Dante: iniziazione

Qui non si fa critica: si manifestano sintomi, si lavora per esempi, si fa della persona personale (‘io’) un’occasione per mostrare parziali approcci prospettici alla letteratura e al mondo. Valga anche per quanto segue: si tratta di semplice esemplificazione di lettura. Mostro banalmente una strumentazione personale che adotto io (‘io’ adotta) nel momento in cui studio il primo canto dell’Inferno. Non sono né Nardi né Singleton, e non voglio nemmeno adottare una critica della critica. Resto banalmente sul testo e richiamo le suggestioni che mi suggerisce parte della mia formazione – ciò per ribadire che non esiste alcuna ambizione critica, alcuna dittorietà apodittica, alcuna aggressione a visuali ben più autorevoli di questa mia, totalmente soggettiva.
Aggiungo un’avvertenza preliminare: non si tratta qui di leggere poesia. Lascio fuori il fenomeno della poesia. Assumo uno sguardo che legge la lingua in maniera non letteraria. Discuto su un piano che nemmeno è filosofico o teologico – ma è coscienziale, e in pieno riferimento ai paradigmi mobili che tratta nel suo intervento Fabio Giommi.

Un approccio tra i molti
Transumanar significar per verba / non si porìa. E’ questo l’intero ‘campo’ di azione (conoscitiva e linguistica) di Dante: c’è uomo oltre il linguaggio, c’è uomo oltre l’uomo. Oltre quale uomo? Oltre l’uomo che non si conosce. L’uomo è: che cosa è? Detto anche che cosa fosse l’uomo, che cosa sarebbe questo ‘è’? E non si potrebbe dire, poiché il dire sarebbe ‘essere dicente’, sarebbe una declinazione dell’essere, sarebbe un sottoprodotto dell’essere, si appoggerebbe all’essere. L’essere è il limite interno del linguaggio. Mentre compie un’esperienza totalizzante del linguaggio, Dante sa che il linguaggio ha un limite. L’uomo, invece, non ha quel limite: può ‘transumanare’. Questo approccio ha alcuni referenti critici: anzitutto il Foscolo e il Pascoli, fino a padre Adriano Lanza e al suo importante Dante e la Gnosi. La modalità con cui guardo alle parole della Commedia è dunque: parole nella traiettoria del ‘transumanar’, secondo le tradizioni che hanno cercato di avvicinare il ‘transumanar’, esattamente come le medesime parole vengono avvicinate dalla critica letteraria alle parole delle tradizioni della letteratura (da quella classico-pagana fino ai contemporanei provenzali).

Nel mezzo del cammin di nostra vita

L’interpretazione, solitamente, è anagrafica e spirituale: Dante avrebbe 35 (risalendo al commento di Boccaccio) o 33 anni (soprattutto Rossetti e Valli, ma in senso esoterico, in relazione alla sacralità ermetica del numero 33). Al di là di questo piano interpretativo: che cosa sarebbe il ‘mezzo’? che cosa sta in ‘mezzo’?
Nessuno conosce il ‘mezzo’ (da qui in poi: Mezzo). Il Mezzo è un punto e il punto, come si sa, pur originando lo spazio, non appartiene allo spazio. In ogni traiettoria, in ogni movimento, esiste il Mezzo: sta a metà, questo è certo per astrazione psicologica, ma realmente dov’è quella metà? Quella metà è esperita, ci si passa, ma non si riesce a coglierla. Perché non si riesce a coglierla? Perché si tenta di coglierla con la mente. Un’abitudine molto umana, che prescinde dal fatto che il corpo non si pone il problema di dove stia il Mezzo, e nemmeno l’emozione. E’ quindi la mente dialettica, la mente intelligente che pone il problema e si tratta, evidentemente, di un problema mal posto.
Limitandosi quindi al movimento mentale, secondo un esercizio comune a ogni tradizione iniziatica (che sia il buddhismo, l’induismo, la kabbalah, i testi ermetici o le visualizzazione sciamaniche), si compie l’indagine alla ricerca del Punto di mezzo. Movimento mentale: spostiamoci da un pensiero all’altro. Prima il pensiero ‘rosso’ e poi il pensiero ‘bianco’. Rifacciamolo: rosso-bianco. In questo movimento, dove sta il Mezzo? Qui si tratta precisamente dello spazio tra due pensieri. E com’è fatto quello spazio? All’incirca: è oscuro. Poi: lì in quello spazio tra i due pensieri non c’è linguaggio: il linguaggio (anche quello interiore, pensativo) c’è prima e c’è dopo, ma lì, proprio mentre ‘sentiamo’ quello spazio di mezzo, cosa c’è?
Questa individuazione esperienziale del qui e ora determina un cammino, che è il cammino psichico e metafisico, laddove per metafisico non si intenda assolutamente alcunché di religioso, anche se può sembrare trattarsi di qualcosa di simile (e la storia critica della Commedia, soprattutto nei suoi rapporti con l’esegesi cristiana prima e cattolica dopo, è una storia fatta essenzialmente di equivoci – di equivoci di questa natura: la religione che tenta di interpretare religiosamente la metafisica).
Se non riusciamo a ‘prendere’ il Mezzo di un’azione semplice come lo spostamento del nostro braccio, come riusciremo a ‘prendere’, a certificare, a isolare il Mezzo della traiettoria esistenziale. Perché sia chiaro: Dante lo fa, nomina quel Mezzo, sa che è proprio in quel Mezzo che gli è capitato di intraprendere la deviazione dalla deviazione (infatti si tratta di riprendere ‘la diritta via’). Come fa Dante a sapere di quel Mezzo? Come fa a esperirlo?
L’esperienza del Mezzo, l’esperienza interiore del Mezzo, del Punto che origina sempre, in ogni momento, lo spaziotempo – anche adesso, e anche adesso, e adesso -, questa esperienza è l’esperienza della crisi, della rottura del composto psicofisico, poiché in quell’istante, in quel Mezzo, tra un pensiero e l’altro, il corpo non è sotto la lente intensiva dell’attenzione e noi, che siamo corpo, non badiamo al corpo: un po’ come quando dormiamo profondamente. Paradosso: se ‘stiamo’ in quel semplice momento tra un pensiero e l’altro,noi siamo ma non siamo nel tempo. Noi siamo tutti nel tempo, ma ‘io’ no: ‘io’ dice che nel mezzo del cammin di nostra vita si è strappato. L”io’ si strappa al tempo. Questa è l’interiorità del cammino della Commedia. Il Mezzo è la misura aurea.
L’interiorità del cammino che l”io’ compie è, come si denuncia a partire dall’enjambement, con quel fortissimo incipit particellare del secondo verso (“mi” che devia rispetto a “nostra” – il primo a inizio del nuovo verso, il secondo nella fase discendente del primo verso) è la testimonianza di un abbandono: e non un abbandono per obliamento. Quando ci troveremo a fronte dell’enigmatico verso, che ha dato problemi di interpretazione a tutti i critici, “sì che ‘l piè fermo sempre era ‘l più basso”, dovremo tenere conto che la crisi dell”io’ non fa affatto svanire l’effettività materiale del “nostra”. Il mondo c’è. La vita c’è. Qui non si mette in discussione l’effettività, bensì la prensione che la realtà effettiva esercita rispetto all’intensità di attenzione di cui ‘io’ è portatore.
Come esiste un cammino di “nostra vita”, esiste un altro cammino che viene praticato dal “mi”. A questo secondo cammino, che è messo in proporzione col primo cammino della prima vita, corrisponde una seconda vita. “Seconda vita” non è soltanto un termine iniziatico: appartiene a tutta la tradizione mistica che, a buon diritto, fa parte della letteratura, come dimostra, prima della divina follia di Scardanelli, lo stesso Holderlin, che nel suo scritto sul Tragico abborda questa realtà linguistica esattamente con la medesima espressione. La Seconda Vita e il Secondo Cammino coincidono – e non si tratta soltanto di biblismo, di commento tommaseo ai Corinti: l’idea del Cammino che traccia un ritorno alla Patria è presente in qualunque tradizione iniziatica. E’ questa diversione, precisamente, l’iniziazione: il Novum che spalanca la vita terrestre, che nel Convivio stesso ha eco: “Così l’anima nostra, incontanente che nel novo e non mai fatto cammino di questa vita entra…”.
Che cosa accade se si entra nel Mezzo del cammino di nostra vita? Abbiamo già sottolineato il sapore coloristico primario che domina la soglia dell’uscita dal tempo per sprofondamento interno: lì è oscuro. L’oscurità crea paura. Si esce dal controllo. Nella tradizione ebraica, per restare in prossimità dei referenti culturali e storici di Dante, è il profeta Isaia a dire esattamente cosa attende chi tenti la diversione per ritrovare la diritta via, quella che porta a Casa: “Io dissi: ‘A metà della mia vita me ne andrò alle porte degli inferi'”. E’ esattamente quello che accadrà a Dante, “essemplo” primo di sprofondamento rispetto a sé. E accadrà a intensità diverse, poiché il sottinteso di Isaia è che esiste una zona parainfernale prima delle porte infere: quella zona non è ancora propriamente inferno, ma già comunica il ‘sapore’ dell’inferno. Sarà in questo grado di intensità che bisognerà collocare l’apparizione delle tre fiere allegoriche: una specie di assaggio del negativo a cui Dante dovrà sottoporsi, la prima esperienza dell’impossibilità di utilizzare l”io’ quale strumento di autosuperamento e l’apertura all’accettazione del Maestro Virgilio e l’abbandono a “lui”.
Tutto ciò, intendo, delinea l’immensa preparazione singolare alla Nigredo, prima stazione dell’Opusalchemico, di colore buio appunto: è lo scioglimento dei nodi psichici, fase necessarissima e preliminare a una qualunque esperienza di superamento, anche se in se stessa la Nigredo è già un superamento.
Restando, tuttavia, al verso in sé: non esiste soggetto. Qui si sta parlando di un cammino, cioè di una figurazione del movimento, ma il verso esprime la stasi, in piena coincidenza con la propria materia, che è l’evidenziazione del Mezzo. E, del resto, va tenuto conto di quale fosse il canone linguistico profondo a cui si richiamava Dante medesimo: “sì che dal fatto il dir non sia diverso”. Il che è canone sì di certo “realismo”, secondo la linea continiana del ‘Dante della realtà’, ma anche di un Secondo Realismo: quello che permette di parlare ai limiti dell’estinzione stessa del linguaggio.

Pubblicato su Web in origine venerdì 23 gennaio 2004 

 

Inedito: “Mimesi del progresso alle storie”

Un inedito dall’opera in perenne progresso: “E di notte: storie. Vaticini. Paurosi. Mostri. || Mettere il sasso perfetto, liscissimo, ovoidale, delicato, nella bocca nella saliva e succhiare, succhiare la pietra. || Io che fui minerale, che fui vegetale: sono”.

Tieni me, tu, tieni a me, madre dolcissima.
Affronta, tu, me, padre dolcissimo tardi.
Fratelli, tutti, sorelle, tutte, amiamoci, senza differenze usuali, senza quelle tremende sorti.
Castriamoci. Uniti andiamo. Uniti saremo.
Finalmente saremo. Finalmente, finalmente…

Qui non cresce e si sviluppa, coperta, la parola.
Questa parola si fermi.
Si fermi qui, su carta, nell’aria, l’amore.
Traccia di, senso di: capogiro.

Ossicino che viene nell’interno del gomito dell’amato, dell’amata, posando sulla costola, con dolcezza di senso e tremito di tutto l’essere intero. Intero? Essere?

Animale in tundra antica, fatta di vapori l’aria.

Un dì i nostri padri uscirono da caverne buie intatti, la nuova forma è assunta.

Il puzzo concrezionato della bavaglia di peli unti sul petto noi, dopo.
Noi dopo di noi.

Ambiente salino, cerebellum contaminarsi in acque, se nel fango, se nella melma, nell’acqua torbida io, io nuoto.

Strisciando sui grani d’oro di sabbia calda, la schiena esposta con la vertebrale lunga e orizzontale, a scatto, sotto lontano il sole.

Minuscolo, rattrappito, increscioso, puteolente, artigliato da animali ignoti, riparato nell’alveo del tronco a pena bucato da intemperie che sono state qui quando io non sono stato qui: io.

E di notte: storie. Vaticini. Paurosi. Mostri.

Mettere il sasso perfetto, liscissimo, ovoidale, delicato, nella bocca nella saliva e succhiare, succhiare la pietra.
Io che fui minerale, che fui vegetale: sono.

Uomo vegetale in tanta erta unito a un vapore che… un vapore che…
Svapna. Sonno, qualificato, con i sogni.

Io sono entrato tra le due erte: bosco.

Vidi tre animali, e ferocissimi m’interdissero essi la strada, verdastra buia, nell’incedere incerto, il cuore esplose in battiti veloci, pulsante e ossesso, continuamente, pulsando sempre differenziava e prima e ora e dopo, questi tre animali feroci, questi mostri bui, questa lingua che

non si muove e non favella

e fu di colpo buio e quindi si aprì un pertugio e io, io ivi entrai in fuga e in ansia da quanto era stato e fu, teso tantissimo a quanto sarà stato di me, a quanto sarà, niente dimenticato, niente, sì, teso là, io, uscii ed era interno e vidi un’ombra e l’ombra, essa, a forma umana, mi parlò e disse, ed essa mi guidò, senza vedere dove, io, fedele, là la seguii, per i perigli e ognidove, snodando il corpo quando lo spazio si fece stretto e io, io dimenticai con sonno e non conforto di essere inviato altrove, io, qui, e poi riuscii a un azzurro che ricorda terso il mare e nuovo il cielo e un monte apparvero, tre, tutti insieme, e il monte a fatica salimmo io e l’uomo incerto che mi guida al fianco al buio e svaporò nell’immensa luce, è di azzurro, etere e metallo rarefatto, fino alla cima dove io, io vidi donna da un cielo calare, dove?, da dove?, si calò, tutto si fermava, fu fermo, niente più niente da dire, da raccontare, da raccogliere, io addivenni quanto ero stato, inaccorto, dall’inizio, ora, l’eccezione, tutto finisce e tutto in sé si va, sì, riassumendo, e no, niente, non una fine e non un inizio, e però è, questo, dimenticato, è, è questo, è, finché nuovamente non uomo io mi sovvenni, di questo io non ricordai né ombra né luce e svenni e non vidi mondo o luce, niente e tanto niente parla per bocca mia, per dita che segnano la traccia e graffiano l’etere crollando essi, segni, per l’aria marina e dopo qui, segno esso stesso ominide riassunto, sì, attacca un filo e pare numinoso e, di schiena, curve e macre nella schiena viste le vertebrali e i peli, a bavaglia, puteolenti, le tre bestie feroci questo filo d’io vede e parla, viene da niente e parla, su questa carta inesistente.

E dice:
Senza niente sapere mi applico alla varianza di ciò che non comprendo.

‘Io, Tu, Zinco, Piombo: Oro’

Un racconto di Giuseppe Genna

LO ZINCO DISSE

“Io sono una donna, no, non lo sono. E’ cosa molto più complicata. Foro Milano di notte e pedalo e adesso crollo. Pedalo e ogni pedalata è atroce, sempre più, ritorno da nord verso la mia casa che ripara, dove chiunque entra senza danneggiarne i ventricoli e lascia il mio cuore intatto. Esplode a ogni pedalata: mi fa male. Mi hanno dato nome Elena: il nome di piombo di cui parlano le saghe antiche dell’occidente, ho studiato le saghe, da sempre, da sempre ho studiato l’occidente. Il nome del ratto, un rapimento mi precede, i re mi si passano per mano. Cerco amore che nessuno mi dà definitivamente, cerco amore irremovibilmente. E’ penetrato in me come un rapido contagio, prima che me ne accorgessi io. Ero tanto leggera prima che padre e madre, i loro volti di carne e avorio dentale, osservassero le scosse irregolari del mio cranio in formazione, le mie creste interne, le mie cartilagini, e imponessero a me il nome della donna-furto, che scatena la guerra.
E’ grazie a me se Ilio crolla, si disgrega.
Pedalo nella bruma della sera atroce, io mi disgrego.
Madre, mi hai insegnato a confondermi nei muri, ho rigettato il tuo magistero.
Padre, tu non c’eri.
Pedalo e il fiato si esaurisce, ogni pedalata gonfia la circolazione dei garretti, aiuto, lo chiederei, a chi?
Mi fa tanto male il cuore…
Non sono nata per piangere davanti ai vostri occhi. Voi mi abbandonate, io non desidero che questo, io non desidero questo.
Mi si infittisce il dolore sordomuto al braccio, il sinistro, è un presagio, adoro nella vita che i presagi irradino e sono bella.
Il piede è di granito, i polmoni sono bisacce e si svuotano, e dolorosamente, con dolore immenso sento il cuore incrinarsi, e piango.
Sono bella, sono bionda, sono la luminosa che si oscura, ho capelli di sirena elevata nei cieli su nuvole purpuree da poeti di terz’ordine, il mio volto è una moneta che chiunque vorrebbe spendere, dalle mie rughe benedette da molti baci radia la sostanza aurea e il mio sguardo nocciola di Medusa pietrifica chi mi avvicina senza che lo voglia io, l’avorio dei miei denti sono perle abissali, il mio polso sottile stilla desiderio e lo insinua nel cuore altrui e gli fa male. E procedo con andatura verticale, la mia spina dorsale è una chiglia di una nave d’oro nella notte dedita ad andare. Appaio e nessuno vede me. Io sono disperata, non c’è occhio che lo colga, cielo, cecità, accensione, cima da scalare che si sposta più alta a ogni passo di chi scala, le mie ciglia sono sfoglie di oro teneramente lavorato di precisione ere addietro, sono la donna-uomo delle saghe occidentali.
Non so chi sono.
Padre, io mi muovo in te, respiro in te, sono in te. Tu non sei in me.
Pedalo e il giro della catena mi frantuma in polpa il cuore, lo sterno mi è trafitto, respiro pesantemente, è atroce. Nessuno ha idea, poiché di me esistono soltanto idee. Io le controllo.

Era lieve e sbilanciata la serata. Mi spiace che ti sembri il desiderio di una bambina: ma è quanto sono. E’ complicata, è una cosa complicata. E’ una cosa.
Ascolta. E’ un aneddoto a cui non sei abituato, tu ostenti altre e più raffinate preparazioni. Mi offro alla tua vista e non vedrai più niente, non mi vedrai mai più: conosco il bosco sacro dove mi celo, dove induco a cecità.
Era una serata lieve e sbilanciata, è semplice, elementare, ero felice del mio leggero desiderio, la lieve ebbrezza che mi prende il corpo, poiché so prendere il piacere, io. Io, io – io. Sono abituata ai miei corteggiatori. Da una vita mi corteggiano, madre.
Eravamo nel teatro alla proiezione dei film corti, poi li hanno premiati. Depongo lo sguardo di Medusa, dimentico di impietrire i corteggiatori, i miei occhi di bambina nella neve sono luci di case antiche e le immagini mi invadono: le brutte, le belle.
Immagini, riempitemi. Date il premio vibratile al mio corpo misconosciuto, che io mostro ai miei corteggiatori. So mostrare il mio corpo, ostentarlo, affinché siano contenti di sé e mi dimentichino, non vengano a cercarmi. Non supera la prova nessuno, poiché li accontenta l’ostensione che io impongo e misuro il campo assai ristretto dell’amore indifferente di chi non sa guardarmi.
Questi film mi annoiano, le immagini mi rendono più lieve il vivere e non avverto il peso di me stessa.
Sono nelle poltrone a me accanto i miei cari amici: come li amo! Io so cosa sia l’amore. La loro compagnia mi è indispensabile. Sono serena, mentre vedo i registi ritirare i verdetti che li giudicano, è sempre una questione di giudizio, di vittoria, dove sono i registi dimenticati, loro che hanno perduto, piangono?, nel silenzio, nei labirinti delle gallerie?, la loro lingua si pàtina di dissoluzione?, io conosco l’intimo della sconfitta, temo che mi corteggi.
Usciamo. I miei cari amici, io li amo sempre, dal 1990, io li amo poiché non giudico il volto elvetico dell’amica, come una piana che si arrossa e si sbianca alla misura delle temperature e delle convenienze, i suoi occhi cristallini che non variano luce come variano i miei, il suo sorriso sempreuguale, io non giudico, perciò lo amo. E lui, che le è compagno, lo amo perché non giudico la peluria rossiccia e la magrezza patita, le spalle arcuate e lievemente ingobbite, io so come invecchierà, incapace di decidere e giudicare, io non giudico e lo amo, io lo conosco e non gli faccio male.
Sono in grado di ferire chiunque. Da chiunque sono in grado di essere ferita.
Dopo la premiazione, al parco, suonano la musica e si agita la festa, alimentata dalla folla che fluisce e io la desidero così tanto! So che ti sembra il desiderio di una bambina, è stupido, scusa, perdonami, hai ragione, non lo dico più, non capisco, mi sento in colpa, è colpa mia, però giuro che è tanto semplice, tanto complicato…
Guardami. Non guardarmi.
Io desidero la musica, la lieve ebbrezza, i tronchi corrugati degli alberi di notte al parco e l’erba satura di acqua in questo non semplice autunno, i sorrisi fosforescenti degli sconosciuti attorno, io non sento più me stessa, io ero una volta entrata in un luogo senza tempo e di speranza. Questa festa. Il cuore si allargherebbe. Consentitemi il piacere vibratile.
Da quanto tempo il mio corpo non vibra?
Sulla pelle mi scivola il piacere di questa festa al parco, le note dissonanti e i miei amici mi abbandonano! Non mi accompagnano, essi mi lasciano sola! Io li amo, trattengo il mio giudizio che stermina su di loro e mi abbandonano.
Questo atto ripetuto. Questa ferita. Questa frattura dei miei molti miocardi.
Resto sola. Incontrerò qualcuno che conosco, io conosco molti. Sono abituata ai corteggiatori. So giostrarli. Sono simpatici e inutili, cattivi e indecenti: ruotano attorno a me: l’inusuale, la segreta cosa che in me mi alimenta. Conosco le mie idee.
Con i miei amici che si stanno congedando – giuro, è una cosa da bambina, io mi vergogno, io mi vergogno di vergognarmi, ma tu non permetterti di giudicare, è giusto che mi vergogni, come puoi censurare una bambina?, una cosa stupida?, come ti permetti? Io ti farò giostrare, sei simpatico e indecente, sei il cattivo: io so come trattarti, io non lo so –. Con i miei amici che si stanno congedando io incontro un amico antico: da anni non incrociavo questo amico! Sono abituata ai corteggiatori. So sedurre chi da anni non mi incontra. Non è questione di seduzione, lo penso, lo so, è così, me ne convinco, non provare a giudicare la bambina, tu – tu che stai fuori da ogni cerchio, tu che sento vuoi violare. Parliamo con l’amico dimenticato di quanto è fino a qui accaduto. I classici riassunti di vita. La mia vita in sequenza di polaroid. Ciò che è classico si deve fare. Non avverto senso di colpa, se compio quanto devo, quanto hanno imposto che si deve compiere e io lo compio sempre. Trasgredisco, con misura sapiente e finzione di libertà astuta, a quanto dicono che si deve fare, e profondamente compio il mio dovere: nessuno può rimproverarmi, io sono la donna-uomo che le donne e gli uomini non rimproverano, rimproverano sempre. I miei amici se ne vanno! Mi abbandonano!
Abbandonami. Lasciami stare. Dimenticami. Non parlarmi. Non guardarmi. Stai a un metro da me. Leva le pupille dal mio polso sinuoso che ti incanta. No, guardalo, ma non fare niente. Io, che non sono io, ti impongo questa legge.
Sono astuta, come il mio nome impone. Desidero stare tra la gente in festa, nella musica dissonante, desidero essere riempita di immagini e di note, desidero la cultura e il suo abbraccio dedito a me, nella bruma che sale dall’erba di notte, sono tanto leggera ed ebbra, sono tutto il mio corpo bianchissimo che abbaglia, socchiudo le mie palpebre di lieve ambra, confusa nella folla che non esiste, danzo da sola io, la mia pelle vibra e io mi innalzo, nel cerchio di luce io ruoto dondolando come i ciechi, sono cinammono e cenere di incenso, sono ambra e sfoglia d’oro, sono l’ascolto e lo spostamento, la gente attorno mi nasconde e abbraccia senza toccarmi, danzo su di me roteando nella delizia dell’apnea, sono la boreale e la purpurea, datemi il vortice del polo magnetico, la sua vibrazione lieve, lasciate che i miei capelli di alghe ricoperte di oro dondolino con l’andatura dei non vedenti, lasciate che il piacere mi invada insieme a voi, silenziosi a me accanto, amici, non mi abbandonate, non c’è fine a questo istante che mi solleva, non c’è nessuno, ci siete voi accanto che mi date conforto se solo riapro gli occhi e lancio il mio sguardo bambino su di voi, controllo che ci siate.
E non ci siete.
Voi mi impedite questo. Lo impedite continuamente, la mente mi si prostra.
Io sono la donna astuta, a causa mia si sbriciolano le mura della città turrita, secondo la leggenda occidentale. Posso fingere di andare, delusa, stracciata, abbandonata me ne vado io, ma poi so tornare, quando voi due, l’uomo indeciso e la donna inerte, siete ormai lontani e mi avete abbandonata, posso cercare l’amico di un tempo reincontrato per caso, stare con lui, ascoltare e ridere e perdere e perdermi e sognare il sogno vuoto che in un dondolio mi innalza, mi evapora, starei bene.
E non lo faccio.
Tu non capisci. Tu capisci troppo, sei malato perché capisci troppo. Stammi lontano.
Mi allontano, non riesco a fare altro, mi impulsa qualcosa che non so ad allontanarmi. io non so perché e piango. Sono sola, non so perché e piango.
Quante volte sola, anche insieme a tanti altri, non vedono che sono sola, io non lo permetto.
Piango, è atroce, pedalo, a ogni pedalata avverto incrinarsi il miocardio, io sono malata di cuore, il mio sangue è cattivo, è bellissimo, sento cellule ematiche ancestrali, provengo da tribù nomadi, gitane, avi miei hanno attraversato le Russie, hanno percorso monti lontani, il mio corpo è avvallamenti nivei che instillano desiderio ai corteggiatori e li faccio ruotare intorno a me, i miei avi raccolsero cromosomi da ovunque, nelle narici ho il puzzo bruciato del falò spento nella nebbia umida di mattini rumeni, di albe slave, le danze circolari di bambini intorno a fuochi nella notte buia, la carovana che porta a me, alle mie vene che pulsano il loro sangue.
Io sono oro. Io non lo so.

Pedalo e sto male. Ascolta: sto male. Ascolta: posso dire che sto male? Scusami, perdonami, io non lo farò mai più, mai più. Che colpa avverto? Mi hanno abbandonata, forsennatamente pedalo.
Non credo in nessun dio. Dio è un’idea, le idee sono secrezioni umane. Non so se credere in un dio o meno. Io so in fondo che sono l’oro, ma non lo so. Io non so dire: ‘Credimi’. Sono tanto certa, sono tanto incerta.
Io vorrei che l’abbraccio si tramutasse in oro.
Dimmi qualcosa. Dimmi qualcosa di me. Non dirlo. Tu sei bravo con le parole. Tu sei malato di troppa mente. Io so tutto di te, ma non lo dirò mai. So tutto dall’inizio, io so cosa sento, ma non te lo dirò. Sono abituata ai corteggiatori.
Una volta, ero bambina, sotto un oleandro, nel profumo intenso che stillava come un liquore di melo che ubriaca, io ero nell’agosto un giorno sotto l’oleandro immenso e come una foglia il tempo si staccò, l’albero fu piombo alle mie spalle e nevicò, e sotto la foglia del tempo ricordo, io, che pensai che la morte esiste e ne riuscii disfatta. Esiste la morte? Io non dimentico, la nube di piombo mi si avvicinò minacciosa, pensare la morte era la morte in avvicinamento, cilestrina e cupa, e io feci compatta la palla di neve e prima di scagliarla vidi bianco e nero, tutto era bianco e nero, e io stampai per sempre il mio volto di risposta alla morte.
Qualcuno mi è accanto e mi abbraccia se muoio?
Perché sto morendo, mentre pedalo in bicicletta e ogni pedalata pesa come un supplizio, è una catabasi verso la mia casa, lì conservo una E grande in polistirolo ricoperto d’oro, ero felice quando i miei cari amici mi regalarono quella E grande in polistirolo d’oro, mi basta così poco, era il mio compleanno.
Oh, la mia felicità… La mia…
Gli anni mi scivolano come sabbia d’oro tra le mani e non vedo quanto oro ho in mano.
Inclino il collo colore dell’avorio e i corteggiatori ondeggiano ubriacandosi della mia immagine.
Chi vede che sto per infartuare? Pedalando sono prossima all’infarto, la testa mi gira, io infartuo, sola infartuo. Uomini guardano quando cado, suoni estranei scuotono il mio corpo sul pavé di Porta Romana, una donna caduta, è scandaloso, è tanto squallido, infartuata, come una donna etilista, è vergognoso, non guardate, sono sola nell’infarto, è sgradevole, è tremendo, la donna che cade ed è sola, il regno irto che abito irrita le mucose interne e spezza il miocardio, lo sento, immaginate una donna la cui pelle è alba, i cui capelli sono sole meridiano, le ciglia sono oro frigio, immaginatela sfregiata.
Ho male al cuore. Il mio cuore fa male. Lo dico a te, che hai contemplato il cadavere di tuo padre infartuato e ritrovato dopo un giorno, blumarrone e gonfio negli arti terminali, steccato, irrigidito. Mi fa male il cuore. Non sapevo che tuo padre tu lo avevi guardato così, oddio, mi sento in colpa adesso. Io sono capace di morire avvertendo la mia colpa, la mia rabbia sconfina oltre le mie lande, poiché è in me dentro un paesaggio immenso, un orizzonte di sabbia aurea e pozze di oro fuso, più soli lo illuminano, nessuno viene qui.
Ma tu non hai idea di che sconforto e frustrazione questa cosa mi ha provocato. Ogni pedalata verso casa mi è costata una fatica sempre più atroce. Fino a trasformarsi in mal di cuore: oggettivo. A me fa spesso male il cuore. Ma davvero. E questa volta la responsabilità è mia più ancora del solito… E non ho dormito…
Quindi sono arrivata nella mia casa.
Io non sono la donna, io non sono l’uomo. Io ero sola nel mio letto, era atroce, fino alle cinque del mattino scossa nei nervi io non ho dormito. Il mio gatto con il suo calore ha consolato: io sono una gatta. Dispenso il calore con astuzia. Nessuno conosce il mio segreto, nessuno conosce il segreto dei gatti. Il mio gatto, corteggiato, artiglia. Mi ha consolata. Mi ha carezzata. Da quanto tempo il mio corpo non vibra? Il mio gatto dice: io sono te.
Io cosa sono? Profondamente: cosa sono?
La bambina che sta per scagliare la palla di neve, in bianco e nero, e stampo sul mio viso l’avvenire che non ti permetto di penetrare.
Quanto dovevo dire, ho detto”.

COSI’ PARLO’ LO ZINCO.
E RISPOSE IL PIOMBO:

“Io ero una volta entrato dentro una lingua straniera, per alleviare il mio cuore che offro alle spaccature. Io sono colui che cela il tuo oro. Io sono il padre, l’uomo-donna che c’è e che tu non vedi e mi dici: padre, non ci sei. Non c’è padre. Dio non esiste. Mi sistemo, assetato, senza che tu lo sappia, io, pesante, cupo, impaurito, mi sistemo sdraiato in una delle pozze di oro fuso nelle tue lande interne e tu lo sai che lì io mi disseto e non lo sai. Io entrai in una lingua straniera, per estrarre l’oro e dire quanto tu non concedi di dire. Io sono te, entrambi non conosciamo l’oro. Ogni tua paura è smeragdina. Victor Hugo descrisse la danza roteante della gitana Esmeralda, nel libro Notre-Dame de Paris, tu sei la Esmeralda. Come posso costringerti a sentire ciò che dall’inizio senti? Perché tu me lo chiedi? Sono perturbato. La mia malattia io te la mostro come un dono che non ammorba. Giglio che fatica ad aprirsi come a ogni alba ogni giglio fatica a spalancarsi, polvere di cinabro sui sepali, tu esisti e sei, la tua potenza mi fa roteare e mi sento inutile e simpatico. Non sono abituato a essere corteggiatore. Io so che non so, non so niente di te, io sto in ciò, io sono che non so niente. Ciò che accade emerge, tu mi vedi pesantemente ostentare. Tu tocchi il santo di piombo. Tu mi dici che sono il prete di piombo. Tu mi dici che sono la nube di piombo cupa. Tu mi scagli la tua palla di neve grigiastra. Ogni tua malattia è una fioritura. Esplode in te, segreta, una salute immane. Pensarti mi solleva. Da giorni mi dà sollievo solamente il pensiero di te. Tu infartui a tuo vantaggio, tu mi chiedi quale sia il vantaggio, tu rigetti ogni risposta. Ogni risposta è piombo.
Coincido con te laddove non guardi.
Non credere che sia io a parlare, il Piombo. Sta parlando te.
Ho fatto intrusione in una lingua straniera, perché le parole valgono se non le pronuncio, altri parlano per me, e l’ho tradotta, ho estratto l’oro da quei diverticoli complicati.
Ed ecco l’abbaglio dell’oro, la cesellatura che posso fare, poiché è ciò che io sono, è ciò che tu sei.
Ecco, trasformato, tradotto, donato sotto l’albero alla cui ombra scagli la palla di neve:

Se fossi uno che di mestiere sbuccia la cannella
salirei sul tuo letto
e lascerei la polvere della scorza gialla
sul tuo cuscino.

I tuoi seni e le tue spalle sarebbero intrisi del suo odore
Non potresti camminare per i mercati
senza che la professione delle mie dita
ti fluttuasse attorno. I ciechi
incerti passerebbero accanto a te sapendo chi stanno sfiorando
anche se tu volessi bagnarti
sotto gocce di pioggia monsonica.

Qui, dove la coscia inizia,
in questo pascolo levigato
prossima alla tua chioma
o nella piega
che taglia la tua schiena. Questa caviglia.
Sarai conosciuta tra gli estranei
come la moglie dell’uomo che sbuccia la cannella.

A fatica riuscivo a spiarti
prima del matrimonio
non ti ho nemmeno sfiorata
– tua madre dal naso affilato, i tuoi rozzi fratelli.
Ho sepolto le mie mani
nella polvere di zafferano, camuffate
nella nicotina,
ho aiutato i raccoglitori di miele…

Quando una volta nuotavamo
nell’acqua ti ho toccata
e i nostri corpi rimasero liberi,
potevi avermi ed essere abbagliata dal sentore di cannella.
Hai raggiunto riva e detto

è così che tocchi le altre donne
la moglie del tagliatore d’erba, la figlia dell’incensiere di cedro.
E cercasti sulle braccia tue
il profumo che svaniva

e fosti certa

di quanto bello sia
essere la figlia dell’incensiere di cedro
lasciata priva di traccia
come senza parole nell’atto di amore
come ferita senza il piacere del taglio.

Portasti il ventre
alle mie mani
nell’aria secca e dicesti
Io sono la moglie
dell’uomo che sbuccia la cannella. Annusatemi.

Io sono la moglie dell’uomo che sbuccia la cannella. L’uomo che sbuccia la cannella sei tu”.

Starobinski: Antichi rimedi per la melanconia

di JEAN STAROBINSKI

La melanconia, come tanti altri stati dolorosi legati alla condizione umana, è stata avvertita e descritta assai prima di ricevere un nome e una spiegazione medica. Omero, che è all´origine di tutte le immagini e di tutte le idee, riesce a racchiudere in tre versi tutta la miseria del melanconico.
Rileggiamo, nel canto VI dell´Iliade (versi 200-203), la storia di Bellerofonte, che subisce l´inesplicabile collera degli dèi:

Ma quando fu in odio anche lui a tutti gli dèi, solitario vagava allora per la pianura Alea mangiandosi l´anima, evitando l´orma degli uomini.

Dolore, solitudine, rifiuto di qualsiasi contatto umano, esistenza errabonda: un disastro privo di ragioni, dato che Bellerofonte, eroe coraggioso e giusto, non ha commesso alcun crimine contro gli dèi.
Continua a leggere “Starobinski: Antichi rimedi per la melanconia”

La Potenza Femminile in Evangelisti: VERACRUZ

Al momento Valerio Evangelisti ci ha consegnato una “diade”, piuttosto ambigua dal punto di vista narrativo, sulla congrega piratesca dei Fratelli della Costa: Tortuga prima e Veracruz poi. Sono due libri invertiti e inscindibili: prima il sequel e poi il prequel, prima la fine e poi ciò che prelude alla fine. L’ambiguità narrativa è un insieme di allusioni, in cui emergono nuclei di riflessione che possono essere connessi alle dinamiche di azione dei personaggi oppure consistere come apparenti impressioni, eventualmente rilevabili con accurate incursioni testuali. Non sono un critico e non compirò questo lavoro. Intendo soltanto, e brevemente, esprimere alcune considerazioni personali su Veracruz, prescindendo dai suoi rapporti con Tortuga, romanzo che, se letto, a mio avviso conferma le considerazioni che vado qui facendo.
E’ possibile leggere la diade sui pirati di Evangelisti come ennesima conferma (ma davvero: ne ha ancora bisogno, quest’autore così complesso sub specie secreti mentoris?) di certo salgarismo. E’ vero, è indubitabile: un piano della narrazione di Evangelisti (autore che struttura più livelli di lettura e di senzienza) è salgariano. Un salgarismo particolare, però.
Continua a leggere “La Potenza Femminile in Evangelisti: VERACRUZ”

Una lettura personale di “Grande Madre Rossa”

gmr_piccAvendo pubblicato il booktrailer dell’edizione Segretissimo Mondadori di Grande Madre Rossa anche su Facebook, esso è stato variamente commentato. Estraggo due commenti ai quali tengo: per rispondere e anche fare un po’ di chiarezza interiore, senza alcuna pretesa di autocommentare un mio testo – soltanto chiarire cos’è per me il libro in questione. Lo sguardo che lancio non è sull’esito testuale, sulla riuscita effettiva del libro, sulla sua letterarietà. E’ semplicemente una prospettiva intima, estranea alle logiche del successo e della valutazione. Mi serve scrivere, per meditare.

Vanja Farinovskij mi scrive: “Credo fosse il libro che mi mancava per comprendere quello che è stato il tuo ‘abbandono’ del genere noir, se così si può definire”.

Luca Giudici mi scrive: “Mi piacerebbe sapere cosa pensi tu, Giuseppe, di GMR. Io lo avevo letto quando è uscito e, rispetto a ‘Ishmael’ bè … devo dire che mi erano nate molte perplessità (forse un progetto troppo inattuale, in quel momento). E’ interessante quello che dice Vanja: GMR è fondamentale non tanto in sé, quanto per capire a posteriori lo sviluppo della tua scrittura.”

Compio due generi di precisazioni: una storica (il contesto in cui Grande Madre Rossa è nato) e uno interiore (in cosa si è trasformato e cosa volevo indagare attraverso la scrittura).
Grande Madre Rossa è il terzo “thriller” dopo Nel nome di Ishmael e Non toccare la pelle del drago (il quarto “nero”, considerando Catrame). Se Catrame era nato per omaggio a mio padre, amante dei Maigret di Simenon, che aveva riletto tutti più volte, ed era stato scritto (e si vede…) in quattro giorni, Nel nome di Ishmael era stata un’occasione offertami dal direttore generale di Mondadori, Gian Arturo Ferrari, che mi aveva chiesto quale libro volessi fare e me lo aveva fatto fare, fornendomi tutto il supporto emotivo e cognitivo di cui uno scrittore ai primi passi avrebbe bisogno in un mondo ideale – cosa di cui sarò per sempre grato a Ferrari, che è in pratica il padre putativo del romanzo, non quanto a trama e sviluppo, ma certamente quanto a valutazione, editing e strategia. Continua a leggere “Una lettura personale di “Grande Madre Rossa””

Plotino, dalle Enneadi

Suvvia, entri dentro chi ha cuore e segua le sue orme nei penetrali; non senza però, aver lasciato fuori le visioni dei suoi occhi mortali e guardarsi bene dal volgersi indietro a quei corpi un tempo splendenti.
Plotino, Enneadi I,6,VIII, Mondadori
COME NON INTERPRETARE PLOTINO: L’ERRORE DI GADAMER
Riporto un passo ermeneutico del filosofo Hans Georg Gadamer. Risiedono qui tutti gli errori di cui la filosofia moderna occidentale è preda nell’affrontare la metafisica pratica del Non-Dualismo:
«Di fatto, le trattazioni di Plotino non erano lezioni in senso stretto, ma “esposizioni”. Vorrei aggiungere che anche le nostre lezioni dovrebbero essere “esposizioni”, nel senso letterale del termine: dovrebbero “esporre” qualcosa davanti all’ascoltatore, ed “esporre” lui stesso allo sforzo di vedere. È tutt’altra cosa rispetto alla lectio.
In quello scritto, Plotino ha anche parlato dei tre “stadi”: la natura, l’anima e lo spirito. Non si tratta però di un sistema filosofico. Lo è diventato soltanto in seguito, in parte già con Proclo, e poi, seguendo il destino della filosofia, nell’età moderna. Si tratta, in realtà, di un cammino ascensionale di apertura, che si risolve nell’Uno. Quando la natura si apre, vediamo effettivamente realizzarsi qualcosa che è stato lungamente atteso. Chi conosce il Meridione e ha presente i primi temporali autunnali, quando all’improvviso tutto rinverdisce; chi ha fatto analoghe esperienze di ciò che la natura può offrire, ben comprende che cosa sia quella natura creatrice, che, aprendosi, si specchia in se stessa. In questi casi parliamo di “contemplazione”, ma bisogna intendere bene l’uso di questo termine: non è un semplice contemplare, nel senso di “stare a guardare”, o “dirigere lo sguardo verso qualcosa”. No! Non è così che si specchia la natura; è piuttosto come se i fiori o i frutti fossero interamente assorbiti proprio nella cornice di ciò che sono.… Ovviamente la natura possiede, in questo senso, una incredibile presenza; e ciò mi induce a ricorrere, ancora una volta, a un termine tedesco. Plotino fa uso infatti di immagini, spesso anche molto eloquenti, e una delle sue similitudini più belle è quella della sorgente. Che cos’è, in realtà, una sorgente, una fonte? È acqua che sgorga in continuazione e che alla fine riempie tutti i fiumi e i mari, senza mai venir meno. Questo è il grande mistero: è “dappertutto”. Ho prestato particolare attenzione, meditando su Plotino, al significato della parola tedesca “überall”, “dappertutto”. “Über” (sopra), “all” (tutto); che vuol dire? Più di tutto? Meno di tutto? Al di sopra di tutto? Ciò che è sommo? Oppure ciò che, essendo “sopra tutto”, è anche dappertutto? Ecco il senso della metafora della sorgente: l’acqua – che è dovunque – è l’acqua della fonte. L’espressione tecnica, creata nella traduzione latina per rendere questa idea, è “emanazione”; Plotino viene chiamato “il filosofo dell’emanazione”, poiché l’intero teatro del mondo, che egli “espone” – appunto – davanti agli occhi dello spettatore, questo scaturire di tutte le cose da un’unica sorgente, si spiega proprio così; e infine, dalla molteplicità di tutto ciò che accade, esso ci riunifica, ci assorbe interamente in ciò che “è”. Così si realizza il secondo stadio, dalla natura all’anima.
L’anima non dev’essere intesa come la nostra chiusa interiorità, a suggerire già un concetto cristiano di anima: è pur sempre la nozione greca di anima, cioè la fonte della vita, presente in ogni essere vivente. Anche questa è una sorgente.
[…] Rivolgendo lo sguardo al pensiero di Plotino, vi si scorge comunque qualcosa di quella nascente concezione dell’aldilà di cui il cristianesimo ha fatto dono, con la sua promessa e il suo messaggio, al mondo antico ormai avviato verso il tramonto. Qualcosa di questa atmosfera escatologica appare qui in veste davvero peculiare, non già nella forma del culto, bensì come concentrazione dell’anima e forza spirituale del pensiero. È assente, però, la pretesa che queste realtà umane riescano, da sole, a risolvere il mistero della nostra esistenza, della morte e dell’aldilà. Una tale tendenza era invece diffusa in molti esponenti della filosofia di quel tempo: a proposito di questi fenomeni del mondo tardo-antico si parla della cosiddetta “gnosi”. C’era uno gnosticismo ebraico, come oggi sappiamo, c’era una gnosi greca e una gnosi cristiana. Si tratta di correnti e dottrine che pretendevano di rendere accessibili i misteri religiosi grazie alla forza del pensiero e del concetto. Questo è il grande pericolo in cui si muove sempre la filosofia. Nemmeno Hegel si è salvato da questo genere di critica: è stato detto, infatti, che il suo superamento del mondo della rappresentazione (quello cioè della sfera religiosa) per raggiungere il concetto e il sapere assoluto, altro non è che una gnosi. Ritengo che, nel caso di Hegel, questo giudizio non sia del tutto corretto: egli non ha affermato che la forma del concetto sia separabile dall’altra forma, quella della rappresentazione, affidata al cristianesimo dalla Rivelazione divina. Lo stesso rimprovero potrebbe essere rivolto a Plotino, ravvisando in lui una via della ricerca, che ci condurrebbe infine alla contemplazione dell’Uno. Ma non è affatto così: noi non potremo mai disporre di quest’Uno a nostro piacimento; lo stesso Plotino è riuscito solo due volte, nella sua vita, come racconta, a raggiungere in quest’attimo di pienezza la dimenticanza di sé. Poi, però, comincia una nuova separazione da se stessi: la conoscenza. Io sono qui, distinto dagli altri; la natura è altro da me, e l’intero cammino riprende così da capo. Pertanto, l’ascesa dell’anima non è l’iniziazione a un mistero, bensì un’esperienza che ciascuno può fare, con la forza del proprio pensiero, ma anche aprendosi a quel mistero che domina la nostra vita».

Agamben, da Che cos’è il contemporaneo?

[…] Tutti i tempi sono, per chi ne esperisce la contemporaneità, oscuri.
[…] Che significa “vedere una tenebra”, “percepire il buio”?
[…] Che cos’è il buio che allora vediamo? I neurofisiologi ci dicono che l’assenza di luce disinibisce una serie di cellule periferiche della rétina, dette, appunto, off-cells, che entrano in attività e producono quella specie particolare di visione che chiamiamo il buio.
[…] Percepire questo buio non è una forma di inerzia o passività, ma implica un’attività e un’abilità particolare.
[…] Può dirsi contemporaneo soltanto chi non si lascia accecare dalle luci del secolo e riesce a scorgere in esse la parte dell’ombra, la loro intima oscurità.
[…] Contemporaneo è colui che riceve in pieno viso il fascio di tenebra che proviene dal suo tempo.
Giorgio Agamben, Che cos’è il contemporaneo?, edito da Nottetempo, € 3,00

Kafka, dai Quaderni in ottavo

21 ottobre 1917. L’ammutolire e lo sfoltirsi delle voci del mondo.
18 ottobre 1917. Paura della notte. Paura della non-notte.
19 ottobre 1917. L’insensatezza (parola troppo forte) di distinguere ciò che è nostro e ciò che è dell’avversario nelle lotte spirituali.
19 ottobre 1917. Ogni scienza è metodologia rispetto all’assoluto. Perciò, non occorre temere ciò che è univocamente metodologico. Non è che un guscio, una veste, ma non più di qualsiasi altra cosa, tranne quella Sola.
Franz Kafka, Quaderni in ottavo, traduzione di Italo Alighiero Chiusano, edizioni SE, € 10,33

Operazione interiore: nigredo amorosa

“Da questa visione innanzi cominciò lo mio spirito naturale ad essere impedito ne la sua operazione, però che l’anima era tutta data nel pensare di questa gentilissima; onde io divenni in picciolo tempo poi di sì fraile e debole condizione, che a molti amici pesava de la mia vista; e molti pieni d’invidia già si procacciavano di sapere di me quello che io volea del tutto celare ad altrui. Ed io, accorgendomi del malvagio domandare che mi faceano, per la volontade d’Amore, lo quale mi comandava secondo lo consiglio de la ragione, rispondea loro che Amore era quelli che così m’avea governato. Dicea d’Amore, però che io portava nel viso tante de le sue insegne, che questo non si potea ricovrire. E quando mi domandavano: “Per cui t’ha così distrutto questo Amore?”, ed io sorridendo li guardava, e nulla dicea loro“.
Dante Alighieri, Vita nova, IV