L’uomo che non ride

Molte opere incombono su di noi e l’età non è più quella in cui potrebbe quasi dirsi che la fisionomia discorre. La fede nelle parole, inutile in quel periodo, è via via venuta meno, affievolitasi, fino a questo, nel quale è del tutto scomparsa. A favore di quale sosia? La fede non ha similitudini. Essa è un abisso. Ci si getta, a volte, a volte si è nel suo ipogeo spaventoso, altre a mezz’aria, nello etere sublime. Rimangono apparenze, resti, maltagliati brani di stoffe causalmente dissepolte da cumuli di lane tarlate. Bisogna, credete, in questo caso, attendere. Quando la parola, depurata da quella scoria che è la fede in essa, eventualmente tornasse nel luogo in cui apparentemente sembra non potersene proprio fare a meno, allora non si riconoscerà più colei o colui che la condussero sulle labbra a esiti sommari, e contraddittorii. Mentre a oggi si crede di riconoscerli, costoro. E invece soltanto sono apparenze. Ogni pensiero che fanno insorgere in coloro che li riguardano, è pari a una risata o a un rigurgito. Non c’è nessuno dietro quelle ombre ingannevoli che paiono corpi o, più precisamente, ben definite personalità? No. Non c’è nulla di più funebre dell’arlecchino in cenci.