Miserabile intervista a ‘Blogolo nel buio’

Il ritratto che Tommaso Pincio ha eseguito sul Miserabile Volto[da Blogolo nel buio]

Ciao Giuseppe e grazie di cuore per aver accettato di fare questa piccola chiacchierata qui su Blogolonelbuio. Parto subito chiedendoti quali sono stati i tuoi primi passi da scrittore? Hai mai pensato che quest’attività potesse trasformarsi in un lavoro?

La mia formazione è di tipo poetico. Fino ai 26 anni non avrei mai immaginato di scrivere prosa, tantomeno romanzi, tantomeno di appoggiarmi a un genere. Sono cresciuto sotto il magistero del poeta Antonio Porta, proseguito poi con l’esperienza di redazione presso il mensile “Poesia”, che l’editore Nicola Crocetti porta da decenni in edicola, con uno sforzo encomiabile. Il primo nucleo di prosa è nato quando amici poeti contemporanei, Stefano Dal Bianco e Mario Benedetti, mi fecero comprendere quanto fossi inadatto a muovere alcunché attraverso la versificazione. In effetti mi serviva un gesto lungo e frammentato, che poi si è tradotto nella nascita del primo nodo di Assalto a un tempo devastato e vile, ora giunto alla sua terza versione con minimum fax. Non ho mai ritenuto possibile diventare bestsellerista né mi è passato per il cervello di tentare quella via. Non credo che più di 15.000 lettori al massimo possano essere in qualche modo interessati ai miei libri – e sto calcolando davvero per eccesso. Del resto, quasi tutto il mercato editoriale esprime cifre di vendita clamorosamente più basse di quelle che si vantano in giro. In ragione di ciò, mi ha sorpreso riuscire a fare, per due anni, lo scrittore a tempo pieno. Se potessi evitare di lavorare, per dedicarmi allo studio e alla scrittura, lo farei immediatamente. Servirebbe però un mecenate, non vivere a Milano, avere coraggio.

Tu che oggi sei un autore italiano molto apprezzato, che idea ti sei fatto dei nuovi autori? Ce n’è qualcuno che ti impressiona favorevolmente?

Tutta la domanda mette a nudo meccanismi che sono percettivi e rischiano di costruire canoni, apparati critici sul presente e anche mercato. Funziona proprio a partire da determinate impressioni e da determinati “influenzatori” (io non sono tra costoro) la corsa all’esordiente che “funziona” (un orrendo verbo utilizzatissimo in editoria). Per anni, ovviamente, insieme a tanti altri colleghi, mi sono battuto per l’apertura: alla comunità intellettuale, alla possibilità di esordire per scrittori e scrittrici che non aderivano a mafia alcuna, per creare attenzione intorno a casi particolarmente virtuosi di letteratura. Resto fermo all’impressione che mi hanno fatto due coetanei, di cui uno peraltro è mio amico da lunga pezza. Perciò scardino la tua domanda, e me ne scuso. Io ritengo che Sappiano le mie parole di sangue (Rizzoli), di Babsi Jones, autrice milanese ritiratasi da qualunque forma pubblica di esposizione ma anche di reperibilità, sia il miglior libro italiano di questi anni. Intendo che si tratta di un libro di livello continentale e forse anche più che continentale. Igino Domanin è l’altro autore che, a me e solo a me (davvero: senza intendere imporre ad alcuno letture, bensì rimanendo nel cerchio del mio piacere), sembra determinare una svolta linguistica e un affondo nella sostanza stessa dell’immaginare attraverso scrittura, fino all’annullamento dell’immagine stessa – e questa, a me, interessa molto. Se per nuovi autori intendiamo l’arco anagrafico che va da Paolo Giordano a Silvia Avallone, direi che l’unico a interessarmi è Alcide Pierantozzi, che nel 2006 ha esordito ventunenne con Uno in diviso (Hacca) e poi è stato pubblicato due anni dopo da Rizzoli col suo monumentale e antiaristotelico L’uomo e il suo amore. Esordi sconcertanti: Giorgio Vasta, un altro mio coetaneo, nel 2008 con lo splendido Il tempo materiale (minimum fax) e il tormentatissimo ma visionario Emanuele Tonon con Il nemico (Isbn, 2009).

Io ho come l’impressione che più passi il tempo e più si stia perdendo la capacità di aggregarsi, di fare gruppo, mi pare di notare una sempre maggiore difficoltà nel dialogo costruttivo, nel relazionarsi personalmente e in maniera profonda, nel confrontarsi (cosa che forse ancora diversi decenni fa, bene o male, avveniva). Ovviamente generalizzo, non è così per tutti, grazie a dio, inoltre è possibile che sia io poco lungimirante nel dire questo. Tu che da anni ormai sei presente sul web, e sei piuttosto attivo sui social network, credi che questi strumenti possano in qualche modo funzionare da nuovi centri di aggregazione sociale?

La Rete ha molto aiutato e una militanza culturale indefessa, cominciata agli esordi del Web, ha permesso di infittire dialoghi e rapporti. Sui giovanissimi non ho nulla da dire, è una realtà microsociale a me ignota al momento. So però che tra scrittori si parla, si esprimono giudizi, si interviene, anche con quel carico di gossip e di indecenze pettegole che c’è sempre stato. Se poi si vuole dire che la nostra generazione italiana non ha un Saint-Beuve che mette le corna a Victor Hugo – beh, non lo so; so per certo che qualche scrittore ha messo le corna a qualche altro scrittore. Il problema centrale, rispetto a ciò che domandi, è effettivamente se esiste ancora una comunità umanistica nel senso che l’aggettivo ha avuto fino a qualche decennio fa, oppure se il senso è mutato e l’umanismo assume significati differenti. Il futuro non è più quello di una volta: propendo per la seconda ipotesi e credo che sia doveroso non essere catastrofisti e osservare quali forme emergeranno da un contesto di umanismo rinnovato (inclusa, tra queste forme, la possibilità stessa di una trasmutazione totale dell’espressione culturale così come la recepiamo oggi).

Quindi hai fiducia nel fatto che in un modo o nell’altro la comunità intellettuale, nel tempo, riuscirà a rigenerare se stessa (e l’arte e l’uomo). Non credi però possa esserci il pericolo che un mercato editoriale così spregiudicato e aggressivo (come non mai nella storia), fatto soprattutto di marketing e immagine, di esposizione mediatica e, non sempre ma spesso, di pochi contenuti, possa in qualche modo essere una tentazione in grado di ostacolare la nascita di questo umanismo rinnovato e far dunque perdere definitivamente la rotta (alla comunità intellettuale, all’arte e all’uomo) così come avvenuto in tanti altri settori (anche nel mondo dell’arte)?

Non sostengo questa tesi tanto ottimistica. Dico che osservo la situazione e che non dispero in una sorta di trasmutazione totale del contesto umanistico. Potrebbe accadere l’opposto. Secondo me, quanto a umanismo tradizionale, questo è un tempo che per le arti corrisponde grosso modo all’VIII secolo d.C italiano: ricordi qualcosa di memorabile in quel periodo? Pochissimo. Ciò che di enorme hanno compiuto le discipline umanistiche è la tecnologia a compierlo oggi. Accelererà. Il punto è che essa dipende moltissimo da come penseremo domani e, quindi, nuovamente, da un elemento ineliminabilmente umanistico. Il problema definitivo è la coscienza: cos’è la coscienza. A me, francamente, poco importa se sia l’arte o la scienza o entrambe a spingermi a comprendere realmente cosa sia la coscienza. In questo senso, l’umanismo è penultimo quanto la tecnologia: ultima è solo la barriera della coscienza. Ad arrivare a tale barriera mi serve Kafka – ma questa è una prospettiva del tutto personale.

Te la senti di dare un consiglio pratico ai bravi autori che faticano a trovare spazi?

Fondamentalmente: pubblicare in Rete; informarsi su quali sono i centri di quel sistema piccolino che è il network dell’industria culturale di oggi e lì insistere, nei gangli, che sono poi editor e scout, spedendo manoscritti; contattare piccole realtà editoriali. Premessa a tutto ciò: leggere molto, avere letto molto. Conclusione post-pubblicazione: lavorare su se stessi.