Ennio Flaiano: Autointervista 1963

Ennio Flaiano allo specchio
Il bicarbonato di via Veneto
Scrittore acuto un po’ pigro, Flaiano è lo sceneggiatore della “Dolce vita” e dei più clamorosi film di Fellini. Le sue battute ravvivano le spente notti dei caffè romani. Con il romanzo “Tempo di uccidere” ha vinto il primo premio Strega.
[da “Panorama”, n. 11, agosto 1963]
di ENNIO FLAIANO

«Ecco come io immagino l’inferno» mi diceva R. «Un luogo dove i peccatori ripetono di continuo e per sempre le azioni che predilessero e che hanno determinato la loro condanna. Esempio: il lussurioso proverà tutti gli orrori e i disgusti degli accoppiamenti, il violento ripeterà instancabilmente le sue violenze, ma senza esito, il goloso dovrà divorarsi ripugnanti montagne di cibo e il suo stesso vomito, il traditore continuerà a tradire, sempre, persino se stesso, l’iroso…». «Basta» gli dico «che noia, tu stai descrivendo la vita».

Fine di intervista. «Lei crede che la televisione abbia abbassato il livello culturale del pubblico?». «No, credo che abbia abbassato il livello culturale degli intellettuali». «Se dovesse definire in poche parole il dramma della vita moderna?». «Il dramma della vita moderna è questo: tutti cercano la pace e la solitudine. E per il fatto stesso di cercarle, le scacciano dai luoghi dove si trovano». «Una domanda indiscreta: perché scrive tanto poco?». «Caro signore, io non ho una vocazione narrativa. Scrivo, che è una cosa molto diversa».

Gli italiani non amano la natura perché essi stessi sono nella natura. Ecco l’avvio di una discussione con L. in una trattoria di pescatori verso la foce dell’Arrone. Lamentavamo che quegli stessi pescatori avessero trasformato la spiaggia in una landa piatta, bruciata, polverosa, distruggendo quasi tutte le quarantasette specie di piante che formano la macchia mediterranea e che sono interdipendenti (cioè, ognuna aiuta le altre a vivere). Noi la ricordavamo un tempo arcadica e solenne, proprio adatta a uno sbarco di Enea, fitta di tamerici, di cardi, di ciliegi selvatici, di ginepri… ispidi e verdi grovigli che proteggevano dalla salsedine i giovani lecci e questi, a loro volta, proteggevano i vecchi pini del bosco. Quella macchia che sfumava sin verso la riva coi suoi aghi, i suoi fiori violetti, le sue grasse diramazioni, e modellava dune sempre più possenti e invalicabili, sulle quali libeccio e maestrale non facevano presa, ora è scomparsa. Quando passa una macchina ora s’alza un polverone. Ci chiedevamo dunque come mai i pescatori (che pure conoscono il mare e i venti) non avevano capito la necessità di conservare quell’ordine vegetale stabilito dalla natura, che difendeva le loro case e temperava il loro clima. Bene, la risposta è quella che abbiamo già data. Davanti a un paesaggio l’italiano “povero” non si commuove, non lo vede cioè come un fatto armonico e intangibile (suscitare di varie emozioni e presidio della memoria, se si vuole) ma lo scompone nei suoi singoli elementi utilitari. Quel che gli serve se lo prende, il resto lo distrugge. Agisce infine come un essere talmente inserito nella natura da non avere la capacità di ammirarla, ma soltanto quella di servirsene. Sotto certi aspetti, l’italiano povero è un roditore. Ma l’italiano “ricco” è qualcosa di peggio. Il “ricco” capisce il paesaggio come ornamento di ciò che possiede e riesce persino a dividerlo in due categorie: paesaggio di rappresentanza e paesaggio di servizio. Per ottenere questi paesaggi, indispensabili al suo prestigio, il ricco agisce da guastatore, spiana le dune che gli occludono la vista al mare (il quale, secondo Flaubert, «gli ispira pensieri profondi»), scava, riempie, livella, squadra, sradica i cespugli e pianta alberi che non attecchiscono, erge muretti e cancellate, le adorna, sbatte la sua casa a un palmo dalla riva o la ficca nel folto del bosco, facendovi ammirare un tronco che attraversa dall’alto in basso la sua stanza di soggiorno; insomma, modifica anch’egli il paesaggio originale, che gli sembra non elegante, non ordinato, soprattutto non moderno. E, dove può, passa una mano d’asfalto.
Come conclusione – e tutta la costa laziale sta diventando la prova di questo dramma – sia il “povero” che il “ricco” distruggono la natura: l’uno perché ne fa parte, l’altro perché vuole farla a sua immagine e somiglianza. La desolazione di certi luoghi si fa insostenibile? Spesso l’idea di vivere in un paese che si va sgretolando nella laidezza ci avvilisce.

La piccola svedese, che ha visto gli stormi delle quaglie venire dal mare e posarsi affrante nel sottobosco per riprendere fiato, sa che un esercito di cacciatori è già pronto. Cerca allora di salvare la vita a quei poveri uccelli migratori frugando con una pertica nei cespugli e gridando: «Via, andate via, vi ammazzano!». Pretende anche che il suo amico si levi di notte e vada con lei ad avvertire le quaglie del pericolo che le attende con lo spuntare dell’alba. Non sa che i cacciatori servono per eliminare indiscriminatamente le specie deboli. Incontra un cacciatore e gli spiega che non è leale, soprattutto non è sportivo, sparare a un animale sfinito dalla stanchezza. Il cacciatore sorride guardandole le gambe e il seno. Tornando verso casa la ragazza vede un uomo, un brav’uomo che ella conosce, frugare tra i cavoli del suo orto e tirarne fuori due quaglie. «Me le mangio subito!» dice l’uomo festoso. «No, no, no!» grida stravolta la ragazza. L’uomo la guarda senza capire, fa la timida offerta di un dono, ci ripensa, si mette le quaglie in tasca. Ciò non toglie che gli abitanti di questo villaggio marino sian pieni di virtù, di gentilezza, di sapore umano, incrollabili nelle loro testardaggini e spesso portatori di antiche malinconie.

Novellino. Giacomo scese dalla sua automobile e cavò di tasca la chiave per aprire il cancello del cortile, dov’era il garage. Qui cavò di tasca un’altra chiave. Quand’ebbe calata la serranda, ritornò verso l’atrio: dovette aprirlo facendo forza con un’altra chiave e la porta a vetri tremolò. Anche l’ascensore si apriva con una chiave, per impedire ai ragazzi di scrivere porcherie sul legno della gabbia. La porta di casa si apriva con due chiavi, questo da quando Giacomo aveva avuto la visita dei ladri. La serratura aggiunta scattava quattro volte. Giacomo entrò nel suo studio, aprì con un’altra chiave un cassetto della sua scrivania e prese una scatola. Era piena, appunto, di chiavi: residui di traslochi, di bauli finiti nella soffitta, di porte dimenticate, di ascensori lontani. Tutte avevano aperto qualcosa e Giacomo non aveva mai osato buttarle via per il timore – che le chiavi incutono sempre – di una loro possibile utilità. Qui, sfinito, Giacomo si mise a pensare al suo futuro. Fece due ipotesi. La prima era piena di altre chiavi. Tre di queste chiavi erano nella villa che voleva farsi al mare; anzi, a calcolare meglio (cancello, porta, servizi, garage), erano quattro: senza contare la chiave della cantina. C’era poi la chiave del motoscafo (o non erano due?) e la chiave della cabina. Poi vedeva un’altra chiave… che si rendeva necessaria… la cappella di famiglia… Comunque, c’era tempo per pensarci. Un altro mazzetto di chiavi, queste gentili, dondolavano all’altezza dei suoi occhi, nel vuoto, tintinnando. Erano le chiavi di una garçonniere che un amico voleva cedergli. Non sapeva decidersi.
La seconda ipotesi era senza chiavi. La capanna dove sarebbe finito non aveva chiavi. Laggiù non solo non si chiudevano le porte, ma spesso le porte mancavano addirittura. I ladri non entravano in quelle case perché non c’era niente da prendervi. Laggiù tutti erano più poveri dei ladri. Anche lui, Giacomo, era povero. Nelle tasche dei pantaloni, come quando era ragazzo, aveva solo un fazzoletto sporco, un elastico e una conchiglia. Per svagarsi talvolta arrivava alla città vicina e gironzolava tra le macerie. Rasserenato da questa seconda ipotesi Giacomo aprì l’armadio dei liquori con una chiave dorata e si versò due dita di cognac.

Ieri sera, eccomi in un cinema. Nella sgradevole attesa dell’inizio, la sala era illuminata male. E poi: al contrario degli spettatori di un teatro, gli spettatori di un cinema hanno sempre l’aria di vergognarsi e si spandono tra le file vuote, restano sprofondati nelle loro poltrone senza volgersi o levarsi. Sembrano covare propositi loschi. Molti guardano il soffitto. Intanto sullo schermo passavano diapositive pubblicitarie di parrucchieri, mobilieri, tintorie, allevamenti di polli. I brevi film che seguirono trattavano questi argomenti con petulante serietà: che cosa mettersi nei capelli perché brillino, perché bisogna preferite certe pentole, perché la signora è felice di lavare i piatti, perché un alito puro favorisce l’attività sentimentale. Infine una giovane famigliola, che mi sembrava di conoscere (o sono tutte uguali?) sedeva a tavola e mangiava maionese. Vennero poi altri giovani e ragazze a inseguirsi su una spiaggia, a tuffarsi nelle onde, protetti da una crema per la pelle. Altri giovani, in abito da sera, bevevano liquori. Tutti gli idilli si concludevano. Il giovane guardava la ragazza e sorrideva, la ragazza rispondeva con un sorriso di accettazione. Probabilmente erano felici. Quando cominciò il film vero e proprio mi sentivo non solo stanco ma turbato dall’idea di non essere nel mio tempo, di non amare la società, di “non conoscere i giovani”. Quei giovani sullo schermo che enunciavano assiomi erano dunque il mio prossimo? Possibile che non avessero altro da dirmi? Ho assunto l’aria di colpa e d’attesa che avevano già gli altri spettatori e intanto ruminavo questo dubbio, che l’uomo-massa non può separare il proprio divertimento dal peccato che ne è all’origine e che quindi lo determina: la insoddisfazione del proprio stato, il desiderio di evaderne attraverso sogni compiacenti… che la pubblicità fa suoi alleati.

A casa, mi metto a leggere un romanzo di esperienze erotiche e una grande tristezza mi prende, come un mal di denti. Sembra che lo scrittore voglia alludere a qualcosa che era il fine della nostra esistenza, ma che non sappia farlo. Il messaggero ha dimenticato il messaggio e cerca, sgomento, di evocarne il senso più grossolano, che gli è rimasto impresso, ma il vero messaggio non esce fuori, si rifiuta di comporsi in una sola semplice parola. Getto via il libro e prendo una piccola antologia di poeti greci. La sensazione di sgomento, di impotenza, di prigione adesso è mia, del lettore. Uno spesso cristallo si frappone tra quelle rappresentazioni dell’amore e il “nostro” amore. Io posso vedere il “loro” amore, ma come un oggetto che non mi appartiene più. Vorrei essere dall’altra parte del cristallo… ma ci vuol altro! Il possesso dell’oggetto amato dava dunque la felicità, alla stesso modo che oggi dà un certo piacere, certe preoccupazioni, una certa noia? Che cosa è diventato l’amore? Per un giovane d’oggi, un’esperienza: un modo di accedere a un certo grado di esperienza. Ma la collettività non gli consiglia di portare a fondo quest’esperienza, essa ha bisogno di sapere che l’unico vero amore di ognuno è per lei. Propone un piacevole derivativo: l’erotismo, che conviene a tutti. Per la maggioranza dei giovani l’amore, invece di essere il riconoscimento della propria esistenza in un altro essere, diventa una pratica, una tecnica di sistemazione che lo inserisce nella collettività? Qualcosa da acquistarsi pazientemente, come l’impiego, la stima dei superiori? Fa parte dello stesso catalogo che comprende le altre macchine e agevolazioni della nostra prigionia? Così succede che i giovani riconoscono il “loro” amore nei libri che leggono e nei film che vanno a vedere, dove l’amore si fa, dove l’amore non è un mistero ma una ginnosofia e, come tutte le esercitazioni, può portare alla noia e alla solitudine.
Certe volte, porta anche all’innocenza. Per questo forse tendiamo verso forme d’arte lontane, primitive o barbare, che possono ancora suggerire, con la freschezza della rappresentazione erotica, idee di una purezza perduta, di una recuperabile (appunto) innocenza nei rapporti dell’uomo con la natura e i misteri strettamente legati alla vita. Ciò che non riesce più a commuoverci nelle rappresentazioni contemporanee, ci commuove in quelle che precedono o ignorano la nostra civiltà. La rappresentazione del piacere dei templi indiani del XII secolo ci riporta a un paradiso perduto dove l’amore non faceva mistero dei suoi gesti ma addirittura li consacrava in un rituale in cui l’uomo e la donna erano i sacerdoti: è una rappresentazione senza freni e casta, e non mi meraviglierei se avesse salvato l’anima di qualche turista in cerca di sensazioni.
C’è poi l’artista professionale che vede l’erotismo come una colpa della quale ci si può liberare confessandola. Come quel peccatore di Stendhal, egli prova il piacere del peccato due volte: facendolo e raccontandolo minutamente al confessore. Immerso nella vita, l’artista afferma di cercare una spiegazione dell’esistenza: che sono due cose diverse. Mi fa pensare al geologo che, caduto nelle sabbie mobili, cerchi di decifrare la composizione del magma che lo inghiottirà, senza curarsi del fatto, ben più importante, che quello stesso magma lo sta inghiottendo. Questa soluzione è per il geologo talmente scontata e irrefrenabile che ne trae una certa cupa vanità.

Il produttore di cinema vuole fare un film da una commedia ottocentesca. Il pubblico è disorientato, e bisogna dirgli qualcosa di sano, di ben costruito, senza nuove ondate, senza problematiche, anomalie e deviazioni. Però, naturalmente… in maniera che tutto risulti un poco, anzi molto, insomma sufficientemente sexy. Oh, l’atroce parola! Il regista e gli attori fanno miracoli, ma bisogna trovare soluzioni piccanti, in contrasto con la serietà della cornice. Un lungo silenzio, poi F. scuotendo la testa: «Non è possibile» dice «a meno di trasportare l’azione ai giorni nostri. Il sesso… sì, il sexy (e sorride) è una cerimonia commemorativa che esige lo spogliarello dei nostri abiti, di quelli che portiamo noi, non di quelli che portavano i nostri antenati». Il produttore lo guarda pensoso. «Sì» aggiunge F. «il costume di un’altra epoca, per quanto riguarda il sexy, agisce sullo spettatore come un freno, un blocco, una memoria inibitrice. Tutto quel guardaroba gli stimola soltanto l’ironia, cioè un istinto di difesa». Il produttore sbatte le palpebre. «Sì» insiste F. «il costume fa pensare ai nostri morti, ai nonni, e non ci piace vedere i nostri nonni in situazioni indecenti. Noi conserviamo un certo rispetto involontario per…». Un altro silenzio. «Bene» conclude F. alzandosi «possiamo telefonare… che so… ad uno psicanalista e farsi spiegare meglio, chiedere maggiori ragguagli, ma credo che ogni tentativo sexy al di fuori del nostro tempo risulti, nel migliore dei casi, storico, cioè non istintivo e naturale, ma culturale».
A questa parola il produttore allarga le braccia desolato. F. ne approfitta per tornarsene di corsa al mare.

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