri funzionari, il capo dell’ufficio politico Antonino Allegra, il commissario Luigi Calabresi con uno dei suoi pullover di cashemire chiaro dal collo alto che fanno di lui, se non l’uomo più elegante, almeno il più moderno della questura. Una scena che non dimenticherò mai, un salotto in cui mancava appena che venisse offerto un bicchiere di whisky, un tono leggero e mondano, appena incrinato da un’altra presenza: da quel tenente dei carabinieri in uniforme che stando un po’ in disparte ogni tanto se ne andava su e giù sullo sfondo, ed era il tenente Savino Lo Grano, l’unico a parere, ad alcuni di noi, inquieto e turbato.
Il questore Guida non l’avevo mai visto: all’una e mezza di notte e in quel salotto mi parve l’immagine del gentiluomo napoletano di vecchio stampo, di piglio garbato e di eloquio condiscendente, né ancora sapevo che nel ’42 aveva diretto il confino politico di Ventotene. Il dottor Allegra l’avevo conosciuto a una conferenza stampa il 26 aprile dopo gli attentati alla Fiera e alla stazione, con un cartoccio in mano, e dentro del filo metallico, una specie di rocchetto e una rotellina da mostrare ai giornalisti, la prova, secondo lui, insieme a un disegno incomprensibile, che gli attentati erano “quasi sicuramente di matrice anarchica.” Di Calabresi sapevo che sulla mia agenda degli indirizzi figurava tra i vari funzionari di questura e, tra parentesi, avevo scritto quello che mi aveva suggerito un amico, cioè “intellettuale” (quello che leggeva, che stava al corrente).
Che non fosse un intellettuale me n’ero dovuta però accorgere per la prima volta un paio di mesi prima. Infatti, quando in occasione di un articolo sull’ordinanza del consigliere istruttore Antonio Amati che respingeva le istanze di scarcerazione di cinque anarchici detenuti da cinque mesi per gli attentati del 25 aprile (con una motivazione che sarebbe piaciuta a Ferravilla: “Perché risultavano prove evidenti, prove certe essendo state raggiunte”), proprio allora l’avevo visto in azione.
Per ben due volte in settembre (un giorno in occasione di una manifestazione di anarchici che protestavano contro la reclusione dei loro compagni, un altro giorno durante uno sciopero della fame fatto sempre davanti al palazzo di giustizia per solidarietà coi detenuti), sui dimostranti avevo visto abbattersi a ondate successive gruppetti di funzionari di questura. Con scatto deciso e cupa eccitazione, a più riprese i questurini eran balzati fuori dalla 1100 blu a strappare i cartelli, a minacciare i dimostranti, infine a malmenarli con durezza. Sempre di corsa e in composizione alterna erano cinque uomini fra cui i commissari Pagnozzi e Zagari, il vicequestore Luigi Vittoria, e il più ginnasticato ed elastico di tutti, precisamente il bruno Calabresi, dal ciuffo denso e il colletto dolcevita. (Di qui la denuncia alla Procura contro di loro per attentato ai diritti politici dei cittadini; e l’avevano firmata, oltre a dei passanti esasperati, anche alcuni avvocati del Comitato di difesa e di lotta contro la repressione.)
Ed eccolo, il Calabresi, nello studio del questore, la notte dal 15 al 16 dicembre, che annuisce gravemente a quel che dice il suo superiore. “Cos’è successo, chi era il Pinelli, perché si è buttato?” le domande dei giornalisti. E il questore: “Era fortemente indiziato di concorso in strage… era un anarchico individualista… il suo alibi era crollato… non posso dire altro… si è visto perduto… è stato un gesto disperato… una specie di autoaccusa insomma…” (queste le frasi scritte sul mio taccuino). “Era fermato o arrestato?” chiede uno di noi. “Il suo era un fermo di polizia prorogato dall’autorità.” Alla domanda sul perché, con quel freddo, la finestra fosse aperta, aveva risposto: “Per via del fumo. Fumavano tutti, fumava anche lui.”
Al momento della domanda sull’identità del personaggio era stato Allegra a rispondere: “Lo conoscevamo da tempo, era stato interrogato anche per gli attentati del 25 aprile. Era un esponente anarchico, responsabile del Circolo della Ghisolfa.” E qui era intervenuto il Calabresi con la sua voce bassa e ovattata: “Lo credevamo incapace di violenze, invece… è risultato collegato a persone sospette… le sue erano implicazioni politiche…” Parla con calma, quasi con ponderazione, nessuno lo direbbe il funzionario che un’ora prima, quando Licia Pinelli gli aveva telefonato per chiedergli se era vero che suo marito era caduto dalla finestra, e perché non l’avesse avvisata, non aveva trovato altro da dire: “Ma sa, signora… abbiamo molto da fare.”
Alla domanda finale sul come fosse avvenuto il salto, riprese a parlare il questore: “Gli si è detto che erano successe alcune cose. Gli è stato fatto il nome di una certa persona. Eravamo in fase di contestazione di indizi. Evidentemente a un certo punto si è trovato come incastrato. Allora è crollato psicologicamente. Non ha retto… Non è stato verbalizzato niente” (sempre dal mio taccuino).
Il colloquio è finito, la notte è cupa e freddissima, non c’è una persona in giro, ognuno di noi è perplesso, scosso, scontento, e naturalmente non ha sonno. Quelli dei quotidiani corrono ai loro giornali, io torno a letto in stato di confusa stanchezza, continuando a ripensare a quanto ci hanno detto questi signori tranquilli, a chiedermi cosa mai ci potesse esser dietro la loro mimica e i loro sorrisi, la loro disinvoltura quasi salottiera: rivedo Licia Pinelli, tragicamente impavida sulla soglia di casa, mi ricordo di altri caduti dalle finestre della questura durante un interrogatorio (uno in Venezuela, un altro in Grecia, mi pare, e poi il comunista spagnolo Grimau), e al mattino rimetto insieme i brandelli di un sogno, che formano un preciso ricordo, quel che era capitato alla mia zia Bice, all’indomani della Liberazione.
Aveva passato una notte in questura, in seguito alla fuga di un uomo da casa sua (più precisamente dalla metà dell’appartamento che le era stato sequestrato durante la guerra per far posto agli sfollati, e a lei era toccato un fascista di Savona). Della fuga lei non sapeva niente perché quel tale aveva il suo ingresso particolare, ma l’avevano portata lo stesso in questura. E nello stanzone dei fermati, dato il suo aspetto tranquillo e dabbene, le si era avvicinato un tipo spaventato a chiederle aiuto, dandole anche nome e indirizzo perché in caso di disgrazia per favore avvertisse sua moglie. In breve: l’avevano preso a caso per l’uccisione di un inglese, alle sue proteste d’innocenza non avevano creduto; comunque, attardandosi un momento fuori dalla stanzetta dell’interrogatorio, aveva sentito i due agenti parlottare fra loro: “Be’, facciamo così: quando stasera andrà al gabinetto, lo buttiamo giù dalla finestra.” Perciò aveva passato una notte quasi avvinto al braccio di mia zia; con rabbia degli agenti, all’intimazione di andare al gabinetto, aveva risposto che non ne aveva alcun bisogno. Finché al mattino, all’arrivo del giovane questore in carica da poche ore (di nome Rossi), la zia Bice aveva insistito perché il giovanotto allarmato gli raccontasse ogni cosa. Un paio di giorni dopo gli aveva telefonato: era tornato felicemente a casa, ma ancora in preda allo choc.
Sui giornali del mattino, appare la versione della questura. Pinelli si è gettato intorno alle 23,50. “Nell’ultimo interrogatorio il dottor Calabresi gli aveva rivolto contestazioni piuttosto precise e lui si era sbiancato in volto. Allora il commissario se n’era andato per riferire ad Allegra, e, nonostante i cinque uomini nella stanza, il Pinelli aveva spiccato un balzo felino buttandosi nel vuoto.” Nel confermare che Pinelli era sospettato per gli attentati del 25 aprile a Milano e sui treni in agosto in varie località italiane, il “Corriere della Sera” riferisce altre parole di Guida: “Era tutta una catena di sospetti: il principale era per venerdì e poi si andava indietro.”
Che nei tre giorni di interrogatori apparisse tranquillo, rispondendo sicuro, paco di parole, spesso sardonico alla richiesta di informazione, era l’opinione comune, “perché allenato a questo tipo di indagini ed era difficile riuscire a metterlo in difficoltà.” Ma durante l’ultimo supplemento di interrogatorio “era successo qualcosa che ha inspiegabilmente spezzato in lui quell’apparente maschera di serenità e di distacco… Ha risposto calmissimo alle prime domande… Si è reso subito conto tuttavia che gli inquirenti erano venuti a conoscenza di qualcosa che gli premeva tener nascosto. Le contestazioni si sono fatte serrate. Poi stavano per essere sospese. Ma sul far della mezzanotte un’ultima contestazione gli è stata rivolta dal funzionario e dall’ufficiale. Un nome, un gruppo, li conosceva? li aveva visti? e quando? Poi, loro usciti dalla stanza, d’improvviso lo scatto di Pinelli: la finestra era socchiusa, lui ha spalancato i battenti e si è gettato nel vuoto.”
La sera del 16 vedo alla televisione Guida e il suo bel faccione pacioso, che tranquillizza gli italiani sulla fine del Pinelli. All’indomani titoli enormi sui giornali. Pietro Val preda è stato arrestato per la strage alla banca, il tassista portato in aereo a Roma l’ha subito riconosciuto. Così si mette a posto il mosaico della questura. Logico che il 12 pomeriggio all’anarchico Sergio Ardau, prelevato al circolo di via Scaldasole e portato in questura da Calabresi e dal brigadiere Panessa sulla loro 850 blu (mentre Pinelli andrà dietro col motorino), Calabresi parli subito di “certi pazzi criminali che si sono infiltrati fra voi, tra cui il Valpreda…” e gli chieda se ultimamente l’ha visto e se frequenta il circolo.
Ben riuscito il colpo di fermare Valpreda il 15 mattina all’uscita dall’ufficio del giudice Amati che l’aveva convocato per un affare di manifestini anti-papa. Quale di segno può andar meglio di questo, dal momento che come dinamitardi sono stati scelti gli anarchici? (Subito dopo l’esplosione il giudice Amati, telefonando in questura, aveva consigliato di iniziare le indagini fra di loro, mentre la sera stessa all’inviato della “Stampa” Calabresi dichiarerà che i responsabili sono da cercare fra gli estremisti di sinistra e conclude: “è opera degli anarchici.” Mentre a un giornalista che la sera stessa gli chiedeva se secondo lui la strage poteva esser collegata a qualche altro precedente attentato, “sì,” aveva risposto Guida, “alle bombe del 25 aprile.”) Ecco che un anarchico ha provocato la strage, ma non basta; c’è un altro anarchico che “una volta scoperta la matrice della strage” si suicida, avallando questa tesi. Secondo le prime notizie ufficiali che resteranno tali per molti mesi, Calabresi dice a Pinelli: “Inutile che tu continui a negare. Il tuo amico Valpreda ha già confessato.” Pinelli allora si sbianca in volto (mai che, cambiando i testimoni, qualche volta cambi anche il verbo) e grida: “Allora è la fine dell’anarchia!”, quindi siamo al balzo felino. Si parla di “saldatura del cerchio delle indagini,” di “conclusa stretta finale,” di “anelli sparsi riuniti in catena,” della “raggiunta precisa fisionomia del crimine,” mentre nei giornali del pomeriggio Valpreda lo chiamano “la belva umana,” o semplicemente “la bestia,” il massacratore, la iena, che per fortuna ha una “feroce morsa” nelle arterie delle gambe, il galoppante morbo di Bürger.
L’affare Valpreda, il percorso del tassì, le contraddizioni del Rolandi (chi scrive che in quella cupa notte dal 12 al 13 era già andato in questura a denunciare il suo strano cliente, mentre secondo il professor Liliano Paulucci, sarà lui a persuaderlo tre giorni dopo ad andare a raccontar tutto), il processo tolto di mano al giudice milanese e trasferito a Roma, la composizione del Circolo XXII marzo, il gran parlare che si fa del ballerino segregato a Regina Coeli e chi crede i suoi alibi di Milano e chi non ci crede; son tutti fatti che occupano l’opinione pubblica e i giornalisti, distraendoli temporaneamente dal caso Pinelli.
Gli hanno fatto il funerale il giorno 20 dicembre, c’erano vecchi anarchici col nero cravattone svolazzante, i soliti ragazzi delle manifestazioni con i colbacchi e frange di barba di varia lunghezza, tutti i giovani professori e studenti che davano da battere a macchina le loro tesi alla signora Licia, e un bel po’ di quanti non conoscevano il Pinelli ma non hanno creduto al questore. Bandiere nere nella nebbia, la polizia che fa sciogliere il corteo, i compagni del morto che davanti alla fossa n. 434 nel campo 764 di Musocco cantano l’Internazionale e Addio Lugano bella, i poliziotti tutti in gruppo, e vestiti di scuro, al di là di una fila di croci.
Ma Pinelli è e resterà sempre un morto ingombrante. Seppellito dentro la sua bandiera nera, non dà pace ai vivi che l’hanno portato alla tomba. Il suo nome infatti torna fuori sempre più di frequente, a poco a poco diventa come un rimorso comune, una causa di fondo disagio, infine un’accusa. Ben presto (il giorno dopo per i suoi amici) diventano flagranti menzogne le dichiarazioni di Guida, intanto cresce di continuo la gente che vorrebbe sapere come sono andate davvero le cose quella tal notte in questura, chi l’ha conosciuto ne parla e ne scrive, facendo il ritratto tanto di un uomo del tutto estraneo a qualsiasi episodio di violenza, come assolutamente alieno dal volersi togliere la vita.
Comincia a circolare fra i giornalisti la lettera che proprio il giorno 12 Pinelli ha scritto a Paolo Faccioli, il più giovane degli anarchici incarcerati per gli attentati del 25 aprile. Gli chiede che libri vuole, lui gli manderebbe l’Antologia di Spoon River (“non posso mandartene di politici perché me li renderebbero”), ricordandogli fra l’altro che “l’anarchismo non è violenza, la rigettiamo, ma non vogliamo subirla. Esso è ragionamento e responsabilità e questo lo ammette anche la stampa borghese; ora speriamo lo comprenda anche la magistratura. Nessuno riesce a capire il comportamento dei magistrati nei vostri confronti.”
Sull’ “Espresso,” e sull’ “Astrolabio,” ai primi di febbraio viene pubblicata la lettera di Giuseppe Gozzini, il primo obiettore di coscienza cattolico, amico del Pinelli, ed è giusto che a due anni di distanza la legga chi allora se l’era lasciata sfuggire. “Aveva seguito gli sviluppi del mio processo negli ambienti cattolici (soprattutto fiorentini) ed era come affascinato dal tipo di testimonianza. Conosceva, e non per sentito dire, movimenti e gruppi che si ispiravano alla non-violenza e voleva discutere con me sulle possibilità che la non-violenza diventasse strumento d’azione politica e l’obiezione di coscienza stile di vita, impegno sociale permanente.
“Io gli parlavo di `società basata sull’egoismo istituzionalizzato,’ di `disordine costituito,’ di `lotta di classe’ e lui mi riportava oltre le formule, alla radice dei problemi, incrollabile nella sua fede nell’uomo e nella necessità di edificare `l’uomo nuovo,’ lavorando dal basso. Poi ci vedemmo in molte altre occasioni e i punti fermi della nostra amicizia divennero don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani, due preti `scomodi,’ che hanno lasciato il segno e non solo nella chiesa.
“Viveva del suo lavoro, povero `come gli uccelli dell’aria,’ solido negli affetti, assetato di amicizia, e gli amici li scuoteva con la sua inesauribile carica umana. Le etichette non mi sono mai piaciute. Quella che hanno appioppato a Pinelli: `anarchico individualista,’ è melensa, per non dire sconcia. Si è sempre battuto infatti contro l’individualismo delle coscienze addomesticate: lui, ateo, aiutava i cristiani a credere (e lo possono testimoniare tanti miei amici cattolici); lui operaio, insegnava agli intellettuali a pensare, finalmente liberi da schemi asfittici. Non ignorava le radici sociali dell’ingiustizia, ma non aveva fiducia nei mutamenti radicali, nelle `rivoluzioni’ che lasciano gli uomini come prima. Paziente, candido, scoperto nel suo quotidiano impegno, era lontano dagli `estremismi’ alla moda, dalle ideologie che riempiono la testa ma lasciano vuoto il cuore. Stavo bene con lui, anche per questo.”
È sempre Gozzini che poi mi parlerà di lui, di com’era genuino, pieno di intuizioni intelligenti, di come sapeva leggere, assimilando bene, smaltendo in fretta. Di come gli
piaceva aver intorno tanta gente per parlare, tirar tardi la notte a discutere, magari sull’ultimo libro di don Milani. Sapeva stare a suo agio con gli operai e coi borghesi, coi cattolici e coi giovani beat. “È orribile pensare che si sia potuto sospettare di lui. Che si fosse ucciso non ci ho mai creduto. Alla notizia ho pensato che `fosse stato morto,’ ecco quello che ho pensato.”
Mentre sulla sua morte viene aperta un’inchiesta che la magistratura affida al sostituto procuratore Giovanni Caizzi, e che vien condotta nel massimo segreto (impedendo tra l’altro che la madre e la vedova si costituiscano parte civile), non passa giorno, si può dire, che attraverso i giornali, le confidenze degli amici, una conversazione con la mamma e la moglie, non si impari qualche cosa di nuovo sulla figura del Pinelli, la quale a poco a poco diventa sempre meno segreta, anzi assume contorni precisi: non è più soltanto “il ferroviere anarchico autodidatta” dei primi giorni, con la barba nera, il sorriso pungente, gli occhi castani.
Parlo ancora con dei giovani intellettuali, con Bruno Manghi e con Luigi Ruggiu, redattori ambedue di “Questitalia,” la rivista del dissenso cattolico, e il ritratto, invece di scolorire col tempo, si fa sempre più vivo; il personaggio ambiguo presentatoci in questura spicca subito come eroe positivo. Quello che colpiva di più quanti capitavano in casa sua magari per far copiare a macchina un saggio o una tesi, e immancabilmente si trovavan di lì a qualche giorno a colazione dai Pinelli, era il carattere tradizionale della famiglia. Soltanto due le stanze nella casa francamente brutta, costruita intorno agli anni Quaranta, ma sempre il modo di sistemare un ospite di passaggio o un amico senza un soldo.
Così esuberante, giovane, eccessivo, agli amici intellettuali Pinelli pareva un personaggio del passato, un po’ sul tipo di quegli operai comunisti che la sera leggevano
Gorki. E sembrava loro che appartenesse al passato anche per quel suo frequente discorso sui valori piuttosto che sulle strategie politiche o sul problema del potere, abbastanza tipico di una certa categoria di anarchici. Una sua idea fissa era quella dell’avvicendarsi delle cariche e dei ruoli in una società dove tutti contassero in modo uguale, per evitare la scissione tra il lavoro manuale e quello intellettuale.
Era uno dei suoi discorsi preferiti e una delle sue più ingenue speranze. Ma la sua ingenuità si rivelava anche nel rispetto per la cultura con la C maiuscola: chiedeva a tutti che gli traducessero certi brani di riviste, mentre la sua visione internazionale dell’anarchia si rivelava, oltre che nei suoi discorsi, anche nella cura con cui conservava documenti e scritti in lingua straniera (cubani, svedesi, spagnoli) che non sapeva decifrare, ma gli davano forse il senso della presenza del movimento al di là dei confini dell’Italia e dell’Europa. Teneva discorsi, organizzava marce, era membro attivo di quel Centro di tutela e di solidarietà degli anarchici che è la “Croce Nera,” di aiuto inoltre ai perseguitati politici e alle loro famiglie, a chi è in carcere o di passaggio.
La ferrovia era un grosso mito per lui, e agli amici raccontava i tratti umani di questo suo lavoro, mai cose tecniche, ma storie e vite di ferrovieri. L’equilibrio della piccola famiglia era tale che marito e moglie spesso e volentieri si scambiavano il lavoro casalingo: lei a scrivere a macchina le tesi che la interessavano (ed imparava sempre qualcosa di nuovo anche lei esercitando a sua volta un’autorità quasi materna sui giovani universitari), lui invece che portava a scuola le bambine, le andava a prendere, faceva la spesa al supermercato e per divertirsi faceva benissimo da cucina: il risotto se appena c’era un ospite era la sua specialità, insieme alla polenta e al coniglio arrostito con le erbe.
Non tollerava che qualcuno si drogasse, irritandosi se da qualche altro sentiva vantare un’eccessiva libertà di rapporti sessuali. Vestiva francamente male, ma non era il malvestito in costume di oggi; lui non badava a quel che aveva addosso, magari la giacca con le spalle cascanti, le scarpe scalcagnate, il colletto con una punta qui e una là.
La madre racconta che da ragazzo il suo Pino si era esercitato alla boxe in palestra, ma aveva smesso presto perché gli seccava picchiare, non sapeva farlo, detestava il corpo a corpo, la colluttazione. La moglie amava in lui tutti quegli aspetti spiccioli di bontà, sensibilità e gentilezza, ma si preoccupava anche un po’ per gli elementi di disordine materiale che comportava una vita come la sua, così spesso fuori dalla famiglia (come aveva cominciato a fare in quel caldo 1968), e poi sempre gente fra i piedi, anarchici, ferrovieri, studenti di sociologia, economia, filosofia, psicologia (“tu t’impegni troppo e su troppi quadranti, non sei mai a casa quando ti vorremmo”). Ma proprio anche attraverso la moglie, Pinelli aveva fatto molti incontri e rafforzato la sua fiducia sull'”appropriazione” del sapere. Eran cinque o sei tra i suoi migliori amici a sapere che negli ultimi mesi della sua vita, per esempio anche durante l’ultimo sciopero della fame degli anarchici davanti a San Vittore, Pinelli aveva ricevuto dure minacce dalla polizia. Passato il tempo da quando Allegra e Calabresi gli avevano regalato Mille milioni di uomini di Enrico Emanuelli; ora lo guardavano scuri in viso, spesso provocandolo, e una volta lo avevano anche severamente avvertito di stare attento (“potresti anche perdere il posto”). Si era accorto di esser pedinato.
Mentre s’imparano particolari sconosciuti sulla sua vita, si comincia a indagare sulla sua morte: sono sempre gli amici che schedano tutti i giornali, annotano tutte le contraddizioni e le illegalità che emergono dalle dichiarazioni dei funzionari di polizia, fan tabelline con gli orari ufficiali (ma sempre contrastanti) tra la sua caduta e la chiamata dell’autoambulanza. Si sa che Pinelli resta in questura oltre le quarantotto ore regolamentari, che i poliziotti cominciano il gioco delle telefonate: “Signora” (in tono calmo e indulgente) “dica in ferrovia che suo marito è malato, insomma non c’è bisogno di far sapere in giro che sta in questura…” Ma dopo qualche ora, in tono più brusco: “Telefoni alla ferrovia, dica che Pinelli è fermato… Che è fermato per la strage…” (e la famiglia, com’è logico, sospetta che la seconda telefonata serva per impaurire Pinelli, per ricattarlo sul fronte della perdita del lavoro).
Chi poi ascolta il dottor Fiorenzano, il medico di guardia che vide per primo il Pinelli dopo il volo? Nessuno: solo quattro mesi dopo infatti il magistrato lo manderà a chiamare. Dall’autopsia compiuta precipitosamente nell’istituto diretto dall’ex rettore professore Mario Cattabeni, vengono esclusi i periti di parte, e se ne tenga bene a mente la conclusione, cioè quella frase vuota di significato a firma dei professori Ranieri Luvoni, Guglielmo Falzi e Franco Mangili che dice: “le ferite riscontrate sul corpo concordano con le modalità descritte.” Punto e basta.
Intanto il 28 dicembre la madre e la vedova di Pinelli (quest’ultima anche a nome delle figlie Claudia e Silvia) presentano un atto di denuncia e di querela nei confronti del questore di Milano Marcello Guida (c’è solo un precedente in proposito: quando venne querelato il questore Polito in occasione del processo Montesi). Lo querelano perché nelle dichiarazioni fatte alla stampa nella notte fatale rilevano una diffamazione continuata ed aggravata anche dall’abuso delle pubbliche funzioni da parte del questore. (Nel documento inoltre si riportano altre frasi dette sempre da lui a una delle tante conferenze-stampa all’indomani della morte, dopo l’affermazione che l’alibi era saltato. “È stato coerente coi suoi principi. Se fossi stato in lui avrei fatto la stessa cosa. Quando ha visto che la legge lo aveva preso, si è tolto la vita” e poi: “è stato come un cupio dissolvi… Non vorrete pensare che l’abbiamo gettato noi…” Le querelanti si riservano di concedere a Guida, nel corso del dibattimento, la più ampia facoltà di prova della verità delle sue dichiarazioni.)
“Non vorrete pensare che l’abbiamo gettato noi.” Frase temeraria. Quanti desiderano esercitare quella facoltà comune alla maggior parte degli uomini, cioè il ragionamento, ben presto sospettano. Si cercano delle risposte a troppi interrogativi che ne mancano irrimediabilmente. Si sa che è Calabresi che conduce l’interrogatorio di Pinelli, ma subito dopo la caduta egli dichiarerà che in quel momento nella stanza lui non c’era perché in visita da Allegra. Invece uno dei fermati in sosta dentro uno stanzone da cui poteva vedere tanto il corridoio come la porta d’Allegra, precisamente l’anarchico Pasquale Valitutti, racconterà di non aver visto Calabresi entrare dal capo della Politica, ma di averlo poi sentito parlare nel corridoio “dopo dei rumori sospetti come di una rissa,” così ha pensato che Pinelli fosse in quella stanza e lo stessero picchiando, quindi “avevo sentito un altro rumore come di sedie smosse e visto gente che correva in corridoio gridando: `Si è buttato, si è buttato!’ ”
Finito il trambusto, a Valitutti Calabresi aveva detto suppergiù: “Non capisco perché l’abbia fatto…solo per qualche contestazione…niente di drammatico…” E sempre Calabresi, interrogando il giorno dopo un altro giovane, gli parlerà tutto il tempo di Pinelli, “ma perché mai l’avrà fatto?” domandandosi a più riprese, per incaricare poi il ragazzo(e aveva gli occhi umidi) di chiedere alla vedova se gli permetteva di andare al funerale.
Non solo, ma l’11 gennaio, rilasciando un’intervista all’ “Unità,” dirà di Pinelli: “Non avevamo niente contro di lui, era un bravo ragazzo, l’avremmo rilasciato il giorno dopo.”
“Non avevamo niente contro di lui, era un bravo ragazzo, l’avremmo rilasciato il giorno dopo.”
Non avevamo niente contro di lui, perché mai l’avrà fatto? Altre frasi incaute, e queste sono di Calabresi che solo un mese prima, nella notte delle lunghe menzogne, diceva di sì a tutto quello che enunciava il questore, e a proposito di Pinelli parlava di torve implicazioni politiche, di collegamenti con persone sospette. Com’è diventato cauto il commissario aggiunto in questi ultimi tempi! Quando un giorno chiedo di parlargli, appunto per aver qualche spiegazione sul suo mutato contegno, mi viene incontro come al solito ben molleggiato, il passo elastico e la mascella risoluta: “Cara signora,” mi fa, “finché il magistrato non deposita tutto, non posso parlare. Questione di delicatezza: ho una parte anch’io in questa storia.”
Già, non c’è nessuno che pensi il contrario; ma perché, prendendo le sue distanze da Guida, oggi egli difende la memoria di Pinelli, dopo averlo tenuto tre giorni in questura, cercando i motivi che potessero coinvolgerlo nella strage recente e negli attentati, cospirando nel violare i suoi diritti, dando ordini la vigilia del volo (tramite Pagnozzi, così riferisce Valitutti) che gli venga riservato un trattamento speciale, non lo si lasci mai dormire e lo si tenga sotto pressione tutta la notte?
È possibile che in seguito alla mobilitazione dell’opinione pubblica a favore di Pinelli (racconti di autorevoli testi sui suoi provati ideali di non-violenza, sul suo amore per il prossimo e la sua candida generosità, lettere ai giornali di docenti universitari che ne rivendicano l’onestà e la dirittura), Calabresi che è un uomo abile, furbo, abituato a muoversi con un’autorità superiore al suo rango, ora desideri la riabilitazione del morto? Come dire alla signora Pinelli: “Suo marito io glielo restituisco pulito: la querela al questore lei l’ha già fatta, con le mie dichiarazioni io ora mi metto al di fuori di tutta la faccenda.” Così ad uno ad uno i dubbi sorgono dai punti oscuri che continuano a rimanere tali, dagli angoli d’ombra in cui non riesce ad arrivare un raggio di luce, dalle nebbie che continuano a fasciare fatti e circostanze.
Se questo è il primo passo indietro, ne segue subito un altro, cioè la notizia diffusa dalla nuova agenzia di stampa “In” e che si dice raccolta dalla bocca di un agente di polizia, secondo la quale l’anarchico Giuseppe Pinelli, subito dopo l’interrogatorio fattogli dal commissario Calabresi, si sarebbe accasciato sulla sedia colpito da un collasso cardiaco, quindi: “Perduta la testa, gli agenti l’avrebbero gettato dalla finestra, facendolo in modo tanto maldestro da ritrovarsi con le scarpe del morto in mano.”
Cerchiamo ora di procedere a fil di logica tentando di isolare qualche motivo razionale nella condotta della polizia. Due sono i motivi in base ai quali essa avvalora il suicidio: primo, era miseramente caduto l’alibi; secondo, Pinelli era crollato alla notizia che avevano preso il Valpreda. Ma son pronte le ragioni corrispondenti per escludere il volontario tuffo dalla finestra. L’alibi non era crollato affatto, anzi Pinelli aveva sorriso a Mario Magni dopo la sua deposizione che lo confermava in pieno (e poi anche Mario Pozzi dirà d’aver giocato a carte con lui quel pomeriggio nel bar di via Morgantini).
Se poi gli avevano detto che Valpreda era colpevole, non era certo questo il tipo di notizia che potesse sconvolgerlo: con Valpreda aveva avuto degli scontri di carattere politico: da tre giorni non si faceva altro che incolpare gli anarchici, e Pinelli sapeva bene come fosse possibile formulare su uno di loro accuse non fondate. Lui il Valpreda lo considerava soprattutto un “baüscia,” uno sbruffone, niente di più. Infine era noto a quanti lo frequentavano da anni che Pinelli era profondamente avverso al suicidio.
Ci sono poi tutti i particolari tecnici che riguardano il modo di cadere di chi si getta dall’alto. Nemmeno un graffio alle mani che nel volo pare inconsciamente si aggrappino a qualsiasi sporgenza e si protendano a riparare la testa; non un urlo che nella maggior parte dei casi pare esca dalla gola anche contro la volontà del suicida. E invece anche il modo di precipitare è inconsueto: il corpo non segue la traiettoria curva per via dello slancio indispensabile a chi si butta dall’alto; è invece un cadere in tre tempi, tre tonfi sordi, uno contro il primo cornicione, l’altro contro il secondo, infine lo schianto a terra. Come poi riferirà il cronista Aldo Palumbo dell’ “Unità,” che assistendo alla caduta ha avuto un rapido pensiero: “Ma cosa diavolo stanno facendo lassù? Perché buttano uno scatolone dalla finestra?” E i medici dopo si meravigliano che a un morto gettatosi da così in alto non sia uscito sangue dal naso e dalla bocca.
Allora com’è morto il Pinelli e perché? A questo punto uno è autorizzato a tirar tutte le conclusioni che crede. Che sia valida l’ipotesi di un incidente sul lavoro durante la fase calda dell’interrogatorio? Cioè, in parole povere, che l’abbiano picchiato per fargli dire qualcosa? Oppure è possibile l’ipotesi, avanzata prima sottovoce da molti, poi un giorno comparsa sull’ “Avanti!”, di un fatale colpo di karaté? Forse che per via di uno di questi colpi che non lasciano il segno, Pinelli si sia sentito molto male, e sia caduto a capofitto nel tentativo di rimettersi con una boccata d’aria? Oppure, terza ipotesi (quella suggerita dall’agenzia “In”), che subito dopo l’interrogatorio fattogli da Calabresi, Pinelli sia stato stroncato da un infarto?
A questo punto bisogna rifarsi a quei mesi in cui non era ancora noto, con tutte le sue assurdità e le sue goffaggini, il decreto d’archiviazione; quindi un altro interrogativo del momento è quello di cercar di capire perché l’avevano trattenuto tre giorni in questura (mentre dopo quarantott’ore, come vuole la legge, avrebbe dovuto essere portato a San Vittore). Cosa poteva in effetti sapere il Pinelli e su cosa stavano interrogandolo nella fase più scottante? Può darsi che il fermo fosse durato così a lungo perché egli poteva dare notizie generiche sugli anarchici, e perché si cercavano i suoi eventuali legami con gli attentatori. Forse aveva subìto fortissime pressioni perché convalidasse il riconoscimento di una fotografia di Valpreda e di lì si era acceso un violento diverbio. (“Non è certamente legato alla strage,” aveva detto invece un funzionario alla madre la mattina del 15, “non sappiamo ancora se lo lasceremo andare fra due ore o fra qualche giorno, il fatto è che ci fanno pressioni da Roma.”) O si temeva forse che, una volta fuori, parlasse troppo?
E quale l’argomento dell’interrogatorio in fase calda? (Si calcola che l’atmosfera si sia arroventata verso le undici e mezzo, perché alle dieci il Pinelli era stato visto che, tutto calmo, stava risolvendo le parole crociate.) Quanto poi all’oggetto che scotta, è il suo libretto chilometrico, cioè il tesserino su cui son segnati i suoi viaggi, e a proposito del quale alle dieci il commissario Calabresi telefona alla signora Pinelli. “Può cercarlo per favore? Occorrerebbe in questura.” Alle dieci e dieci la signora telefona che l’ha trovato; verso le undici arriva in via Preneste qualcuno della questura a prelevarlo; alle undici e mezzo si può presumere che il libretto sia nella stanza.
È proprio a proposito di questo libretto, precisamente sulla data di un viaggio, che l’atmosfera si fa pesante. Roma è la meta, i giorni sono quelli degli attentati sui treni, agosto 1969. A Pinelli vengono contestati nomi, date, coincidenze: quindi della successiva fase tumultuosa si accorgerà il Valitutti in attesa nel camerone, per via di quello strano rumore, come di sedie che cadono e di colluttazione. E: “La concomitanza del viaggio con gli attentati, comunque, convinse gli inquirenti che si era sulla pista buona. Lo comprese anche il Pinelli, e il ferroviere fece la sua scelta: `la finestra e il suicidio,’ “scrive il “Corriere” in data 18 dicembre.
Tutto bene, se gli inquirenti ci avessero azzeccato, ma col tempo si vedrà che invece eran del tutto fuori pista. Così, escludendo il suicidio, altre ipotesi ancora si fanno avanti e diventano sempre più nere. Mentre la polizia sta cercando di acquisire una serie di nomi e di circostanze che servono a incastrare certi personaggi, improvvisamente scatta un altro meccanismo. E la mente di Pinelli, che fino ad allora non aveva fatto certi collegamenti, d’improvviso li fa. Insomma di colpo intuisce qualcosa di sorprendente, circostanze, persone, legami che dei fatti di Milano danno una spiegazione assolutamente in contrasto con la versione corrente. Ingenuo com’è, magari aggiunge che 1’indomani andrà dal magistrato a riferire tutto, comunque ha capito qualcosa che non doveva capire, ed è la sua intuizione che probabilmente può spiegare il mistero della sua morte.
Altra congettura: a furia di contestargli fatti e circostanze, lui impallidisce paurosamente. Vien presa allora una decisione improvvisa: lasciarlo qualche minuto solo (non del tutto, è ovvio), per rientrare poi bruscamente di lì a poco a provocarlo per riprendere l’interrogatorio. Azione che viene eseguita alla lettera, ma subito dopo la brusca entrata e durante la brusca contestazione, il Pinelli si sente male, anzi malissimo. Al punto che l’interrogatorio si interrompe, il Pinelli si accascia sulla bassa ringhierina, e si rovescia fuori. Oppure sta malissimo, i poliziotti si allarmano (come si fa domani a far passare per buono l’infarto di un anarchico in questura?), e diventa attendibile la tesi di “In.”
Dovrebbero essere dei veterani, questi funzionari, coriacei ed esperti, tanto consapevoli del loro potere; eppure di errori sembra ne abbian già commessi una serie abbondante. Per esempio, si saran sbagliati tutti e quattro i giornalisti presenti quella notte in questura nel situare la caduta a mezzanotte e tre minuti, mentre secondo il cartellino del centralino dei vigili la chiamata dell’autoambulanza risulta fatta a mezzanotte e cinquantotto secondi (poi si sposterà a un minuto dopo la mezzanotte), cioè due minuti e due secondi prima dell’ora indicata dai giornalisti? E perché a due giorni di distanza, un paio d’agenti della squadra politica si presentano al centralino dei vigili a controllare l’ora esatta della chiamata? (Era se mai il magistrato inquirente che doveva interessarsene. E un nuovo magistrato se ne interesserà ventun mesi dopo.)
Perché son tre e tutte diverse le versioni che la polizia ha dato dell’incidente? “Quando Pinelli ha spalancato la finestra, abbiamo tentato in tre di fermarlo, ma senza riuscirci,” la prima. “Quando Pinelli ha spalancato la finestra, abbiamo tentato di fermarlo e ci siamo parzialmente riusciti,” la seconda. “Quando Pinelli ha spalancato la finestra, abbiamo tentato di fermarlo, e uno dei sottufficiali presenti, il brigadiere Vito Panessa, con un balzo cercò di afferrarlo e salvarlo: in mano gli rimase soltanto una scarpa del suicida,” risulterà la terza; un giornalista del “Giorno” infatti vide il corpo a terra con tutte e due le scarpe ai piedi.
Perché poi si parla di “verbali sottoscritti dal Pinelli” quando Guida disse “non abbiamo verbalizzato niente”? E perché infine l’unico testimone della caduta, cioè Aldo Palumbo, rientrando una sera di metà gennaio trova la sua casa tutta a soqquadro, rovesciati i mobili, aperti i cassetti, frugati gli armadi? Cosa mai cercavano con tale accanimento fra la sua roba gli ignoti che in tanto disordine non gli hanno rubato proprio niente?
A furia di trovarsi davanti a queste zone d’ombra, e di vederla illuminata soltanto a tratti da lampi sinistri, sul caso Pinelli i milanesi improvvisamente si accendono, e il
ferroviere autodidatta di fede anarchica “povero come gli uccelli dell’aria” diventa il protagonista di discorsi, discussioni, e addirittura comizi (del 24 marzo è la manifestazione indetta, oltre che per proclamare l’innocenza di Valpreda, anche per denunciare che nessuno crede al suicidio di Pinelli). Perfino nei salotti se ne parla, e si litiga sull’argomento: da una parte quelli che vedono una vittima in Pinelli, dall’altra i campioni del lasciar correre, del come la va la va. “La questura picchia, lasciatelo dire a noi inquilini di corso Porta Nuova che da anni abbiamo continuato a far petizioni perché cambino di posto i locali degli interrogatori, tanti sono gli urli che la notte non ci lasciano dormire.” “Avete la fantasia malata, vedete sempre fantasmi, come potete pensare che dei funzionari della Politica di Milano ammazzino di botte uno e oltretutto lo buttino anche dalla finestra?”
E qui bisogna ricordare in che clima si viveva a Milano nei primi mesi del gennaio ’70 e quali erano diventate le nuove costanti del contesto urbano, le sinistre isole di gipponi, furgoni cellulari e pantere della polizia, i cordoni di agenti e carabinieri in assetto di guerra, su l’elmo e la celata, addosso il giubbotto imbottito, in mano lo scudo, al fianco la bisaccia piena di candelotti, il mento protetto come i gomiti e gli stinchi; e alternati o contemporanei all’urlo delle sirene lo scatto secco delle saracinesche che van giù, il tonfo sordo dei sassi o dei cubetti di porfido.
Cortei di scioperanti con fischietti e cartelli, cortei antirepressivi con slogan scritti o gridati (il giorno della morte di Annarumma, ad aprire il gruppetto degli anarchici diretto al Lirico per il comizio dei sindacati era stato proprio Giuseppe Pinelli), le scritte fasciste che si moltiplicano sui muri, le aggressioni fasciste in piazza San Babila e immediati dintorni, i volantinaggi d’ogni colore in ogni angolo del centro, le barricate e le bandiere rosse davanti all’università. E’ frequente la guerra per le strade (il 21 gennaio per esempio) col corteo aperto dal Comitato dei giornalisti contro la repressione ancora fermo davanti alla Statale quando la polizia vede rosso, allora il vicequestore fa suonare la tromba, piovono i lacrimogeni, c’è fumo dappertutto, la gente corre, la polizia la insegue col manganello alzato, gli agenti si picchiano tra di loro per errore, ma picchiano soprattutto gli altri, ecco denti che saltano, ecco il sangue per terra. La guerra continua per ore, i poliziotti feriti sono portati via a braccia sulle autoambulanze, invece gli studenti si fan cucire la testa da medici clandestini.
E se la strada è sempre inquieta, son ben poche le famiglie tranquille. Mentre alcuni giornalisti si sforzano di definire nelle loro cronache qual è la mappa del terrorismo, perdono l’occasione di far delle altre interessanti ricerche private, per concludere con una mappa della Milano divisa, la Milano benpensante, cerchia del Naviglio e ombroso Cappuccio. Padri ricchi e conservatori, fautori dell’ordine e della normalità, con figli rivoluzionari che vivono nelle comuni, padri decisamente fascisti che vanno in Rolls, invocano la mano forte, o addirittura i colonnelli e le sinistre le chiamano “bubbone,” e si trovano in casa figlie giovinette vestite come mendicanti che hanno il loro ragazzo del “Movimento studentesco” e sfilano in corteo accanto agli anarchici, scandendo ben chiaro “Pi-esse Esse-esse,” se non più minacciose: “Guida sarai suicidato!” (I padri per consolarsi bevono whisky, le ragazze prendono due aspirine prima dei cortei per non intossicarsi di fumo, e hanno in tasca il limone da succhiare subito dopo i gas.)
I cortei se la prendono con la polizia e il caso vuole che in questo stesso periodo non siano benigne le testimonianze che si raccolgono circa i funzionari dell’ufficio politico. Da San Vittore, dove da due anni è detenuto insieme a quattro compagni, Paolo Faccioli (che, come loro, è accusato degli attentati del 25 aprile, e uscirà dopo due anni su richiesta del PM per non aver commesso i fatti), manda una lettera agli amici in cui parla delle sevizie sofferte in questura: tre giorni di interrogatori continui senza mai dormire e sempre in piedi, violenze continuate e minacce. Schiaffi, colpi alla nuca, pugni, gran tirate di capelli e spesso torti i nervi del collo. Il tutto peggiorato dal fatto che lo picchiavano all’improvviso e al buio. Erano il commissario Zagari, i brigadieri Mucilli e Panessa, il commissario Calabresi. (Mucilli e Panessa sono i due che nelle ultime ore di vita di Pinelli, insieme al brigadiere Mainardi, gli son sempre stati vicini.)
E Paolo Braschi, detenuto anche lui insieme al Faccioli, non perde l’occasione di mandar una lettera anche lui ai compagni del Comitato politico-giuridico di difesa che verrà poi pubblicata sul settimanale anarchico “Umanità nova.” A proposito del caso Pinelli in cui egli vede lampanti le responsabilità della polizia, dice che con le finestre Calabresi ha avuto sempre qualcosa a che fare. “Lo abbiamo anzi soprannominato ‘comm. Finestra,’ e, devo dire, tale nome gli calza a pennello. Ricordo che quando fui interrogato (nello stesso ufficio dove ha trovato la morte il Pinelli), questo cosiddetto commendator Finestra l’ultimo giorno che passai nei suoi uffici – soddisfatto di avermi estorto, insieme con i suoi degni soci, delle false ammissioni grazie a ricatti, violenze, insulti e minacce – mi fece sedere vicino alla finestra aperta (che non ha il parapetto in muratura ma una ringhiera di ferro), e tenendosi a distanza lui ed altri mi provocarono apertamente chiedendomi perché non mi buttassi di sotto. Tutto ciò si ripeté più volte mettendo a dura prova i miei nervi già scossi dal trattamento subito.
“Devo anche dirvi che tale commendatore è quello che ha palesato sempre e più di tutti un vero e proprio accanimento, direi odio, verso di noi, e i compagni in generale.”
Nessun punto a favore dunque per il commissario a cui forse non interessa granché la circolazione semiclandestina delle lettere di due che stanno in prigione. (Peccato che sull’ “Espresso” puntualmente se ne dia notizia.) Ma certo gli brucia ancora di più trovar sulla facciata di casa sua in via Mario Pagano una grande scritta: “Assassino di Pinelli,” e durante il percorso da casa in questura, la sua mascella deve senza dubbio assumere una ruga laterale extra, tanti sono i muri, in centro e alla periferia, che gridano in rosso e in nero, ma sempre a lettere cubitali: “Calabresi assassino!’ E si può pensare per un attimo con un minimo di pena a quel che proverà passando lì davanti la sua giovane moglie: almeno gli occhi di Licia Pinelli, quando esce, incontran scritte di ben diverso sapore: “Pinelli innocente. Hanno suicidato Pinelli.”
Probabilmente l’impetuoso commissario ha un moto di stizza, se non di rabbia violenta anche ogni volta che gli metton davanti un numero del settimanale “Lotta continua” (venticinquemila copie). Da quattro mesi (cioè dal 14 gennaio), e a ritmo sempre più sfrenato, lì sopra c’è un articolo, una vignetta che lo riguarda da vicino. Insomma ogni volta l’accusano d’aver scaraventato l’anarchico giù dalla finestra del suo ufficio al quarto piano della questura, dove lui stesso stava conducendo l’interrogatorio. Ecco Calabresi che sale sul tram pieno, andando addosso a un passeggero già molto schiacciato, e il passeggero si volta spazientito: “Ma che fa dottò… spinge?” Ecco un cittadino che, dovendo andare in questura e al quarto piano, si presenta sul portone con un paracadute sulle spalle. Altrimenti si vede Calabresi che ammicca da dietro il davanzale di una finestra mentre il Pinelli precipita, oppure mentre dà la spinta fatale a un uomo in bilico, se no mentre, vestito da cameriere, offre piatti di minestra con su scritto “ricatto” ai fermati, gridando: “O mangiate ‘sta minestra o saltate ‘sta finestra.” In un’altra ancora si vedono due uomini spiaccicati a terra nel cortile della questura e un brigadiere che guardava su verso il commissario affacciato: “Non me l’aveva detto, dottore, che c’era un confronto.” Lo chiamano “Volodangelo” e anche più concisamente “Volo.”
Intanto Franco Trincale canta per le piazze il Lamento per la morte di Giuseppe Pinelli:

E persero la testa
non sanno cosa dire
la corda gruppa gruppa
è morto senza culpa

Era quasi menzanotte e
cadiu nella corti
e strisciò lu cornicioni
ch’era sutta a lu balconi

Era mortu n’allìstanti
stiso in terra malamenti
e pareva fossi mortu
un’istanti prìcidenti
Lu questuri dissi poi
non l’abbiamo ucciso noi!

Ai cortei di protesta echeggiano altri versetti di una ballata in argomento:
Quella sera a Milano era caldo
ad un tratto il Pinelli cascò.

Jean Nobécourt, corrispondente di “Le Monde” per l’Italia, scrive sulla “Stampa”: “…L’Italia per fortuna ha ancora i cantastorie a confronto dei quali Celentano rappresenta una degenerazione… Una storia cantata della morte dell’anarchico Pinelli è altrettanto preziosa per rappresentare l’Italia del 1970 quanto una serata anonima in uno dei piccoli, teatri di Palermo… dove spettatori autentici si appassionano ancora… ai colpi di scena e alle mille avventure di Carlomagno…” Si sa infine che Dario Fo sta scrivendo una commedia dal titolo Morte accidentale di un anarchico che sarà rappresentata alla fine del 1970.
E son molti ormai a chiedersi come mai Calabresi non si decide a querelare “Lotta continua.” Costa così poco l’onore di un commissario di polizia? Se ha la coscienza pulita, non lo feriscono profondamente queste calunnie, e non sente il bisogno di scrollarsele di dosso? Da notizie che escono dalla questura (qualcosa riesce sempre a trapelare anche da quell’ambiente ermetico ed ambiguo), si sa che Calabresi non ne ha nessuna intenzione, meno si espone e meglio è, non si sa mai cosa può saltar fuori da un processo. Certo aspetta che il sostituto procuratore Caizzi concluda l’istruttoria preliminare in corso per la morte del ferroviere. Probabilmente aspetta quel che aspetta (e son già quattro mesi) per partire al contrattacco con la vittoria in tasca, sapendo cioè che è già nell’aria la notizia dell’archiviazione.
A sua volta cosa aspetta Caizzi a concludere la sua indagine? Son già cinque mesi che ci lavora in segreto, questo brizzolato giovanotto pugliese dal sorriso astuto e le movenze di un gran gatto sornione. Snervante è la lentezza del giudice che viene criticata con parole severe dall’ “Avanti!”, dalla “Voce repubblicana” e perfino dall’ “Economist.” Mentre un penalista del calibro di Alberto Dall’Ora sul “Giorno” chiede che la Procura della Repubblica, come ha fatto molte altre volte, inizi l’azione penale formalizzando l’istruttoria, cioè rivolgendosi al giudice istruttore, davanti a cui le parti avranno diritto d’intervento e di iniziativa, nell’ambito della legge processuale.
“La morte dell’inquisito nelle mani dell’autorità di polizia in ogni paese non può che generare inquietudine grave… si è accreditata l’impressione che egli, preso dallo sconforto perché raggiunto da prove inoppugnabili, avesse voluto sopprimersi. Il che parve molto singolare perché di Pinelli, nell’istruttoria per le bombe, che da Milano si trasferì a Roma, non si sentì più parlare… Di qui il sorgere inevitabile di sospetti, di accuse, di proteste vivaci. Di qui la denuncia, dignitosa e civile, della famiglia.” E avanti col dire che dopo troppi mesi tutto sembra immutato, che, data l’assoluta mancanza di notizie certe, diventano logiche tutte le ipotesi più cupe (violenza, colluttazione, aggressione inconsulta), che non è questo il modo di difendere l’onore dei tutori dell’ordine, i quali, come in tutti i paesi del mondo, durante l’accertamento, avrebbero dovuto (Guida in testa) essere sospesi dalle loro funzioni. “Quello che non sembra accettabile,” egli conclude, “è che si continui così, senza che nulla accada come se si trattasse di una qualsiasi indagine preliminare per un furto di polli… L’opinione pubblica ha bisogno di sapere, non può acquietarsi di fronte all’apparente mistero, di fronte al silenzio, che sembra calare definitivamente sulla vicenda. Si vada dal giudice e si faccia presto nell’interesse di tutti.” Così Dall’Ora il 6 aprile ’70. (E Caizzi farà sapere ai giornali amici che è già arrivato alla fase conclusiva: poche settimane, forse un paio soltanto, e si sapranno i risultati.) È dell’8 aprile invece il documento presentato alla Procura della Repubblica di Milano da Carlo Smuraglia e Domenico Contestabile, i due avvocati che tutelano gli interessi della famiglia del morto. Un altro documento polemico in cui si accusa la Procura di sordità, immobilismo e scarsa iniziativa. Per quale mai ragione, per esempio, non viene permesso al collegio di difesa dei familiari Pinelli di costituirsi parte civile contro ignoti? E poi, una volta per sempre, la morte del Pinelli va considerata suicidio o defenestrazione?
Per tentare di stabilirlo, si chiamino sociologi, neurologi, psichiatri, capaci di indagare a fondo sulla personalità del ferroviere per cercare di capire se era o no un tipo votato all’autodistruzione. E si interroghino anche dei tecnici circa le modalità della caduta: nessuno si è mai preoccupato di misurare la distanza tra la finestra e il punto dove si trovava il Pinelli, né si è mai valutata la parabola di caduta in rapporto alla spinta che il corpo può aver ricevuto per impulso proprio o altrui. La difesa chiede inoltre di vedere gli atti dell’istruttoria, di potere andare sul posto a compiere tutti gli accertamenti necessari, di poter ricostruire il tragico evento con l’aiuto di un manichino dello stesso peso e statura del Pinelli (esperimento, questo, comune in America in casi analoghi). È vero, infine, che allegati agli atti ci sono i verbali di interrogatori firmati da Pinelli? Allora si sottoponga a perizia calligrafica la sua firma: è noto infatti che durante la famosa conferenza stampa del questore più di un teste sentì dire che gli interrogatori non erano stati verbalizzati.
Inutile quindi, continuano gli avvocati, che per negare la costituzione a parte civile la Procura si ostini a definire questa fase un’indagine preliminare di polizia giudiziaria, mentre è perlomeno un’istruttoria sommaria. Inutile anche rifiutare alla difesa la costituzione di parte civile contro ignoti, dal momento che si tratta di una prassi ammessa solitamente nei processi che non scottano. Nemmeno a farlo apposta, pochi giorni prima, uno dei due avvocati del collegio di difesa, precisamente il professor Carlo Smuraglia, s’era costituito parte civile contro ignoti in un processo addirittura finito con l’archiviazione.
Riprendendo lo scritto di Dall’Ora ci son altri che trovano assurda la stabilità dei funzionari di polizia protagonisti della notte fra il 15 e il 16 dicembre; che non siano stati almeno temporaneamente rimossi, che non abbiano sentito da soli il bisogno di uscir di scena a istruttoria in corso, finché sia fatta luce sul loro conto. (Procedimento seguito in altri casi, vedi l’allontanamento di quel funzionario responsabile a suo tempo di non aver ritirato il passaporto a Felice Riva, per non parlare del commissario Juliano sospeso dalla carica e dallo stipendio per aver troppo indagato sui fascisti.) Rieccoli invece tutti dov’erano, tutti in posti chiave da dove può essere anche possibile un’azione di inquinamento delle prove.
Saranno poi coincidenze, ma proprio in questa fase delicata vengono a galla certe grossolane iniziative della polizia. Alla sottile campagna di calunnie su Pinelli, ora si affianca una campagna parallela contro le sue donne. Viene interrogata una vicina di casa circa le abitudini della madre; pare che a un’altra vicina col figlio nei guai, attraverso una forma di disdicevole pressione, se ne prometta il proscioglimento se troverà qualche cosa da riferire contro le sue casigliane; cominciano a circolare inoltre delle insinuazioni sulla moralità della vedova.
Lo scopo? Sgretolare il mito della grave e animosa compagna dell’anarchico, e con ciò trovare un altro motivo per la sua svogliatezza di vivere: falliti gli ideali, saltati gli alibi, non c’è più nemmeno la famiglia che lo consoli, tanto vale finirla buttandosi dalla finestra. Ma son manovre a vuoto, perché di giorno in giorno sta prendendo addirittura valore di simbolo il contegno della vedova che, così schiva e coraggiosa, vuol far giustizia a ogni costo.
Ed ecco che finalmente il 20 aprile Calabresi esce (od è costretto a uscire) allo scoperto: si decide cioè a sporger querela per diffamazione contro Pio Baldelli, il direttore di “Lotta continua” (anzi “per diffamazione continuata ed aggravata dall’attribuzione di un fatto determinato,” come a dire la defenestrazione di Pinelli), e in qualità di pubblico ufficiale è tenuto a dare ampia facoltà di prova.
È una querela che Balzelli si aspettava da tempo. Lui è incaricato di storia e critica del cinema all’Università di Firenze, e titolare della cattedra di teoria e tecnica delle comunicazioni di massa all’Accademia di Perugina, è biondo, alto, ha quarantatré anni, è diventato direttore di “Lotta Continua” quando Bellocchio vi dovette rinunciare. “Non m’importa di pagare di persona,” egli dichiara, “continuerò a firmare il giornale, e ad esserne il responsabile di fronte alla repressione.”
Basta che il commissario depositi la sua querela perché si ritorni a parlare con insistenza di una vicina se non imminente richiesta d’archiviazione dell’istruttoria da parte del PM: se così avvenisse, vuol dire che nessuno saprà mai cosa ha accertato il giudice, che la Procura della Repubblica non ritiene esistano elementi per procedere nell’istruttoria, che i1 PM avvalora la tesi del suicidio, che tutti quegli infiniti perché non troveranno mai risposta.
Può darsi che a dare un colpo d’acceleratore a questa decisione negativa sia proprio la querela sporta da Calabresi. Ed è abbastanza straordinario il fatto che, presentata il 15 aprile, a quasi un mese di distanza, la sua querela non sia ancora assegnata a nessun magistrato, ma continui a giacere sul tavolo del procuratore Enrico De Peppo, mentre tutti gli altri procedimenti che portano quella data sono stati da tempo assegnati al magistrato competente. Comunque una cosa è sicura: che “Lotta continua” cercherà di trasformare il processo per diffamazione in un’istruttoria pubblica sul caso Pinelli.
Come difensore Calabresi si sceglie l’eminente e costosissimo avvocato Michele Lener, che oltre ad aver difeso Felice Riva, l’ammiraglio Trizzino e Guareschi al tempo della querela di De Gasperi, al processo di Reggio Emilia ha difeso i poliziotti accusati di omicidio nei confronti di sette operai. Gli avvocati di Baldelli saranno invece Marcello Gentili, allievo di Pisapia e difensore dell’Isolotto” e Bianca Guidetti Serra, certo l’unica penalista donna a livello nazionale, che ha difeso alcuni imputati del processo Trimarchi, Bobbio e Viale del “Movimento studentesco” di Torino e Giorgio Bellocchio. Ambedue decisi a chiedere al tribunale di acquisire tutte le prove, di sentire tutti i testimoni, di elencare tutti gli clementi raccolti sulle circostanze relative al fermo e alla morte dell’anarchico, tentando così di chiarire, nei limiti del possibile, quanto in quella misteriosa notte di dicembre è avvenuto in questura. Proprio per questo processo, oltre che per tutti i processi politici in programma fra poco, in questo momento è teso e diviso l’ambiente di palazzo di giustizia.
Va poi notato che contro i numeri di “Lotta continua,” dal 14 gennaio in poi, esiste una quantità di altre denunce (sia da parte della questura di Torino, come da parte di quella di Milano; anche Allegra aveva presentato un esposto alla Procura per via di due numeri specialmente insolenti, ma è stato archiviato quasi subito), tutte affidate al sostituto procuratore, dottor Emilio Maria Guicciardi, un tipo di gentleman vagamente pomposo di origine valtellinese, buon sciatore di mezza età, il magistrato che ha rinviato a giudizio Bellocchio, noto anche perché quando non è in udienza, anche se sta nel suo studio a consultare documenti e a ricevere colleghi, è solito tenersi in testa il tocco nero col suo bel fiocco (teme le correnti d’aria, si saprà quando inizia il processo).
L’archiviazione, come si è detto, era nell’aria? Benissimo, il 21 maggio si materializza. È il PM dottor Caizzi a rompere i1 silenzio facendo sapere di aver chiesto l’archiviazione del caso “non ravvisando nei fatti gli estremi per un’azione penale,” e trasmette il fascicolo al giudice Amati.
Abbiamo detto che il ben ondulata PM è sornione di sguardo e di gesti? Non trova di meglio infatti che ricorrere a un trucchetto che però funziona: rende infatti nota la sua decisione il primo giorno di un lungo sciopero dei giornali, una bella settimana di silenzio della stampa di consumo quotidiano e così la decisione non la pubblica, non ha echi non fa clamore: finché, a sciopero ultimato, uscirà una notarella sbiadita, cinque righe al massimo per una notizia stantia, non più di attualità. Lo sciopero finisce, i malpensanti digeriscono la notizia senza far commenti o con un sospiro di sollievo: “be’, almeno non si sentirà più parlare di questa faccenda…”; quanto ai meglio orientati, si pensa che son stati lasciati all’oscuro un periodo di tempo sufficiente perché le loro reazioni risultino attutite.
Ma i giornali di sinistra cominciano a sparare la loro indignazione (“un epilogo, se la richiesta verrà accettata, scandaloso e inaccettabile, come le premesse e gli sviluppi dell’intero caso. Diciamolo pure: una bancarotta per la giustizia e le stesse forze dell’ordine”). E perfino il tiepido “Il Mondo,” che finora su questo quadrante non si è mai impegnato, accoglie un’intervista col bollente e inascoltato Dall’Ora. È avvenuto precisamente quello che lui temeva e che pochi giorni prima aveva scongiurato che non avvenisse.
“Sembra incredibile,” egli dichiara, “che in una città come Milano un individuo muoia nel cortile della questura, mentre avrebbe diritto al massimo della tutela, proprio perché il `fermato’ appartiene alla giustizia ed è in un certo senso un uomo pubblico. A questo punto non si potrà mai sapere perché Pinelli sia morto. Se le ricerche son durate tutti questi mesi, vuol dire che si trattava di indagini complesse: e quindi era il caso di aprire un’istruttoria formale.” E critica l’istruttoria e l’atteggiamento del PM che “avrebbe dovuta valutare l’opportunità di fare un processo, quanto più possibile alla luce del sole, e trasmettere gli atti al giudice istruttore.”
Alla domanda “se data la disparità nei tempi e nei modi seguiti nel caso Pinelli è possibile che siano intervenute preoccupazioni di carattere politico,” Dall’Ora risponde: “Il sospetto che nasce è che, più o meno consciamente, ci sia stata una tendenza ad evitare, come fatto sommamente inopportuno, che un ufficiale di polizia giudiziaria fosse in qualche modo coinvolto nella vicenda. Ora, questo è proprio il modo più efficace per incrementare i sospetti, e, certamente, il peggiore per tutelare l’onore e il prestigio della polizia giudiziaria.”
Mette in dubbio inoltre l’ipotesi, del suicidio, ribadisce che in Italia “il rapporto cittadino-giustizia/cittadino-polizia è da molto tempo un rapporto di sfiducia. Da una parte, il cittadino interpreta in maniera negativa il comportamento dell’autorità; dall’altra, il comportamento dell’ autorità pare fatto apposta per essere interpretato in maniera negativa. E allora si instaura fatalmente una relazione che assomiglia non tanto a quella che intercorre normalmente tra il cittadino e lo stato in un regime di diritto, ma a quella che intercorre tra il suddito e il potente… Ci si dovrebbe preoccupare sempre di evitare anche i sospetti infondati, di evitare perfino che i sospetti nascano. II sospetto, di per sé, è già un male.” La signora Pinelli parla poco, dice soltanto: “Caizzi non ha avuto coraggio.”
Insomma le ombre si moltiplicano con la richiesta d’archiviazione, “il caso Pinelli diventa un simbolo emblematico della crisi della giustizia e dell’intera società italiana,” dichiarano gli avvocati Smuraglia e Contestabile, che “si riservano comunque di battersi con ogni mezzo e con ogni strumento perché piena luce sia fatta sul drammatico episodio e sia data una risposta veramente seria all’opinione pubblica, ai cui pressanti interrogativi non è pensabile di poter rispondere con un provvedimento di trasmissione degli atti d’archiviazione.”
Con la bella pensata di Caizzi non si fa che rinfocolare dunque tutti i dubbi e gli inquietanti perché del caso, tanto si dà già per scontata la decisione del capo dei giudici istruttori, dottor Antonio Amati, responsabile della montatura organizzata ai danni di Braschi, Faccioli, Pulsinelli e Della Savia, e dell’insensata istruttoria dove sono ascoltati quasi con reverenza dei testimoni fabbricati dalla polizia. Così finisce nel “cimitero della giustizia” quello che è giustamente considerato uno dei casi giudiziari più torbidi e misteriosi degli ultimi anni.
Milano è tesa di nuovo, la campagna elettorale si sta svolgendo in un clima difficile. Sui muri della città ogni mattina appaiono nuove scritte che accusano la polizia e difendono Pinelli e Valpreda, anzi le targhe stradali in via Brera sono state cambiate: da una parte si legge “via Pinelli” e dall’altra: “via Valpreda”. Gli anarchici sono in agitazione e confessano agli amici di sentirsi isolati come in un ghetto. Anche una loro manifestazione, sciolta dalla polizia la sera del 23 maggio, è stata quasi un segno di patetica impotenza. Una manifestazione ch’era venuta dopo un affollatissimo dibattito di politici, avvocati e giornalisti riunitisi in massa nel pomeriggio di quel giorno al circolo Turati.
Presentando gli oratori, Carlo Ripa di Meana aveva cominciato col dire che “per noi il caso Pinelli non sarà mai archiviato: in un caso così non sono possibili il silenzio e l’oblio.” Poi era stato Ferruccio Parri ad aprire la discussione, sottolineando il fatto che, in coincidenza con le bombe del dicembre, è stata immediatamente costruita una verità ufficiale e ormai molto difficile da sgretolare, senza coinvolgere chi sta troppo in alto. “La magistratura insiste per la costruzione di una verità giudiziaria che salvi la polizia, perché la polizia è lo stato. Se si sgretola la polizia si sgretola lo stato che sta a Roma, coi suoi prefetti e coi suoi ministri, lo stato che ha funzione centrale, piramidale e figurarsi cosa succede se crolla.”
Mentre Corrado Stajano tra l’altro racconta come di recente ad Atene egli abbia cercato di incontrare Zerzetakis, il giudice istruttore che ha fatto luce sull’omicidio di Lambrakis e di cui si parla nel film “Z” Espulso dalla magistratura, oggi egli vive poveramente alla periferia della città. “Ebbene,” ha concluso il giornalista, “per ora in Italia ai magistrati aver coraggio costa molto meno.” Dopo un intervento dell’avvocato Luca Boneschi, che ricostruiva in chiave politica le innumerevoli contraddizioni della magistratura e della polizia applicate al caso Valpreda-Pinelli – una sequela di dati così incredibili da diventare sconvolgenti e che portano a due conclusioni: il non-suicidio di Pinelli e l’innocenza di Valpreda – aveva infine preso la parola l’avvocato Marcello Gentili, quello che difenderà Baldelli nel processo intentatogli da Calabresi. Messe subito in discussione le dichiarazioni del PM Caizzi, che all’atto di richiesta archiviazione ha definito la morte di Pinelli “un fatto del tutto accidentale” (“se la lingua italiana ha un senso,” ha sottolineato Gentili, “ciò significa che suicidio non c’è stato”), Gentili ha quindi proseguito dicendo che se Pinelli è morto, la prima volta in questura e la seconda con l’archiviazione, ora non deve morire per la terza volta. Cioè deve venir celebrato davanti ai giudici e al popolo il processo “Calabresi-Lotta continua,” perché almeno in questa occasione la gente possa sapere e giudicare.
Sono i giorni in cui, recandosi al lavoro, la vedova Pinelli trova i muri della metropolitana tappezzati con una fotografia fino allora inedita del marito. La sua testa avvolta nelle bende, e, sotto, il viso martoriato, chiazzato, graffiato. Una fotografia tremenda ma non agghiacciante. In quel viso c’è infatti qualcosa di composto e solenne, perché è come l’immagine di un martire, morto in nome di un ideale, che chiede giustizia.
Se, come è opinione corrente, il consigliere Amati depositerà il decreto d’archiviazione sul caso Pinelli, troverà anche lui un modo di far scivolar via la notizia in giorni morti, durante un lungo “ponte,” o in un’altra giornata di sciopero dei poligrafici, o addirittura quando gli italiani saranno distratti, immersi in quel grande mito contemporaneo che sono le vacanze? Probabilissimo, dicono gli scettici, staremo a vedere. Quasi certo, afferma la signora Licia, che vedo ogni tanto, una presenza perfino consolante, dato il suo lucido rigore, la sua dignità senza uguale, il sorriso spesso ironico, l’osservazione pertinente.
E gli scettici ci azzeccano: Amati trova anche lui il giorno più adatto per depositare il suo decreto d’archiviazione. Lo deposita infatti la sera di venerdì 3 luglio senza comunicare la notizia alla stampa, e così il sabato si evita il grosso titolo sui giornali (forse a fine settimana la gente parla di più?). Nessun resoconto neppure all’indomani, domenica, perché per fortunata combinazione, che è sempre la stessa, anche questo avvenimento lo si fa coincidere con lo sciopero dei poligrafici, e sabato 4 nel palazzo di giustizia non si trova nessun giornalista. I pessimisti avevano ragione: nelle cinquantacinque pagine di Amati non si fa che riportare gli accertamenti fati dal sostituto procuratore Caizzi; e questo, secondo lui, equivale a renderli pubblici; ma può anche significare che con ciò egli ha voluto evitare di pubblicare i testi originali con le loro contraddizioni e incertezze. Comunque anche lui sostiene che non esistono estremi per promuovere l’azione penale; ma dà anche per certo che Pinelli si é gettato dalla finestra, dopo aver saputo che Valpreda era stato arrestato. Sebbene scontato dai più, il decreto d’archiviazione rimane un fatto gravissimo. Vuol dire che la magistratura non intende nemmeno accertare quel modesto reato costituito dal comportamento colposo di chi aveva il dovere di sorvegliare Giuseppe Pinelli, un nulla in confronto a1 mistero della sua morte. Invece dà una mano alla questura e aiuta un bel po’ il Calabresi.
“Così, concludendo, ritiene in coscienza il giudice istruttore, che egli abbia potuto fare piena luce sul caso Pinelli e diradare quei dubbi e quei sospetti che il gruppo degli avvocati del PSI affermava e nutriva unitamente a tanta buona gente del popolo italiano…” Sono queste le tranquillizzanti parole con cui il consigliere Amati suggella l’ultima parte del suo fascicolo pronto per essere sepolto in archivio e, naturalmente, non si accorge che a lettura finita questa sua frase suona come la boutade di una farsa, la frase conclusiva di un protagonista che dell’intreccio ha capito ben poco. Basta scorrerlo anche in fretta, questo grigio fascicoletto, e una cosa salta subito agli occhi: non dirada i dubbi ma, come tutto quello che viene dall’alto in questa vicenda, invece di far luce, moltiplica le ombre e aumenta il buio e l’incertezza, mentre si aggroviglia la matassa, si infittiscono i nodi, saltano le maglie fra trama e ordito, si fa inestricabile la giungla delle contraddizioni, e continua a rimanere più che perplessa “tanta buona gente del popolo italiano.” (Nuova definizione dell’opinione pubblica.)
Non fa che convalidare infatti la tesi della polizia basandosi quasi esclusivamente sulla deposizione dei suoi funzionari; e la prima impressione, ma molto viva, che se ne ricava, è quella di leggere una comparsa, cioè uno scritto difensivo, contro il quale la più immediata reazione è il durissimo comunicato dell’indomani, a cura degli avvocati del Comitato di difesa e di lotta contro la repressione.
A parte il linguaggio gonfio e antiquato, a parte quel pomposo parlare curiale in terza persona, a parte che i testimoni a favore (Mario Magni e Mario Pozzi, i due che convalidarono l’alibi del Pinelli), si tende già a presentarli poco credibili in quanto “invalidi” o “vecchi pensionati, malfermi in salute” (come se i testimoni a favore dovessero essere soltanto giovani e sportivi), il documento trabocca di particolari saltati fuori soltanto adesso, mentre in alcune parti è gravemente lacunoso, in altre straripa di contraddizioni, inverosimiglianze, contrasti interni, goffi saltafossi.
E, a leggerlo, si prova un sentimento di pena profonda, di amaro sgomento. Se è vera infatti la teoria sostenuta qua dentro secondo la quale Pinelli si è tolto volontariamente la vita, da ogni riga risulta che è stato proprio il gioco crudele e ricattatorio dei funzionari di polizia a portarlo al malaugurato cedimento, cioè la loro sinistra insistenza nel dirgli una sequela di bugie intimidatorie. Questa anche la conclusione del giudice Amati che, disposto a riconoscere nel Pinelli un tipo ragionevole e mite, e nei suoi inquisitori la determinazione ad emettere notizie false e inventate lì per lì, finisce invece col condannare l’uno ed assolvere gli altri.
Ecco dunque le maggiori lacune. Silenzio sul fatto che Pinelli era stato fermato illegalmente e illegalmente trattenuto in questura dopo che i termini massimi del fermo erano largamente scaduti; nessun appunto ai metodi della polizia che intimidisce gli interrogati con accuse subdole, false e diffamatorie. Silenzio totale sulle dichiarazioni del questore Guida che smantellano l’intero documento, non smentite né da Allegra né da Calabresi.
Mancano poi nel decreto d’archiviazione alcuni importanti pezzi dell’istruttoria: tanto la parte della perizia che riguarda le mani intatte e quindi contrasta col salto volontario, come tutta la ricostruzione dinamica della caduta, duale il nesso di casualità fra le lesioni riportate e il tipo di tonfo dall’alto. Totale anche l’assenza dei documenti sequestrati alla Croce Bianca sull’orario della chiamata dell’autoambulauza, benché il lettighiere Peralda nel decreto dichiari d’esser stato sollecitato (precisamente dai vigili avvisati dai carabinieri a loro volta chiamati dalla questura) tra le 23,56 e le 23,58 (quando dai cronisti presenti e quindi dai giornali risulta che il volo è avvenuto qualche minuto dopo mezzanotte). Né Amati ha sentito il bisogno di interrogare chi materialmente eseguì la chiamata. Terzo buco: mancano il verbale di sopralluogo e il confronto tra Calabresi e Valitutti che figuravano invece nell’istruttoria Caizzi. Calabresi che dice d’esser uscito dalla stanza poco prima che Pinelli si gettasse, Valitutti che invece non lo vede passare, e sente uscir di là rumor di sedie smosse e di colluttazione, Calabresi che subito dopo gli dice: “Non capisco perché l’abbia fatto, lo stavamo interrogando scherzosamente su Valpreda.”
Molte e variate le novità. Per esempio Pinelli che a sentir l’autista di Calabresi, tale Oronzo Perrone, tenta già di uccidersi il giorno prima. (“Voleva aprire un po’ la finestra per via del fumo e nello stesso tempo di scatto si è slanciato verso questa cercando di aprirla. Io mi sono un po’ spaventato e l’ho bloccato, dicendogli che l’avrei aperta io come ho fatto.”) Ma è un tentativo di suicidio o soltanto un’impressione di Oronzo? E perché questo episodio non è stato raccontato subito per avvalorare il salto volontario? Se no da allora perché non hanno raddoppiato la sorveglianza? E soprattutto, se è vero questo primo tentativo, dove va a finire la tesi del subitaneo raptus? Clamorosa marcia indietro quindi circa le dichiarazioni caparbiamente rilasciate ad ogni livello di questurini e ad ogni persona che chiedesse (compreso il medico del Pronto Soccorso) dal 15 dicembre in poi: circa mezzanotte l’ora, l’ufficio di Calabresi il luogo, “Valpreda ha parlato!” l’annuncio di Calabresi, “È la fine dell’anarchia!” la risposta di Pinelli che “con uno scatto felino” si slancia dalla finestra.
Perché adesso, alla distanza di sei mesi, il luogo e l’orario non son più gli stessi. In questo documento infatti, come se niente fosse, Calabresi dichiara che la frase su Valpreda, cioè quel trucco poliziesco di sapore fumettistico grossolano e scoperto, lui l’ha detta a Pinelli verso le otto; che, sentendola, Pinelli si turba ed esce in quella tale esclamazione ma non si butta a capofitto (sono appena le otto), e si riprende per raccontare i suoi non buoni rapporti col ballerino, così il suo raptus avverrà a scoppio ritardato.
Mentre poi il brigadiere Vito Panessa, campione nel dir le cose sbagliate nel momento sbagliato, ripeterà ad Amati la primitiva versione corale (è mezzanotte, Calabresi dice la sua bugia, Pinelli grida la sua delusione saltando dalla finestra e Panessa si sforza invano di trattenerlo), quindi, in una successiva deposizione sempre dello stesso giorno, dirà quella che hanno detto gli altri ma, avendo capito poco le indispensabili istruzioni d’emergenza, interrogato per la terza volta si esprimerà in modo sibillino, come dire: “Ho fatto sì certe ammissioni, naturalmente le confermo, però adesso le cambio.”
Il perché di questa retrocessione dell’ora sottolineata anche dal brigadiere Caracuta, sulle prime non si riesce ad afferrare. (Andava così bene quel nome di dinamitardo buttato là, verso mezzanotte, e quella tremenda delusione che spinge al gran salto.) Ma basta riflettere un attimo e tutto si fa chiaro. Siccome la frase sarebbe stata detta in seguito a una contestazione, e siccome la contestazione non poteva farla che Calabresi, se di mezzanotte e del suo ufficio si tratta, lui rimane inchiodato sulla scena, a un passo dalla finestra, e al preciso momento del salto; circostanza dalla quale ora decisamente rifugge. (Specialmente da quando in questura si è diffusa la voce che i fermati lo chiamavano familiarmente “comm. Finestra.”)
Quale allora, secondo Amati, la determinante del suicidio di Pinelli, se non è la falsa dichiarazione su Valpreda? È un altro ingiustificato saltafosso, questa volta ad opera del capo dell’ufficio politico, Antonino Allegra. “Io sono intervenuto solo dopo le 23,” egli dice esprimendosi in un linguaggio che non brilla per finezza, “quando entrai nell’ufficio di Calabresi, dissi al Pinelli: `Lei ci ha preso per il sedere,’ ” intendendo con questo che l’anarchico gli aveva mentito dichiarandosi estraneo agli attentati della fine del ’68. Gli chiese inoltre quanti fossero a Milano i ferrovieri anarchici, e quando Pinelli rispose che lui era il solo, “sulle basi di una notizia confidenziale,” Allegra concluse: “Allora è stato lei a mettere le bombe alla stazione centrale.” Sorriso di Pinelli, codicillo di Allegra: “Stia tranquillo che le porterò le prove” (in base certamente a un’altra soffiata), quindi uscita di Allegra e, chi sa perché, tonfo di Pinelli.
Si sorvoli ora sul contrasto fra questa deposizione e le dichiarazioni del questore Guida nella notte fatale, tra la sua affermazione: “naturalmente non si è verbalizzato niente” (detta anche all’on. Malagugini) e quei tre verbali che compaiono oggi, due dei quali firmati dal Pinelli; e poi quell’altra contraddizione interna che riguarda la finestra socchiusa per un attimo (prima versione), e socchiusa da due ore (“per permettere il cambio dell’aria,” dice oggi Calabresi), per arrivare alle motivazioni che Amati dà del suicidio.
Certo in preda a “chok intimo” (scritto proprio così) per la falsa confessione del Valpreda (ma, veterano in fatto di interrogatori in questura, Pinelli ormai conosceva bene Calabresi e i suoi metodi); per il crollo del suo alibi (che non era crollato); per l’accusa fattagli da Allegra e da lui accolta sorridendo (“quando mai si era parlato di una responsabilità di Pinelli nel caso della complicata e lunga istruttoria contro gli attuali detenuti?” si chiede piccato il giudice Amati che ha condotto così brillantemente l’istruttoria permettendosi di criticare l’inframmettenza del capo della Politica); per l’angoscioso timore di perdere la stima dei superiori perché proprio lui ferroviere mette le bombe alle ferrovie (ma se non si è mai sognato di metterle!); e per quell’altra grossa paura di perdere il posto (timore caso mai originato dalla bugia che gli aveva fatto dire Calabresi secondo la quale in quei giorni al lavoro non ci andava perché malato in un primo tempo, perché fermato in questura in un secondo); allora, “dopo l’uscita del dottor Calabresi, valutato il pro e il contro della sua posizione, decise di farla finita.” (Ma quali pro e contro?)
Queste tutte le cause sussiegosamente prodotte da Amati come se fossero vere. (Il sugo è invece: “Pinelli si è ucciso perché si è ucciso.”) Né qui si elencano, per un senso di rispetto verso chi in circostanze così oscure e nel fiore degli anni ha perso la vita, tutte le nozioni di psicologia spicciola e di psicanalisi da fumetto di cui fa sfoggio il giudice, ricorrendo a testi italiani e francesi, pubblicati da studiosi che conosce soltanto lui, intorno al 1928 o ’32, per spiegare una volta di più il suicidio di Pinelli. Tutto un susseguirsi di “come annota il De Fleury, così aggiunge 1’Altavilla e sottolinea anche il Brissaud,” tutto uno studio approssimativo che, elencando i vari tipi di persone che hanno tentato il suicidio e rinchiuse nei manicomi, distingue fra suicidio ed idea fissa, suicidio ossessivo e suicidio impulsivo ed automatico. Per decidere che forse Pinelli apparteneva a chi questo atto lo compie “nell’indifferenza sorridente dell’impulsivo.” (“Questi deve essere spesso assicurato perfino con collare, per evitare che si morda, mentre non rileva alcuna sofferenza; eppure, lasciato libero, può spaccarsi improvvisamente il cranio o lanciarsi dall’alto, quasi che una furia distruttrice ghermisse od azionasse, alla sua insaputa, i suoi muscoli. Il suo gesto non germina quindi dal delirio,
perché è il logico prodotto di un motivo irreale, ma è la espressione di una scarica nervosa motoria, che dissocia il movimento da ogni elemento di coscienza.”) Dunque, per chi non lo sapeva né poteva immaginarselo, secondo Amati, il gesto di Pinelli non è germinato dal delirio, ma la furia distruttrice ha ghermito i suoi muscoli.
Proprio il caso di Pinelli, sembra commentare il giudice improvvisatosi psichiatra. Ma c’è una differenza: che Pinelli non era rinchiuso in un manicomio, ma in una stanza della questura di Milano. “Fosse stato in manicomio (diretto naturalmente da un tipo come 1’Altavilla),” scrisse con amara ironia Giorgio Manzini su “Astrolabio,” “lo avrebbero almeno assicurato con un collare e non sarebbe successo nulla.”
Una nota finale: dato il nulla assoluto a carico di Pinelli che emerge dalla lunga istruttoria, lì dentro si vuol forse sottolineare una frattura fra Allegra e Calabresi (da una parte il meridionale di tipo borbonico, questurino all’antica e dall’altra lo scattante Calabresi che è capace anche di frequentare i contestatori). Amati sostiene Calabresi e il suo scudiero Panessa, mentre mette in luce meno benevola Allegra (non bisogna dimenticare che Calabresi è l’uomo che ha eseguito i mandati di cattura di Amati e lo ha abilmente aiutato a intorbidire le acque di quella caotica istruttoria sugli anarchici, interrogando la Zublena, teste incredibile e crollata al dibattito, sulla quale si fondava tutta l’accusa).
Totale il discredito che un documento del genere getta tanto sulla magistratura (le sue plateali deduzioni, i pezzi mancanti della precedente istruttoria, gli interrogatori e i confronti dimenticati), quanto sulla polizia. Tutte in contraddizione fra loro le deposizioni di agenti e funzionari; e tutte diverse da quelle famose dichiarazioni fatte a botta calda e a versione frettolosamente concordata dal questore mendace.
Sconcertante inoltre, per puntellare la versione della polizia, secondo cui il Pinelli al momento della caduta era in perfette condizioni e non già incosciente, 1’affermazione del tenente Lo Grano che avrebbe udito Pinelli, dopo il volo dal quarto piano, esclamare: “Ah, che dolore! Sto male, sto male!”, quando altri testimoni (Palumbo, Peralda e Mancia; affermano che Pinelli rantolava senza proferire parola. Contraddizioni che salteranno fuori ad una ad una al processo, ma sulle quali Amati non si sogna nemmeno di soffermarsi, magari leggermente interdetto. Scagiona gli indiziati sulla base delle loro stesse dichiarazioni, senza indagare sui legami tra l’episodio Pinelli e gli attentati del 12 dicembre. Ultima domanda: come mai il giudice Amati non ha ritenuto di dover riprendere la tesi di Caizzi che, pur chiedendo l’archiviazione, aveva concluso per “una morte accidentale”? Il caso dunque rimane aperto.
Ma non per il consigliere istruttore che, tutto pomposo, si mette la coscienza a posto con la sua perorazione finale. “Vuole aggiungere [sempre lui] che la Giustizia è uguale per tutti e la Legge va applicata nei confronti di chicchessia, inesorabilmente: che, ove un solo dubbio avesse nutrito sulle cause della morte del Pinelli, non avrebbe certamente omesso di far ricorso ai mezzi consentitigli dalla Legge processuale penale incriminando chiunque si fosse reso colpevole di un delitto terribile, forse peggiore della strage di piazza Fontana, perché il Pinelli era un fermato inerme, che, di fronte alla violenza, non avrebbe potuto opporre la minima resistenza e nessuna difesa, e quindi il delitto sarebbe stato ancora più abominevole e turpe.”
Già, peccato che almeno un dubbio sulla fine del Pinelli non gli abbia mai sfiorato la mente, e che, non indagando a dovere, egli non abbia potuto far ricorso a quei tali mezzi consentitigli dalla Legge processuale penale.
Comincia appena l’estate, il giudice Amati sta per partire per le vacanze, mentre Caizzi tarda qualche giorno. Ma per questo sua ritardo c’è una ragione ben precisa, una delle solite ragioni suggerite dalla prudenza che dimostrano gli alti papaveri a un certo riguardo. E se ancora qualcuno avesse dei dubbi su come il mistero circa la fine di Pinelli, con tutto quell’alternarsi di inverosimiglianze, zone oscure e silenzi improvvisi continui ad appassionare l’opinione pubblica, basterebbe fargli notare una volta di più da quante cautele sono circondate al loro apparire le notizie che a questo proposito ufficialmente opacizzano, ritardano e insabbiano.
Ma cosa mai si può ancora insabbiare in questa vicenda? Ci risponde Caizzi che tarda un po’ ad andare al mare per andarci a cuor leggero di lì a poco. Il 15 luglio nessuno va più in tribunale perché finiscono le udienze, ed ecco che il guardingo PM (e par di vederlo, coi suoi gesti aggraziati da gran gattone sul grigio-blu) il giorno 17 vi deposita quasi clandestinamente un’altra richiesta d’archiviazione. Precisamente quella che riguarda la querela per diffamazione dei familiari Pinelli contro il questore Marcello Guida. Il che vuol dire che solo a distanza di due mesi diventerà pubblica la richiesta d’assoluzione per chi, subito dopo la morte dell’anarchico, lo ha dichiarato complice degli assassini di piazza Fontana, anzi così implicato da arrivare al suicidio.
Richiesta ingiusta e che, nonostante l’attuale clima di sfiducia verso la magistratura, ben pochi si aspettano, anche fra gli addetti ai lavori. Dato che da anni in Italia si stanno smarrendo i margini di autonomia tra magistratura e potere esecutivo e burocratico, è chiaro che un organo di stato come il PM non può andare contro un altro organo di stato, cioè contro il questore (benché qualche tempo prima si fosse arrivati all’incriminazione di uno di loro, cioè di Grappone). Erano quindi pochissimi quelli che, congetturando sulla conclusione della querela, vedevano Guida incriminato, mentre i più avevano fatto un’altra previsione, ugualmente ingiusta ma più accomodante: che, sopprimendo qualche aggravante, si cercasse di far passare Guida fra le maglie dell’amnistia.
Invece ora se ne chiede la completa assoluzione, rendendo perplessa una volta di più la gente; e siamo così arrivati al mese di settembre e all’appello redatto da uomini di cultura (per lo più professori universitari) ed esponenti politici democratici per protestare contro tutte queste chiusure, per sollecitare la ripresa di un aperto dibattito su tutta la questione. I firmatari sono Marino Berengo, Elvio Fachinelli, Lucio Gambi, Giovanni Giolitti, Giulio A. Maccacaro, Cesare Musatti, Enzo Paci, Carlo Salinari, Vladimiro Scatturin, Mario Spinella: l’appello pubblicato sull’ “Espresso” suona così:
Pino Pinelli, ferroviere, è morto nella notte tra il 15 e 16 dicembre 1969, precipitando da una finestra della questura di Milano. Non sappiamo come. Sappiamo soltanto che era innocente.
Marcello Guida, questore, nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969, aggrediva Pinelli con accuse infamanti, ne dichiarava caduti gli alibi, lo definiva ormai preso dalla legge, ne annunciava la morte come una confessione. Non sappiamo perché. Sappiamo soltanto che mentiva.
Rosa Malacarne, madre, e Licia Rognini, moglie di Pino, il 27 dicembre 1969 hanno chiesto alla giustizia di far luce su quella morte e verità su quelle parole, credevano che almeno questo fosse dovuto alla memoria di Giuseppe Pinelli e all’avvenire delle sue bambine. Non sapevano che la giustizia glielo avrebbe negato. Perché Giovanni Caizzi, procuratore della repubblica, ha chiesto e ottenuto l’archiviazione dell’inchiesta del ferroviere? Ora chiede 1’assoluzione per le diffamanti parole del questore. Dobbiamo rispetto al magistrato, ma non possiamo non attribuirgli la stessa responsabilità di chi ha ucciso un’altra volta Giuseppe Pinelli inchiodandone il ricordo a colpe che non aveva commesso, e la responsabilità, abbastanza grave, di chi uccide in noi la fiducia in una giustizia che non è più tale quando non può riconoscersi in essa la coscienza dei cittadini.
A questa coscienza facciamo appello perché levi alta la sua voce. La voce di quanti intendono che chiedere oggi la verità per Pinelli significa difendere quei valori, senza i quali, domani, la nostra società non potrà più dirsi civile e la nostra repubblica democratica.

D’altra parte non c’è bisogno d’essere particolarmente scettici per considerare un fatto come questo di ordinaria amministrazione. Oltretutto non si sottolinea mai abbastanza con quanta regolarità tanto nell’affare Pinelli quanto nell’altro “giallo” ad esso collegato, ogni volta che uno spiraglio si apre (una persona che parla, una testimonianza che vale, un’ipotesi che attrae), si mette subito in moto un meccanismo di chiusura (cambiano le deposizioni, i verbali non ci sono, la perizia é segreta, il caso é archiviato).
L’ultimo esempio? Non a caso la richiesta d’assoluzione per il questore precede di poco il processo intentato dal commissario Luigi Calabresi contro il direttore di “Lotta continua,” professor Pio Baldelli. È un processo in cui molti discorsi si dovranno riaprire: ebbene, più se ne chiudono prima e meglio è, e benissimo se a un certo punto calano saracinesche da ogni parte. Quando il processo sta per cominciare, infatti, è già archiviata la parte concernente il suicidio e adesso si chiude anche quella che riguarda “le imprudenze” verbali del questore (gravissime dato il momento in cui son state fatte e il peso che hanno avuto sull’opinione pubblica e sul dibattito politico).
Siamo alla vigilia dell’apertura (la prima udienza è fissata per il 9 ottobre), è un processo ben diverso da tanti altri, perché intende essere soprattutto un atto di accusa
tanto contro i ruoli che ha avuto la polizia nelle vicende seguite all’autunno, come contro la magistratura che ne ha continuamente coperte le prevaricazioni e anche contro i partiti politici, nessuno dei quali si è impegnato a fondo per ottenere giustizia.
Si sa per ora che si aprirà alla prima sezione penale, presieduta dal giudice Carlo Biotti, un magistrato d’antico stampo, un temporeggiatore coi baffi bianchi, proprio il tipo di giudice distinto dei film italiani, moderato in tutto fuorché nella sua passione che è il calcio (è consigliere del Milan); PM sarà Emilio Guicciardi, quella tal faccia da ritratto di antenato, che si occupa quasi sempre di reati d’opinione per rinviarli a giudizio.
Due i difensori di Baldelli: l’avvocato Marcello Gentili, che dal 18 dicembre ’69 segue con ardore il caso Pinelli, alto, magro, con gli occhi turchini, estremamente partecipe, dai modi cortesi, e la logica ferrea, e Bianca Guidetti Serra, che, insieme, formano un duo a corrente alternata di garbo insinuante e di aggressiva secchezza. Quanto a Calabresi, da un pezzo si sa che s’è scelto Lener, difensore dei ministeri e delle cause collegate al potere. Imprudentemente nell’articolo per l’Espresso che inquadrava il dibattimento (settembre ’70) l’avevo descritto d’eloquenza ottocentesca, spesso aggressivo, qualche volta rissoso, d’aspetto un po’ “lugubre.” (Senza rendermi conto che avrei potuto insistere senza offenderlo sulla sua parlata démodé e sul suo carattere ringhioso, ma, essendo lui napoletano, non avrei mai dovuto definirlo “un po’ lugubre d’aspetto.” Da quel giorno infatti mi votò un’antipatia quasi fisicamente avvertibile; e come si vedrà, non mi risparmierà poi le sue velenose frecciate.) Da allora non mi rivolse mai il saluto, anzi girava la testa al mio arrivo. Io avevo voluto soltanto dire che, così severo, accigliato, l’occhio costantemente malcontento e la bocca in giù, non era fatto per metter di buonumore il suo prossimo.
Son calate quelle tali paratie, si è detto, ma pare difficile che in un processo del genere non venga di nuovo a galla tutto 1’iter della tragica notte, ed è per ciò che la causa è importante. È certo che si discuterà su tutto quanto non è mai stato pubblicamente discusso, a partire dal fatto che la notte del 15 Pinelli non avrebbe dovuto essere in questura perché il suo fermo era illegittimo; e insieme su tutte le incongruenze e le lacune che affollano il decreto d’archiviazione oltre alle provocazioni, alle contraddizioni e alle bugie degli interroganti, alla retrocessione dell’ora, alla mancanza di verbali, al mistero di quel segno d’agopuntura nel gomito sinistro, quindi avanti con decine di altri interrogativi che scottano; perché, nel decreto d’archiviazione, mancano alcuni pezzi dell’istruttoria a proposito di perizie, sopralluoghi e confronti, perché l’autista di Calabresi ha aspettato tanto a dire che secondo lui Pinelli il giorno prima aveva già tentato di uccidersi?
Per forza dunque si dovrà parlare dei fatti che, con le archiviazioni, si vogliono considerar fuori gioco. A meno che, in vena di nuove chiusure, il tribunale non intenda usare una giurisprudenza diversa, limitando l’ambito delle indagini; cosa gravissima, e che finora nei processi per diffamazione a Milano non è mai avvenuta.
Vigilia del processo. Ora si sa una notizia in più sulla composizione del tribunale, e non è positiva. Della prima sezione penale che giudicherà Pio Baldelli doveva far parte, insieme al presidente Biotti e al giudice Flavia, anche il dottor Domenico Pulitanò, che però ha un torto dei più gravi per ambire a quel posto. È uno degli elementi di punta di “Magistratura democratica”; in più ebbe a suo tempo il coraggio di affermare che nel corso degli incidenti di via Larga (morte dell’agente Annarumma) fu la polizia a caricare e senza nessun motivo. (Il dottor Pulitanò era presente ai “fatti del Lirico.”) E’ dunque un magistrato dei più scomodi, si sa che è polemico, lo si immagina pignolo, potrebbe funzionare da controllo, essere una spina nel fianco del collegio giudicante, dare alla sentenza “un tono particolare.”
Come permettere che un tipo così dica la sua a un processo del genere? Ed eccolo sostituito con la dottoressa Pia Cardona, una giovane donna che esercita la professione di giudice da un anno e mezzo, che proprio quest’anno ha avuto il suo primo bambino, e quindi il suo stato di servizio si riduce a pochi mesi d’attività. La parte democratica del palazzo di giustizia non esita a parlare di discriminazione politica, dando già per scontato l’esito del processo. Sarà un gran polverone, si ama ripetere, saranno riaccese le polemiche, ne verrà certo una maggior sensibilizzazione dell’opinione pubblica (proprio da qualche settimana la gente si pigia al film Un cittadino al di sopra di ogni sospetto e “Lotta continua” ha già accostato la biografia di Calabresi a quella del commissario biecamente tratteggiata da Gianmaria Volonté). Sono tanti inoltre che in Il re buono di Ugoberto Alfassio Grimaldi hanno letto del suicidio giù da un ballatoio della questura dell’anarchico Romeo Frezzi nel 1897. Suicidio rivelatosi infondato: infatti la perizia di un medico coraggioso aveva accertato che l’avevano ucciso. E molti occhi distratti sono stati snebbiati da due altri libri interessanti: tanto da Le bombe di Milano, ricco di testimonianze di giornalisti di più di una testata borghese sull’autunno caldo, le bombe e i casi Valpreda e Pinelli, come da La strage di stato, una vasta e minuziosissima controinchiesta a cura di un gruppo di militanti della sinistra extraparlamentare. Ci saran magari anche momenti di febbrile tensione, ma son poche le speranze. Quel che è stato detto sul caso è stato detto, inutile sperare che qualcuno dei protagonisti della notte di dicembre, il coordinatore, il commissario efficiente, gli agenti goffi, picchiatori e smemorati, come si dice a Milano “si mettano una mano alla coscienza.” Sarà sempre più difficile riuscire a sapere come mai, estraneo com’era ai fatti, Pinelli si trovasse in questura la sera del 12 dicembre, perché era stato illegittimamente privato della sua libertà, illegittimamente trattenuto, qual era la sua funzione presso la polizia in quei tre giorni in cui gli inquirenti giravano a vuoto; come mai, robusto di fisico e sano di mente, è morto solo tra decine d’agenti, quando non aveva più scelta tra il rimanere e l’andarsene.
Saltan subito agli occhi le clamorose disparità, il patente squilibrio tra le parti in causa: Baldelli processato per aver lasciato scrivere che Calabresi è un assassino, e Calabresi invece che si presenta in aula praticamente già assolto da questa imputazione (nel famoso decreto all’archivio non si sostiene forse la tesi del suicidio da raptus?) e anche perché dopo aver additato nel Pinelli un complice degli assassini di piazza Fontana, il questore di Milano sta per essere assolto senza processo dall’accusa di diffamazione. Proprio in questi giorni viene trasferito da Milano e messo a disposizione dei ministero degli Interni: non è pensabile infatti che continui a stare in via Fatebenefratelli, mentre tutt’intorno a palazzo di giustizia, durante il processo si son schierate le forze dell’ordine che ha sempre comandato lui e dentro non si farà che deplorare il suo operato nella notte del 12. Non a caso infine, la vigilia dell’udienza di apertura, è stata resa pubblica l’incriminazione di Generoso Petiella, il segretario generale di “Magistratura democratica.” Comunque, sempre alla vigilia, torna a farsi sentire la voce dell’ala sinistra intellettuale. Quattro medici e psicologi (Renato Boeri, Elvio Fachinelli, Giovanni Jervis, Giulio A. Maccacaro) firmano e mandano ai giornali il documento dal titolo Pinelli: una morte inaccettabile (esame critico del procedimento d’archiviazione) che verrà poi pubblicato parzialmente sull’ “Espresso” e intero su “Astrolabio,” un lucidissimo scritto in cui si rilevano con ironico spicco tutte le bolsaggini e le false conclusioni dei famosi fascicoli di Caizzi ed Amati, e dove si attacca inoltre l’incompletezza della perizia medico-legale, fatta a Pinelli subito dopo la morte, dai professori Luvoni, Falzi e Mangili.
Di questa incompletezza il primo responsabile è Caizzi che ai periti per prima cosa chiede precisamente se “le lesioni riscontrate nel corso dell’autopsia siano compatibili con le modalità di precipitazione prospettate in atti e se siano state riscontrate lesioni di altro tipo, precisandone l’eziologia.”
Vuol sapere dunque se le lesioni sono compatibili col tipo di caduta descritta da funzionari ed agenti di polizia, al che “i periti fanno il loro mestiere, a volte triste mestiere, e a domanda rispondono come vuole la legge. `A domanda sapiente, risposta accorta’ e sillogismo conseguente. Primo: in taluni casi le lesioni da precipitazione sono dovute a suicidio, secondo, Pinelli presenta queste lesioni; terzo, ecco che Pinelli si è suicidato. (Mentre trattati medico-legali contemporanei, debitamente citati, distinguono tutti i tipi di precipitazione, propongono sopralluoghi, ispezioni in loco e la conoscenza precisa di tutte le altre circostanze precedenti la caduta “per decidere se si tratta di suicidio, disgrazia o omicidio.”)
I cinque medici contestano quindi altre parti della perizia, deplorando che “di quella tal area grossolanamente o volare sulla superficie posteriore del torace, alla base del collo,” non si dia alcuna spiegazione particolare, benché, come lesione, sia diversa da tutte le altre riproponendo quindi il problema della modalità contusiva che l’ha indotta.”
Mentre i medici stilano il loro documento, sempre alla vigilia del processo, un bel numero di giornalisti milanesi e romani mandano per conoscenza il loro alla prima sezione del tribunale. Essi “rivolgono un appello alla magistratura invocando che sia fatta piena luce sulla morte di Pinelli, sottolineando che finora nessuna risposta è stata data a tutti i dubbi del caso, ormai fatti propri dalla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica.” Una volta di più si vuol sapere come e perché è morto Giuseppe Pinelli, si è convinti che questa sia l’unica strada non solo per render giustizia a un galantuomo e alla sua famiglia, ma anche per fare un reale passo avanti nell’indagine sulle responsabilità degli attentati di dicembre.
E non son da meno quarantatrè gruppi redazionali di riviste politiche e culturali che anche loro prendono posizione nell’imminenza del dibattimento: Sicure che Pinelli non si è suicidato, tutte queste riviste (comuniste, socialiste, cattoliche) sono portate a considerare questo processo un fatto politico di ampie proporzioni che “al di là della diversità di linea politica e di atteggiamento delle riviste sottoscriventi rispetto al giornale `Lotta continua,’ reclamano più di una semplice solidarietà con un giornalista colpito nell’esercizio delle sue funzioni direttoriali in virtù della legge vigente.” Esigono anche loro che “sia fatta piena luce sulla morte dell’anarchico, risalendo alle più ampie responsabilità connesse con gli attentati di Milano e di Roma: dichiarano che finché non verranno date esaurienti spiegazioni sulle numerose infrazioni alle procedure stabilite dalla legge, continueranno ad additare alla pubblica opinione gli uffici inquirenti come responsabili dei gravi dubbi e incertezze che gravano sui fatti, riservandosi altresì ogni possibile iniziativa per chiarire gli aspetti oscuri e conturbanti degli avvenimenti di Milano e di Roma nel dicembre 1969.”
“Che sia fatta piena luce,” è la frase che si legge e si sente ripetere .più spesso. E la ripete anche il PM Guicciardi il 9 mattina, ad apertura di processo, quando è ancora tutto morbido e accattivante. Per assicurare che vuol far luce anche lui, cita la rigida educazione ricevuta dal padre e dal nonno; uomini per cui la verità era sacra. Si vuol luce piena, verità, giustizia per quell’assente che egli, addirittura commosso, commemora (giusto che Guida stia facendo i bagagli), descrivendolo: “un uomo mitissimo, un idealista, alieno dalla violenza, di cuore onesto e mani pulite.” (Anche nell’istruttoria Valpreda il giudice Occorsio lo ha già definito al di sopra e al di fuori di qualsiasi sospetto.)
Giustizia sarà dunque la parola che qui dentro echeggerà più spesso, ed eccola in persona, di spropositate proporzioni e assai poco convinta quanto a espressione, che appare nell’affresco sovrastante la corte, mentre col suo mantello ripara un gruppetto di diseredati. Né ispira di più quell’altra enorme statua che sta ritta in cortile. Ha la faccia dell’Italia sui francobolli, l’hanno scolpita in tempo fascista, e francamente, con quella spada e quel rotolo della legge branditi sopra il suo peplo, non promette niente di buono.
Il 9 ottobre comincia a svolgersi quel rituale a cui dovrò assistere per mesi: seduti i giornalisti e gli avvocati, che leggono, scrivono, chiacchierano; tutti in piedi, perché sta entrando la corte; campanello; cenno di saluto da parte del presidente; tutti seduti di nuovo i privilegiati (sempre in piedi invece e assiepato là in fondo dietro lo steccato un pubblico intenso ed estremamente partecipe, mentre nello spazio dei privilegiati stanno anche degli uomini in nocciola o verdino, ci sono poliziotti in borghese tutti tesi in una spasmodica attenzione a sentire cosa si dice in giro e cosa esce dalla bocca dei loro colleghi). E svolazzano le toghe, si increspano gli jabots, scricchiola la penna del cancelliere, ronza in un angolo il registratore.
Ma cosa mai sta succedendo nella zona di porta Vittoria? si chiedono i cittadini distratti, visto che intorno al palazzo di giustizia e in tutte le strade adiacenti par che ci siano le grandi manovre: file di gipponi, agenti in uniforme d’attacco e difesa (borsa coi candelotti, manganello, scudo ed elmo con visiera), decine e decine di autopompe “sufficienti,” come scrive Guido Nozzoli, “a irrigare tutta la Bassa.” Sono tutti in assetto di guerra per l’inizio del processo. E nemmeno dentro si scherza: cordoni dovunque al punto che il grigio del palazzo è diventato grigioverde. Prima di entrare in aula si vede un carabiniere che stacca da una colonna un manifesto con la testa di un criminale, baffetti alla Hitler e svastica in fronte. “WANTED” c’è scritto sopra, e sotto si spiega quale sarà la somma in dollari che si guadagnerà chi cattura vivo o morto Calabresi. Per strada e nei corridoi si accalca una quantità di anarchici e di studenti che non hanno trovato posto nell’aula.
In prima fila nel pubblico vedo una vecchia conoscenza, dall’occhio cerulo, la faccia triste e un po’ spiegazzata: è Rachele Torri, zia di Valpreda che vuol vedere bene in faccia chi, a un’ora e mezzo dalla strage, ha fatto per primo il nome di suo nipote; seduta su una panchetta impassibile e composta come al solito la signora Pinelli, e accanto il suocero, col bottoncino d’invalido all’occhiello. In maglione e colletto celeste aperto che spunta fuori, quel gran Sigfrido umbro che è l’imputato Baldelli, di madre finlandese e buon passato di lanciatore del disco, autore della dichiarazione che leggerà all’inizio dell’udienza.
Dichiara di non aver partecipato in alcun modo alla redazione degli articoli su Pinelli e la sua morte, ma di esser d’accordo sulla posizione assunta dal giornale. Ecco tutti i motivi per cui non crede nemmeno lui al suicidio (e li elenca tutti), ecco la particolare situazione politica italiana che ha determinato e poi avallato tale versione. “Mi trovo dunque qui, al rendiconto del tribunale, perché sono persuaso che l’intellettuale, insegnante o scienziato o giudice o prete o altro che sia, possa essere utile oggi alla causa del proletariato, e quindi alla causa della giustizia, solo riconoscendo l’identità della sua situazione con quella delle classi oppresse e impegnando la sua coscienza civile ad analizzare questa situazione di violenza quotidiana e a partecipare alla sua trasformazione rivoluzionaria.” Gli avvocati si conoscono già: la toga sta benissimo a Marcello Gentili e Bianca Guidetti Serra, fautori del processo-verità, massimo approfondimento e maggior numero possibile di testi; scende invece a mezza schiena all’avvocato Lener dal cranio nudo color burro, che, in seguito a un incidente, cammina appoggiandosi a due bastonistampelle; gli sta sempre a fianco il suo giovane di studio Giuseppe Melzi che gli porta la borsa e gli porge i documenti; e Lener pare il più tranquillo di tutti, quasi già sappia come andrà a finire la faccenda e dia tutto per scontato.
Ventidue sono i testimoni citati dalla parte civile, in prevalenza funzionari della questura: altrettanti quelli della difesa (addetti alla Croce Bianca, giornalisti; anarchici, amici e parenti di Pinelli, il Valitutti, il medico di guardia, l’on. Malagugini, i due detenuti Faccioli e Braschi, competenti in violenze subite in questura, Nino Sottosanti che fece colazione in casa Pinelli la mattina del 12 dicembre e poi se n’andò a incassar un assegno della “Croce Nera,” il questore Guida): La difesa chiede anche di acquisire gli interrogatori resi dal tassista Rolandi e dal professor Paulucci durante l’inchiesta sulla strage di Milano. Tutti e quarantaquattro vengono ammessi dalla Corte, benché Lener si riservi di controllare la “pertinenza” di ognuno.
Pare proprio che la partenza sia buona, e all’insegna del più conciliante fair-play. Il dato eccezionale di questo processo è subito colto da Gentili, che, parlando di “cittadini consapevoli” da cui sono arrivate indicazioni utili sulla morte dell’anarchico, conclude: “Di solito sono i cittadini che si rivolgono alla questura per risolvere un delitto: qui, per risolvere un delitto, proprio loro hanno raccolto dei dati contro la questura.” La prima ironica risata, chi l’avrebbe mai detto, la strappa, naturalmente senza volerlo, proprio Lener l’arcigno, perché, opponendosi all’acquisizione degli atti che hanno portato all’archiviazione, esce in una battuta delle più infelici: “Non si può far entrare dalla finestra quel che è già uscito dalla porta.” E parlare di chi entra dalla finestra in un processo montato su uno che ne è uscito con violenza, e probabilmente non di sua iniziativa, suscita sì il riso, ma anche una salva di fischi.
È quando comincia a parlare Baldelli che dai corridoi arrivan rumori di corse e inseguimenti, prima si sente cantare, poi urlare. Sono gli anarchici e gli studenti che non sono riusciti ad entrare in aula, e fuori dalla porta cantano l’Internazionale e La ballata del Pinelli, o scandiscono slogan contro Calabresi, finché il vicequestore Luigi Vittoria, il più cremisi quanto a colorito, fra tutti i funzionari della Politica, che fuori e dentro dirige il servizio d’ordine, decide di allontanare i disturbatori, e li allontana coi suoi soliti modi bruschi, non proprio una carica, ma una caccia serrata ai riottosi. La prossima udienza è fissata per mercoledì 24, grande l’attesa per la deposizione di Calabresi.
Ci siamo; ed è certo la costante scorta armata a rallentare nei giorni di udienza la sua naturale andatura western, è l’aria del tribunale ad appannargli di colpo l’alone di altera sicurezza a lui solita sul lavoro: né l’antico prestigio più affiora quando pare passare in rivista tutto quell’esercito movimentato apposta per lui dentro e fuori al palazzo di giustizia. E sì che, presentandosi al processo, il commissario Luigi Calabresi gioca sul sicuro. È a lui che in qualità di querelante spetta la prima giocata; non solo, ma due robusti bastioni son già da tempo alzati a proteggerlo: il decreto d’archiviazione e la richiesta di assoluzione senza processo del questore Guida, immediato e temerario accusatore di Pinelli. E sempre sua è stata anche la scelta del campo, cioè il rivolgersi alla magistratura in questo preciso momento, quando è noto che si trova a una svolta conservatrice, quando i giudici che manifestano la loro opinione democratica sono delegati a trattare cause insignificanti, tipo liti fra prostitute, furti e accattonaggio, quando il giudice Marrone è incriminato per aver detto che la giustizia in Italia + una giustizia di classe, il giudice Marco Ramat per avergli offerta la sera solidarietà, l’avvocato Dino Leon per reato d’opinione.

Perciò Calabresi poteva anche non immaginare di vedersi di colpo trasformata da querelante in imputato (lo hanno infatti aggredito di contestazioni come si fa con gli imputati, e come un imputato lui stesso si è difeso, scaricando sugli altri le sue responsabilità), in un allucinante processo in cui, mentre gli officianti sommessamente o subdolamente interrogano, dal di fuori arrivano le cadenze di canzoni malinconiche o rivoluzionarie, oppure grida confuse, echi di tonfi, corse e pestaggi, un processo in cui il vero protagonista è l’anarchico morto.
E chi segue questa vicenda da vicino (come adesso) e da lontano (fin da quella fosca notte di dicembre) non può non esser turbato da come è cambiato il tono nei suoi riguardi: cancellate le accuse infami e i cocenti rimorsi che l’avrebbero spinto al suicidio, eccolo invece completamente riabilitato già fin dalle prime battute. Tutto diverso naturalmente anche il commissario, da com’era quella tal notte in questura, quando, muovendosi con autorità da primo attore, e sempre facendo di sì con la testa a quanto diceva il questore (“fase di contestazione, pesantemente indiziato, agitatissimo, alibi caduti”), gli faceva come da grave controcanto (a Roma si stava puntando sul Valpreda, il Rolandi l’aveva riconosciuto nel pomeriggio; quindi, per meglio incastrarlo, in serata andava benissimo anche un suicida).
No, davanti ai giudici, Calabresi non è più il prestigioso personaggio di allora. Ha sì il suo pullover a collo alto, sotto il completo rigato gangster, sempre debole il mento, ben curata la basetta, ma ogni tanto nei momenti di tensione un irrefrenabile tic gli fa premere la già risoluta mascella. Ha perso l’aria di superiorità a lui solita, (anche perché al suo apparire il pubblico scatta in grida ritmate: “Ass-a-ssi-no! Ass-a-ssi-no!”), e alla pari del più modesto brigadiere appare un semplice esecutore di ordini, è soltanto un oggetto in mano ai superiori. Gli ordinano di andare in via Scaldasole a prendere gli anarchici e lui ci va e li prende; gli ordinano di andare il giorno dopo a Basilea a interrogare il tale e lui esegue; lunedì 15 lo incaricano di interrogare Pinelli, ma solo sui suoi rapporti con Valpreda, guai a sconfinare, e lui non sconfina. Sulla posizione di Pinelli non sa niente, e tantomeno sui suoi alibi. (“Non ero a conoscenza, ero all’oscuro, non toccava a me interessarmi”), non sa perché deve interrogarlo solo da qui fin lì, né gli viene in mente di chiederlo, si guarda bene dal contestargli qualcosa, finché, a verbale ultimato, prende il verbale per portarlo dal dottor Allegra, e il suo compito è finito.
Se allora sapeva che Pinelli era un poco di buono, adesso sa anche lui che era una gran brava persona con la quale si descrive nei migliori rapporti: gli regalava libri, gli offriva caffè, con lui “aveva scambi di idee e di vedute,” e l’interrogatorio non era un interrogatorio ma un dialogo, magari costellato di battute. Una bugia ammette sì di avergliela detta durante il dialogo, e non certo verso mezzanotte ma quattro ore prima, però era più che altro “una frase a effetto,” era “Valpreda ha parlato!” e nonostante il pallore e la drammatica risposta, in serata Pinelli era sempre stato sereno e disteso. (“Sì, ma per terra!” urla il pubblico che appena può lo rimbecca.)
Prima che apparisse Calabresi, aveva parlato Lener, per sollevare la prevista eccezione sulla testimonianza dell’ex questore Guida che, secondo lui, non può esser sentito in quanto tuttora imputato di diffamazione e di violazione del segreto d’ufficio. Niente on. Malagugini perché il suo potrebbe essere soltanto “un soliloquio.” (Ma perché? Non era stato il primo a ricevere le confidenze del questore? “…Aggiunsi che mi permettevo di sottolineargli la grave responsabilità che si assumeva dichiarando che il Pinelli si sarebbe suicidato perché raggiunto da gravi indizi” aveva detto il deputato quella notte al questore, “e che una dichiarazione di quel genere avrebbe offerto al linciaggio morale e non solo morale chiunque fosse stato ritenuto appartenente a circoli anarchici… A tale mia osservazione il dottor Guida rispose che un funzionario della sua anzianità e del suo grado sapeva assumersi le responsabilità richieste dalle circostanze”; così dalla deposizione a Caizzi la mattina del 6 aprile 1970.) Niente Rolandi e Paulucci perché già testimoni del processo Valpreda, niente anarchici Braschi e Faccioli in quanto imputati nel processo per gli attentati del 25 aprile.
La figura di funzionario che non guarda gli orologi e non è nemmeno tanto spedito nel dire bugie, a Calabresi gliela fan fare gli avvocati Gentili e Guidetti Serra, ma lui non si scompone: chissà, forse la frase: “Questa è la fine dell’anarchia!”, Pinelli può averla ripetuta anche negli ultimi momenti, tanto lui non c’era. La bella figura gliela vuol far fare Lener, naturalmente, quando a proposito delle cortesie usate al ferroviere il Natale 1968, rivanga l’episodio del libro di Emanuelli, e ahimè per colpa sua, in aula si ride ancora. “Allora Pinelli lo aveva contraccambiato con un altro libro: era Spoon river,” dice testualmente il virtuoso partenopeo della parola, quindi “un’antologia di canti negri,” aggiunge, per offrire una nota di cultura in più. Dato poi che il gioco dello scaricabarile è la specialità di Calabresi (“…esulava dalle mie competenze, chiedetelo ad Allegra!”) il pubblico irriverente sbotta: “Calabresi buttati, ché Allegra ha parlato! ”
Da notare anche in questo primo giorno la marcia indietro fatta dal Calabresi, oltre che sul noto orario, anche sulle dichiarazioni che fece alla stampa la notte degli at tentati. Allora aveva detto che per lui i terroristi andavano cercati negli ambienti anarchici e di estrema sinistra, oggi invece afferma che parlò di “indagini in tutte le direzioni.” Ha una voce bassa ed educata, per dire che arresta uno, dice che “lo fa accomodare in questura” e quando non sa, dice che “sconosce.” Ma si guarda bene dal girar l’occhio all’intorno, perché se lo fa, e s’imbatte nel pubblico, da dietro lo steccato l’ira scoppia e parte 1’ingiuria.
Quando questo succede, Lener incita il presidente a procedere a degli arresti per oltraggio permanente a pubblico ufficiale, “ma come faccio ad arrestare sessanta o set tanta persone? ” fa lo sconcertato milanista e invita alla calma, minacciando di sgomberare l’aula, mentre nei corridoi questa volta si scatena il pandemonio. Per oggi Calabresi ha finito di deporre, ma non lo lasciano uscire, e resta fermo con la mascella che gli vibra davanti alla Corte in mezzo a due carabinieri; e intanto il vicequestore Vittoria, con la fascia tricolore a tracolla, ordina la carica contro qualche centinaio di giovani che urlano slogan o cantano inni: nella carica vengono coinvolti avvocati in transito e innocenti segretarie, cadono in frantumi alcune vetrate, si arresta un ragazzo e se ne denunciano una dozzina a piede libero, fra cui il Valitutti.
Molti del pubblico vorrebbero uscire a vedere quel che succede fuori, ma per paura che anche qui al chiuso irrompa il caos, gli agenti hanno chiuso a chiave la porta
d’uscita; così gridano anche questi qui, spingendo e protestando, e per vendicarsi scandiscono il loro, di slogan interno, rivolto al commissario che sta in piedi di tre quarti a fissarsi quella catenella a forma di manetta che gli brilla sui mocassini. “Ass-assi-no, ass-assi-no! ” gli gridano, chi gli lancia contro dei giornali, chi qualche monetina, il presidente scampanella furioso, la seduta è sciolta, un usciere apre frattanto la porta al pubblico, ma Calabresi lo fanno aspettare. E resta lì solo in aula con la sua scorta, finché fuori cala il silenzio.
Mentre alla terza udienza la calma ritorna (nei corridoi ci sono soltanto gli agenti, niente più traccia di dimostranti), in chi si trova nell’aula, dove si attacca a interrogare i testi oculari di quella notte, e precisamente quelli che dovrebbero aver qualche cosa da dire sul tuffo di Pinelli, comincia a serpeggiare qualcosa che porta a un disagio diffuso, a un senso di esasperata stupefazione, e perfino alla collera. Di ora in ora, attraverso le parole dei protagonisti, il pubblico si rende conto infatti che quel che vogliono fargli credere è assurdo, che tutte le ricerche sono atrofizzate, che ogni tattica e strategia di difesa mostra a un certo punto una falla, un buco, uno sbandamento, e sulla pedana dei testimoni si sta snodando un crescendo di bugie, che forma come un tessuto, però falloso, dappertutto cedimenti, nodi ed intoppi.
Arriva l’ex tenente e da poco capitano dei carabinieri Savino Lo Grano (sopracciglia boscose, tendenza al raddoppiarsi del mento, batter di tacchi, sempre su i guanti),
che in quella notte agli ingenui giornalisti circondati da questurini, apparve l’unico lievemente turbato, e sul conto del quale qualche giorno dopo s’era diffusa la voce che, parlando con un suo superiore, aveva dato una versione diversa da quella generale: che il Pinelli cioè, colto da malore per lo sfibrante interrogatorio, si sarebbe avvicinato alla finestra, precipitando. Chi pensava che forse da lui sarebbe potuto trapelare qualcosa di diverso da quell’imparaticcio corale a base di parole che son sempre le stesse (“sereno e disteso,” “sbiancò in volto,” “recepii la notizia”), non può che restare amaramente deluso, perché il signor capitano appare durissimo, addirittura disumanizzato, e il tragico momento, completo di seguito e d’antefatto, lo descrive tale e quale a una manovra militare.
Anche Lo Grano si ricorda un Pinelli “sereno e disteso,” insieme al fatto che non gli stavano contestando un bel niente. Perché mai è questa la tesi dei due primi testi,
e non si fa fatica a pensare che sarà la stessa di quanti si trovavano quella notte nella drammatica stanza? Perché a furia di contestazioni, l’uomo illegalmente fermato avrebbe potuto esser spinto alla disperazione e quindi al salto, e allora i funzionari potevano essere accusati di istigazione al suicidio. O anche di omicidio colposo, se l’eccitato turbamento di Pinelli fosse stato così evidente da esigere una stretta sorveglianza.
Ma proprio per evitare queste accuse (e sottolineare la tesi del raptus), adesso sono tutti d’accordo sul suo buonumore e anche sulla retrocessione dell’ora: tutti i tempi oggi sono arretrati di circa trenta minuti; mentre, come ben si sa, il momento della frase: “Valpreda ha parlato! ” fa un salto indietro di quattro ore, e cambia anche la stanza; che non è più quella di Calabresi. E ciò perché dalle prime versioni (frase echeggiata intorno a mezzanotte; sconsolato grido e salto di Pinelli), non solo Calabresi risulterebbe nella stanza con lui, ma risulterebbero anche le contestazioni e un Pinelli turbato fino alle estreme conseguenze.
Circa gli altri orari, la fine dell’interrogatorio viene ora spostata da mezzanotte (istruttoria di Caizzi) alle 23,30; dalle 23,30 alle 23 l’intervento di Allegra; dalle 22 alle 21,30 l’ingresso di Lo Grano. Per dimostrare e convincere anche gli ottusi che, uscito Calabresi alle 23,40 e rimasto dai cinque agli otto minuti nella stanza del capo della Politica, si arriva alle 23,50 (o 55), ora del tonfo, ed è quindi logico che l’ambulanza la si chiami alle 23,58. Si vuol dimostrare appunto che la caduta è avvenuta prima della chiamata; ché se il corpo cade a mezzanotte (come dai primi verbali) vien fuori che il Pinelli stava male prima, e per questo l’avviso all’ambulanza è stato dato in anticipo sulla caduta.
Diversa quindi dalla sua iniziale come da quella degli altri presenti, la sua versione attuale del salto. Lui che va e che viene dalla stanza dell’interrogatorio, ma che ci sta di seguito dalle 23 in poi, mentre arriva Allegra a dir la sua, Calabresi interroga, Caracuta verbalizza, Mucilli, Panessa e Mainardi sorvegliano. Sei in tutto in una stanzetta di tre metri per quattro (come aveva detto Calabresi). Gran fumo, finestra socchiusa, libere le due ante, interrogatorio reso un po’ difficile dalla labilità di memoria del morto, ma si arriva al verbale e Pinelli firma. “Firma anche il primo foglio,” fa diligente il commissario, “magari, dopo, noi potremmo cambiarlo,” e il Pinelli sempre fiducioso: “Non siete gente da fare queste cose.” (Risatacce nel pubblico.)
Via Calabresi dalla stanza, Pinelli fuma, due brigadieri stanno ai lati della finestra, uno di qui e l’altro di là, Pinelli getta il mozzicone attraverso le ante accostate. E non è proprio in questo momento (“fino ad allora l’avevo sempre guardato”) che Lo Grano si distrae? Le sue orecchie però sentono un gran rumore, come di legno sbattuto; alza lo sguardo torna alla finestra che ora è spalancata. Inquadrate al centro nel vuoto le suole di Pinelli, imprigionaci e impotenti dietro le ante i due angeli custodi, allora il tenente dei carabinieri grida subito: “Si è buttato, si è buttato! ” e lo comunica a Calabresi e ad Allegra che accorrono concitati; si dirige all’ascensore, ma poiché l’ascensore non arriva, “subito lasciai l’ascensore e andai giù con le scale, dal quarto piano.”
Mentre nella sua prima versione, nell’interrogatorio reso a Caizzi all’indomani della caduta, Lo Grano vede Pinelli che salta e un brigadiere che tenta di acchiapparlo; e tutti gli altri affermano che solo un battente risulta aperto e quell’altro è chiuso, anzi c’è la maniglia che lo assicura. Allora disse precisamente: “All’improvviso ho norato il Pinelli scattare versa la finestra, e dopo averla aperta, saltare oltre la ringhiera. Ho visto nello stesso istante il sottufficiale che era vicino al termosifone slanciarsi addosso al Pinelli e sporgersi pericolosamente oltre alla ringhiera dopo che era riuscito quasi ad afferrare le gambe del Pinelli.”
Adesso va avanti a raccontare la sua visita all’ospedale, dove Pinelli stava morendo, e, benché laureando in fisica, non riesce a dire quello che gli stavano facendo, annaspa un po’ per decidersi a dire “tracheometria.” Un’altra sua strana ammissione è infine quella che fa dopo la corsa in cortile dove raccoglie le ultime parole di Pinelli (“Ahi che dolore! ” o qualcosa di simile), dove cerca di tirarlo su ma lo lascia ricadere per tornarsene al quarto piano. Quando l’avvocato Gentili infatti gli chiede se può descrivere la posizione del corpo, dice che proprio non può farlo, e alla domanda: “era bocconi o supino?” risponde che non è in grado di dire neanche questo.
Sconvolgente anche una delle reazioni di Calabresi sempre nella stessa notte. A sentir lui, che torna sulla pedana, non vede cadere Pinelli, e son cinque minuti che sta parlando con Allegra quando dalla stanza sente venire “un trambusto, un tonfo, un grido,” mentre i sottufficiali corrono come pazzi nel corridoio: “Si è buttato!” urlando a gran voce. E cosa fa allora chi continua a dichiararsi in ottimi rapporti col morto, chi, a sentir lui, da sempre lo stima e non sente nei suoi riguardi né rancore né stizza?
Non si precipita in cortile, come sarebbe logico ed umano, per vederlo e aiutarlo, ma resta su negli uffici della Politica a telefonare alla Volante (chiamano anche da giù, naturalmente), anzi, se corre da qualcuno, è da Valitutti che corre, l’uomo che data la posizione della sua stanza, può aver visto gli spostamenti delle persone e sentito bene certi rumori e certe grida. Corre da lui, come dice a chiusura della sua seconda deposizione, perché, evidentemente temendo un’epidemia di suicidi, una catena di volontarie defenestrazioni (“temevamo che si abbandonasse anche lui a gesti insani,” spiegherà il brigadiere Caracuta), vuole scortarlo in un locale più interno; e anche (o forse soprattutto) perché vuole sapere di preciso cos’ha visto e sentito.
Il 27 e il 28 ottobre son due giorni di udienze incredibili, in cui senza un briciolo di vergogna viene ricostruito dai testimoni oculari quel che avvenne la notte del 15 dicembre in quel corridoietto striminzito, tutto tappezzato di uomini (sei per la verità oltre a Pinelli, e uno stava sulla porta), tutti robusti, uno solo con gli occhiali: e benché quasi tutti a contatto di gomito, nessuno vide, nessuno previde, nessuno evitò. È quella famosa stanzetta del quarto piano della questura che i testimoni hanno evocato, tentando di ricostruire il tragico gioco dei cinque cantoni con al centro Pinelli, in un fuoco di fila di incongruenze, contraddizioni, ammissioni confuse e perfino risate, col risultato di rendere prima sbalorditi e poi pieni di vergogna i cittadini presenti, interessati e responsabili.
Come una commedia degli equivoci, quasi una farsa insomma a base di uomini inclini alla corpulenza che restano imprigionati da ante larghe sessanta centimetri, di fragori udibili a due camere di distanza e sempre provocati dalle stesse antine (una sola anzi a sentire gli ultimi testimoni), di impensate catene della solidarietà (uno che precipita, un altro che lo afferra, un terzo che abbraccia il generoso, anzi lo “cintura” (perché per un caso malaugurato non debba cascar giù anche lui), e di brigadieri che non contestano ma conversano con la vittima perché vogliono coltivarsi anche un po’, per esempio aver coscienza “di cos’è l’anarchia. ” Una comica finale in cui gli incastratori restano incastrati.
Mentre dopo il fatto, tra questi uomini, quale robustissimo, quale curioso di ideologie, ce n’è uno che piange, le mani sulla faccia e la faccia sull’étagère, un altro che si accascia sul tavolo nello stanzone dei fermati, un altro ancora che si lascia cadere sul divanetto di fronte all’ascensore, così nessuno corre in cortile a vedere cosa si può fare per l’anarchico precipitato (eccetto quel tal coriaceo carabiniere, che però non sa dire in che posizione è caduto, limitandosi a constatare che “deve aver qualcosa di rotto”).
Il tutto poi condito da quel linguaggio comune tanto ai capi che ai subalterni, in cui non si interroga ma si procede all’espletamento dell’interrogatorio, a un tratto ci si rende edotti, ma non si vale a precisare, quindi si recepisce nel tempo e si percepisce nell’immediatezza, se no ci si astiene precipuamente, sempre ci si premura, appena possibile si incastra, e l’uomo è un elemento, la macchina un’autovettura, il suicidio è il lamentato gesto, il “ricattino” è all’ordine del giorno, la vittima è il sopraddetto, le carte son scartoffie e i piedi estremità.
Così piccola dunque è la stanza (e in più ci sono tre sedie, la scrivania, la libreria-ètagère, la stufa, il mobiletto portatelefono), che diventa insostenibile la tesi dell’avvocato Lener: escludere cioè nei funzionari qualsiasi tipo di responsabilità per mancata sorveglianza. E allo stesso modo, nonostante la tesi parallela che sottolinea l’atmosfera amichevole e al massimo permissiva dell’interrogatorio (in contrasto con le prime notizie: situazione tesa, fase di contestazione), attraverso le arru$ate deposizioni dei testi, ri sulta evidente il clima pesante in cui si svolgono gli interrogatori in questura. Esempio: il Pinelli non era fermato, ci si affanna a dire, e allora perché lo tenevano lì da tre giorni interrogandolo anche di notte? E se era un ospite non indiziato di reato, perché gli facevano delle contestazioni, dei “ricattini,” delle minacce? No, che non gliele facevamo, rispondono in coro; eppure, benché platealmente retrocessa, resta sempre la provocazione su Valpreda che ha detto tutto, e per ammissione stessa del capo dell’ufficio politico Allegra il suo infelice sillogismo sul numero dei ferrovieri anarchici a Milano, quindi la colpa di Pinelli e la promessa di portargliene le prove. (Che si aspettano ancora.)
È stato soprattutto Allegra, così scuro in faccia per quell’ombra di incorreggibile barba, ma così eternamente sorridente, a voler sempre alleggerire ogni circostanza: il fermo che non era considerato tale, il saltafosso sulla bomba alla stazione che oggi egli giudica del tutto irrilevante (“non gli. potevo dare una grande importanza, perché non era controllabile”), ma era allora un elemento base “per incastrare il Pinelli, per vedere che effetto gli faceva.” Mai sognato inoltre di ledere il suo onore (è i rapporti alla Procura di Roma che sottolineano la sua partecipazione agli attentati di aprile, agosto e dicembre?); né mai fatta all’anarchico la minima minaccia. (Ma gli avvocati Gentili e Guidetti Serra hanno in serbo due testimoni che affermano il contrario.)
Secondo Allegra non ha importanza nemmeno il primo rapporto, anzi l’unico sulla morte di Pinelli, diretto alla Procura di Milano all’alba del 16 dicembre, in cui l’ora della caduta è fissata a mezzanotte e un quarto, mentre Calabresi sta procedendo all’interrogatorio. Ebbene sì, la firma è la sua, ma a scriverlo è stato un sottufficiale di cui non ricorda nemmeno il nome, e lui, guarda un po’, non ha dato peso alla stesura di un documento di tale importanza, in quanto lo considerava soltanto una letterina di accompagnamento. Accompagnamento di che cosa? Dei verbali di Pinelli e delle testimonianze sull’alibi. (Non accompagnava un bel niente invece, perché quei documenti andarono da Caizzi con un bigliettino di Calabresi, sei righe in tutto. Comunque lo scritto che che manda a monte le tesi difensive di oggi, allora Allegra 1o firme senza leggerlo, così come egli afferma, e si tratto secondo lui “di un’inesatta informativa.”
È poi sempre Allegra a introdurre in aula la fantomatica presenza dell’ispettore Catenacci. Come capo della Politica, gli chiede la difesa, non ha pensato di promuovere
un’indagine circa i fatti di quella notte? L’indagine l’ha disposta il ministro degli Interni, è la risposta, e lui ignora come sia andata a finire, ne era incaricato comunque un certo dottor Catenacci. Quindi, nel corso delle udienze, si noterà che citando l’ispettore, per via di quel cognome da commedia faceta, i testi sorridono o sobbalzano, ma nessuno l’ha mai visto né sentito, nessuno è stato mai interrogato da lui.
Calmo il capo della Politica nel minimizzare tutto col sorriso, allarmato invece il brigadiere dattilografo Giuseppe Caracuta nel descrivere l’attimo fatale. Lui sta riordinando dei fogli, così si volta solo al rumore dell’anta e quel che vede è il brigadiere Panessa “che si sporge a metà fuori dalla finestra” cercando di prendere qualcosa, di afferrare qualcosa che non poteva essere che il Pinelli. Bene, però i1 1° dicembre al giudice Caizzi egli aveva descritto “il balzo repentino verso la finestra, che era socchiusa, e cioè con il battente di sinistra appena aperto: ha spalancato quest’ultimo, buttandosi nel cortile sottostante.” Invitato alla coerenza, adesso nervosamente precisa che “ha visto qualcosa come se schizzasse, come una saetta, e subito dopo il Panessa.” Ma è una contestazione che gli fa perdere la memoria su tutto il resto: sa solo che la finestra non doveva essere aperta da molto, perché l’aria gli finiva direttamente nella schiena, e contraddice così il Calabresi che la dichiara aperta da due ore a causa del fumo. (Nel rapporto a Caizzi il Caracuta aveva descritto interrogatorio e salto come avvenuti tutti e due nella stanza di Calabresi: ora invece la prima metà con la contestazione su Valpreda la fa avvenire in un altro ufficio: e a legger bene il decreto d’archiviazione, si vede che anche allora, a sei ore di distanza, l’interrogato aveva già cambiato deposizione. Sei ore sono passate, gli altri hanno deposto in un certo modo e si allinea anche lui: “…aggiungo che l’affermazione fatta dal dottor Calabresi al Pinelli per vedere la sua reazione e cioè che i1 Valpreda aveva parlato è avvenuta in un altro ufficio, posta un po’ avanti e spostato rispetto a quello del dottor Calabresi… “) È il Caracuta che oltretutto aveva iniziato per primo l’interrogatorio chiedendo al Pinelli “che cos’è quest’anarchia, in quanti gruppi si divide, di che gruppi si tratta, si parlava dell’anarchia in genere, una conversazione amichevole, un colloquio.”
Nemmeno il brigadiere dei carabinieri Attilio Sarti vede quella che viene chiamata la dinamica del salto; benché sia sulla soglia e la porta sia solo semiaperta, a un tratto riesce a scorgere i piedi del Pinelli inquadrati nella finestra, Panessa che si sporge e Mucilli che a sua volta trattiene Panessa (sebbene affermi che quello che conosce bene è soprattutto Mucilli ma qui lo scambia per Mainardi, e non si riesce a capire più niente, impossibile comunque che in quel suo spicchio di visuale rientri anche Panessa). Mucilli, invece (alto, grosso, faccia larga, con gli occhiali sotto una selva di capelli neri), sta mettendo a posto una cartella nella libreria, ed ecco che anche lui si volta al rumore (“della finestra, bran bran”), ma non ha la stessa visione del 15 notte (“Il Pinelli che si tuffa oltre la ringhiera, e,ho notato il brigadiere Panessa sporgersi a sua volta per acchiapparlo”) perché adesso, oltre alla ringhiera, vede solo “la metà delle estremità inferiori.” Quindi mostra al tribunale stupefatto 1a sua reazione di allora a quella vista: strette le labbra sottili, seppellite testa e occhiali fra le mani e un “no! no”‘ soffocato che vien fuori da tutti quei capelli, tale il terrore che precipitasse anche l’amico Panessa.
Quanto al brigadiere Carlo Mainardi, un uomo grosso, calvo, rauco, col profilo da pugile (l’unico comunque a parlare con accento settentrionale), entra per caso anche lui nella stanza c, dopo che Calabresi se n’è andato coi verbali, offre da fumare al Pinelli, gli fa una domanda sulla composizione dei treni ed ha la sua risposta. Ma mentre il 16 dicembre dice d’aver visto subito dopo il Pinelli che “con uno scatto fulmineo apre il battente sinistro e si butta di sotto, così che corso alla ringhiera lo vede cadere insieme alla brace della sua sigaretta,” oggi racconta che Pinelli, messa la mano nello spiraglio, di colpo gli sbatte in faccia l’anta, e allora, sebbene sia di notevolissima stazza, lui non può muoversi, anzi per portarsi alla finestra “deve fare il giro dell’anta per tutta la sua lunghezza” (ricordiamo che è larga sessanta centimetri), e, fatto il giro, altro non gli resta che “cinturare” il Panessa, versione in contrasto con quella di Lo Grano, secondo il quale due sono gli imprigionati impotenti, cioè Mucilli e Mainardi. Notare inoltre che nella deposizione a Caizzi, udito la prima volta alle nove del giorno 16, Mainardi parla di ufficio di Calabresi, di verbali firmati, di andata via di Calabresi e lancio del Pinelli, ma, risentito alle 18,20 dello stesso giorno, aggiunge il particolare dell’entrata di Allegra, con là estemporanea domanda se fosse lui l’unico ferroviere anarchico a Milano. E: “lui rispose affermativamente, ma non ricordo altri particolari, né il giorno preciso in cui sono state pronunciate queste parole.” (Memoria delle più infedeli, confusione fantastica, come fa a non ricordare il giorno preciso a ventiquattr’ore di distanza?)
Insomma non c’è proprio nessuno che sappia descrivere come fa il Pinelli a gettarsi a pochi centimetri dai suoi angeli custodi. (Prende la rincorsa? Ma come faceva in uno spazio così esiguo? Fa un salto sulle punte o si mette a cavalcioni della ringhiera?) Non lo sa nemmeno il brigadiere Vito Panessa che allora aveva parlato di “scatto felino,” e la sua deposizione è la più calamitosa di tutte. Panessa si può definire un caso limite e Lombroso l’avrebbe incluso in una categoria ben definita. È un’ora di deposizione, durante la quale i funzionari di PS presenti in aula non respirano più , una volta scatta anche il giudice Biotti che di solito usa rallentare la tensione dell’udienza con la sua bonaria mediazione. (“Mi scusi, ma non capisco perché le venga sempre da ridere parlando della finestra” e a un certo punto esplode: “Lei parla troppo, brigadiere.”)
Grosso, quadrato, facilissimo a passare dalla grinta al sorriso conciliante, dotato inoltre di mimica eccessiva e insignificante, Vito Panessa (che dice prima d’essere alle di pendenze di Calabresi, poi di Allegra, e di “lavorare su ordinazione” come Sparafucile), al pari di tutti gli altri, a un certo punto sconfessa il superiore. Quella notte nessuno aveva una sua funzione nei confronti del Pinelli, come invece afferma il commissario, ma eran tutti lì per caso, di passaggio o per curiosità. E chi lo interrogava sulla formazione dei convogli, o sull’anarchia, lo faceva per desiderio di cultura personale. Dunque, secondo Panessa, da calmo che era e soltanto desideroso di buttare via la cicca, Pinelli all’improvviso dà un colpo all’anta e vola giù, sfiorandolo col piede nell’attimo in cui lui si volta: ed ecco che sta per essere trascinato anche lui (dal piede che sfiora?). Tutto qua, fra risate frequenti, compiacimento per quello che dice, sguardi all’ingiro quasi a chiedere approvazione, e infine la descrizione minuziosa del suo choc personale: “ci è voluto,” egli dice, “un po’ perché si rianimasse”; quando poi vede il Valitutti è ancora “in fase di rianimazione.”
Si arriva così alla famosa frase sulla confessione del Valpreda, e conseguente grido del Pinelli, e val la pena di rendersi conto di tutte le sue confusioni, ritrattazioni, fra si pasticciate e incomprensibili. Questa frase, nella deposizione del 16 dicembre, risulta pronunciata sul tardi nell’ufficio del commissario. (“Ha solo avuto uno scatto verbale quando ha appreso dal dottor Calabresi che il Valpreda aveva parlato. Egli ha infatti esclamato: `È la fine dell’anarchismo!’ Era circa mezzanotte, quando allontanatosi il Calabresi, all’improvviso il Pinelli…” e qui lo scatto felino, quindi: “mi sono slanciato per afferrarlo, sporgendomi oltre la ringhiera e riuscendo quasi ad afferrare il piede destro, che. ho poi mollato per le grida alle mie spalle…”) Ma a distanza di poche ore, sempre il giorno 16, si corregge: “Prendo atto che risulta dalle dichiarazioni del brigadiere Caracuta che la circostanza sull’affermazione del dottor Calabresi fatta al Pinelli che il Valpreda aveva parlato si è svolta non nell’ufficio del dottor Calabresi e molto prima del mio intervento. Preciso che, pur confermando le precedenti dichiarazioni fatte alla S.V., che non sono in grado di escludere, ho riferito tali circostanze nell’immediatezza in ufficio.” Quindi, ancora poco dopo, ma sempre il giorno 16: “Ho assistito all’interrogatorio del Pinelli Giuseppe la sera del 15 scorso nell’ufficio del dottor Calabresi, che ha detto al Pinelli, per vedere quali reazioni aveva, che il Valpreda aveva parlato. Ciò penso sia avvenuto dopo circa mezz’ora o un’ora che io ero intervenuto. Ero presente altresì quando il dottor Allegra, circa mezz’ora prima della caduta del Pinelli, chiestogli chi fosse il ferroviere anarchico e saputo che era lui, gli contestò… Il Pinelli respinse l’accusa senza scomporsi…” e avanti con la versione ufficiale.
Sentiamolo adesso in aula il 27 ottobre 1970: “Ora nell’interrogatorio che ha fatto il dottor Caizzi, a cui sono stato sottoposto, devo aver detto di aver sentito, prima o dopo o durante, la famosa frase `Valpreda ha parlato,’ o qualcosa del genere. Poi, a richiesta del dottor Caizzi, pur prendendo notizia che quella frase era stata detta all’inizio, così come mi affermava il dottor Caizzi, non potetti escludere che quella frase io avessi invece potuto sentirla nell’immediatezza di qualche dichiarazione resa dal Pinelli, o appena sono entrato nella stanza o dopo; ed in particolare su questo io non fui preciso, non sono preciso; forse non sarei nemmeno preciso se… ho tentato di raccogliere…! ma certe cose sfuggono, anche perché, come ho detto poco fa, io ero sì interessato ad aggiungere alle notizie che già avevo qualche altra notizia che potesse venir fuori, ma non ero interessato come verbalizzante, in quanto l’interrogatorio veniva condotto da tempo, non so se da un’ora prima o da due, non lo so, perché sono entrato quando era in corso l’interrogatorio.”
Solo parole in libertà. Anche Biotti appare sconvolto, e dopo un po’ torna sull’argomento: “Il giorno 16 lei fu sentito dal dottor Caizzi? ”
Panessa: Sissignore; siamo stati invitati per la mattina, ma io credo di essere stato sentito la sera, il pomeriggio. Sono rimasto… Non ricordo.
Giudice: Lei vorrebbe rettificare una imprecisione nella quale crede di essere incappato…
Panessa: Ma io credo di non essere in grado; è questo che volevo dire; non sono in grado di rettificare, di precisare esattamente se io l’ho sentita perché mi è stata riferita, perché è stata ripetuta, quella frase. Siccome io credo di aver detto di averla sentita, perché è stata ripetuta, quella frase. Siccome io credo di aver detto di averla sentita, di averla recepita direttamente; poi, raccogliendo un pochino, non credo di averla sentita. Però non sono in grado di escludere che mi sia stata riferita durante…
Giudice: Quindi, poiché sappiamo che questa frase fu detta subito dal dottor Calabresi, appena iniziato l’interrogatorio, lei non era presente?
Panessa: Non ero presente all’inizio; dopo, dopo qualche giorno si è discusso su questo particolare, e poi vengono fuori esattamente delle imprecisioni. Imprecisioni dovute a perfetta buona fede, tenuto conto anche del fatto – che io ho partecipato come… in quanto ero presente, ma posso averla sentita nel corso dell’interrogatorio, perché è probabile che sia stata riferita dal dottor Calabresi ancora una volta, ancora due. Devo averla fatta propria: quindi mi sarà rimasta quella parte… Dopo tre o quattro giorni è stato possibile stabilire quando è stata detta in effetti; è stato stabilito, poi, nel tempo, che quella frase è stata detta all’inizio. Nel tempo; perché per un certo periodo di tempo non se n’è parlato più fra di noi, perché ognuno ha badato… non le so dire se dopo dieci giorni o quindici, o dopo un mese o dopo un giorno. Nel tempo!
Allora la Guidetti Serra: Vorremmo che il teste dicesse qualcosa di più, perché lui dice: “nel tempo.” Il giorno 16 dicembre, in modo preciso invece ha detto: io [io udito la frase. Allora ci dica quando l’ha sentita, direttamente o indirettamente.
Gentili: La risposta di Pinelli l’ha sentita o non l’ha sentita?
Giudice: Sente queste contestazioni? [legge il verbale]. E allora oggi, sotto il vincolo del giuramento, cosa dice?
Panessa: Credo che in quell’occasione io ebbi notizia del momento in cui questa frase è stata detta; non ricordavo, e quindi nel prendere notizia dissi va be’… In un primo interrogatorio dissi al dottor Caizzi di aver sentito quella frase. Poi, presi notizia, qualche tempo dopo, dal dottor Caizzi, che questa frase era stata detta dal Calabresi all’inizio dell’interrogatorio; io non ero presente all’inizio, sono arrivato quando era in corso. Allora risposi che potetti averla sentita e accettata come se l’avessi sentita io, tenuto conto anche del trauma psichico…
Adesso chi ricorda i fratelli De Rege e i loro dialoghi, può paragonarli a quello che deve essere avvenuto tra Pancssa e Caizzi (Caizzi che insiste per far dire quello che è bene dire a Panessa, e Panessa che non riesce a capire, nonostante le precise istruzioni).
Giudice: Lei non è stato presente né alla frase né alla risposta del Pinelli?
Panessa: Dopo si è stabilito che non ero presente.
Giudice: Però non esclude…
Panessa: Che possa esser stata ripetuta.
Giudice: Sia la domanda che la risposta!
Panessa: Non escludo che mi sia stata riferita e quindi devo averla recepita come se l’avessi sentita io.
Guidetti Serra: Chiedo al teste se non sia vero che il l.6 gennaio lui ha ribadito la stessa circostanza come appresa direttamente.
Panessa: Ho detto che non sono in grado di fare delle precisazioni; però, grosso modo, si tenga presente che non è che c’è stata una versione concordata e quindi c’è stata una verifica di quello… Ognuno di noi è andato dal signor giudice Caizzi e ha dato quella versione che…
Giudice: Signor Panessa, lei parla troppo! Dica se questa frase l’ha appresa direttamente o se l’ha saputa dopo:
Panessa: Non sono in grado di precisarlo; non ricordo. Non fui in grado allora, perché dovrei essere in grado oggi di precisare?
Giudice: Cos’è questa storia della versione concordata?
Panessa: Non è che c’è stato uno scambio di idee fra noi che eravamo presenti: ognuno il giorno successivo è venuto dal gìudice ed ha raccontato quello che ricordava.

Inutili insomma le contestazioni. E per chi avesse fatto un po’ di fatica a seguire questi interrogatori d’allora e, di adesso, la conclusione che emerge è questa: che Panessa non è in grado di precisare se la frase determinante l’ha percepita direttamente o “recepita nel tempo”; che in un secondo tempo lui ha sentito da Caizzi che il Calabresi la avrebbe pronunciata all’inizio dell’interrogatorio e in un’altra stanza. Ed è a quel punto che lui “deve averla fatta propria,” non escludendo però d’averla sentita allora come non esclude d’averla sentita prima, comunque dev’essersene persuaso al punto da riuscire a sentirla davvero. Né sa mai riferire gli orari, perché, proprio in quei giorni, “non ho mai guardato l’orologio.”
La signora Pinelli ascolta sempre pallida e rigida nel suo atteggiamento di attentissima statua: confesserà poi che per la prima volta ha dovuto trattenersi e fare uno sforzo su
se stessa, perché durante la deposizione di Panessa ha avuto l’impulso irresistibile di alzarsi, traversare l’emiciclo e andare a dargli due schiaffi. (Segue a questo punto una mia ritrattazione: qualche volta avevo deplorato il contegno dei due giudici a latere, scrivendo anche a proposito della signora Cardona “che la si sarebbe detta impagliata, come se portasse la toga per errore.” Mentre ho saputo molto più tardi, e dal giudice Biotti, che durante la deposizione di Panessa, la giovane donna, che pareva sempre così assorta in pensieri tutti suoi, seguitava, scandalizzatissima, a tirargli la toga.)
Qui si invoca un’altra volta l’esercizio della logica da parte del lettore: solo Amati e Caizzi potevano prendere per buone queste deposizioni. Chi, degli altri, infatti, leggendo la registrazione dell’interrogatorio di Panessa non vien preso da un sentimento molto vicino all’ira? Chi non vede sotto questa confusione di parole un misto ambiguo di connivenze e corruzione?
È sempre stato imponente durante queste due ultime udienze lo spiegamento di forze dell’ordine dentro e fuori il palazzo di giustizia: vietato a chi in questo palazzo è di casa il godimento di quei diritti elementari goduti fino al giorno prima; è stata cioè proibita all’interno l’assemblea degli avvocati sulle incriminazioni di magistrati e colleghi per reati d’opinione, quindi minacciati di carica dal solito Vittoria, questi hanno dovuto radunarsi a parlare sui gradini del tempio, malamente disturbati dal rumore del traffico e dei passanti curiosi. Ritirato poi proprio in questi giorni il passaporto al professor Baldelli, quindi rifiutato tanto il nullaosta quanto il perché del rifiuto dal procuratore Enrico De Peppo. E per finire, davvero troppo silenzioso il PM Guicciardi, la cui funzione, come ebbe a dire all’inizio, era “il fine precipuo di far luce,” e il cui dovere c’ quello di perseguire i reati, quindi avrebbe dovuto attaccare a fondo i testi reticenti,, trasognati e bugiardi.
Mentre di luce non se ne vede nemmeno un raggio, e i testi reticenti, trasognati, bugiardi, nessuno dotato d’almeno un briciolo di classe, vanno via soddisfatti, magari complimentati dai loro colleghi, a suon di grandi manate sulle spalle.
Ma non si creda che, mancando per qualche udienza i testi clamorosi (Panessa resterà l’esempio quasi demenziale dello scandalo e gli altri testimoni oculari dietro), vada appannandosi l’interesse del processo “Calabresi-Lotta continua,” perché in ognuna di esse, sia pure in fatto d’incongruenze e di passi falsi, qualcosa salta fuori, sempre lo stesso, mentre da parte del duo Gentili-Guidetti Serra si fanno alcuni passi avanti.
La difesa ha infatti ottenuto il sopralluogo in questura, ha presentato a Biotti un documento che è un vero e proprio ben nutrito catalogo delle molte contraddizioni, mancanze di memoria e discordanze in cui sono incorsi, durante le loro testimonianze, commissari, tenenti e brigadieri; ha ottenuto di poter esaminare quel massiccio librone su cui la questura registra la permanenza dei fermati nelle camere di sicurezza; ha chiesto di poter controllare gli accertamenti medico-legali sulla morte di Pinelli.
Utilissimo è stato il sopralluogo in questura durante il quale non soltanto i giornalisti sono stati colpiti dall’esiguità dello spazio e dalla difficile agibilità di quella stanza (m 4 X 3,40, sei uomini dentro, più uno sulla porta), ma anche il presidente Biotti rimane impressionato. “È molto più piccola di quanto pareva,” esclama varcandone la soglia, e probabilmente rendendosi conto anche lui che diventava così falsa quella piantina fatta a suo tempo per il PM dalla questura (dove le misure sono quelle che sono, eppure il locale appare assai dilatato, per via di certi particolari, per esempio le sedie che, riportate in scala, sarebbero larghe cm 20 X 20, cioè dei sedili inattendibili, buoni soltanto per cagnolini ammaestrati. (Grande lacuna: non aver portato lì i testimoni oculari, disponendoli nelle posizioni in cui si trovavano quella notte.)
Altrettanto utile la lettura del sinistro librone, con le annotazioni che, secondo il gergo della questura, stavolta “incastrano” Allegra. Da lì risulta che il Pinelli è entrato nella camera di sicurezza il 13 dicembre alle 22,30. Adesso infatti appare chiaro che non si trattava di “invito,” come ha sempre sostenuto il capo della Politica, ma di “fermo” vero e proprio; che il fermo era illegittimo (non c’erano indizi nei confronti del Pinelli, né sospetto di fuga); che non è esatto, come dice questo funzionario, che lui l’aveva chiesto il 14 insieme alla convalida; che quando Pinelli morì nella notte fra il 15 e il 16 dicembre era inoltre scaduto il termine di 48 ore previsto dalla legge.
Ed ecco la raccapricciante annotazione finale fatta da una anonima guardia al colmo della distrazione, che con un cerio imbarazzo esce da sotto i baffi bianchi del giudice-presidente: è alle ore 12 del 17 dicembre che Pinelli risulta messo 117 libertà (ed era già morto da trentasei ore).
Mancano invece un paio di minuti alla mezzanotte del 15 quando, passando per il cortile, la guardia Antonio Manchia vede una sagoma d’uomo cader giù dalla finestra. Corre accanto al caduto, tenta di sollevarlo, poi va u dare l’allarme. Un teste oculare, dunque, che per una delle solite stravaganze di questa vicenda, vien sentito, anzi scoperto dal PM Caizzi solo a cinque mesi dal fatto. E diventa importante, perché accanto al corpo afferma di non aver visto il giornalista Aldo Palumbo, smentendo così il teste che, fin dalle prime ore, afferma d’aver sentito il Pinelli “venir giù come uno scatolone” e di averlo visto a terra per primo.
Manchia lo descrive “con la guancia a terra, il fianco o (erra, il ventre in su.” L’avevano visto ancora vivo e seduto le guardie Gangemi e Caparelli che per motivi di servizio erano entrate due volte ciascuna nella stanzetta dell’interrogatorio: anche secondo loro l’ambiente era tranquillo, l’anarchico appariva sereno.
Su tutti ì fronti ha dunque stravinto la tesi della serenìtà del Pinelli, mentre è stata definitivamente accantonata la prima, secondo la quale il salto dalla finestra doveva considerarsi un gesto di autopunizione. La si accantona al punto che dal PM viene richiesta l’archiviazione del procedimento per diffamazione contro Guida, e per lui viene chiesta 1’assoluzione “perché il fatto non costituisce reato.” Unico esempio nella storia giudiziaria italiana, che in un caso di querela per diffamazione si assolva in istruttoria per mancanza di dolo. (Una causale che di salito si accerta in dibattimento.) E senza aver mai interrogato l’imputato.
Insomma, così aveva concluso il solito Caizzi, il questore disse, sì, cose diffamatorie, ma, quel che conta, non voleva diffamare: del salto dalla finestra era stato messo al corrente dai suoi collaboratori senza però rendersi ben conto della successione dei fatti. In quel particolare “momento d’orgasmo” era poi difficile “emettere un giudizio che sintetizzasse un convincimento,” e lui ha sintetizzato su riferimenti marginali, che a suo parere sarebbero gli indizi e gli alibi caduti: di qui, tout-court, l’assoluzione, e Guida si allontana per sempre dal banco degli imputati.
Né manca in questo dossier un documento gustoso: la memoria difensiva che in data 11 maggio 1970 il questore Guida firmò presentandola al PM; la firma è sua, ma la stesura è dell’avvocato Lener, manco a dirlo, suo difensore. Oltre a contenere infatti tutti gli elementi di diritto e di fatto usati da Caizzi nella sua richiesta d’archiviazione (compresa la “parentesi d’eccitazione e di orgasmo”), è scritta in quel tipico linguaggio curiale e pieno di luoghi comuni e disseminato da punti di sospensione tipico del principe dell’enfasi napoletano, il cui fondo ottocentesco è continuamente fiorito di citazioni e di termini tecnici, decisamente insoliti per un questore.
Ecco “i misteri insondabili dell’animo umano” (il perché del salto), le “piccole occupazioni e i futili conversari” (pensate un po’, vi erano immerse le guardie al momento del salto), il ridicolo timore di “cascare..: dalla padella nella brace” e i “copiosi articoli” che dopo ne sono risultati: ecco ‘l’errore scriminante,” la mancata “voluntas,” il fallito “animus diffamandi,” il predicato di relazione, la denegata ipotesi; tutte cose di cui, secondo le frequenti citazioni, scrive il Manzini, annota lo Spasari, sottolinea il D’Onofrio, afferma il Fisichella. Conclusione: i subalterni l’hanno informato male, povero questore Guida, lui era in stato di confusione (proprio non pareva confuso quella notte); quando è emozionato, “il questore non può permettersi uno stile da nota diplomatica,” e i giornalisti hanno esagerato; ce n’è uno che il 16 mattina scrive Calabrese al posto di Calabresi “indicandolo addirittura… fra virgolette!” (Colpa dei giornalisti, allora.)
Immediata è la risposta del professor Smuraglia e dell’avvocato Contestabile, difensori delle parti civili costituite nel processo penale a carico di Guida, una sdegnata me moria rivolta al tribunale. Vi si mettono in evidenza le ragioni giuridiche e di opportunità che rendono illegittima tanto la richiesta di proscioglimento quanto il trattamento speciale riservato a un cittadino che evidentemente e a torto viene considerato tutto diverso dagli altri, al punto che non è stato nemmeno sentito dal magistrato inquirente.
Ben più grave ancora il fatto che si chieda di assolvere questo imputato “pur riconoscendo l’obiettiva lesività delle dichiarazioni” a suo tempo rese alla stampa, arrivando a cavillare sul dolo per escluderlo, per trovare giustificazioni, dimenticando la gravità di quel che disse, vere a: proprie accuse infami, a danno di un morto, tanto la notte di fronte a molte persone, come il giorno dopo davanti ad altre ancora e alla stampa intera. E si ricordi, canclude la memoria, che il Guida insistette nelle sue calunnie anche dopo che un deputato (l’on. Malagugini) gli ha sottolineato a più riprese le gravi responsabilità che si assumeva con quelle dichiarazioni, tutto ciò per avere in risposta la celebre frase sul come sa assumersi le sue responsabilità un funzionario della sua anzianità e del suo grado.
I due avvocati concludono che nell’intento di arrivare al proscioglimento per mancanza di dolo, il PM ha domato richiamarsi a teorie del tutto superate o disattese dal la migliore dottrina e giurisprudenza; che è insensato parlare di “commozione” e di “concitazione del momento,” perché è tipico dei delitti contro l’onore la ricorrenza di tali elementi. Per queste ed un’infinità di altre ragioni meticolosamente elencate, viene dimostrato con assoluta evidenza che il dottor Guida dev’essere rinviato a giudizio. “È compito della giustizia imporre il rispetto dei vivi, ed anche quello dei morti. È compito della giustizia imporre a chiunque (sia o meno il questore) il rispetto della legge.” Così sparisce da Milano in direzione di Roma un questore pieno di buone speranze e perciò promosso ispettore capo di PS, mentre da Bologna ne arriva un altro, il dottor Ferruccio Allitto Bonanno, che se avesse potuto scegliere, in questo momento avrebbe scelto qualsiasi. altra città ma non Milano. È nato a Gesso, vicino a Messina, è stato questore a Vercelli, a Ferrara, a Bolzano (nel periodo degli attentati altoatesini), quindi a Padova e infine a Bologna, è quel signore argentato e massiccio presente anche lui al sopralluogo in questura. Me lo avevano mostrato da lontano, lo vedrò invece molto da vicino la sera stessa in casa di amici (che mi hanno invitato proprio su richiesta del signor questore, desiderosa di conoscere, secondo le sue precise parole, quella che nel suo ambiente viene considerata da tempo la rompiscatole Nel, e verso la quale, a causa degli articoli che scrive, i suoi dipendenti nutrono una profonda avversione).
Ed eccomi seduta a tavola di fronte a quest’uomo dai modi piacevoli ma nei miei riguardi francamente indagatori (quella mattina, durante il sopralluogo, è scomparso un libro dall’étagère di Calabresi, precisamente Le bombe di Milano con annotazioni fatte in rosso dal commissario. Possibile che io non ne sappia niente?). Ecco che, prima di interrogarmi con una certa alacrità, comincia a rimproverarmi tra una portata e l’altra con un garbo che a poco a poco si fa sempre più appannato, finché al dolce, ha almeno temporaneamente esaurito la sua riserva di sorrisi propizi:
Premesso che è molto scontento di essere stato nominato a Milano, piazza da lui ritenuta delle più imbarazzanti e pericolose per un questore, messo in chiaro all’inizio che ha fatto il partigiano, che è stato in carcere durante la Resistenza, che i fascisti gli danno un fastidio quasi fisico, entra subito nell’argomento che gli sta a cuore: come mai, con l’aspetto che ho, non certo da passionaria, m’interesso con tanto calore al caso Pinelli? Sono forse anarchica anch’io, se no comunista, maoista, lottatrice continua, marxista-leninista?
Ma no, e a questo punto interviene l’amico padrone di casa, che vuol dissipare ogni equivoco; secondo lui, sono soltanto una giornalista democratica, per nulla convinta di una certa verità ufficiale, che fa quello che pensa sia il suo dovere per tentare di capir qualcosa in una vicenda a suo parere troppo carica d’ombre. Ma il mio difetto è sempre stato quello di ascoltare una sola campana, riprende il questore. Questo proprio no, rispondo, le ho sentite tutte, per esempio la prima è stata la campana stonata del suo predecessore in quella notte di mezzo dicembre. E poi molte altre ne ho sentite pochi giorni prima di questo pranzo, tutti i funzionari di via Fatebenefratelli, alti e bassi di grado, tutti scordati uno più dell’altro, un concerto che invece di risultare unitario e concorde, era risultato zeppo di note false, errori marchiani, disgustose dissonanze e tasti sbagliati.
Dopo un paio di profondi sospiri, era cominciato allora il grave recitativo del questore: certo l’altro aveva parlato troppo, e troppo avventato era stato un giovane commissario aggiunto oltremodo sicuro di sé; e per passare all’ordine pubblico, certo quel tal vicequestore paonazzo in volto era stato sempre troppo impulsivo, mentre sul fronte della polizia erano stati commessi errori gravissimi a partire dal corteo di Annarumma e dalle violenze del 21 gennaio. Come mai però una donna come me poteva pensare che in questura (un corpo che in Italia conta quattrocento laureati) esistessero dei picchiatori?
E poi perché, essendo donna, non mi occupavo di altri argomenti, dei travestiti per esempio (di cui era stata fatta una recente retata e gli avevan requisito due armadi di parrucche), di rapimenti di ragazzi, dei problemi della scuola? Grazie, mi dà delle idee, avevo risposto al questore Allitto; ma non fu l’incontro con lui a farmi smettere di occuparmi del processo Pinelli:
Un processo che va avanti a singhiozzo; e il solito oscuro presepio ogni volta si ricompone nell’aula disadorna della prima sezione: ogni volta ci si aspetta che vada a posto qualche pezzo di questo gran gioco di pazienza, e per la verità raramente si è delusi, perché ogni volta c’è un angolino che a un certo punto si schiarisce, l’atmosfera c’è tutta, e i dettagli inediti continuano a spuntare da ogni parte in attesa che si metta a fuoco la scena centrale. Ogni giorno insomma c’è qualcosa da imparare.
Attraverso i vari testimoni ora si vede quello che potrebbe far da sfondo al gioco di pazienza. Ecco quel che succede a chi è fermato o solo “invitato” in questura. Il panino con la mortadella per cena verso le dieci di sera; il sonno che manca (“se ci appisolavamo nello stanzone, venivamo subito svegliati da un agente con la frase: “questo non è un dormitorio,” dice Sergio Ardau, e: “di lì a poco ebbi modo di sentire il dottor Pagnozzi che dava disposizioni atte a tener sveglio il Pinelli tutta la notte,” depone il Valitutti; quindi la semibonaria intimidazione: “Se ci dici qualcosa su Valpreda, potrai star tranquillo, non ti darci-no più fastidio,” sempre secondo l’Ardau.
Col permesso degli agenti, il fermato può anche avere un caffè attraverso quella macchina che sta proprio nello stanzone dove lui è in sosta: e a proposito di caffè da qual
che giorno si è saputo cosa vuol dire andare a berne uno in compagnia di un funzionario della questura. “In quell’occasione l’ho invitato a prendere un caffè con me, e al bar abbiamo avuto uno scambio di idee,” aveva detto nella sua prima deposizione il commissario Calabresi, ricordando l’incontro con Pinelli in piazza Aquileia l’8 settembre 1969, durante la manifestazione a favore degli anarchici detenuti a San Vittore.
Un incontro che aveva impensierito Pinelli, ha dichiarato invece al tribunale il suo amico Cesare Vurchio, che si era trovato con lui un paio di giorni dopo. Perché a un certo punto a Pinelli si era avvicinato Calabresi chiedendogli di sciogliere la manifestazione. Non poteva scioglierla, dato che non era stato lui ad organizzarla, aveva risposto il Pinelli; in più i manifestanti avevano la sua solidarietà. “Pinelli, stai attento,” aveva ribattuto Calabresi, “ché alla prossima occasione te la faccio pagare.”
Ma il commissario non avrebbe potuto fargli niente, era stata la replica, lui era a posto con la coscienza, non aveva niente da nascondere. Finché con la frase: “Ricordati che noi ti possiamo metter dentro con una scusa qualsiasi, per esempio se attraversi col rosso,” era finito lo “scambio di idee.” E questa volta Pinelli aveva l’aria preoccupata: gli pareva che Calabresi fosse diventato un suo persecutore.
Né si era limitato a minacciarlo Calabresi, perché ci si era messo anche il capo della Politica, Allegra. È il 10 dicembre dell’anno scorso, mancano cinque giorni alla sua morte, e nella sede del circolo Ponte della Ghisolfa, al compagno Ivan Guarneri, Pinelli appare pensieroso: ha l’impressione che la questura ce l’abbia con lui. Ed è più che un’impressione la sua, in quanto è stato Allegra a dirgli: “Caro Pinelli, fra poco t’incastreremo per bene.” Nella sua deposizione, il Guarneri si ricorda benissimo questa frase, mentre è meno sicuro dell’aggiunta: “Una volta per sempre. ”
Sono questi i gravi fatti venuti a galla nelle udienze di novembre, ed eccone altri, non meno sconcertanti. Risulta chiaro infatti che, oltre a non ammettere periti di parte
all’autopsia, a non accorgersi che è infedele la piantina allegata agli atti, a non prendere nessun provvedimento “cautelativo” anche temporaneo, nei riguardi dei funzionari di polizia implicati nell’affare e a chiedere 1’assoluzione del questore Guida per mancanza di dolo, il sostituto procuratore Caizzi non verbalizza volentieri alcune testimonianze.
Non deve forse insistere la madre del Pinelli perché egli metta a verbale la frase che, ripetuta due volte da Allegra, l’ha molto colpita in questura il giorno 15 durante
la visita al figlio cioè: “contro di lui non c’è niente, ma abbiamo forti pressioni da Roma”? Solo perché lei lo esige, in fondo vengono aggiunte le due righe al riguardo. (Del resto, per quel che mi concerne, anch’io avevo dovuto fare aggiungere alla fine del mio verbale d’interrogatorio, quanto era stato sorvolato al momento giusto, cioè che il tenente Lo Grano era stato l’unico, a mio parere, a sembrare un po’ turbato la notte fra il 15 e il 16.) Quindi è sempre lo stesso magistrato a non dare importanza a quel che gli fa notare Pasquale Valitutti durante il primo sopralluogo in questura, che cioè quel giorno nella stanza dei fermati non era più a1 suo posto la scrivania alla quale lui sedeva la notte del 15, ed eccone ancora l’ombra sul muro. Quella natte la scrivania stava proprio di fronte all’apertura oltre la quale era possibile veder bene il corridoio e la gente che passa di lì. Ma nel giorno del sopralluogo appare spostata quasi completamente contro il muro, così da ridurre un bel po’ la visuale.
Altri interrogatori, quindi altri brandelli da cucire insieme, altre testimonianze e nuovi ambienti su cui piove un po’ di luce. Un elenco di malinconiche telefonate: Pinelli dalla questura, la signora Pinelli in questura: “Stai calma che qui ci sto poco; no, non ancora, mi chiedono di gente che non conosco; adesso pare che non mi confermino l’alibi” (mentre da dietro qualcuno zittisce). E poi l’avvocato che avverte che forse lo porteranno a San Vittore, un agente che suggerisce la scusa per le ferrovie, il commissario che chiede il libretto chilometrico, fino all’ultima ben nota e tragica telefonata della signora Licia a Calabresi all’una di notte del 16: “È vero quel che mi dicono? E perché non mi ha avvisata?” le due domande, e la canagliesca risposta del commissario indaffarato.
Poi un elenco di visite scoraggianti; la mamma in questura la mattina dell’ultimo giorno (“Mamma, io ho…”) e l’agente: “Su questo non puoi parlare” e allora lui, col viso tirato, ma gli occhi tranquilli: “Quando mi lasciano, ti racconto tutto”; i giornalisti a casa la notte ad annunciare per primi la caduta, la corsa della madre all’ospedale, dove nessuno vuol dirle niente. Tanto gli agenti che il tenente dei carabinieri le assicurano che si trovano lì per altri affari, e Pinelli nessuno lo conosce, come se sull’intera vicenda gravasse un teso segreto. Non c’è nessuno che la porta a vedere il figlio che agonizza a pochi metri di distanza; e quando nella stanzetta in cui l’hanno relegata viene qualcuno a reclamare il modulo per la denuncia in Comune, lei capirà che è morto il suo Pino.
Non sola dalle deposizioni della moglie e della mamma, ma anche da quelle altrettanto calme e gravi dei suoi amici operai, sindacalisti, assistenti universitari (tra cui Bruno Manghi, Marino Livolsi, Amedeo Bertolo), in seguito balzerà fuori a tutto tondo la figura del Pinelli, allegro, attaccato alla famiglia e alla vita, estremamente libero al punto che le sue bambine, poiché a loro piaceva, andavano tranquillamente all’oratorio. Così in aula si è potuto gettare un’occhiata su quell’interno rassicurante che era l’unica stanza da stare nella casa popolare dove i due coniugi discutevano con gli amici, mentre le bambine facevano i compiti, magari interloquendo anche loro quando l’argomento le interessava, per esempio sul suicidio di Palach. “Era uno schema di vita, direi, più caldo di quello che c’è normalmente nelle famiglie, e c’era un notevole legame affettivo,” dice Bruno Manghi nella sua deposizione.
A. proposito del suicidio di Palach, benché molto colpito, Pinelli aveva detto d’essere contrario a questo tipo di protesta. “Chi si suicida fugge,” aveva dichiarato. “Chi rimane, in qualsiasi situazione rimanga, lotta per la sua idea.” E alla madre che un giorno gli raccomandava di essere più cauto perché intorno al circolo di via Scaldasole aveva visto aggirarsi dei carabinieri (“stai attento ché l’anarchia rappresenta…”), lui non l’aveva nemmeno lasciata finire: “Mamma, l’anarchia non è quella che ti hanno insegnato in collegio. L’anarchia oggi non è violenza; è libertà. ”
E poi come stava bene, di fisico e di nervi (lo esigeva fra l’altro il suo mestiere di caposquadra manovratore), come non era mai depresso, come gli piaceva invitare gli
amici all’improvviso (non che la moglie fosse sempre entusiasta di queste sue rumorose sorprese e qui sulle sue labbra appare la pallida imitazione di un sorriso), come non nutriva una gran stima per Valpreda pur non considerandolo nocivo, com’era diverso insomma dall’ingenuo sognatore descritto da molti, perché da vent’anni lottava
con passione contro lo sfruttamento. Come per dovere d’ufficio e per aver seguito i processi dei compagni, conosceva tutte le possibili provocazioni della questura, come anzi ai giovani militanti, fra le prime cose insegnava a resistere ai vari sistemi usati dalla polizia per stancare e deprimere.
Insomma non rispondeva mai con lo scoraggiamento alle difficoltà più o meno gravi; anche davanti a un’esibita confessione di infamia di un compagno, mai e poi mai
avrebbe reagito con uno choc. Sapeva che le esigenze di libertà e di uguaglianza sono profondamente radicate nell’uomo, quindi la frase: “È finita l’anarchia!” non può assolutamente averla pronunciata.
Era certo stanco, ma come a1 solito padrone di sé, dice il Valitutti che lo vide nello stanzone dal 13 pomeriggio fino al momento che uscì per l’ultimo interrogatorio.
Fu sempre il Valitutti a sentire, poco prima della caduta (un quarto d’ora o mezz’ora prima, non sa precisare) dei rumori che l’avevano messo in agitazione, “come qualcosa che cadesse o degli oggetti che si urtassero insieme.” Allora era stato bene attento se per caso nel corridoio passasse qualche funzionario, ma non aveva visto nessuno, nemmeno un sottufficiale. Fino al momento in cui (era già avvenuto il cambio della guardia, doveva essere mezzanotte), udì dei passi concitati, udì gridare una frase in seguito alla quale lui chiese chi mai fosse caduto dalla finestra, e allora venne preso per le spalle da cinque uomini e portato in un’altra stanza.
“Non capisco perché l’abbia fatto.” gli aveva detto di lì a pochi minuti il Calabresi, così precisando: “Lo stavamo interrogando scherzosamente sul Valpreda” (ma come? era dunque presente all’interrogatorio? E chi mai un quarto d’ora dopo lasciò capire ai giornalisti che in quella stanza si stava scherzando?). E, tanto per non smentirsi, il brigadiere Panessa invece: “Se l’ha fatto, avrà avuto i suoi motivi: era un delinquente, aveva le mani in pasta dappertutto.” Tutto qui il necrologio per il Pinelli, riecheggiato dopo dal questore, che, interrogati i suoi uomini, parla coi giornalisti.
Battaglia quindi nelle udienze a cavallo tra la fine di novembre e i primi di dicembre, sul fatto di citare o meno l’ex questore Guida, l’on. Malagugini, gli anarchici Faccioli e Braschi. La difesa di Baldelli esige questi testimoni: ma alla loro audizione Lener si oppone con violenza, adducendo i motivi legali già esposti un’altra volta (imputato in procedimento diverso ma connesso con questo qui Guida, testimone nel processo a carico di Guida l’onorevole, imputati in altro processo i due anarchici); e a lui si associa il PM.
Repliche vibrate della difesa, sostenuta tanto da argomenti di legge come da ragionamenti di buon senso (“Forse che una volta sulla pedana si offuscherebbe l’onore del Questore?” chiede l’avvocato Gentili. “Ma è solo come testimone che verrebbe sentito, in qualità di dirigente della questura che deve riferire su fatti accertati da lui.” Eppure il suo legale evidentemente teme che, come Calabresi, anche il questore, una volta in aula, finisca col fare la figura dell’imputato).
Allo stesso modo non si vogliono sentire i due anarchici detenuti Braschi e Faccioli, che dovrebbero rispondere sulle violenze che dicono d’aver subito in questura, tali da costringerli a firmare delle false confessioni. Sulla questione deciderà il tribunale. Una cosa ormai è chiara e tangibile: che una volta di più la verità fa paura.
Fa paura al punto che a una settimana di distanza il tribunale ribadisce quel che aveva già implicitamente affermato la Procura della Repubblica e l’ufficio istruzione milanese, cioè che la polizia può far tutto quello che vuole e i cittadini possono solo protestare (entro certi limiti, s’intende).
Il tribunale si chiude in camera di consiglio per ben due ore ed ecco il risultato: il Guida non può essere citato per la ragione che si è detta, cioè perché imputato in un procedimento connesso a quello in corso (benché per tale imputazione Caizzi abbia già chiesto per lui il proscioglimento con formula piena); i due anarchici nemmeno, perché non possono essere imputati nei processi degli anarchici e testimoni qui. Quanto all’on. Malagugini, non metterà piede in aula nemmeno lui, non solo perché testimone nel procedimento contro Guida, ma, ecco un passo avanti, perché potrebbe anche essere imputato a sua volta per “aver istigato o determinato l’allora questore a violare il segreto istruttorio.” (Assurda e minacciosa ipotesi ripresa tale e quale dagli argomenti della parte civile.)
Toccato con mano dunque quali sono i diritti dei questori, si confrontino ora con quelli della famiglia Pinelli: non le garanzie di legge quando arrestano lui, non la partecipazione dei familiari all’istruttoria sulla sua morte; non la possibilità di ricorrere contro l’archiviazione, non la condanna del Guida per diffamazione e quindi la riabilitazione ufficiale del loro caro, non infine il processo pubblico che oggi si celebra soltanto perché altri cittadini redattori di “Lotta continua,” accusando d’assassinio il Calabresi, hanno tirato per i capelli quest’ultimo perché sporgesse querela. Il diritto dei Pinelli dunque? Uno solo: star buoni in un angolo, piangere e tacere.
E così malinconicamente commentano i difensori: “È con profonda amarezza che dobbiamo constatare che ha degli insospettati limiti il ripetuto impegno del tribunale ad accertare la verità sulla morte di Pinelli! ”
Mentre a sbugiardare ancora una volta il questore e ì suoi accoliti arriva subito dopo il medico Nazzareno Fiorenzano, che, di guardia quella notte al Fatebenefratehi, prestò le ultime e purtroppo inutili cure all’anarchico morente. Dopo aver raccontato questi suoi sforzi, egli afferma testualmente che tanto i carabinieri e i poliziotti di scorta al Pinelli in ospedale, come poi il questore Guida in persona, rifiutarono di fornirgli le generalità del ferito sostenendo che non le sapevano. Che alle sue domande sul come fosse avvenuta la caduta, quelli avevan risposto che nel corso di un interrogatorio, all’anarchico era stata contestata precisa imputazione (vale a dire la falsa confessione di Valpreda); che allora egli aveva esclamato: ” È la fine dei Movimento! ” e si era gettato dalla finestra. Che inoltre il questore gli aveva raccomandato di fare ogni sforzo per salvare il ferito, in quanto questi era “assai importante” per le indagini sulla strage di piazza Fontana.
All’aria quindi, anche attraverso questa testimonianza, la tesi sostenuta in un secondo tempo dal coro di funzionari che la famosa frase senza conseguente suicidio fosse stata pronunciata quattro ore prima. Non solo, ma cade così anche la dichiarazione dell’appuntato Antonino Quartarone, segretario di Allegra, che aveva affermato di essere andato anche lui all’ospedale e di essere rimasto nella stanza (lei Pronto Soccorso fino alla morte del Pinelli “per fornire le generalità del ferito.” Ebbene, non aveva fatto niente di simile: il medico era riuscito a saper il nome dell’anarchico soltanto da una giornalista arrivata lì a prender notizie, precisamente dall’autrice di questo libro.
Chiaro che i poliziotti hanno mentito: ma il PM Guicciardi non chiede nemmeno un confronto, e il presidente 13iotti, che ha già ammonito il teste ad attenersi ai fatti (unico monito rivolto finora ai testimoni), perfino un tantino seccato, chiede al medico: “Ma chi precisamente le ha detto le cose che ci ha riferito?” Risposta delle più calme: “Il dottor Guida che conoscevo di vista, e che mi fece chiamare, e gli accompagnatori giunti prima di lui, che usarono quasi le stesse parole.”
Ma ancora non basta. Viene portato in aula un documento della Procura della Repubblica, il quale conferma che la convalida del fermo (mai segnalato) del Pinelli fu chiesta dalla questura alla Procura il 14 dicembre, e cioè due giorni dopo che l’anarchico era stato prelevato, e un giorno e mezzo prima che morisse; e quindi che il fermo era illegale. Era stato quindi fatto un rapporto alla Procura generale di cui la Procura della Repubblica non conosce l’esito. E la Procura generale, benché invitata ormai da dieci giorni dal tribunale a farne sapere i risultati, non ha ancora risposto. Allo stesso modo non ha risposto il ministero degli Interni circa quell’inchiesta amministrativa sulla morte di Pinelli (quel tale Catenacci che non interrogò nessuno dei testi oculari).
Ancora l’esibizione di un documento da parte dei difensori Gentili e Guidetti Serra: un parere tecnico firmato dai professori Benedetto Terracini, libero docente di anatomia ed istologia patologica di Torino, ed Enrico Turolla, libero docente di anatomia ed istologia patologica e primario delle stesse specialità all’ospedale di Legnano, sull’accertamento medico-legale compiuto sul cadavere di Pinelli, nel corso dell’inchiesta di Caizzi, e finita con l’archiviazione. I professori affermano che quell’accertamento è, assolutamente insufficiente per stabilire le cause della morte, e ciò perché il magistrato pose i termini in modo equivoco, perché gli esami furono incompleti, i risultati lacunosi e contraddittori, perché non è stato approfondito l’esame di una lesione riscontrata alla base del collo (quella che diede origine all’ipotesi del colpo di karaté), e perché le conclusioni favorevoli alla tesi del suicidio erano del tutto infondate. Per questo i difensori si accaniscono nel chiedere una nuova perizia, in particolare per stabilire se il Pinelli, quando precipitò dalla finestra, era già in stato di incoscienza il che evidentemente escluderebbe il suicidio. (Né vengon nascoste le difficoltà di una nuova perizia completa dopo tanto tempo e su reperti selezionati.) Al tribunale comunque la risposta.
Intanto un anno è passato dalla morte di Pinelli. Il penoso riassunto di quanto da allora è successo vien esposto in modo più che esauriente da Pier Luigi Gandini sull’ “Unità,” mentre sempre il 16 dicembre sul “Giorno,” per iniziativa del Comitato dei giornalisti per la libertà di stampa e contro la repressione, esce un’intera pagina di annunci funebri in memoria del ferroviere. Oltre alla famiglia ricordano e commemorano la vittima innocente una quantità di giornalisti, appunto i compagni del morto, infinite sezioni dei partiti socialisti, comunisti e psiuppini, professori, architetti, magistrati e insegnanti democratici, organizzazioni di partito, nuclei aziendali, gli amici del “Torchietto,” intere redazioni di riviste avanzate, cattoliche e socialiste, gruppi di assistenti sociali, gli studenti della scuola di sociologia che non vogliono dimenticare; e negli annunci ricorrono spesso le parole “rispetto, solidarietà, rimpianto, onore alla memoria, sacrificio, tragica e oscura morte, una morte che chiede di non essere dimenticata, la repressione non passerà.”
Tutta diversa la commemorazione che fa la magistratura. È proprio in quella data (16 dicembre) che il giudice istruttore di Milano deposita la sentenza istruttoria con cui assolve l’ex questore Guida dall’accusa di aver diffamato Pinelli e violato il segreto d’ufficio. Le affermazioni più assurde della sentenza sono queste: 1) Guida non intendeva diffamare Pinelli, bensì esaltarne la coerenza di anarchico che, di fronte ai gravissimi indizi, ha scelto, così signorilmente, la via del suicidio; 2) a carico di Pinelli erano effettivamente emersi gravi indizi, riassumibili in sostanza nella supposta inconsistenza del suo alibi (che viceversa era stato confermato); 3) il fermo presuppone gravi indizi di colpevolezza; Pinelli era in stato di fermo, quindi doveva essere gravemente indiziato (con questo semplice sillogismo si fa finta di non sapere che il fermo non era stato convalidato dal magistrato nei termini di legge); 4) non può esser stato violato il segreto d’ufficio perché la morte di Pinelli aveva ormai chiuso il caso. E si torna così al punto di prima, come se il processo non ci fosse mai stato, come se il PM non avesse dichiarato all’inizio l’assoluta innocenza di Pinelli, come se le testimonianze dei funzionari non fossero state tutto quell’arruffato garbuglio che sappiamo.
Gli anarchici scelgono ancora un altro modo per commemorare il compagno. In un composto corteo sfilano in duemila davanti al portone della questura gettando fiori
sul drappo nero che vi hanno steso davanti, dove c’è scritto: “In ricordo di Pinelli, ucciso dalla polizia.” Vietato a chiunque salire sul marciapiedi della questura: davanti al portone il questore con gli occhiali neri, il vicequestore Vittoria con le sue guance color peonia, il commissario Allegra che con la sua adiposa invadenza cerca di allontanare chi si avvicina un po’ troppo; e, ultimo tocco di lugubre gusto poliziesco, ecco che tra i grossi funzionari schierati lì davanti si vede che proprio quell’abete davanti al quale era caduto l’anarchico, oggi è trasformato in gioioso albero di Natale, tutto luci e colori per la ricreazione e gli auguri ai funzionari di ogni rango.
Si sa che come niente ci si abitua alle cose più strane; eppure, mi sembra sempre un fatto dei più singolari che io mi sia quasi acclimatata in quell’ambiente sinistro, proprio del tribunale (o forse son capitata in un angolo dei più bui?), a questi continui dialoghi tra sordi, alla conclamazione ininterrotta delle bugie e delle più demenziali decisioni, ai vari e aggrovigliati metodi per soffocare lo scandalo, per insabbiare la verità, allo spettacolo dei generosi continuamente battuti dai meschini insolenti. Ed è certo soltanto ingenuità la mia, ma ormai è da troppo tempo che son dentro il labirinto giudiziario per non rendermi conto che in quei tortuosi meandri la giustizia è un lussò soltanto.
Mi sono andata abituando anche al gergo del tribunale; quello legale, fatto apposta per rendere oscura qualsiasi decisione, anche delle più semplici; quello dei verbali, particolarissimo, che anch’esso non chiama mai le cose col loro nome, e quello del giudice presidente che, siccome ha letto verbali tutta la vita, detta al cancelliere le frasi dei testimoni tutte tradotte a modo suo, e con un tantino di eleganza in più, in confronto a come parlano i subalterni.
“Avevo l’abitudine,” dice semplicemente il teste o l’imputato, ed “ero uso” traduce il giudice. “Mi tornarono a dire di seguirli” diventa “un’altra volta mi rivolsero siffatto invito.” Quindi: “tornavano sempre a dirmi la stessa cosa” è “mi rivolgevano sempre il suaccennato discorso.” Mentre “fatto com’era ce l’avrebbe detto di certo,” viene dettato “data la sua essenza non si sarebbe astenuto dal farcene partecipi..” “In quel periodo” si trasforma in “in quel torno di tempo,” “quando” è sempre “laddove”; “misi dentro la testa” è “allora feci capolino” (anche se si tratta di on muscoloso brigadiere col testone); “mentre riponevo le carte” si trasforma in “mentre accudivo al riporre,” e “per trovarlo” è tradotto “al fine del rintraccio.”
Cosa fa poi un poliziotto quando torna in questura? “‘ Rientra nella sua sede naturale.” Quando guarda l’ora? “Compulsa l’orologio.” Quando va al gabinetto? “Si porta nel locale adibito a toilette.” Qualcuno arriva in un posto? “Guadagna il locale.” Se mangia un panino? “Lo consuma.” Se mette in dubbio l’autenticità di una firma? “Non riconosce la paternità della grafia.” Quando un infermiere tenta la prima rianimazione di un moribondo? “Esibisce un lieve massaggio.” Quando un altro crede di aver sentito l’urto fra due macchine (e invece è il tonfo di un uomo che sta cadendo dalla finestra)? “Pensai a due mezzi che avesser colliso.” Quando uno non ricorda, “non vale a precisare”; quando va dietro a un altro?. “Si adopera per seguire”; se uno parla non fa che “comunicare alcunché al riguardo.” Si vuol cominciare a interrogare? Allora “si dia la stura alle domande.” Mentre la minaccia “di cambiar la sede al processo” è “uscir dal naturale alvo dell’aula:”
E ora attenzione a quest’altro bel pezzo di prosa (legale): “…Per un’erronea valutazione da parte dell’organo di polizia del termine di decorrenza dello stato di fermo si era determinato un ritardo nella possibilità di addivenire al perfezionamento formale del relativo provvedimento. Per questa irregolarità, vagliati i chiarimenti di polizia e avuto riguardo alle eccezionali circostanze in cui l’ufficio di polizia si era trovato a dover operare, si è ritenuto giustificato un richiamo all’ufficio stesso.” Un esempio di oscurità e giravolte varie, che cade proprio a proposito, perché letto in aula dal giudice Biotti durante l’udienza del 18 dicembre, e tratto da un documento che anche lui affossa, insabbia e dichiara non responsabili chi aveva invece fior di pesanti responsabilità: è il procuratore generale dottor Domenico Riccomagno che, sollecitato a far conoscere l’esito della sua inchiesta, risponde finalmente insieme col ministero degli Interni, che da tempo era stato sollecitato anche lui.
Secondo il ministero degli Interni e la Procura generale di Milano la morte di Pinelli è da considerarsi un evento in cui la polizia non ebbe alcuna responsabilità, nemmeno per omessa vigilanza; e il fermo illegale è stato un semplice errore di calcolo da parte dei poliziotti. Cosí hanno risposto questi altissimi organi di stato, e la conclusione? Pinelli si è suicidato. L’ha mandata a dire Restivo, attraverso quel tale ispettore generale del ministero, che si diceva fantomatico, perché nessuno fuori di Allegra l’aveva mai visto né sentito, ma ora ne sappiamo anche il nome: “Elvio.”
È proprio Elvio Catenacci che ha potuto accertare la mancanza di responsabilità dei funzionari di questura nella morte di Pinelli, e quel che è strano, senza neppure aver interrogato gli stessi agenti testimoni oculari della morte. (Erano stati loro, una volta smentiti dal tribunale, a dire di non esser mai stati interrogati dal Catenacci, anzi di non sapere nemmeno che esistesse un’inchiesta amministrativa.) A sentire Riccomagno, invece, tanto Guida che Allegra e Calabresi avevano sbagliato a calcolare i termini del fermo e non avevano potuto quindi “perfezionarlo.” (Strano invece che Allegra avesse negato l’esistenza del fermo, sostenendo che era “un invito,” e solo il 14 dicembre la stessa questura aveva chiesto alla Procura la convalida del fermo, che non esisteva.)
La difesa di Baldelli chiede che siano acquisiti gli atti delle due inchieste, compresi i verbali degli interrogatori, che non esistono (e gli avvocati insistono proprio per questo), quindi si riserva di chieder nuovamente la citazione di Guida come testimone, dato che se prima era imputato e non poteva,, adesso invece è assolto (ma la sentenza non è ancora definitiva). Si può immaginare la reazione di Lener, che in fondo dev’esser convinto anche lui del suo compito imperioso: difendere il vero imputato qui dentro, cioè la questura. Perciò, quasi ringhiando, si oppone.
Ministero e Procura avvalorano 1a tesi del suicidio, ma nella stessa udienza il tribunale ordina una nuova e sia pur ristretta perizia medico-legale per accertare le cause della morte. Nonostante le asserzioni che vengono dall’alto, qualche dubbio infatti par che turbi le coscienze dei giudici. Non arrivano ancora a decidere una perizia vera e propria su quel che rimane di Pinelli nella tomba, ma nominano tre professori universitari, che accertino se la macchia ovulare riscontrata a suo tempo sul collo del Pinelli sia la conseguenza del rimbalzo del corpo sul cornicione o invece- di una violenza precedente la caduta. E si aspetterà un pò più di un mese per convocare i periti scelti dal tribunale, cioè il professor Aldo Franchini di Genova, il professar Francesco Introna di Padova, il professor Vittorio (Chiodi di Firenze, per farli giurare e dar loro i quesiti. Come consulenti di parte da convocare per quello stesso giorno e poi da risentire ancora un mese dopo, la difesa I, si é scelto il professor Enrico Turolla, dell’ospedale di Legnano, autore, come si ricorderà, di un “parere” duramente critico nei riguardi dell’accertamento ordinato a suo tempo dal PM conclusosi per il suicidio, e il professor Ideale Del Carpio, dell’università di Palermo, noto per aver messo in dubbio con i suoi esami la versione ufficiale della morte del bandito Giuliano.
Meglio che niente, dicono gli ottimisti di questa decisione che dai più viene considerata invece un mediocre compromesso: sono certo illustri i professori convocati, ma la loro perizia si ridurrà a un’inutile commedia; eccolo chino sulla carta questo trust di cervelli incaricato di far la perizia soltanto sui verbali, le fotografie del cadavere, le valutazioni dei primi esperti frettolosi.
L’aula viene abbandonata per un bel po’, ma di Pinelli, della sua morte, degli oscuri intrighi che ci son sotto, della gente che gli è stata intorno nelle ultime ore di vita (ricordare anche la deposizione di Mucilli: “Violenze morali al Pinelli? Ma che so, un ricattino; non so, negargli una sigaretta, negargli da bere se vuole. Un ricattino, non so, se tu non mi dici questo noi ti incastriamo”), si continua a parlare e a discutere: troppi sono i fatti che ci riportano alla memoria l’ambiente e il personaggio. (Senza contare le continue barzellette su Calabresi. Dicono che stanno per trasferirlo a Pescara, e che sulla facciata della questura della cittadina hanno scritto a grandi lettere: “Qui non ci servi, il tuo ufficio è al primo piano.”) Ma non lo trasferiscono, spera anzi in una promozione, e non si illude, come si vedrà.
Altri fatti avvengono che hanno qualcosa in comune col nostro caso. Il 12 dicembre 1970, a un anno preciso dalla strage, muore lo studente Saverio Saltarelli, la cui morte viene annunciata al paese dal ministro Restivo come provocata da “arresto cardiocircolatorio” (mentre due giorni dopo cambierà annuncio: è morto invece per schiacciamento di cuore ad opera di corpo contundente, cioè candelotto della polizia sparatogli in pieno petto). E come succede ormai con regolarità (vedi Ugo Paolillo a cui nel dicembre ’69 vien tolto il processo per portarlo a Roma, e anche lui seguiva l’istruttoria con intelligente prudenza; vedi il giudice Pulitanò che viene escluso dal processò “Calabresi-Lotta continua”), anche il sostituto procuratore Guido Viola che si occupa del caso Saltarelli con estrema coscienza, adesso con disinvoltura pari alla mancanza di forme, viene sostituito col collega Guido Pomarici. Decisione gravissima presa del procuratore-capo De Peppo. E perché? Perché Viola appartiene a “Magistratura democratica” e ha le idee troppo aperte, mentre Pomarici è quello che fece incriminare di falsa testimonianza i due testi che videro un giovane fascista sfilarsi un coltello dalla manica e aggredire uno studente in piazza Santo Stefano. (Dopo un po’, forse data “la pressione dell’opinione pubblica” si richiama il magistrato così bruscamente licenziato, ma solo per metterlo in un cantuccio, affidandogli cioè soltanto gli accertamenti peritali sulla morte del Saltarelli, mentre il Pomarici si occuperà delle testimonianze e di tutta l’istruttoria.)
Da metà dicembre inoltre continuano affollatissime nel suo capannone le repliche della commedia di Dario Fo dal titolo Morte accidentale di un anarchico, nella quale si racconta un fatto veramente accaduto in America nel 1921, quando un anarchico di nome Salsedo, un emigrante italiano, precipitò da una finestra del quattordicesimo piano della questura centrale di New York. Allora il comandante della polizia dichiarò trattarsi di suicidio. Poi durante mia prima inchiesta e quindi una superinchiesta da parte della magistratura, si scoprì che l’anarchico era stato letteralmente scaraventato dalla finestra dai poliziotti durante l’interrogatorio, così spiega Fo nel prologo. Quindi “al fine di rendere più attuale e più drammatica la vicenda, ci siamo permessi di mettere in opera uno di quegli stratagemmi ai quali spesso si ricorre in teatro. Cioè a dire: abbiamo trasportato l’intera vicenda ai giorni nostri, e invece che a New York l’abbiamo ambientata in una qualunque città italiana… facciamo Milano. È logico che per evitare anacronismi, siamo-stati costretti a chiamare commissari i vari sceriffi, questori gli ispettori, e cosí via.”
Così, anche chi si è tanto malinconicamente appassionato al caso Pinelli, nel capannone de “La Comune” finisce a ridere, almeno nella prima parte, come di raro gli capita, tante sono le gags di questo spettacolo che è una vera e propria farsa, per com’è bravo Fo nella parte del matto che si finge il superispettore venuto da Roma a cercar di veder chiaro nella faccenda del suicidio dell’anarchico. E quando conta i verbali davanti al signor questore dice: “venticinque, ventisei, ventisette, Ventotene,” quando incontra il giovane commissario sportivo dal maglione dolcevita, gli chiede subito perché non si fa curare di quel tic fastidioso (quel massaggiarsi di continuo la mano destra), quindi mette in opera tutto il ben noto rituale della questura, inganni, trappole, saltafossi, trabocchetti, violenze morali, ricattini, per “incastrare” a l’oro volta questore e commissario., per farli giocare a scaricabarile e far loro ammettere delle enormità nel tentativo di ricostruire la notte del tuffo, facendogli giustificare la retrocessione dell’ora, le tre scarpe, il colpo di karaté, e infine il raptus. Finché riesce a condurli addirittura sul davanzale della finestra, convincendoli che per loro è meglio, indiziati come sono, buttarsi di sotto.
Ambientata nel ’21 soltanto per gioco, la commedia non fa che alludere dunque alle vicende di adesso, vi si trova “il commissario Cavalcioni,” vi si leggono le lettere dal carcere degli anarchici picchiati, -non manca “l’opinione , pubblica che preme,” la migliore amica della polizia che è la magistratura, i vecchi imbecilli che spiegano cos’è il raptus, e avanti avanti fino allo smascheramento del matto e al rientro nei ranghi, dopo tanti choc, dei poliziotti colpevoli.
Alla fine di marzo comincia invece il processo contro i giovani anarchici imputati di diciotto attentati oltre a quelli del 25 aprile e che sono in carcere da quella data: e qui di udienza in udienza, sfumata la chiave satirica, ma non troppo, tornano a far capolino, come direbbe Biotti, sempre gli stessi personaggi e sempre affaccendati in manovre ambigue e fraudolente.
Identiche le costanti, tanto in questo procedimento come nei due grandi “gialli” nazionali venuti dopo, i casi Pinelli e Valpreda. Qualcosa scoppia, e son gli anarchici a venir subito acchiappati, anche se contemporaneamente e subito dopo si moltiplicano gli attentati fascisti. Si acchiappano gli anarchici e restano dentro, anche quando nel dicembre ’68 giornali come 1`Observer” e il “Guardian” pubblicano un documento segreto inviato al ministro degli Esteri di Atene (e poi ripreso dall’ Espresso”), in cui s’informa Papadopoulos sui risultati della campagna di provocazione che da tempo il governo greco sta attuando in Italia con la collaborazione dei gruppi fascisti. La campagna di provocazioni va benissimo, “le azioni previste,” vi si legge, “è stato possibile realizzarle solo il 25 aprile. La modifica dei nostri piani ci fu imposta dal fatto che era difficile entrare nel padiglione FIAT. Entrambi i fatti [cioè anche le bombe della stazione] hanno prodotto effetti considerevoli.” (“Ma che documento è mai questo?” si chiederà il presidente Curatolo. “I giornali io non li leggo mai.”)
E come se non bastassero le prove che almeno in parte scagionano gli attuali detenuti, ecco, proprio di pochissimo tempo prima, il capo d’imputazione contro l’editore Giovanni Ventura, il procuratore Franco Freda di Treviso, e Aldo Trinco. “Per aver in concorso con altri, al fine di incutere pubblico timore, fatto esplodere in Milano e Torino ordigni esplosivi nell’aprile-maggio ’69 e in varie località contro le ferrovie nella notte fra l’8 e il 9 agosto.” (Ma niente paura: siccome si tratta di fascisti, la loro detenzione è delle più brevi.)
Se le piste seguite tanto il 25 aprile che il 12 dicembre sono le stesse, non cambiano nemmeno i protagonisti. Ecco, primo fra tutti, il giudice Amati. Sappiamo che è lui che, secondo il “Corriere,” il 12 sera mette la polizia sulle tracce degli anarchici e poi fa arrestare Valpreda il 15 all’uscita dal suo ufficio: è lui che deposita quella perla di verbale d’archiviazione e accoglie dal PM la richiesta d’archiviazione della querela contro Guida, finché dopo due mesi ne chiede 1’assoluzione con un documento che non sta in piedi. È sempre Amati che imbastisce 1’istruttoria del 25 aprile, su prove, testimoni, riconoscimenti e perizie, destinati a crollare uno dopo l’altro, finché, a furia di nullità e buchi procedurali, si riduce letteralmente a brandelli: è dalle sue istruttorie che sbucan fuori le lampade Tiffany (sono gli anarchici a farle, è in casa di chi le fa che si trovano i fili di stagno, i saldatori e i famosi vetrini che diventeranno veri e propri capi d’accusa). È lui che mette in prigione quelli che, a suo personale parere, sono i due capibanda dinamitardi, cioè i coniugi Corradini, poi scarcerati dopo sette mesi per mancanza di indizi.
Due i pilastri su cui si regge questa istruttoria traballante come quella del Pinelli: 1) le perizie grafiche sui volantini trovati sui luoghi delle bombe e attribuiti al Faccio li e al Pulsinelli; 2 ) l’implacabile accusatrice, la supertestimone Rosemma Zublena. Ma le perizie risultano assolutamente negative, e la Zublena presto si rivela una povera diavola affetta da delirio persecutorio, definita da. molti una spia della polizia, al punto che se ne chiede l’incriminazione come teste falsa e reticente. (Calabresi l’ha interrogata mandandola poi da Amati, che la rispedisce alla polizia anche quando è lui che inizia gli interrogatori.)
Nell”`affair” che scoppia adesso c’è anche il solito perito balistico Teonesto Cerri che diventerà ancora più noto per la sua brillante trovata di fare esplodere la bomba alla Banca commerciale. Il Calabresi l’abbiamo già intravisto a proposito di Zublena, ma qui dentro ha molte altre brucianti responsabilità. È lui che, sostituendosi ai magistrati, va in carcere a far fare perizie calligrafiche ai, detenuti ed estrae il Braschi da San Vittore per fargli riconoscere ad ogni costo la cava fatale: è lui, che notifica i mandati di cattura rabbiosamente emessi da Amati dopo l’ordinanza della Corte d’Appello. È lui che insieme ai suoi tre fedelissimi percuote e minaccia Faccioli negli interrogatori, è lui che, secondo le deposizioni e le lettere degli anarchici, non lascia dormire né mangiare il Faccioli per tre giorni e tre notti e con un pretesto lo porta fuori Milano in macchina per farlo scendere ed ordinargli di correre avanti, mentre lui vien dietro a fari spenti (“Possiamo romperti le ossa come niente, e poi dire che è stato un incidente…”); é lui che, sempre secondo le deposizioni degli .imputati, picchia Braschi minacciando di imprigionare sua madre e di infilargli della droga in tasca; è in questo periodo che lo chiamano “i1 comm. Finestra”; è sempre Calabresi che mette la sua firma alla deposizione della Zublena “dimenticandosi” di farla firmare da lei: la deposizione riguarda le responsabilità dinamitarde degli imputati Corradini che in dibattimento la Zublena dichiarava di non conoscere; ed ecco che vien chiesta la incriminazione di Calabresi per falso ideologico e subornazione di testimoni.
Poteva mancare Allegra in questo triste pasticcio? Naturalmente no: é Allegra che nel giugno del ’69 trasmette al giudice il verbale firmato da Calabresi e non dalla Zublena, un verbale che tra l’altro ha causato l’arresto del Pulsinelli, ma che è scomparso dagli atti dopo la scarcerazione dei Corradini, quindi solo per 1’o.stinazione della difesa, è stato ritrovato e consegnato al presidente. Del resto già il 24 aprile, secondo una sua precisa asserzione, Allegra sapeva chi avrebbe arrestato per le bombe all’indomani, cioè gli anelli più deboli della catena di sinistra. “Non si è potuto fare questa azione prima del 25 aprile,” dice il rapporto greco, di cui il giornalista inglese Leslie Finer viene a Milano a confermare l’autenticità, ma il 2 5 sono provvidenzialmente a Milano Faccioli e Della Savia. Mentre gli attentati sui treni avvengono proprio la notte di agosto in cui Pinelli va a Roma, mentre il 12 dicembre scoppiano le bombe alla banca, ed è quando Amati chiama a Milano Valpreda; questo il collegamento che ormai sono molti a fare, riunendo un processo all’altro, per spiegare perché e quando è cominciata la strategia della tensione.
Sempre presenti inoltre là dove si picchia e si percuote, i brigadieri Mucilli, Panessa e Mainardi, tutti promossi marescialli nella primavera del ’71: è Panessa che con un pugno spacca un labbro al Faccioli. In questo processo emerge che anche Mucilli ha mentito e non è stato da meno il Panessa: per il foglietto trovato in tasca al Faccioli esistono infatti tre verbali e cinque versioni diverse.
Così si sgretola il processo degli anarchici, che su richiesta del PM sono rimessi tutti in libertà, e intanto si ottiene un buon successo nel dibattito Pinelli. Dall’incontro dei sei periti che hanno esaminato le carte e le fotografie, è venuto fuori ben poco: secondo i periti della parte civile 1a famosa macchia ovulare dev’essere soltanto una macchia dovuta alla lunga permanenza sul tavolo dell’obitorio, mentre quelli della difesa non escludono che possa essere il risultato di un colpo di karaté. Così (ed è passato un anno e mezzo dal 15 dicembre), all’ultima richiesta degli avvocati Gentili e Guidetti Serra, la prima sezione del tribunale decide che si faccia pure la perizia medico-legale completa “onde stabilire in modo incontrovertibile e definitivo com’è morto Pinelli”: insomma sia costretta a subire un pubblico controllo la tesi del suicidio, imposta dalla questura, dalla Procura della Repubblica, dalla Procura generale e dal ministro degli Interni.
Decisione che manda sulle furie l’avvocato Lener, secondo il quale una richiesta del genere mira soltanto “ad insabbiare il processo” e il sospetto di esercitare una buona dose di humour involontario non lo sfiora nemmeno. Quanto all’affermazione che al Pinelli è stata negata giustizia, “è solo frutto di una campagna di vittimismo.” Ma come facciamo a provare il nostro assunto dicono gli avvocati della difesa se una perizia completa non è mai stata fatta? Dall’accertamento legale compiuto subito dopo la morte sono stati esclusi i consulenti della difesa, e risibile è l’affermazione che due degli esperti della Procura fossero in realtà dei camuffati consulenti di fiducia dei Pinelli: basta pensare che costoro non si recarono nemmeno sui luoghi dell’interrogatorio e della caduta, né potevano disporre di rilievi e di misurazioni sugli stessi, sulla traiettoria del corpo, sulla posizione d’arrivo ecc., non sapevano se l’anarchico fosse morto all’ospedale o in cortile, non parlarono col medico di guardia e si limitarono ad esaminare gli indumenti intimi del morto, ma non la giacca e i pantaloni che potevano recar tracce corrispondenti alle lesioni, quindi non furono chiamati a rispondere al quesito se queste ultime fossero tutte successive alla caduta o se invece qualcuna fosse precedente.
Ecco perché gli avvocati ora si ostinano a chiedere una perizia completa che abbia come base i resti della vittima, previa riesumazione, tutti i reperti che si trovano all’Istituto di medicina legale e tutti i rilievi raccolti dal tribunale. Questa perizia l’avevano chiesta in dicembre e se fosse stata ordinata allora, sarebbe già compiuta e allora avrebbe dato certo qualche risultato utile. Ma è ancora possibile disporla senza rinviare gli atti al giudice istruttore, per cui l’accusa di insabbiamento da parte della difesa risulta ridicola e offensiva.
Un’ora e mezzo di camera di consiglio, e il presidente del tribunale esce a dire che la richiesta di perizia è accolta. A un anno e mezzo di distanza, questa è senza dubbio la vittoria più grossa della difesa. E come mai, ci si può chiedere il tribunale, con a capo il presidente Biotti, ha concesso la perizia andando contro una così agguerrita parie civile, in ciò associata a1 PM? Forse perché, decidendo w0sí, il collegio giudicante ora si spoglia di un caso che cominciava a scottare un po’ troppo. Di giorno in giorno diventavano infatti sempre più rischiose le richieste degli avvocati Gentili e Guidetti Serra: cercar di sapere per esempio perché la questura di Milano, pur sapendo dov’era, per un mese non aveva controllato l’alibi del Sottosanti(sentito in tribunale poco prima della decisione della perizia: colazione da Pinelli la mattina del 12, andato ad incassare l’assegno, preso l’autobus per andare in casa Pulsinelli a Pero).
Si chiedeva poi di mettere a confronto il Rolandi col professor Paulucci perché si accordassero sul famoso tragitto in taxi (perché mai al professore il Rolandi aveva dato una versione diversa?). Ed era sempre la difesa a fare un’altra ipotesi: che secondo un disegno prestabilito un uomo così somigliante al Valpreda come i1 Sottosanti (lo stesso Rolandi scambierà una sua fotografia per una di Valpreda “un po’ truccata”) fosse salito sul taxi del Rolandi in piazza Napoli per andare in piazza Fontana (e sarebbe così giustificata la cifra del percorso). Continuando con le con,(letture, il Sottosanti sarebbe dunque servito soltanto per la pantomima del taxi, tanto per mettere la bomba, quanto per incastrare il Valpreda.
A perizia accordata, l’avvocato Lener ingoia amaro, anzi non digerisce affatto. Così solleva “un incidente d’esecuzione” chiedendo al tribunale di revocare l’ordinanza. Ed è una battuta a vuoto, perché, ritenendola inammissibile, solo quattro ore dopo il giudice respinge l’istanza. Più arrabbiato che mai, di lí a pochi giorni, Lener ne presenta un’altra che si dovrà discutere alla ventunesima udienza, cioè il 29 aprile. All’udienza ci vado insieme coi colleghi, ma non ha luogo. Temendo infatti di sentirsi contraddetto un’altra volta, Lener si preclude perfino la possibilità che venga messa in discussione la sua seconda istanza, e prima ancora dell’udienza, usa l’arma della ricusazione (sulla quale dovrà rispondere la corte d’Appello di li a qualche settimana).
Insomma, attraverso il suo patrono, il commissario Calabresi non vuole più che sia Biotti a presiedere il consiglio giudicante. Come andargli a dire: “Non voglio più che tu mi giudichi, perché ho scoperto che hai un interesse specifico in questo processo, comunque non sei obiettivo.” (Circostanze che se fossero state vere, avrebbero dovuto causare fin dal principio l’astensione del magistrato.)
Stupita incredulità, sorpresa smisurata. Come mai Lener, per motivi che sulle prime rimangono misteriosi, vuole allontanare Biotti a cui è legato da trent’anni di cordiale amicizia e col quale ha fatto una quantità di processi per diffamazione a mezzo stampa, che è un uomo d’ordine e persona prudentissima, noto a sua volta per essere estremamente conservatore?
E perché, mentre all’inizio tanto il PM quanto là parte civile proclamavano in coro la necessità di far luce sul caso del “povero Pinelli”; perché nel momento in cui il tribunale per la prima volta accoglie l’istanza di una perizia seria sul corpo dell’anarchico, scatta questo meccanismo di irrigidimento spropositato al punto che l’amico ricusa l’amico? Se poi, come corre voce in tribunale, i fatti su cui si basa la ricusazione (confidenze fatte da Biotti a Lener sulla conclusione del processo, telefonate compromettenti, raccomandate che scottano) risalgono a qualche mese fa, è a dir poco incredibile che un avvocato se li tenga in serbo per usarli solo quando il giudice prende dei provvedimenti sfavorevoli a lui. (Lo fanno notare gli avvocati Gentili e Guidetti Serra in una dichiarazione deposta subito dopo la ricusazione, e naturalmente ne chiedono i motivi.)
E allora l’ipotesi che viene istintiva è una soltanto:
Anche a così lunga distanza, la difesa della questura e il querelante sono presi dal panico all’idea della perizia medico-legale eseguita finalmente sul corpo e non più su foto o verbali. Ma come possono far paura quei poveri resti sotto terra da tanto tempo? “Fanno paura perché `quelli sanno,” è la laconica risposta della signora Pinelli. E perché quella vecchia volpe di Lener ha agito così pur rendendosi conto che l’accanimento nel non voler scoperchiare la tomba viene interpretato dall’opinione pubblica nel Senso peggiore, cioè come paura, coda di paglia, complesso di colpa?
Anche lui forse sa di aver fatto un passo falso, ma ceri n lo ha meditato. Può darsi che non si aspettasse una difesa così agguerrita, comunque questo è un modo per permettere a Biotti di sganciarsi dal processo e a lui di iniziare un nuovo dibattimento con chi può rimediare a una situazione già tanto compromessa. Se Biotti viene ricusato, arriva un altro presidente, e sarà più facile attenuare gli errori di prima: se non altro la perizia è evitata. La ricusazione infatti può essere l’arma estrema in un processo – in cui sono state già date ampie prove almeno di omicidio colposo (fermo illegale, piccolezza della stanza, violenze psicologiche pesanti ammesse dagli stessi funzionari, e poi interrogatori notturni, costernanti contraddizioni, oltre alla testimonianza di Valitutti).
Ma a questo punto, l’assommarsi dei vecchi fatti coi nuovi più straordinari (ancora un commissario di polizia che querelando in modo arrogante un direttore di giornale, è poi costretto ad una difesa affannosa e disordinata, e infine, di fronte all’evidenza dei fatti, disperatamente si oppone alla prova-chiave, che potrebbe essere l’apertura di una tomba), provoca uno speciale atteggiamento nella maggioranza consapevole. A chi cioè sta a cuore che il nome e il mistero della morte di Pinelli non siano dimenticati, non interessa più tanto come andrà a finire il processo, come sarà la sentenza, e se faranno o no la perizia.
Per costoro, secondo il tribunale della loro coscienza, oggi il processo potrebbe considerarsi chiuso, perché è raggiunto lo scopo politico di chi ha analizzato con attenzione ed esercizio di logica il comportamento della questura. Se dal punto di vista giuridico, infatti, attraverso quel che è emerso finora nessuno può negare che sia provato quanto meno l’omicidio colposo, adesso è altrettanto chiaro che alla riesumazione del corpo la questura si oppone perché di lì potrebbe emergere anche la prova del dolo. Quindi per molti di quanti hanno seguito tutto fin dal principio con intensa partecipazione, il processo appare finito, con totale successo della difesa e decisa sconfitta della polizia.
A Musocco non sarà aperta la tomba di Pinelli? Una prova in più, se ce ne fosse bisogno, di come ha indovinato la vedova nel far riprodurre sulla lastra quella lunga epigrafe di Spoon River in memoria degli anarchici impiccati a Chicago. Ed eccone il brano centrale:

Vidi una donna bellissima,
con gli occhi bendati,
ritta sui gradini di un tempio marmoreo.
Una gran folla le passava dinanzi,
alzando al suo volto un volto implorante,
nella sinistra impugnava una spada.
Brandiva questa spada,
colpendo ora un bimbo, ora un operaio,
ora una donna che tentava ritrarsi, ora un folle.
Nella destra teneva una bilancia:
nella bilancia venivan gettate delle monete d’oro
da coloro che schivavano i colpi di spada.

E finisce pressappoco così: mentre di quella bella donna un uomo in toga dice che “non guarda in faccia a nessuno,” c’è un giovane dal berretto rosso che le strappa di colpo la benda, e allora si vede che lì sotto gli occhi della giustizia sono allucinati e per di più stan marcendo:
Va bene considerare chiuso e vinto il processo, ma ad accumulare un maggior numero ancora di prove di cattiva coscienza e di inquinamento morale dalla parte di chi tiene il coltello per il manico, concorrono i continui colpi di scena. La ricusazione è stata chiesta: contro ogni previsione il 7 giugno la Corte d’Appello l’accetta, e son venticinque pagine che l’intero palazzo di giustizia giudica allucinanti, e che allontanano Biotti dal banco del tribunale, dopo otto mesi di presidenza, gettando ombre sinistre sul suo equilibrio e sulla sua onestà.
Finalmente vengono a galla le ragioni che hanno spinto Lener a un gesto così clamoroso e la Corte d’Appello ad accettarle. Nel documento è scritto infatti che in un colloquio chiestogli il 21 novembre del 1970, Biotti prima gli avrebbe parlato dei suoi vari guai carrieristici e della pratica in corso per la sua promozione, quindi gli avrebbe rivelato le pressioni a cui veniva sottoposto dall’alto perché la causa si risolvesse in favore di Baldelli, infine gli avrebbe confidato che “tanto lui che gli altri due giudici ci-ano convinti che il famoso colpo di karaté fosse stato inferto a Pinelli e gli avesse leso il bulbo spinale.” La sua era insomma già una sentenza; proprio per questa convinzione Biotti aveva aggiunto che sarebbe arrivato a ordinare una vera perizia.
Al corrente di tutto ciò, Lener sta zitto per ben cinque mesi di processo, ma quando Biotti ordina che sia fatta la perizia, quindi venga riesumata la salma, lo ricusa. E l’ordinanza incredibilmente gli dà ragione, in quanto non ricusandolo prima, nel corso del processo Biotti avrebbe anche potuto cambiare idea.
Da tutto ciò cosa viene dimostrato? Che l’accusa di assassinio avanzata dalla difesa non era poi tanto avventata, se vien perfino confermata dai tre giudici, presidente compreso. Che Lener tiene nascosta la sua bomba per cinque mesi perché spera, in questo frattempo di poter far pressioni sul giudice. Che quando si accorge di aver persa la partita, pur di non accettare la perizia, fa saltare il. tribunale. Che l’opinione pubblica a questo punto può fare tutte le ipotesi che vuole, anche le più azzardate, dato che questo sorprendente ingranaggio è scattato per il solo fatto che non si è aperta una tomba: chissà che il genere di fratture ancora riscontrabili alla base del collo non denunci chiaramente la crudele percossa, e, estrema congettura, che una volta scoperchiata, la tomba non possa anche rivelarsi vuota.
Anche questa volta (come nel falloso, e quasi comico verbale di archivîazione, come in quegli altri mútili e traballanti documenti che son tanto la richiesta di archiviazione della querela per diffamazione contro il questore Guida quanto la richiesta della sua assoluzione), si tratta di un fascicolo assai sconcertante, un seguito di meschine confidenze, di tremori, pressioni (di cui però qui dentro non vien data prova), di anticipazioni, ritrattazioni, e aperte minacce, che,dà una catastrofica idea della giustizia e degli uomini di legge italiani, il tutto rivolto una volta di più, a dilazionare all’infinito il momento della verità.
Lo scandalo è gravissimo, la gente rimane sconcertata, i giusti si sentono offesi.
Sull`Espresso” appare una lettera, aperta alla pubblica sottoscrizione, scritta da un gruppo di uomini di cultura, in cui si riconoscono alcuni dei più ostinati di sempre, precisamente da Marino Berengo, Anna Maria Brizio, Elvio Fachinelli, Lucio Gambi, Giulio A. Maccacaro, Cesare Musatti, Enzo Paci, Carlo Salinari, Vladimiro Scatturin e Mario Spinella. Eccone il testo:
“Il processo che doveva far luce sulla morte di Giuseppe Pinelli si è arrestato davanti alla bara del ferroviere ucciso senza colpa. Chi porta la responsabilità della sua fine, Luigi Calabresi, ha trovato nella legge la possibilità di ricusare il suo giudice. Chi doveva celebrare il giudizio, Carlo Biotti, lo ha inquinato con i meschini calcoli di un carrierismo senile. Chi aveva indossato la toga del patrocinio legale, Michele Lener, vi ha nascosto le trame di un’odiosa coercizione.
“Oggi come ieri – quando denunciammo apertamente l’arbitrio calunnioso di un questore, Marcello Guida, e l’indegna copertura nelle persone. di Giovanni Caizzi e Antonio Amati – il nostro sdegno è di chi sente spegnersi la fiducia in una giustizia che non è più tale quando non può riconoscersi in essa la coscienza dei cittadini. Per questo, per non rinunciare a questa fiducia senza la quale
Morrebbe ogni possibilità di convivenza civile, noi formuliamo a nostra volta un atto di ricusazione.
“Una ricusazione di coscienza – che non ha minor legittimità di quella di diritto-rivolta ai commissari torturatori, ai magistrati persecutori, ai giudici indegni. Noi chiediamo l’allontanamento dai loro uffici di coloro clic abbiamo nominato, in quanto ricusiamo di conoscere î n loro qualsiasi rappresentanza della legge, dello stato, dei cittadini.” E grandinano le firme, sono migliaia e migliaia, son altri intellettuali, uomini politici, artisti, dirigenti sindacali, scienziati, registi, scrittori, editori, professori universitari, semplici cittadini. E quando il giornale dopo varie settimane, ne smette la pubblicazione, ne continuano ad arrivare da ogni parte d’Italia.

Tutti i giornali bollono, cominciano a venir fuori i nomi dei magistrati che, secondo Lener, a detta di Biotti, avrebbero fatto pressioni su di lui, perché assolvesse Baldelli, e sarebbero il consigliere Adolfo Beria d’Argentine, membro del .Consiglio superiore della magistratura, e il vicepresidente della prima sezione dottor Giacomo Martino. Quindi Lener accusa in prima persona il dottor Edmondo Bruti Liberati (che è nipote di Beria, e senza far parte del collegio giudicante, assisteva al processo per i1 normale tirocinio dei magistrati da poco in carriera); così attacca un conservatore come Martino, un moderato come Beria d’Argentine uscito da ” Magistratura democratica” nel ’68 (ma che per l’estrema destra della magistratura resta ancora una quinta colonna delle sinistre) e nel Bruti Liberati si scaglia contro la corrente di punta, in quanto il, giovane appartiene a ” Magistratura democratica,” cioè; sempre per gli stessi magistrati; rappresenta l’estrema sinistra. Dove si vuole arrivare?, si chiedono quotidiani e settimanali. “Perché la Corte d’Appello non decide di indagare sulle presunte pressioni?” e avanti con: “Nuovi clamorosi sviluppi per lo scandalo Pinelli” “L’obiettivo dello scandalo Biotti è l’attacco ai giudici democratici?” e chi insulta l’uno chi l’altro, chi tutti e due i protagonisti della vicenda, davvero è difficile capire a fondo qualcosa. Si ha comunque l’impressione (e questa volta si fa strada anche in una larga fetta di indifferenti e di “tagliati fuori”), che il prestigio del potere e delle autorità in genere, e in particolare della polizia, sia fortemente scosso. Diventa ricorrente l’accostamento fra il caso Pinelli e il caso Dreyfus; l’impegno politico di molti è appunto quello di portare la vicenda del ferroviere anarchico all’altezza del caso famoso; la lettera di ricusazione morale pubblicata sull’Espresso”, a firma dei professori universitari milanesi (e che pure, per la quantità e la varietà delle adesioni ha un suo peso politico), come notano tra gli altri l’on. Lombardi, i senatori Banfi e Parri, se ha un limite, è quello di essere una ricusazione morale, e i tre parlamentari vi aderiscono, ma con una motivazione politica più precisa.
Come anche gli appartenenti a “.Magistratura democratica” hanno rilevato con una mozione del 10 giugno dove si fanno risaltare, nella vicenda Lener-Biotti gli aspetti rilevatori dell’uso distorto della legalità come costante dell’attuale corso politico del potere.
E in tanta confusione cosa deve fare la giornalista per informare bene i suoi lettori? Un’inchiesta sulla magistratura, le sue correnti, i suoi conflitti interni andrebbe benissimo. Ma se però potesse raggiungere Biotti e parlargli? Ed ecco che faccio il suo numero, è lui che risponde, sdegnato ma affabile, e: “Venga pure se vuole, io son qui che l’aspetto.”

È la prima volta che mi capita di interrogare un giudice, è la prima volta che lo vedo fuori dal plumbeo tribunale. Mi aspetta nel suo luminoso soggiorno (piante lustre, l’angolo del pranzo, l’angolo della conversazione, infondo il salottino Luigi XV che la suocera gli regalò per le nozze, mentre dal soffitto gocciola il lampadario di cristallo), e pare che si sia un po’ appannata quella sua faccia da zio rassicurante che nelle commedie arriva con buone notizie a predisporre il lieto fine. Adesso i suoi miti occhi chiari si accendono dietro le lenti, dall’impeto dei suoi gesti affiora lo sportivo di una volta, calciatore, spadaccino, scattante centometrista, perché nel suo salotto ora l’ira serpeggia, sparita la pacatezza di qualche mese fa, lieto fine addio.
“Lei deve scrivere dappertutto a lettere di scatola, che Biotti è un fesso, è sempre stato un fesso, tutto quello che mi è successo lo prova, non essermi -accorto per tanti anni di essere stato accanto a un serpente boa” (e invano tenta di calmarlo quella signora amabilmente polposa che è la sua bionda consorte). “Adesso aspetto che si insedi bene il nuovo procuratore generale Bianchi d’Espinosa, e appena possibile, sporgo denunzia e querela.” Contro chi? Contro il serpente boa, contro l’avvocato Lener per le sue temerarie fandonie, il suo malevolo delirio, la sua pretestuosa e impudente richiesta di ricusazione.
“E mi fanno arrabbiare i miei amici che lo chiamano Gíuda perché ha tradito una confidenza, ma chi gliene ha mai fatta una? Secondo lei, dica la verità, le sembrò così cretino d’andare da lui a compromettermi a quel modo? Le confidenze non le ha mai tradite,. per il semplice fatto che non gli ho mai confidato nulla.” Nella sua invettiva Biotti diventa lirico: giudicando l’operato di Lener, d’accordo con D’Annunzio, egli dovrebbe concludere che “parla per farnetico.”
Proprio questo io ero venuta a chiedergli, dopo aver letto il documento approvato dalla Corte d’Appello: quali le ragioni di un contegno così assurdo? Per concludere dal canto mio quello che a tanti era già venuto in mente: quei sospetti di collusione a cui portano i lunghi rapporti fra avvocati e magistrati, ecco perché i grossi avvocati spesso si vantano di fare i processi non in aula ma nei corridoi. Ma subito mi travolge la sua eloquenza difensiva: “Lener deve provare che sono andato a parlargli di baratto, di promozione, di pressioni, ho chiesto perfino un provvedimento disciplinare perché si faccia piena luce su tutto, e allora cada Sansone con tutti i Filistei.” Giacché sta sfogandosi, al punto di paragonare Lener al gigante capellone, non segue un filo logico, ma comincia dalla fine, quando dopo l’inoltro dell’istanza di ricusazione, lo chiamano a Roma per essere sentito dalla seconda commissione referente. Tema: l’eventuale trasferimento d’ufficio. È a Roma l’8 giugno in palazzo di giustizia con le sue cartelle sotto il braccio, quando per avvolgerle compra un giornale, e cosa ci vede?, la sua fotografia in prima pagina e la notizia che la Corte d’Appello ha accettato la ricusazione. Capito? “Quel che si dice un colpo alla fascista, mi hanno fatto partire apposta.”
Un’altra prova di livore e di malafede? La storia della sua promozione. Ogni anno il Consiglio superiore della magistratura indice un concorso per esami e per titoli a scelta del candidato. Lui aveva scelto di partecipare allo scrutinio (il parere del Consiglio giudiziario di Milano era più che favorevole: “rara competenza, onestissimo, quel che si dice un galantuomo”); in commissione c’erano altissimi magistrati, e che bisogno aveva di Lener? Lui sapeva soltanto che gli stava , a cuore l’andare in pensione con un titolo. Il 26, febbraio dunque Biotti si presenta alla commissione, cinque sono i giudici, e tre i voti favorevoli che riceve. Uno ancora, e sarebbe a posto. “Adesso indovini quando sarebbe stata la sessione del ricorso con il 99 per cento di probabilità di avere il voto in più? Il 18 giugno. Quasi in concomitanza con quella data, ecco la pugnalata alla schiena, la diffamazione.”
Ancora una premessa prima di arrivare al colloquio fatale. Tornato dalle ferie in settembre, Biotti fa il calendario per l’ottobre. Siccome il giudice Pulitanò non è in sede, forma il collegio Biotti-Favia-Cardona, per la prima udienza di ottobre. Ma non è il tribunale che decide la data dei processi: .è la Procura: Cosí il processo “Calabresi-Lotta continua” viene assegnato proprio al giorno in cui il collegio non contempla Pulitanò. “Certo è stato fissato apposta per questo. Pulitanò mi chiese d’esservi inserito, ma come facevo? Mi dispiaceva tanto togliere la signora Cardona e altrettanto dire a Pulitanò che sarebbe stato ricusato. E adesso mi darei degli schiaffi, perché non ho sostituito la signora, ecco come sono fesso. Allora Calabresi avrebbe detto forte e chiaro che lui non lo voleva il Pulitanò. Sarebbe saltato tutto il collegio, e a quest’ora io me ne sarei stato quieto e promosso.” (Che Lener temesse la presenza del giovane giudice è certo, dato che da tre anni egli svolge-una serie di attività politiche qualificate in seno a ” Magistratura democratica”; temeva ohc prendesse in mano il processo o avesse un certo peso nella sua conduzione.)
“Che impressione ha avuto sentendo Lener?” mi chiede subito. “Penso che sia d’accordo con me: sempre contrario, rabbioso, ringhioso, in lui io sentivo una sfida, ma ero deciso a tenergli testa: Di udienza in udienza poi si faceva sempre più animoso, ogni volta che accordo qualche cosa alla difesa di Baldelli, quando faccio venire il. registro della questura, mi accerto del fermo abusivo, tento un’inchiesta sull’orologio sparito, permetto il sopralluogo in questura, allora si son davvero tutti `rizzelati,’ Lener e i poliziotti, né io potevo trattenermi dal dire che nello schizzo del `Corriere’ la stanza pareva molto più grande (a parte che Lener il processo l’avrebbe voluto a porte chiuse).”
Avanti con le udienze per tutto ottobre, il sopralluogo è il 6 novembre, poi ancora udienze il 13 e il 16 novembre. È a questa data, a sentir Biotti, che lui comincia a seccarsi. Come un muro ostile, si sente crescere intorno il malumore di Lener; si accorge poi che il telefono di casa funziona a modo suo, tutto un cric, un’interruzione, anomali squilli e lui che parla senza che l’altro senta o viceversa: in strada è seguito, anche sull’autobus e in tram. (così decide d’andare a trovare Lener “per vedere se questo messere mi è nemico acerrimo o conserva un briciolo di onestà.” Gli telefona, lui non c’è, quando torna si mettono d’accordo per l’incontro, e Biotti, sempre per misure cautelative; chiede di entrare da una porta secondaria.
“Sono le cinque del 21 novembre 1970, piove a secchi, entro da via Monte Napoleone invece che da corso Matteotti, e li mi aspetta l’autista che mi fa traversare due cortili; poi su con l’ascensore, ed ecco questa pulce che io sono, in casa del plurimiliardario, e poi ha anche uno yacht, quattro cabine, due marinai tutto l’anno.
“Lo vedo subito nero, incupito, nemico. Allora mi arrabbio anch’io: `Lei mi ha rotto l’anima,’ gli dico, `mi sta provocando un sacco di guai, mi ha ricusato il Pulitanò e adesso me lo perseguita.’ `Non solo, ma l’ho anche denunciato,’ risponde quello, furente.” (In novembre infatti era stata aperta un’inchiesta preliminare contro questo magistrato in seguito a un esposto di Lener sulla faccenda dell’esclusione dal collegio e le conseguenti notizie sulla stampa.) E avanti con un delirante discorso in cui, invocando il giudice Calamari, grida che bisogna “finirla per sempre con quelli di sinistra, affossarli, distruggerli.” “Non parliamo poi della cosa più imbecille che è la perizia” (quella sulle foto e i reperti sulla macchia ovulare con sospetto colpo di karaté). A1 che Biotti risponde: “Il tribunale farà quello che deve fare; se deve fare una perizia la farà.” E qui, sempre a detta del giudice, finisce l’incontro, e lui se ne va dopo nove minuti in tutto.
Tempestoso il colloquio, normali le tre udienze seguenti, benché Lener presenti un inutile schizzo del corpo umano discutendone la circolazione del sangue, il bulbo e la macchia, esibendo oltre a tutto, per far scena, le tremende foto a colori della strage di piazza Fontana. Si arriva così al 27, quando tornando a casa alle tre, ai primi bocconi della sua colazione, Biotti decide di leggere quella lettera di Lener li in vista a pochi centimetri su un tavolino. La legge, quasi si strozza: “Lei è un pazzo,” grida nel telefono all’avvocato, “questa lettera io la straccio.” “E io la conservo,” fa Lener. ” E io me la metto dove lei pensa,” conclude Biotti infuriato.
Si può vederla questa lettera? azzardo. No, si, no, “Ma si, che me n’importa?” E Biotti me la legge. È del 26 novembre, e comincia così: “Signor Presidente, ieri mi è venuta un’idea” e l’idea gli è venuta in seguito a “una sconcertante impressione,” a “un’insolita scena”: Baldelli che si avvicina a Biotti, gli dice qualcosa sorridendo, e gli stringe la mano. (Avvertiva il presidente che sarebbe mancato alla prossima udienza, e Biotti usa stringer la mano a chi gliela tende.)
Lener prosegue con la storia della telefonata, in cui Biotti propone di vederlo “anche in un bar” (lui che non ci mette mai piede, e la moglie, se ha sete, se la tiene). Quando Lener torna da Roma dove assisteva il Credito lombardo di Milano si mette a sua disposizione per l’incontro. Ed ecco, secondo Lener (nel suo solito stile, puntini compresi, zoppicante sintassi, personali scoperte e deduzioni), i motivi della visita. Era in corso una pratica presso il Consiglio superiore per la promozione di Biotti, pratica controllata da persone di sua fiducia e di cui Biotti non si sentiva di turbar l’andamento. “Il discorso semipatetico si spostava:.. sul processo in corso. Lei m’informava delle molte pressioni… capitanate dal vicepresidente della sezione dottor Martino:
“Feci due osservazioni: avevo visto che l’uditore alla Sua destra si incontrava spesso col giudice Martino dopo ,l’udienza, evidentemente informandolo di quanto era avvenuto. Alla mia seconda domanda se l’uditore era nipote o congiunto di Beria d’Argentine, e se questi era la persona che controllava la sua pratica, Lei sorrise senza rispondermi.”
Quindi la confessione che tanto Biotti che il giudice a latere erano inclini a credere al colpo di karatè con lesione al bulbo spinale, che l’orologio fantasma sarebbe stato portato via per non rivelare l’orario della caduta e delle percosse. “Fu allora che mi impennai,” continua Lener, “dimostrando il `dato’ più imbecille che si era materializzato nel corso della campagna di stampa. Ecco perché alla ripresa dell’udienza ho cercato di dimostrare l’assurdità scandalosa di quel `dato’ e lessi la mia nota disperando della Sua buona volontà di leggere gli atti. Ma il Suo sguardo durante la mia lettura era assente e dimostrava fastidio e disattenzione. Lei mi informò che il collegio, non conferendo alcuna importanza alla perizia ordinata e fatta eseguire dal dottor Caizzi, era deciso a ordinarne un’altra… Rimasi di stucco, non supponendo che le influenze esercitate avessero anche potuto incrinare il riguardo verso la Procura della Repubblica.”
“Allargai le braccia per esprimere lo scoramento di chi si trovi di fronte improvvisamente a una frana di tutto un mondo nel quale era vissuto per cinquant’anni.” Dopo lo scoramento espresso a braccia, Lener gli chiede se crede alle “atroci accuse rivolte al Calabresi e alla polizia in genere;” e “Lei, abbassando gli occhi fece cenno di sì, con un gesto che significava… qualcosa di più.” Quindi, “per medicare il colpo inferto nonostante la trentennale amicizia,” Biotti avrebbe offerto la scelta della terna dei nomi dei periti di prossima nomina.
Poi “andando a ritroso col pensiero,” Lener si spiega molte cose, l’applauso alla lettura della dichiarazione di Baldelli, il “linciaggio morale” del suo cliente in aula, il disordine del sopralluogo nel caos di tutta quella gente, la sua osservazione che la stanza era troppo piccola, perché il Pinelli potesse deambulare, “frase captata dalla giornalista `Cederna’.” Ciò per tacere di altre affermazioni e confidenze sul processo fatte in altre occasioni, anche nello stadio di San Siro..(A San Siro Biotti giura che parla unicamente di calcio.)
“Signor Presidente, Lei . non ha potuto o voluto rendersi contò né del merito della causa né delle sue ripercussioni nell’ambito nazionale, consentendo, e concludo, che il processo che riguarda strettamente Calabresi come prescrive la legge sulla obiettività rigorosa della prova di fatto, investisse tutta la polizia.” Le conclusioni? Due commi tecnici che significano: “O ti ritiri o ti ricuso.”
Perché non ha mostrato la lettera al presidente del tribunale?, vien spontaneo di chiedergli. Perché, risponde Biotti, “era una lettera privata di cui faccio l’uso che credo, sono forte della mia coscienza, e sono sotto l’usbergo del sentirmi puro.” Il resto è noto. Altre tre udienze in dicembre, il 24 un’altra lettera di Lener che “augura al Presidente Biotti e alla Sua gentile famiglia Buon Natale e un 1971 di successo e di serenità.” (“Pensi un po’!”), Quindi si incaricano cinque periti di far la perizia sulla foto della macchia ovulare, il 25 marzo rispondono praticamente con un nulla di fatto, il 26 marzo il tribunale autorizza la perizia con riesumazione. Il primo incidente di esecuzione di Lener viene respinto, il 29 maggio è fissata l’udienza per discutere il secondo, e nel frattempo Biotti sa che è stata presentata l’istanza di ricusazione. Offeso, si astiene dall’udienza, e va in cancelleria dove vede che l’istanza è ammessa.
Morale: la tomba resta chiusa, la Corte d’Appello accetta la ricusazione, Biotti ricorre in Cassazione, vuole essere anche ascoltato dal plenum del Consiglio superiore, definendo ‘Tatto di ricusazione la più inaudita ribellione che sia mai stata posta in essere contro la decisione del tribunale che una volta era sovrana,” e: “Io sono solo e ho contro di me forze che son montagne dolomitiche, dietro Lener chi sa cosa c’è, certo non agisce da solo, lui ha il potere alle spalle.”
Finisce qui la mia “immersione” personale sulla vicenda; così da questo momento tenterò soltanto di raccogliere quel che succede dopo un fatto di tale gravità. Passa qualche giorno di sbigottimento ad ogni livello, poi si scatena il caos. Il consigliere istruttore Amati e il sostituto procuratore Caizzi fanno appello al Consiglio superiore della magistratura perché giudicano “gravemente lesivo della loro probità nell’esercizio delle funzioni giudiziarie” il passo che in quella lettera degli intellettuali li riguarda da vicino; Lener manda un biglietto ad. ognuno dei dieci firmatari per spiegar loro grosso modo che non hanno capito niente e che non dovevano lasciarsi plagiare da una matura sibilla “un po’ bionda e no, eppur sculettante nei suoi giovanili pantaloncini” (ebbene, allude alla vostra cronista, che in un’intervista, rilasciata poco tempo dopo al “Tempo” di Roma, egli definirà qualcosa come una mitomane isterica).
La Cassazione decide di aprire un procedimento nei confronti di Biotti.
Biotti si sceglie come difensore l’avvocato Federico Sordillo, diventato proprio in questi giorni presidente del Milan (non bisogna dimenticare che Biotti stesso ne è consigliere amministrativo). La questura smentisce d’aver controllato i suoi movimenti e il suo telefono: anzi fa un rapporto alla Procura della Repubblica perché le hanno falsamente attribuito tali fatti illeciti.
Il giudice Martino e il dottor Bruti Liberati respingono sdegnosamente le accuse di esser stati il tramite delle pressioni del giudice, chiedendo che un’indagine approfondita ristabilisca la verità. Anche Beria d’Argentine sollecita un accertamento per quel che lo riguarda al Consiglio superiore, esigendo che i risultati siano resi pubblici alla stampa e che addirittura i giornalisti possano essere presenti alla riunione del consiglio in cui questi verranno discussi.
Lener chiede al Consiglio milanese dell’Ordine degli avvocati di aprire un’inchiesta sul suo conto, e chi ne dà notizia ai giornalisti è il presidente del consiglio dell’Ordine, avvocato Giuseppe Prisco. Ma Lener smentisce e Prisca conferma. Il penalista Alberto Dall’Ora scrive su “Epoca” un articolo in cui prende vagamente posizione per Biotti, criticando questo modo di ricusare, e ne ha in risposta una furiosa lettera di Lener, per cui si rompono definitivamente i rapporti fra i due. (E il numero dopo, smentendo Dall’Ora, “Epoca” fa scrivere un articolo riparatore ad Augusto Guerriero che scarica tutta la colpa del pasticcio sull’attuale “politicizzazione” della magistratura.) In tanto sdegno contro corrotti e corruttori c’è infatti anche questo pericolo: la posizione di Guerriero è comune a tutti quei reazionari che identificano le cause dello scandalo recente nel Consiglio superiore della magistratura, situato secondo loro su posizioni troppo avanzate, quindi da riformare, se non da abolire, per riportare tutti i giudici alle dipendenze del ministro della giustizia.
Ecco come sempre su “Tempo” di Roma, Lener geme su quanto è stato poi lui a provocare, ahimè i cittadini stanno perdendo la fiducia nella giustizia, perché “si è aperto uno squarcio su quel cancro del quale è infettata una sia pur piccola parte della nostra magistratura,” e addita come responsabili non certo gli istruttori del caso Pinelli o tutti i bugiardi annessi, ma altri non precisati magistrati, mescolando Biotti coi suoi colleghi di Milano finora accusati senza la minima prova, oltre a tutti quelli, che, denunciando la repressione, hanno spesso e duramente pagato di persona.
Se invece ci sarà ancora il processo, affermano le correnti di punta, è indispensabile dar battaglia su due piani, uno interna al processo, l’altro che tenda a chiarire la situazione dentro la magistratura, tirandone a galla tutto il marciume: è molto importante, così dicono, che un bubbone come questo sia scoppiato, si tratta di .episodi che mostrano la necessità di introdurre dei meccanismi istituzionali e di controllo che d’ora innanzi possano impedirli.
Ed è proprio questo il discorso che fa perdere la testa alla destra politica e a quella giudiziaria: le quali hanno tutto l’interesse a rovesciare ogni responsabilità di scandalo della giustizia proprio sugli “innovatori.” Di qui, partendo dal cancro e dal bubbone, viene sferrato un massiccio attacco di destra contro il Consiglio superiore della magistratura, non tanto considerato solamente quel tal bastione avanzato a cui si accennava prima, ma nel quale si vuol vedere proprio chi ha suggerito a Biotti di voler condannare Calabresi, quindi il colpevole in generale di aver diffuso quell’altro mortale bacillo, e ci risiamo un’altra volta: il bacillo è la politicizzazione della magistratura.
Il quotidiano “Tempo” se ne fa il portavoce, e il primo a partire all’attacco è l’ex guardasigilli del re, Alfredo De Marsico, già ministro della giustizia di Mussolini, già componente del Gran consiglio del fascismo, che da tempo conduce una campagna contro il Consiglio superiore che egli definisce addirittura il corruttore politico della magistratura (mentre tutto si potrà dire di questo consiglio tranne che sia un organo dominato dalla sinistra). E “non si tratta di un attacco improvvisato,” spiegherà poi Marco Ramat su “Il Ponte” ma: “è un attacco che risale a tempo addietro, sia da parte dello stesso De Marsico, sia da parte di altri personaggi ben paludati di accademia (pensiamo a Salvatore Satta che da anni, anche in sede giornalistica, porta attacchi costanti contro i magistrati democratici, contro ogni forma di maturazione politica dei magistrati, e perfino, da ultimo, contro lo Statuto dei lavoratori che non è certo una legge rivoluzionaria, invitando – coerenza del sistema di diritto! – i giudici a violarlo).”
Nel coro non può mancare, com’è naturale, anche “Magistratura democratica,” con un comunicato che reagendo agli attacchi rovesciati sul Consiglio superiore (organo costituzionale della repubblica nata.dalla Resistenza) “denuncia invece la connessione fra queste manovre e il disegno politico eversivo contro le istituzioni democratiche, indica alle forze politiche democratiche e popolari, al mondo sindacale e del lavoro la necessità di reagire agli attacchi reazionari contro il Consiglio superiore e soprattutto richiama ai partiti politici antifascisti l’urgenza assoluta di riformare tale Consiglio per renderlo pm democratico e rappresentativo, affinché possa in avvenire meglio rispondere alle esigenze del paese e garantire la corretta amministrazione della giustizia, oggi come sempre soggetta a pressioni di destra.”
Finché a tutti i magistrati e gli avvocati di Milano arriva una lunga lettera dell’avvocato Massimo De Carolis (capogruppo democristiano in Palazzo Marino, e sostenitore delle manifestazioni fasciste della maggioranza silenziosa) e del suo collega avvocato Lodovico Isolabella. Nella lettera essi si scagliano in un linguaggio strano contro la “reiterata” pubblicazione, su tre numeri dell’ “Espresso,” della lettera aperta sottoscritta da tutte le persone sdegnate per l’andamento della vicenda “Calabresi-Lotta continua.” Schierati insieme con la questura questi due legali risultano strenui difensori di Caizzi e di Amati: Scrivono infatti che essi “hanno agito secondo l’imperativo della verità alla luce della loro coscienza,” che Caizzi, iniziati gli accertamenti preliminari “li ha conclusi con fulminea rapidità, accurati, meticolosi, complessi.” Infine Amati, (;aizzi e Calabresi, secondo la lettera, sarebbero “persone libere e oneste che giorno per giorno spendono la loro esistenza sulla tutela di un sistema che si regge su ossatura pregna di autentici valori e che rivendica sicure grandezze.”

Si son citati finora personaggi molto in vista con le sorprese che ci riservano; ma una sorpresa, e sconcertante anche questa, ora ci viene anche dal basso. Un giovane avvocato sta parlando con un magistrato in un ufficio di palazzo di giustizia, ed ecco entrare a un tratto un cancelliere con un fascicolo in mano. Corretto saluto, giù il fascicolo a via. È uno dei nuovi, fa il magistrato. Ma dove l’ho già visto? si chiede l’avvocato, quel tipo lì lo conosco, così massiccio, gli occhiali e tutti quei capelli.
Certo che è una vecchia conoscenza: è l’ex brigadiere ed ora maresciallo Pietro Mucilli, già appartenente all’ufficio politico della questura, uno degli inquisitori del caso Pinelli presenti alla sua morte, nonché principale teste di accusa contro i giovani che avevano manifestato per l’eccidio di Battipaglia, e ancora teste a carico nel processo contro gli anarchici, buon picchiatore, sospettato d’aver messo in tasca a uno degli imputati “per incastrarlo” lo schema di uri ordigno esplosivo. Ed ora, chi se l’aspettava?, c stato assunto, quindi premiato, dall’ufficio Istruzione.
Un’altra vecchia conoscenza, ma in posizione eccelsa, si ritrova nel tetro palazzo, e questo è un ritorno di prestigio, è Luigi Bianchi d’Espinosa, che si è insediato a Milano da poco come procuratore generale: È lí che lavora nel suo ufficio il 24 giugno, un giorno di gran caldo, mentre a un certo punto gli si fa annunciare l’avvocato Carlo Smuraglia. Si conoscono da vent’anni, cordiale l’incontro, molti gli argomenti e i ricordi comuni.
Il procuratore parla volentieri, ed è noto per il suo humour quieto ma pungente, che non si smorza neppure quando l’avvocato gli comunica, che oltre a venirgli a dire com’è contento che sia tornato, anche a nome del collega Domenico Contestabile, deve consegnargli un documento, anzi glielo consegna personalmente, dato che è molto grave e delicato. “Lei sa che mi interessano casi così,” fa Bianchi d’Espinosa, e col suo piccolo sorriso ironico, senza sapere quanto è esplosivo, tende la mano verso il fascicolo.
È certo più delicato e più grave di quanto egli non pensasse, è il bruciante esposto di una donna crudelmente ferita. Tramite i suoi legali, essa fa una critica lucida e amara del tenebroso evento che l’ha coinvolta, e che a un certo punto scoppia in aperta denuncia. Sono ventun pagine infatti in cui Licia Pinelli chiede la riapertura della istruttoria e l’incriminazione di tutti i poliziotti meritevoli di ogni sospetto, i commissari Allegra e Calabresi, i sottufficiali Panessa, Caracuta, Mucilli, Mainardi, oltre al capitano dei carabinieri Lo Grano. I reati? Omicidio volontario, violenze private, sequestro di persona, abuso di ufficio, abuso di autorità.
Tutte in fila dunque le pecche dell’inchiesta ufficiale sulla morte condotta dalla Procura (da cui eran stati esclusi i familiari Pinelli), quindi di quel farraginoso sfacelo di istruttoria con relativo decreto d’archiviazione, zeppo a sua volta di inaudite prove di parzialità verso gli agenti di polizia, di deposizioni mutevoli ad ogni voltar di pagina, e tutte col piombo nelle ali, per arrivare a un altro incredibile fatto, a quando cioè l’istruttoria sulle cause della morte di Pinelli finisce per svolgersi in un processo diverso con un imputato diverso, ancora una volta senza alcuna partecipazione di chi vi ha diritto, particolarmente della vedova. (E qui bisogna riconoscere che di rado si è assistito a qualcosa di più aberrante.)
Insomma un dizionario di gaffes, decisioni arbitrarie, ragionamenti del tutto inaccessibili alla normale ragione, di persecuzioni ed interrogatori insidiosi, intimidatori e fraudolenti, di rievocazioni confuse e contraddittorie su quella tal notte dal 15 al 16 dicembre ’69 (mai un confronto tra quanti, pur volendo dare una comune versione di innocenze, per scempiaggine, raptus o distrazione, finiscono sempre con lo smentire i compari); in più colpevoli vuoti di memoria, orari che vischiosamente spostandosi, si sovrappongono o si dilatano senza che nessuno riesca nemmeno ad accordarsi né sull’ora delle provocazioni né sull’ora della chiamata dell’autoambulanza.
Nessuno poi che sappia spiegare il perché tanto di quel segno d’agopuntura alla piega del gomito (mentre a 21 mesi di distanza salterà fuori la cartella clinica con la pro va dell’iniezione), quanto dell’esistenza alla base del collo della famosa macchia di forma ovale. Questa macchia, continua l’esposto (se non riguarda contusioni o lesioni da caduta, come riconoscono i periti) non può essere il segno di violenze commesse contro il Pinelli diventato ormai “persona scomoda” quando era ancora vivo in quella stanzetta? Non si fa dunque attendibile la tesi del karatè, accolta, a quanto Lener ha imprudentemente affermato, anche dallo stesso consiglio giudicante?
Prende corpo allora l’esposto della vedova, “un estremo tentativo di ottenere giustizia nel nome del marito tragicamente privato della vita, e delle bambine, che hanno diritto almeno di veder restituita al padre quell’integrità morale e quella saldezza che conobbero in lui. Spera infine che ancora una volta non vada delusa l’attesa che oggi non è più soltanto sua, ma dell’intera collettività.”
È una decisione maturata a lungo, a cui Licia Pinelli è arrivata responsabilmente in seguito alla somma di insensatezze dell’anno scorso e agli ultimi sviluppi (tentativo di far saltare il processo, certezza che sia stato truccato). Insomma, visto che la magistratura non ha fatto il suo dovere e si tenta di chiudere il canale Baldelli, ecco che la vedova ne apre un altro, il piú logico, il più diretto.
C’è un’altra ragione ancora perché ora esca fuori questo documento, ed è la presenza al vertice della Procura di quest’uomo nuovo, che gode fama di democratico, che è antifascista per costituzione, è nato e cresciuto alla scuola di Calamandrei, è considerato un enfant prodige della magistratura, perché approdato giovanissimo in Cassazione, e subito noto per i suoi atteggiamenti contrari al conservatorismo ambientale. (Quando arrivò a Milano come presidente del tribunale, prese in mano personalmente i processi penali di spicco come la “Zanzara” e il processo Riva, in questo andando contro Lener, allora difensore del malaugurato Felicino. )
Diventato capogabinetto del ministro repubblicano Reale dopo una parentesi veneziana, appena a Milano di nuovo, nella sua lunga intervista al “Corriere” (un’intervista da “Corriere,” appunto, senza nessuna impennata) c’è però una frase che piace ai democratici: “II mio compito è di far rispettare la legge nei confronti di chiunque.” Così si spera che per una volta nel “chiunque” sia compresa la polizia.
Ci si domanda ora cosa possa fare di questo esposto il procuratore generale che ha sempre amato le situazioni rischiose. Deve decidere prestissimo, perché son prossime le ferie. È difficile che possa consultarsi col suo avvocato generale, quel Pontrelli che a suo tempo aveva promosso il procedimento di trasferimento a Genova del processo della “Zanzara” per legittima suspicione. Deve decidere da solo, e nella sua decisione si misurerà l’autenticità dei suoi sentimenti democratici.
Posizione tutt’altro che invidiabile la sua; stretto com’è fra due fuochi. Da un lato la sua ambizione, il suo prestigio, e dall’altro la sua carriera. E qualsiasi decisione in questo affare può essere un errore per lui: a lui l’errore che ripugna meno alla sua coscienza.
Bianchi d’Espinosa può dunque trasmettere gli atti al giudice istruttore con richiesta d’archiviazione (ma non lo farà; certo, non ama mettersi al livello di Caizzi ed Amati). Può avocare a sé l’istruttoria ricominciando daccapo oppure continuando con gli atti che crede (nuovi interrogatori e la riesumazione). Può lavarsene le mani, deferendo gli atti al giudice istruttore con richiesta di procedere con istruttoria formale (trentaquattro sono i magistrati di cui Amati dispone). Se no potrebbe emettere gli ordini di cattura e procedere contro gli imputati. Questo in poche righe il nuovo test per Bianchi d’Espinosa.
Benché, anche per ragioni di vacanze, egli incarichi della nuova istruttoria il sostituto procuratore generale Mauro Gresti, sarà presente all’interrogatorio di Licia Pinelli, la donna che in un anno e mezzo non ha mai sbagliato un colpo, che questo suo ultimo atto lo considera un dovere morale, che non ha mai avuto un cedimento sentimentale né una lacrima, esemplare per dignità e controllo, occhi impavidi ed un pallore quasi magnetico nel suo bel viso di italiana antica.
Parlerà con Lener, 1’atrabiliare, intorno al quale si è urcato un vuoto fisico e morale da incubo e che con le sue intemperanze ha ottenuto il peggiore dei risultati per il suo cliente; vedrà il giudice Biotti, che per ora sta pagando per tutti e per il quale è stata chiesta la sospensione dall’ufficio c dallo stipendio. E naturalmente Calabresi che, sempre ” Milano, partecipa attivamente alle cariche contro l’Unione Inquilini.
La prima risposta alla denuncia della signora Pinelli? È incredibile, viene dall’alto ed è la promozione di Calabresi da commissario aggiunto a commissario capo.

Poche sono le novità comprese fra i primi di luglio e le prime tre settimane d’agosto. La Procura generale, come ci si aspettava, decide di riaprire l’istruttoria (ma perché Bianchi d’Espinosa non conduce personalmente le indagini come ai tempi di Riva e della “Zanzara”?); si ascolta la vedova Pinelli che conferma punto per punto la denuncia presentata il 25 giugno: muore improvvisamente Cornelio Rolandi il supertestimone del processo Valpreda; alla Corte d’Appello di Firenze inizia l’istruttoria penale contro Biotti (essendo magistrato a Milano, non può esser giudicato dal procuratore della stessa città) e gli contestano omissione d’atti d’ufficio, rivelazione di segreto istruttorio c corruzione; quindi il magistrato che indaga sul giudice interroga anche Lener, Calabresi e il segretario di Lener, cioè gli altri protagonisti del più recente scandalo politicogiudiziario.
Si arriva finalmente a qualcosa di più concreto il 26 agosto. È il giorno in cui due commissari di polizia vengono indiziati di reato, cosa che capita certe volte al cine ma, quasi mai in questo nostro paese. Eppure, a due mesi dalla denuncia della vedova, il. sostituto procuratore generale Mauro Gresti, incaricato della nuova istruttoria, mette sotto accusa i due più alti funzionari implicati nella vicenda al di fuori del questore Guida: al capo dell’ufficio politico Antonino Allegra contesta il fermo illegale dell’anarchico, al commissario Calabresi l’omicidio colposo.
Può cadere così dalla buona coscienza dei cittadini tranquilli, quel peso che a furia di infiammate campagne di stampa, se non altro a intervalli deve averli turbati, e hanno buon gioco i moderati di sempre: non è affatto vero che i poliziotti non pagano, la legge è uguale per tutti. Ma tutto lascia pensare che gli indiziati pagheranno pochissimo. Sempre difeso dall’avvocato Lener, Calabresi dimostrerà facilmente che é stata minima la sua negligenza nel sorvegliare l’anarchico (tra l’altro non ha sempre affermato di essersi allontanato dalla stanza al momento giusto?). Quanto all’atto doloso contestato ad Allegra (che si è scelto un altro grosso calibro come difensore, l’avvocato Giacomo Delitala), cioè l’arresto illegale, d’altronde non inconsueto nella tradizione delle questure (ammesso in tribunale dallo stesso Allegra, che a suo tempo era stato censurato dal Procuratore generale Riccomagno con una lettera definita semplicemente “un buffetto,” mentre avrebbe dovuto aprire un procedimento disciplinare contro di lui e procedere penalmente), l’accusa è già coperta dall’amnistia.
Un fatto positivo comunque può essere considerato, nello svolgimento del caso Pinelli, questa riapertura di un procedimento penale, che se non altro incrimina qualcuno, e sempre con molte precauzioni, trasforma i querelanti in imputati, quindi supera, rinnegandolo, l’incredibile documento del giudice istruttore Amati, che archiviando 1’intera faccenda, aveva chiuso ermeticamente ogni sbocco all’istruttoria: nessun reato era stato commesso, il fermo non era illegale, tutti innocenti dunque, fuori il povero Pinelli, perlomeno affetto (e anche Amati finiva con lo scagionarlo da ogni accusa) da invincibile nervosismo.
Non è però il caso di veder troppo rosa; perché a guardare bene si tratta di una mossa più astuta che producente, più di compromesso che promettente, l’unica che, per non suscitare tutto quel vespaio, avrebbe dovuto venire in mente all’inizio ad Amati e a Caizzi. Infatti, nel momento in cui, attraverso i vari processi politici, andava offuscandosi il buon nome della polizia e della magistratura, col metter motto accusa due della polizia, oggi si sta tentando di ridar credibilità alle istituzioni intaccate dall’istruttoria Amati, dall’assurdo processo contro gli anarchici, da tutte le nebbie che avevano avvolto il processo “Calabresi-Lotta continua”: in questura la trasgressione come regola corrente, in tribunale quella serie di contraddizioni e incompatibilità che soltanto nei governi e nei tribunali si possono trovare, quindi a livello di magistratura colpi mancini, tradimenti, sconcertanti ammissioni.
All’apertura dell’istruttoria si approda anche perché mai prima d’ora su un fatto del genere si era mobilitata l’opinione pubblica in modo tanto massiccio da giungere addirittura a una forma di battaglia democratica. Ma a una soluzione come questa si arriva con due anni di ritardo, ed è una soluzione che non può soddisfare, perché troppe cose nono venute a galla in due anni, e di tale peso, da far ritenere molto più grave l’accusa.
Proprio per via del ritardo, partire dall’ipotesi neutra nel 1971 non è certo un acquisto di nuovo credito da parte della magistratura e della polizia: insomma in seguito nel dibattito che c’è stato in tribunale e alla marea montante nell’opinione pubblica, questa neutralità dell’accusa è difficile accettarla.
Anzi, scegliendo l’omicidio colposo (mancanza di diligenza, violazione di norme regolamentari, ritornata alla luce quell’equivoca deposizione di Oronzo Perrone, autista di Calabresi, che parla già di tentato suicidio alla vigilia della morte), è stata fatta a priori una scelta che equivale a una condanna definitiva delle istituzioni. Con l’aria di far giustizia si dà un contentino a quanti hanno appassionatamente seguito il caso schierandosi contro uomini e modi della questura; e contemporaneamente, dopo la denuncia della vedova, si offre un comodo salvagente ai due poliziotti, non contestando niente a tutti gli altri presenti quella tal notte nella stanza, fuorviando l’attenzione dal processo “Calabresi-Lotta continua,” tagliando corto alla tesi che aveva preso piede anche fra gli stessi magistrati, quando il giudice Biotti aveva dichiarato che non solo lui, ma anche i suoi colleghi a latere erano persuasi del mortale colpo di karaté.
Si è seguita così la linea contraria a quella che di solito si segue nei processi politici, in cui per primo si contesta il reato più grave per arrivare a provare il più leggero. (Se per un’ipotesi assurda, da una stanza dove si trovava con una mezza dozzina di operai di sinistra, Calabresi fosse caduto dalla finestra, gli operai sarebbero stati incriminati di omicidio colposo?) Ed ecco che, come nel gioco dell’oca, dopo quello che a prima vista poteva sembrare un bel salto in avanti, si torna al posto di prima, avvalorando la tesi della polizia, che è quella del suicidio. (A meno che, come affermano gli ottimisti, si tratti di un primo passo per aprire maggiormente e più oltre il campo delle indagini.)
E c’è anche qualcuno che si rattrista dell’invio di questi avvisi di reato, per esempio il democristiano on. Speranza, vicecapogruppo dc alla Camera. Il quale di ciò si lamenta scrivendo una lettera all’on. Andreotti. “Potrebbe trattarsi di un reale grave reato compiuto dai funzionari” egli scrive, bontà sua, “il che giustificherebbe la gravissima decisione della Procura generale milanese. Ma potrebbe essere anche un abbaglio.”
A parte la scelta del sostantivo (che in questo caso è quasi irresistibile), la possibilità dell’abbaglio, cioè il rischio di perseguire un innocente, secondo lui dovrebbe esser sufficiente a bloccare un processo? Quel che scrive l’on. Speranza è proprio quanto occorre non solo per giustificare ma per imporre l’avvio di un’istruttoria penale. E chi sulla stampa critica Speranza, o contro di lui protesta in Parlamento, torna ad usare quel verbo che da tanto tempo non poi tanto inutilmente ha martellato e scandito i tempi di questa vicenda: “far luce, allo scopo di far luce, si faccia luce al più presto.” Vuol dire che, nonostante tutto, anzi a causa di tutto quel che è saltato fuori, la luce che è stata fatta, nelle alte sfere non è stata gradita, anzi si è tentato di intorbidire le acque sempre di più. L’importante ora è che le indagini si svolgano rapide e complete, senza indugi né indebite pressioni.

Bando agli indugi; mentre Gresti è in vacanza (ci star1 quaranta giorni), chi conduce le indagini è Bianchi d’Espinosa. Da lui vengono sentiti i primi tre testi, Oronzo Perrone, autista di Calabresi e gli agenti Buccella e Spalletta (Oronzo quello che riferì a Caizzi del tentato suicidio di. Pinelli, gli agenti i due che erano presenti a tale tentativo). Poco trapela dal palazzo di giustizia, ma quel che è sicuro è che, a braccetto dei suoi due fidi, Oronzo fa il suo bel passo indietro, come, da quando la conosciamo, si usa in questura.
Il tentativo di suicidio (infatti chi ci aveva creduto se non Caizzi? e come mai era venuto a galla dopo quattro mesi? ) era stato soltanto una sua impressione, una semplice supposizione venutagli in mente durante lo stato di choc che l’aveva preso dopo il salto del ferroviere; quanto ai due agenti, non eran stati neppure sfiorati dall’idea clic, volendo aprire la finestra per via del fumo, Pinelli avesse l’intenzione di suicidarsi. Interessante retromarcia clie viene a puntino, per salvare un’altra volta e un poco di più il commissario capo Calabresi, il quale potrebbe così essere sollevato perfino dall’accusa di omicidio colposo: non c’era il minimo sospetto, non può essere quindi accusato di scarsa vigilanza.

11 settembre: Come un ricorrente contrappunto, si rifanno vivi i legali della vedova Pinelli con una serie di richieste istruttorie. Si faccia un’ispezione nei locali della questura dove si trovava il Pinelli la notte della sua morte, previa notifica dell’avviso di procedimento a tutti quelli che allora si trovavano lì dentro: per mezzo di un manichino della statura e del peso di Pinelli vengano studiate le modalità di caduta a seconda della parabola del corpo e dello slancio impressogli. E si indaghi su quel segno di agopuntura sul braccio sinistro, interrogando medico, barellieri, periti.

12 settembre: Si fa sempre più frequente la voce che la Procura generale ha l’intenzione di disporre la perizia necroscopica, anche se a distanza di quasi due anni sono poche le probabilità di scorgere in quelle povere ossa qualche segno rivelatore. Ed è proprio l’iniziativa sulla quale la parte civile si era opposta ogni volta e in modo talmente accanito da far scoppiare il famoso bubbone.
Chiaro come il sole che a questo punto insorga la solita destra, quella insomma che vuol stare al buio. Ricordate la campagna condotta dal professor Satta contro il Consiglio superiore della magistratura al tempo del bubbone? Si fa sentire un’altra volta, e precisamente in un articolo di fondo sul “Gazzettino,” in cui attacca il procuratore generale, perché interferisce in un processo pendente che è già allo studio del pubblico giudizio, e lo accusa di volersi sostituire al giudice. Insomma, a sentir lui, Bianchi d’Espinosa si è reso colpevole di un vero e proprio reato, come l’abuso di ufficio, un reato che viene punito rigorosamente dal codice penale. Manovra tanto grossolana come intimidatoria, che ha uno scopo soltanto.
14 settembre: Bianchi d’Espinosa trasmette gli atti al giudice istruttore perché proceda all’istruttoria formale nei confronti di Allegra e Calabresi. (Ed ecco che dopo due anni si ricomincia tutto daccapo.) Nello stesso giorno chiede la riesumazione dei resti dell’anarchico e la perizia necroscopica, a cui assisteranno finalmente i periti di parte nominati dai familiari. La pratica così passa all’ufficio Istruzione, diretto da Amati; ma se non in vera vacanza, Amati è in vacanza diplomatica, e naturalmente se ne occuperà un altro giudice.

15 settembre: Viene reso noto che la salma di Pinelli sarà riesumata ai primi d’ottobre. (E cosa farà Lener?) Non si sa ancora chi sarà il giudice istruttore, ma si parla di Ovilio Urbisci, un nome che ai democratici dà serio affidamento.

17 settembre: Non è Urbisci, invece, perché il fascicolo viene consegnato al giovane magistrato Gerardo D’Ambrosio che tra l’altro ha insistito per averlo. Di lui non si conoscono le opinioni politiche, si sa soltanto che fa la stia professione con entusiasmo, e che è il magistrato a cui si deve la soluzione del mistero dell’assassinio di piazzale Lotto. Per quel che riguarda Calabresi: “Concorreva,” si legge nel capo d’imputazione, “a causare la morte di Giuseppe Pinelli in quanto nella sua qualità di funzionario che aveva ricevuto dal dirigente stesso l’incarico di interrogare la persona sopraindicata… dopo che nel corso del lungo interrogatorio eran state rivolte al Pinelli domande e contestazioni ‘ad effetto’ dalle quali avrebbe potuto derivare all’interrogato il convincimento che la polizia era a conoscenza di gravi elementi a suo carico in ordine a sue eventuali responsabilità per la strage o per precedenti attentati dinamitardi o comunque in ordine alle responsabilità di elementi anarchici in relazione alla strage predetta, ometteva, a interrogatorio ultimato, di impartire le opportune disposizioni per la vigilanza e custodia del fermato. In particolare, ometteva di disporre che lo stesso venisse adeguatamente custodito in un locale interno dell’edificio a tale-uopo adibito o venisse quanto meno strettamente sorvegliato a vista da personale specificatamente incaricato, cosicché il Pinelli, rimasto in sua momentanea assenza in condizione di relativa libertà di movimenti nella sua stanza con finestra a balcone… poteva con mossa improvvisa e tale da prevenire il possibile intervento delle altre persone casualmente presenti nell’ufficio stesso, precipitarsi dalla finestra sita al quarto piano dell’edificio…”
Al dottor Allegra si contesta di aver abusato dei poteri inerenti alle sue funzioni avendo proceduto al fermo di Pinelli e di averlo trattenuto per un tempo ben superiore a quello strettamente necessario per i suoi interrogatori, omettendo di farlo tradurre immediatamente nelle carceri giudiziarie a disposizione del procuratore della Repubblica, e dando notizia a quest’ultimo con notevole ritardo.
E cosa farà Lener, ci si chiede ormai che lo si conosce così bene, davanti alla ripresa dell’istruttoria, davanti all’incriminazione e a quella tomba che finalmente sta per aprirsi a Musocco? Son tutti sicuri che avrà le sue acri proteste da fare, e basta aver pazienza qualche giorno, lasciargli scegliere quello che, anche consultando Roma, secondo lui è la miglior forma di protesta, perché a questo punto succeda quello che è sempre successo quando si arriva al momento in cui stanno per essere schiarite le nebbie, rimossi gli ostacoli e fugate le ombre. Con una regolarità pari soltanto alla sfacciataggine, si può esser sicuri che anche adesso agiscono le solite trappole che chiudono e insabbiano, se no si alza un gran polverone e si scatena il caos. Ora infatti è lo stesso. Maestro nei colpi di scena Lener scatta il

22 settembre: E denuncia per calunnia e a titolo personale il professor Carlo Smuraglia, patrono della signora Pinelli. In duecento pagine egli lo accusa di aver calunniato tutti i poliziotti che sappiamo, di aver ricostruito, travisato e distorto calunniosamente i fatti su cui si basa la denuncia della vedova, e lo stile è quello tipico dell’enfatico legale, si parla di “infame documento,” di “nascondersi dietro gonne o pantaloni,” di “callido riepilogo,” di “furbesca ragna,” di “sovvertimento che viene dal convincimento,” e di “letame dei pettegolezzi.”
La denuncia per omicidio, secondo Lener, poteva esser fatta molto tempo prima (fin dal luglio ’70), ma per farla si è voluto aspettare 1’insediamento del nuovo procuratore generale, mentre i magistrati di allora “avevano vissuto la vicenda ora per ora, pagina per pagina e non avrebbero tollerato inganni.” Alla sua, di denuncia, Lener allega quaranta fascicoli tra cui una statistica di tutti i suicidi avvenuti in un anno a Milano, di centoquattro dei quali restano ignote le cause; sottolinea poi che “niente fu tralasciato per l’accertamento dei fatti”; mentre in un altro allegato si scaglia contro una certa stampa che, frugando appunto in quel tal letame, ha aiutato a mistificare e distorcere la verità.
Il polverone si alza, infuriano le proteste. La stampa ` unanime nello scrivere che per la prima volta nella storia giudiziaria c’è un avvocato che ne denuncia un “altro per atti compiuti nello svolgimento del suo mandato, accusandolo di essere il responsabile di quanto sottoscrive il suo assistito. Si dimenticano però che un precedente c’è stato, e manco a dirlo, ad opera di Lener, quando, qualche anno fa, egli denunciò in proprio per circonvezione d’incapace un altro suo avversario, il prof. Mario Rotondi, e la causa è ancora pendente.
Arteriosclerosi galoppante, rabbia senile? È questo certo il primo commento, ma è anche un’ipotesi da non avallare, perché Lener segue invece una sua logica precisa. Mette infatti a riparo Calabresi e il ministero degli Interni che così restano dietro le quinte; non attacca la vedova Pinelli che, sostenuta dall’opinione pubblica, è diventata il dignitoso simbolo dell’intera vicenda; e tende a gettare le solite ombre e i soliti sospetti su tutti gli elementi già noti, facendoli considerare come manipolati a freddo da un avvocato. Il punto debole sta nel prestarsi ad esporsi in proprio per un gioco che di sicuro va molto aldilà della sua persona, mentre una mossa astuta è quella di metter giù duecento pagine che ricostruiscono i fatti intesi a scagionare Calabresi e compagni, presentando cioè una difesa sotto forma di accusa. (Numero dei suicidi compreso; ma quanti di questi poveretti son volati giù da una finestra di notte in questura?)

22 settembre sera: La signora Pinelli reagisce immediatamente con un comunicato fermissimo: “Confermo che la denuncia da me presentata è l’espressione autentica del la mia convinzione sulle cause che hanno provocato la morte di mio marito, denuncia fondata su una precisa conoscenza degli atti, e riconfermo la mia volontà di andare fino in fondo affinché venga anche giudizialmente dichiarata la verità su come è morto Pino. Sono grata ai miei difensori per aver dato espressione ai miei pensieri e alla mia volontà, e rinnovo loro la mia piena fiducia.” Anche l’avvocato Domenico Contestabile dichiara subito la sua solidarietà col collega: “La denuncia fu presentata materialmente dal solo professor Smuraglia, perché io ero assente, ma fu in realtà stilata da Smuraglia e da me, collegialmente.” Aggiunge inoltre che l’azione di Lener “non può aver nessun pregio in diritto e non raggiungerà, in fatto, effetti intimidatori. Evidentemente, la vicenda Pinelli scotta tanto da far infrangere le regole del gioco giudiziale: evidentemente, come in Grecia anche in questo paese, si vuole che il banco di certi avvocati si avvicini sempre di più a quello degli imputati.”

23 settembre: Il procuratore generale Bianchi d’Espinosa trasmette all’ufficio Istruzione le duecentosette pagine della denuncia e i quaranta allegati con i quali Lener sostiene la tesi che Smuraglia ha calunniato Calabresi e compagni. Formalizzazione accompagnata dalla richiesta che la posizione del professor Smuraglia “imputato” di calunnia venga esaminata dopo l’istruttoria sulla morte dell’anarchico. Gesto ritenuto un po’ troppo immediato. Insomma, mentre per avere un fascicolo con in testa il nome Calabresi ci son voluti quasi due anni, per Smuraglia son bastate poche ore. E perché, è la domanda di molti, il procuratore non ha richiesto l’archiviazione della denuncia per manifesta infondatezza? Poteva farlo, perché la denuncia è presentata contro l’avvocato che nel processo è in veste di difensore, mentre lui sapeva che la denuncia era della vedova; al punto che, perché la convalidasse, l’aveva mandata a chiamare, ascoltandola per un’ora.
Sempre il 23 tanto la segreteria dell’Associazione dei giuristi democratici quanto i redattori della rivista “Democrazia e diritto” presentano una denuncia presso il Consiglio dell’Ordine degli avvocati e alla Procura generale di Milano perché l’avvocato Lener sia cancellato dall’albo professionale, e contro di lui si inizi un processo penale.

24 settembre: Il gesto di Lener è aspramente criticato un’altra volta in via ufficiale. Infatti il Sindacato avvocati e procuratori di Milano e Lombardia in un suo comunicato afferma tra l’altro che la denuncia di Lener contro Smuraglia è anche un attacco al procuratore generale Bianchi d’Espinosa, che “l’episodio costituisce l’ultimo, in ordine di tempo, di una serie di tentativi già denunciati diretti a ostacolare il corso della giustizia in un caso sul quale l’opinione pubblica ha il diritto che sia fatta piena luce,” infine denuncia “l’intollerabile intimidazione che anima l’iniziativa e che pone in pericolo il libero esercizio tanto della difesa quanto delle funzioni della magistratura e così le basi stesse di un sistema democratico,” infine chiede provvedimenti contro Lener al Consiglio dell’Ordine degli avvocati.
Contemporaneamente il dottor D’Ambrosio fa un’ispezione all’ospedale Fatebenefratelli, interrogando infermieri, barellieri, portieri e agenti di PS, e a distanza di ventun mesi dalla morte dell’anarchico, sequestra la cartella medica di Pinelli, ignorata dall’inchiesta di prima (a proposito del “niente fu tralasciato per l’accertamento dei fatti” sottolineato nella denuncia di Lener! ). A ventun mesi dalla morte la cartella clinica rivela che, nel tentativo di rianimarlo, al Pinelli è stata fatta una fleboclisi: di qui il segno d’agopuntura. (Utile qui risentire l’interrogatorio del dottor Fiorenzano, reso in aula il 2 dicembre 1970.)
Giudice: Lei avrà redatto una cartella clinica, no?
Teste: La cartella clinica non venne fatta, credo, perché [Pinelli] rimase sempre in Pronto Soccorso, e il decesso avvenne poco dopo l’una, nonostante il trattamento. Quindi piú avanti nell’interrogatorio:
Giudice: Allora non venne redatta una cartella clinica poiché…
Teste: Le cartelle si fanno quando si ricoverano in un reparto; quando rimangono in Pronto Soccorso no. (E se la cartella adesso c’è, vuol dire che l’avrà fatta l’anestesista.)

26 settembre: Contrattacco di Lener che querela il Sindacato degli avvocati e procuratori di Milano, minacciando inoltre un’azione legale contro chi ha chiesto la sua radiazione dall’albo.

27 settembre: Risposta del professor Smuraglia, che manda una sua memoria al giudice istruttore. Memoria che “non è e non vuol essere un’autodifesa poiché un’aggressione come quella dell’avvocato Lener si distrugge e si svaluta da se stessa, essendo ben chiari tutti gli obiettivi non solo giudiziari che si propone.” Non vuole entrare nel merito delle assurdità di cui Lener lo accusa, ma non si sente di non rilevare “la profonda perfidia con cui, sotto le parvenze di un certo qual rispetto per la vedova Pinelli, in realtà la si colpisce ancor più duramente, quantomeno sul piano morale.” E qui ricorda quello che Lener finge di dimenticare, cioè che fin dall’epoca in cui aveva altri legali, la signora Licia ha sempre sostenuto con fermezza che la tesi del suicidio era assolutamente inaccettabile e che occorreva accertare la verità fino in fondo e perseguire i responsabili. Adesso la si vuol far passare per una specie di minorata o, peggio, di “plagiata,” mentre anche l’avvocato Lener non può non essersi accorto nell’aula del processo Baldelli “della presenza pressoché costante della vedova Pinelli, il cui sguardo deciso e implacabile è rimasto impresso a caratteri indelebili nella mente di tutti coloro che assistevano allo spettacolo miserando delle contraddizioni e delle. incertezze di quanti non testimoni avrebbero dovuto essere, ma imputati.”
Curioso, sempre secondo Smuraglia, che Lener abbia saputo che il documento era controfirmato anche da lui (lo fece, per autenticarlo, al momento della consegna a Bianchi d’Espinosa); non è forse un atto coperto dal segreto istruttorio? E infondata, oltreché risibile, l’accusa di aver aspettato a presentare la denuncia della vedova in concomitanza con l’arrivo a Milano di un nuovo procuratore generale. Perché l’azione decisiva la si è fatta quando stavano per andare a fondo gli accertamenti nel processo contro Ba1dclli; e tanto meglio se in quel momento si stava insediando un procuratore generale totalmente estraneo ai fatti.
Quanto al reato di calunnia, esso esiste quando il presunto calunniatore incolpa qualcuno che “egli sa innocente. ” Ora, secondo Smuraglia, il fatto è che non c’è nessuno io Italia (escluso, forse, l’avvocato Lener) che sia certo dell’innocenza di Calabresi e compagni. Non lo era, come si è visto, il tribunale di Milano; non lo era il procuratore generale, il quale, pur chiedendo di contestare solo l’omicidio colposo, ha disposto la riesumazione; non lo erano gli studiosi che criticarono la prima perizia; non lo è nemmeno l’attuale giudice istruttore, che sta compiendo indagini mai condotte prima; non lo è, come è ormai stranoto, la maggior parte dell’opinione pubblica. E “come è possibile, allora, sostenere che solo il sottoscritto o la signora Pinelli abbiano o debbano avere la consapevole certezza che Calabresi e gli altri sono innocenti? ”

29 settembre: Sempre a un anno e mezzo di distanza alla Vigilanza Urbana viene sequestrato dal dottor D’Ambrosio un documento che avrebbe dovuto essere in mano alle autorità il giorno dopo la morte di Pinelli: è il registro delle chiamate delle autoambulanze richieste dalla questura. (Ricordarsi qui il controcanto di Lener nella sua denuncia, quando parla dei magistrati d’allora che “avevano vissuto la vicenda ora per ora, pagina per pagina.”)
Ed ecco che, oltre a tutto il resto, di una pagina si son dimenticati: precisamente di quella che nel registro riguarda il 16 dicembre, da cui risulta una chiamata da parte della questura alle 0,01. (Ricordarsi qui il primo e unico rapporto di Allegra diretto alla procura della repubblica in cui si dichiara che l’anarchico, durante un interrogatorio condotto da Calabresi, si era gettato dalla finestra alle 0,15.) Mentre, stando all’orario delle chiamate segnate sul registro, risulterebbe che l’autoambulanza ha raggiunto un vero e proprio record di velocità. Chiamata alle 0,01, corsa in questura da piazza 5 Giornate, raccolta del moribondo nel cortile e suo trasporto all’ospedale, dove viene ricoverato alle 0,1.0. (Qui ricordarsi della deposizione del teste Nunzio Bovolenta, autista dell’ambulanza, secondo il quale la sirena aveva scaricato la batteria, così la macchina non riusciva più a partire dal cortile della questura e furono in molti a dover aiutare a spingerla. Quanto al capo servizio Flavio Peralda, in tribunale disse che cominciò sul luogo della caduta a far un po’ di massaggio cardiaco al Pinelli “già due o tre colpi in cortile.”)
Ancora documenti, ma di solidarietà con Smuraglia da parte della FESAPI (Federazione sindacati avvocati e procuratori italiani); del gruppo repubblicano del Consiglio regionale lombardo, che parla di “inammissibilità di tali azioni” (denuncia di Lener), e delle segreterie provinciali milanesi dei sindacati metallurgici.

30 settembre: Presente il procuratore generale d’Espinosa, il dottor D’Ambrosio interroga la signora Pinelli. Tema del colloquio: la ricostruzione, minuto per minuto, del tempo trascorso da lei dopo il suo arrivo al Fatebenefratelli la notte del 15, quando suo marito era già morto da venti minuti. Si parla anche dei vestiti del morto che non sono mai stati ritrovati. (Nel processo “Calabresí-Lotta continua” i difensori avevano chiesto più volte che venissero cercati ed esaminati per riscontrarvi la corrispondenza di eventuali lacerazioni con le lesioni; accolta dal tribunale la richiesta, ma tutto saltato in seguito alla ricusazione.) Viene interrogato anche l’avvocato Marcello Gentili.
Né accenna ad acquietarsi la polemica tra gli avvocati. Lener manda al giudice venti pagine che vogliono, essere “una replica dell’esposto di Smuraglia per fronteggiare una coalizione che tende a degradarmi a livello di tutte le indegnità.” Per concludere, ostinatissimo, che “lo Smuraglia ha tutto distorto, mutilato, falsato,” che “abbiamo attinto alle stesse fonti attraverso uno studio che i rispettivi clienti non potevano fare e non hanno fatto, arrivando a due conclusioni diametralmente opposte: lo Smuraglia ha dimostrato che i sette accusati sono omicidi e quanto altro. lo ho dimostrato che sono innocenti e calunniati. Quel materiale artefatto lo Smuraglia lo ha sottoposto alla sua cliente ottenendone la firma: dunque l’ha ingannata. Il mio materiale l’ho firmato da solo assumendone la responsabilità. Ripeto: in questo la vedova Pinelli è stata ingannata, anche se dice di no.” Convinto lui, ecco tutto.

2 ottobre: Conferenza-stampa dell’avvocato Marcello Gentili che si rivede con molto piacere, costante il sorriso sulle labbra, azzurro quel cupo ardore degli occhi, pesantissima, come al solito, -la sua gran borsa in mano. Anche tr nome dell’avv. Bianca Guidetti Serra, ha appena presentato un’istanza al tribunale per chiedere che continui il processo “Calabresi-Lotta continua,” di cui è stata fissata l’udienza per il 6 ottobre. All’istanza ha poi allegato un parere “pro veritate” firmato dai professori Mario Chiavario, straordinario di procedura penale all’università di Perugia, Oreste Dominioni, assistente di procedura penale all’università di Milano, Gaetano Pecorella, incaricato in istituzioni di diritto e procedura penale all’università di Milano, e Metelio Scaparone, incaricato di procedura penale all’università di Cagliari. Due dozzine di cartelle in cui si arriva a due conclusioni: che la ricusazione non può impedire il processo, e che un altro processo (cioè quello che dovrebbe seguire alla denuncia della signora Pinelli) non può passar davanti al precedente “Calabresi-Lotta continua. ”
Visto poi il capo d’imputazione contestato a Calabresi dal procuratore generale, gli avvocati Gentili e Guidetti Serra prendono atto: 1) che esiste una presunzione di suicidio che trascura quanto è stato acquisito e consacrato nei verbali dell’istruttoria dibattimentale del processo in cui sono difensori; 2 ) che si arriva a descrivere le ragioni che avrebbero indotto l’anarchico all’estremo gesto; 3 ) che si ipotizza una sua più o meno diretta responsabilità nella strage di Milano (decisamente esclusa nell’istruttoria condotta su tali fatti) e in altri attentati dinamitardi di cui Pinelli non è mai stato sospettato. Una presunzione di suicidio, dunque, che poggia sulle responsabilità nella strage, che sembra escludere l’opportunità di ogni altra indagine sulle cause della sua morte e implicare un’archiviazione della denuncia della vedova.
Mentre l’opposta presunzione di omicidio volontario, avanzata nella denuncia, trova un fondamento in molti elementi fra cui tutte quelle reticenze e insanabili contraddizioni sulla versione dei fatti. “In relazione a questa presunzione di omicidio volontario, abbiamo chiesto di provare, fin dalla prima udienza, elementi di fatto tendenti a verificare un collegamento fra l’omicidio di Giuseppe Pinelli e la strage, collegamento evidentemente opposto a quello che viene ipotizzato ora dall’accusa. E tutto ciò diventa importantissimo non solo per la vicenda Pinelli, ma anche per la tutela e l’esercizio dei diritti di difesa dell’imputato Pio Baldelli.” Secondo Gentili, i due processi potrebbero andare avanti insieme, a meno che l’imputazione a Calabresi non venisse aggravata, e allora la difesa si riterrebbe soddisfatta.
I giornalisti interrogano, l’avvocato risponde. Non si fa sempre più oscura la dibattuta questione degli orari? Certamente, se si calcola che il “rapportino” di Allegra segna il volo dalla finestra a un quarto d’ora dopo la mezzanotte e il registro delle chiamate delle autoambulanze segna invece la chiamata della questura a un minuto dopo la mezzanotte (cioè ben quattordici minuti prima). E adesso Gentili comunica quel che è scritto nella relazione dell’ispettore capo di PS Elvio Catenacci, inviata il 28 dicembre 1969 al capo della polizia: “Il fatto avvenne,” egli scrive, “intorno alle 0,04,” cioè tre minuti dopo la telefonata per l’autoambulanza. Invece i tre volontari della Croce Bianca, Paolo Chersi, Nunzio Bovolenta e Claudio Peralda hanno testimoniato che la telefonata è avvenuta senza alcun dubbio prima della mezzanotte.
Ritorna dunque l’inquietante interrogativo: l’autoambulanza è stata chiamata prima di quello che il Catenacci definisce “il fatto”? Altro mistero: i vestiti. Al Fatebenefratelli il Pinelli aveva addosso giacca e pantaloni, mentre all’obitorio era in mutande e maglietta. Dove sono finiti? Se non vengono reclamati dalla famiglia, pare che dopo un anno vengano bruciati. Ma la madre di Pinelli ne fece richiesta all’obitorio per sentirsi rispondere che per averli indietro ci voleva un decreto del giudice istruttore (e pare che non sia vero): Va annotata così fra le insensate omissioni dei primi periti, anche quella di non aver subito richiesto ed esaminato gli indumenti di Pinelli.

5 ottobre: Che finalmente stia filtrando quel tal raggio di luce in tutta l’oscura vicenda? C’è sempre chi continua a parlare di fumo negli occhi, affermando che non bisogna fidarsi troppo di queste schiarite. Ma una cosa positiva succede: prendendo finalmente sul serio la denuncia della vedova Pinelli, il giudice D’Ambrosio invia sei avvisi di reato (“in relazione a una denuncia per omicidio volontario”) contro Luigi Calabresi, e i sottufficiali di PS Panessa, Caracuta, Mainardi, Mucilli e il capitano dei carabinieri Savino Lo Grano, cinque testimoni-chiave, questi ultimi, che diventano di colpo imputati anche loro.
Chiaro che il magistrato ha in mente di allargare al massimo il campo delle indagini, contemplando la possibilità che queste abbiano esiti diversi, e anche più gravi, rispetto al loro punto di partenza. Nel suo documento inoltre egli parla di “atti processuali” rispetto ai quali la legge riconosce determinati diritti alle parti private “cioè la prossima [ahimè quanto ritardata!] esumazione delle spoglie del Pinelli con relative perizie e l’esperimento giudiziale che consiste nel lancio di un manichino di gomma dalla finestra dalla quale il Pinelli è precipitato.”
E Lener? Ormai ha deciso di sparare in tutte le direzioni. Manda infatti la sua solita bollente memoria per dire che la cartella clinica non è stata mai chiesta prima perché il medico di guardia Nazzareno Fiorenzano “è stato reticente durante tutti i suoi interrogatori e ha mentito al dibattimento nel processo ‘Calabresi-Lotta continua’” (per la verità era stato uno dei pochissimi testi credibili e coerenti dal principio alla fine). Com’è noto, il Fiorenzano aveva detto che la cartella clinica lui non l’aveva fatta. E se adesso l’hanno trovata in archivio, vuol dire che è stata redatta poi nel reparto rianimazione, e non nel Pronto Soccorso dov’era lui il capoturno. Comunque quest’ultimo ha deposto il 2 dicembre 1970; e prima di allora, cioè a un anno di distanza dalla morte, nessun magistrato s’era mai sognato di chiederla. E Lener naturalmente vuole iniziare un’azione penale contro Fiorenzano.
Gli avvocati per i quattro sottufficiali sono già pronti. Il Lo Grano si è scelto l’avvocato Armando Cillario; quanto a Calabresi, si è costituito un vero collegio. Oltre a Lener infatti, ora ha anche i professori Giacomo Delitala e Alberto Crespi. Sono tutti avvocati costosissimi: chiaro quindi che o difendono gratis Calabresi (e in quanto professori, gli ultimi due avranno grossi problemi coi loro studenti), se no sono pagati dal ministero. Per ora fermiamoci qui, in attesa dei soliti “nuovi clamorosi sviluppi,” che certo non mancheranno se il giudice D’Ambrosio continuerà a dimostrare come son state fallose le “oneste fatiche” dei precedenti magistrati, e finché sarà di scena l’avvocato Lener. (Di una cosa si può esser sicuri: che non si è fermato, ma quale sarà il suo nuovo bersaglio? Non gli resta che il procuratore generale, anzi circola la voce che stia preparando un dossier contro di lui.)
Resta aperta così una vicenda alla quale in questi due anni mi sono estremamente appassionata, che mi ha colpito e inquietato come a poco a poco ha colpito e inquietato un sempre crescente numero di persone. E quel che é risultato è un’abbastanza,ordinata successione di fatti (con ripetizioni qualche volta ossessive, ma utili, credo, a quanti nella vicenda non si erano calati in profondo o a chi, magari, traumatizzato dalla lettura, potrebbe spesso pensare di non aver afferrato bene). Se qualcuno però voleva la rivelazione clamorosa, qua dentro non l’ha trovata.
La rivelazione vien fuori dal nudo e plumbeo racconto con tutti i suoi incredibili accostamenti ed intrecci, sotterfugi e passi indietro. Credo infatti che agli onesti questo libretto apparirà addirittura un “giallo” aberrante, anche perché in un’epoca in cui come niente si sfreccia sulla luna e le più complete diagnosi mediche son fatte dai calcolatori, leggendolo, essi verranno a contatto con una realtà delle più abnormi, offensiva per il buon senso, ripugnante alle coscienze.
Una realtà fatta da personaggi che rimbalzano di pagina in pagina, cupamente efficienti in un carosello di ipocrisie, violenze e menzogne. Ma non bisogna lasciarsi ingannare; perché le responsabilità non vanno cercate soltanto nel cortile o nelle stanze di via Fatebenefratelli: per capir bene la vicenda, è necessario andar più in alto a scovarle, risalendo a tutto ciò ché è accaduto in Italia dal G8 ad oggi.
È necessario risalire a quegli anni di vera e propria febbre aziendale, a quando, come sé si svegliassero da un lungo sonno, gli operai mettono in discussione bruscamente la loro condizione; bisogna rifarsi alle contestazioni davanti ai cancelli, alle rivendicazioni non soltanto sindacali ma politiche, ché coinvolgono anche il problema delle riforme, alle dimostrazioni e ai cortei che a spinte di centomila per volta; paralizzano le città, alle vaste azioni di volantinaggio che chiedono la partecipazione di tutti, ai sit-in di operai in tuta, alle serrate, alle sospensioni, agli scioperi che, cominciati con quello generale del 25 settembre ’69, si susseguono con ritmi precisi, ai primi schieramenti di polizia armata davanti alle fabbriche. Finché, quasi a firmare un accordo di lavoro comune, per la prima volta gli operai entrano nell’università; finché si arriva allo sciopero generale in tutta Italia (15 ottobre), allo sciopero generale di Milano per il caro-vita con gran comizio di sindacati al Lirico; e la data é il 19 novembre, il giorno degli incidenti provocati dalla polizia e della morte di Annarumma.
Il novembre porta lo sciopero dei metalmeccanici a Roma, ma anche i primi arresti e le prime denunce; anzi 1e denunce diluviano (sono quattordicimila in tutta Italia), mentre centomila sono i metalmeccanici che in piazza del Duomo protestano per l’arresto di quattro operai. Il 9 dicembre si firma l’accordo tra il sindacato metalmeccanici e l’Intersind, e sta per concludersi anche quello con la Confindustria quando il 12 dicembre scoppiano le bombe di piazza Fontana.
Scoppiano una volta che gli operai hanno vinto la loro battaglia, quando gli strateghi della tensione hanno già lavorato a puntino; basta con questi operai che mandano alla rovina il paese, basta coi disordini, le pretese e gli ingorghi del traffico, basta col caos, non è ora di finirla con questi gruppuscoli extraparlamentari che si infiltrano nelle fabbriche, coi cattolici di sinistra che inquinano il governo, coi comunisti che soffiano sul , fuoco? E si fanno ad alta voce e sui giornali i discorsi che si facevano da due anni più o meno sottovoce: ci vuole la mano forte, il pugno di ferro, l’uomo forte e perché no i colonnelli?, al tempo dei fascisti certo non c’erano gli scioperi. È al funerale di Annarumma che vien gettato il seme della maggioranza silenziosa, ecco i labari fascisti, ecco l’ex comandante della Muti, insieme ai borghesi benpensanti in paltò di cammello, ecco la provocazione della polizia, il clima del linciaggio.
Sono bombe di destra, lascia capire l’autrice di questo Pinelli sull’ “Espresso” del 21 dicembre ’69, e un gruppo di degni milanesi s’infuria, addirittura fanno un plenum per deplorare la provocante supposizione, si accusa Li sottoscritta di gettar fango sulla parte ancora sana della nazione. (Finché il 4 agosto 1971 anche sul “Corriere della Sera” si potrà leggera a firma di Alfredo Pieroni e a proposito dei “fanatici del colpo di stato;” che “la strategia della tensione” è stata “tipicamente fascista,” che “Borghese aveva sicuramente trovato dei finanziamenti. Aveva ordinato ai suoi uomini di infiltrarsi in movimenti estremisti della parte opposta: soprattutto anarchici, col compito di aumentare la tensione nel paese e produrre una situazione di allarme e di aspirazione all’ordine. Una serie di date potrebbe avere correlazioni segrete. Borghese andò organizzandosi tra la primavera e l’inizio dell’estate del ’69. Il fronte `Italia Unita’ si costituì il 7 novembre. Il 19 moriva la guardia Annarumma. Il 12 dicembre ci fu la strage di piazza Fontana, che assai probabilmente fu dovuta a un calcolo sbagliato, ma che aveva tutta l’aria di voler essere una delle tante mosse calcolate per aumentare la tensione.”)
Non sono dunque una combinazione queste bombe, in questa data, e non è una combinazione che gli autori siano subito e come sempre cercati fra gli anarchici, in un gruppo da sempre non protetto, più confuso degli altri, comunque la parte più debole dello schieramento di sinistra, il gruppo che durante tutto il ’69 è stato accusato di molteplici attentati contro chiese, stazioni di carabinieri, carceri e caserme dell’esercito, tutti attentati che in un secondo tempo sono puntualmente risultati opera di neofascisti. E tra gli atti, naturalmente, quello del 25 aprile, da cui, tanto per cambiare, sono risultati estranei gli anarchici, e quelli dell’agosto sui treni, per cui sono stati indiziati i tre fascisti veneti. Il telegramma di Saragat subito dopo la strage è una conferma dei sospetti generali. “L’attentato di Milano,” così comincia, “è un anello di una tragica catena di atti terroristici che deve essere spezzata ad ogni costo per salvaguardare la vita e la libertà dei cittadini.”
Un’altra volta dunque gli anarchici funzionano da capro espiatorio: si prende Valpreda e Pinelli muore. Chi ha messo le bombe sa come è morto Pinelli e perché. Pinelli è volato dalla finestra perché quella sera lì serviva un morto, dato che le bombe erano due: una l’aveva messa il Valpreda ma l’altra alla Banca commerciale? (Non si dimentichi che a meno di un’ora di distanza dalla morte del ferroviere, il questore aveva mostrato a Rolandi una foto di Valpreda, e: “Bravo Rolandi! ” gli aveva detto, dandogli un buffetto sulla guancia dopo .il riconoscimento, “Hai finito di fare il tassista. Ti sei sistemato.”) Pinelli serviva come l’accusatore di Valpreda e non sarebbe finito così se si fosse prestato a calunniarlo. O se no serviva come suicida per dar credibilità alla tesi che a metter le bombe erano stati proprio gli anarchici.
Pinelli è infine un simbolo che va al di là del suo tremendo destino. P, la prova che la giustizia non è uguale per tutti: da una parte lo stato coi suoi baluardi da difendere, dall’altra un cittadino senza diritti, ed è proprio per questo che, per la prima volta nel dopoguerra, il suo caso ha mosso in modo così massiccio una così larga schiera di opinione pubblica democratica. I baluardi dello stato non si toccano, la magistratura non si discute (ed è per questo che vien messa in crisi dalla sua parte migliore), la polizia è al di sopra di ogni sospetto, va coperta, va giustificata.
La scoperchiatura della tomba (che, sia ben chiaro, a tanto tempo di distanza, non si sa che valore possa avere) è un fatto di principio. Non l’hanno aperta all’inizio quando sarebbe stato utile, perché sarebbe stato come andar contro la sacralità del sistema. Mentre da tutto l’insieme (ricusazione compresa) si è visto che Lener non difende soltanto Calabresi, ma una posta molto più grossa, giusto lo stato con le sue istituzioni. E chi mette in dubbio stato e istituzioni ha la peggio, tanto nel ’69 che nel ’71. Perché, come allora anche nel ’71 sono in pericolo le libertà assicurate dalla Costituzione della repubblica, la parola “riforme” fa ancora paura, e, come due anni fa, oggi incombono un’altra volta grossi tentativi di autoritarismo e infiltrazioni restauratrici a tutti i livelli.
Per questo il caso Pinelli è importantissimo. Importantissimo perché, se è necessario che gli scandali avvengano, è colpevole lasciarli smorzare in un clima di rassegnato torpore. Pinelli è stato la vittima innocente di un gioco più vasto e più crudele, anche sul quale va fatta luce al più presto, cioè il caso Valpreda. Ristabilire la verità sulla stia morte è un dovere politico e morale; è indispensabile per aiutare a far sì che la giustizia in Italia non sia soltanto quella statua melensa ritta nel cortile di un tribunale che ai è rivelato incapace di assolvere i suoi compiti. Ed è la premessa per evitare che vi sia una seconda vittima innocente: Pietro Valpreda.

Annunci