Il racconto a tweet ispirato a “Fine Impero”

bozzetti_fineimpero_falcinelliUn racconto inedito ispirato a Fine Impero, in 100 tweet, dunque ogni blocco di testo entro i 140 caratteri, quotidianamente somministrato agli interessati da@minimumfax su Twitter e, a fine giornata, depositato su Storify: è stata un’esperienza di scrittura estremamente interessante, di fatto un corpo in continuità col libro.
Si tratta di una trenodia in metrica barbara.
Il protagonista è lo io, insieme allo Zio Bubba: due non-personaggi che dominano e imperano in Fine Impero.
Il racconto è stato pubblicato anche su minima&moralia.
Ecco il testo definitivo, di fatto appartenente al corpus del libro.

***

Questo è dedicato a @tommasopincio.

Molte persone nella nebbia dell’inverno, carica di incenso, fuori del cerchio della città vanno, guidate da due orfani al contrario.

Suole su ghiaia: un corteo funebre, il padre con la piccola bara bianca, dentro dondola il cadaverino, la madre è una statua. È sepolta.

Il padre ero io.

Chi uccise la bimba a 10 mesi? Sprofondavo nel dolore cattivissimo, acerbo e ulteriore, dietro le lapidi nel cimitero mi guardava un uomo.

Conoscevo quell’uomo: era lo Zio Bubba. Vestito di bianco, una enorme vaporosa Nuvola di Drago umana.

È un antipasto asiatico, sfogliatine fritte da farina di tapioca e gamberi, dal cinese 炸庀虾片, gratis per tutti all’inizio coi panni caldi.

Zio Bubba era vicino al Proprietario dell’Italia, aveva eretto un impero di luce e corpi da mostrare. Spettacoli, feste, tv, altro ancora.

Avevo conosciuto lo Zio Bubba, faccia flaccida e sorriso di bimbo malizioso, in un privé di moda a una festa, disse: “Ciao, la festa è mia”.

Lo Zio Bubba davanti a corpi giovani allacciati, diceva “spettacolo è il talento, io poi sono a capo di questi nomi, queste cose. Vieni!”

Lo scrittore che ero, fallito, un grande dolore di vivere tutto questo dentro, aveva detto: “Non so” e lo Zio Bubba: “Dài, mangiane. Vieni”.

Aveva anche detto: “È permesso guardare la sventura a tradimento per soccorrerla”.

Il cadaverino sul tavolo in alluminio nella morgue appariva un coniglio spellato. Il cielo strideva con tutti noi sul ghiaìno al cimitero.

Nella scatola laccata bianco della piccola bara trapuntata dentro in cotone, delicatamente pendola il peso della bimba di 10 mesi.

A Casa di Zio Bubba i segreti erano traffici intorno all’entourage del Proprietario. I corpi continuavano a allacciarsi, ragazzi e ragazze.

La voce premierale nello schermo cinescope della tv diceva: “Sono il protagonista come imputato della storia dell’universo”.

“Ciascuno si diverte nella sua propria fiction” aveva detto Zio Bubba carezzando quei corpi oleosi di luce propria, sulle scapole tatuate.

Le feste sono lontane infinitamente: aria calda e drink e toilette a polveri bianche nelle gengive sopra i denti, specchiandosi altri.

È notte, Zio Bubba ordina: “Proviniamo!”. “Chi?” chiedo, io. “Una ragazza, il talent”. “Quale?”. “Musica, chef, enogastro, vediamo, ballo”.

Scendiamo, andiamo a provinare. Nell’ascensore c’è aria condizionata. Sono a contatto con la sua pancia gonfia di sogni promozionali.

Nello studio dabbasso tutto è pronto per questa ragazza, naso norcino e bellezza del corpo. Sopra continua la festa con i suoi echi.

Lo Zio le conferisce il titolo di donna del momento, le infila un rotolino di bresaola alle labbra, lei lo mangia, la divora con il sorriso.

“Cosa sei?” le chiede a voce stridula. Osservo i faretti televisivi, gli operatori, ombrelli da Blow-up. “Ballo, canto, eccetera” risponde.

“Devi studiare per volere tanto questo. Non è facile questo campo. Lo spettacolo dà illusioni di potere fare tutto!” s’esprime lo Zio Bubba.

La ragazza lecca un tatuaggio della mano e scuote il bacino. “Tipo danza del ventre!” “No, la lap dance, ma il palo è immaginario” risponde.

Avvinta a un palo inesistente, assistiamo in tutto e per tutto allo spettacolo lap di lei, seduti pontificali con i nostri sguardi ovunque.

La ragazza è discinta e le trovano un tumore ovarico tra qualche mese, ma si salva, grazie all’intervento dello Zio Bubba all’Oncologico.

“Presa!” grida lo Zio Bubba, batte le mani forte e clamorosamente. Ma c’è sempre un ma: dalla finestra sono blu le sirene lampeggianti.

Entrano con i registri, Guardia di Finanza e polizia non tributaria. Notificano la carcerazione. “Chiamate le telecamere” dice ai suoi.

Offre i polsi di pelle bambina alle manette, non ve n’è bisogno, sorridendo con una bocca a ciliegia insinua: “Non è me che perseguono”.

“Attaccano chi ha portato il Paese dove è ora e non vogliono che sia, una persecuzione malvagia per condurlo al suicidio. Non ci riescono!”

Squillano insistemente i cellulari, delle forze dell’ordine. Rispondono congestionati. Lo Zio Bubba è calmo. Vanno via. “C’è la festa su!”

Ma “Basta festa!” dice, dando disposizioni circa il SUV, che sia pronto. “Giriamo la notte, là fuori c’è la Brianza che ci aspetta!”

Noi ci troviamo in questo momento in corsa in una lunghissima curva della pista: pianura di nebbia fetida, chioschi, conigli sbranati, fari.

Zio Bubba illustra la Brianza: “È nato tutto qui, io, tutti, noi! All’inizio le trasmissioni le facevamo ignorando i tempi, i ritmi”.

Sento dolore. Devo impalare me stesso nella realtà. Nel tumulto dei cembali io sto in silenzio. Termina la narrativa. Addio, narrazione.

Ecco: rallentiamo, svoltando. Un cancello elettrico dotato di circuito chiuso s’apre. Uomini in nero ispezionano con i radar sotto il SUV.

Lo Zio Bubba fa la legenda e dice: “Questa è la Villa. È sua. È il cuore della Brianza. Batte spiritualmente”. E poi: “Io lo amo”.

Nel silenzio notturno dell’ispezione la natura è addomesticata: i grilli, le nottole, tutti i lipidi in noi.

Io mi ricordo la televisione accesa nel salotto con il divano blu sfondato e i quadri di teosofi comunisti, bui, alle pareti. Vedevamo.

Claudio Lippi e Ettore Andenna poi sopra il ghiaccio in un palazzetto dello sport francese, era “Giochi senza frontiere”, un programma.

Quella era l’Europa composta da San Marino che giocava sempre contro il Lussemburgo, con arbitri severi in gare a fischiare tutto.

Claudio Lippi e Ettore Andenna con una donna sempre incitavano in un microfono che si chiamava “gelato”, peloso dove si parla.

Vestiti carnevalizi compivano fatiche molto estese sui nostri cervelli bambini. Fingevano situazioni tipo: i boscaioli, le piramidi.

Allora tu tifavi San Marino e era per sempre tra quei giochi uguali mentre moriva Aldo Moro.

Una volta, ricordo, lì dicevano che bisognava spegnere la luce tutti assieme in Italia, quando lo dicevano loro e tutti la spensero.

Non esisteva ancora Bruxelles nella mente e le madri facevano la tinta con un henné terra bruciata per avere capelli ramati.

A “Giochi senza frontiere”, tra le difficoltà, non moriva mai nessuno ed erano felici, anche se sconfitti. Non esisteva mai la morte.

Tutto questo lo aveva inventato tra gli altri lo Zio Bubba, esportandolo nella Brianza in una prima emittente privata vicino a Legnano.

Lì costruivano, anche Enzo Tortora, programmi discinti, molte donne giovani nel fango a lottare: era “La Bustarella”, sempre Ettore Andenna.

Partiva tutto di lì con un desiderio infinito verso i cieli di Lombardia.

Nella tv satellitare dell’iPad in questo SUV dove siamo ispezionati il premier italiano sta parlando di se stesso e tutti noi a sorpresa.

“La mia è una passione che è nata fin dai primi anni della mia giovane età, quando sono stato appassionato, e quindi l’ho sempre avuta”.

Ci fanno passare. Una scorta ci segue. C’è lo scricchiolio sulla ghiaia dei copertoni. Nel buio si avvicina un molosso: “È la Villa”.

Zio Bubba tracima di gioia quando vede il Proprietario che arriva sorridendo nella notte della Brianza e si abbracciano. Cosa è il tremendo?

Dentro c’è una festa in un locale, sotto, enormemente ricoperta di corpi e cose: si muovono ondeggiando, bevendo assenzi.

Dei ragazzi parlano del 2.0 e dei social. “C’è un ritorno a quei piccoli social network di nicchia ad invito privato”. “Vuol dire business”.

“Sì, perché il grande business del porno è: finito”. “Resistono vecchie glorie. Veronica Moser ha capitalizzato con il suo official site”.

Veronica Moser era una pornodiva e è che mangia la cacca.

Le ragazze discinte sembrerebbero luminose se non reggessero ombrelli in costume. Fingono piova. I ragazzi: vestiti da templari, con gladii.

L’un l’altro guarda e del suo corpo esangue sul pomo della spada appoggia il peso.

Tante modelle giovanissime ucraine parlano di Femen, Putin, Pussy Riot. Si guardano invidiandosi, invidiano alle italiane le labbra spesse.

L’invidia allunga il laccio di malizia che tende alla gente e festeggia scandalizzando gli altri.

Nella festa sono, io, in una bolla, galleggiante in un dolore estremo e sordo, in una separatezza di sofferenza e storia, negata, nel buio.

Niente è più vuoto di un sarcofago vuoto. In una stanza attigua, museale elettronica sotto allarme, vedo disteso un sarcofago in una teca.

Ligneo, dipinto in lamine auree e polvere di lapislazzulo triturato, sotto faretti nel buio ha occhi spalancati. È un faraone vivo e morto?

Guarda ovunque reggendo due bastoni ricurvi heqa. All’interno filtra il puzzo mummificato di un cartiglio antichissimo con le mebrane.

Mi guarda in questa fiction di vita. Io sono nel buio. Lui è nella luce.

“Diventeremo quello. Già lo siamo: faraonici”. È il Proprietario. È alle mie spalle. Mi volto, ne apprezzo la grana epidermica del volto.

Spira da lui un sentore di incenso come nei completi che indossano nella bara prima di seppellirli.

Perché come fossero vivi vestiamo i morti? Quanto più casta e giusta è la nudità dei corpi che li avvicina al loro finalmente disincarnarsi!

“Una volta conobbi Niki Lauda dopo l’incidente. Lei ricorderà: pilotava la Ferrari. Nel 1976 al Nürburgring, la monoposto prese fuoco”.

Io: “Ricordo perfettamente. Lauda rimase intrappolato nella vettura in fiamme. Uscì dall’ospedale con ustioni gravissime. Volto sfigurato”.

“Infatti. Non chiesi nulla a Niki Lauda, quando me lo presentarono. Avvicinai la mano alla sua guancia, sentii la plastica di pelle”.

Era un morto vivo ridotto a plastica combusta, con i denti incisivi fuori e senza ciglia, un sarcofago che mangiava la propria carne.

A quel punto il Proprietario crolla per un infarto miocardico acuto. Dodici secondi di spasimi e muore.

Io vengo travolto dalle scorte e dalle ragazze e i ragazzi dentro il panico congestionato. Tutti i suoni sono ostinati. Le sirene lancinano.

Il corpo si snoda, tentano la rianimazione. Versa in una condizione nuovissima. Socchiude la bocca morta, una schiuma un poco si addensa.

Lo spostano, lo agitano. Egli sembra metallo sonoro.

Il vivente e il non vivente sono ormai un’unica indistinguibile cosa.

Il suo vestito non è altro che lui.

È venuto nella propagazione della carne.

Le giovani donne, le giovani bellezze: la giovane, per lui, carne.

Lo osservo. Continuo a osservare immagini.

Portano via il cadavere. Il cadavere è l’autentico sarcofago.

Dove era la festa e passano ora i servizi e militari agitati è vuoto. Gli schermi continuano a rappresentare immagini del premier.

Dice il premier degli italiani: “L’amore vince su tutto”.

Quando moriva le iridi appannate diventarono di pesce e si contrassero le labbra bianche, il corpo cadde, il jiva si ritraeva sontuosamente.

Lo Zio Bubba in fretta dietro la salma che si pensava recuperabile muoveva agevolmente il corpo flaccido, mi osservò come una telecamera.

Su una tavolata antistante quella del buffet vi era una serie di cadeau per le ospiti, ninnoli che luccicavano innocentemente.

Lo Zio Bubba piangeva senza accorgersene stando dietro una barella a body bag, sembrava un eunuco persiano affranto.

Ululava di dolore come uno scotennato dagli indiani nella fantasia dei bambini con le pistole finte nei Settanta.

“I timoni dei giornali da rifare questa notte. Tutti i giornalisti d’Italia diranno una cosa sola. Ha vinto lui”. Era un direttore di tg.

Ognuno di voi avrà sentito il sonno morbidissimo, il vortice dolce che si adagia sul letto, i flaconi nella luce chiaroscura, la lettiga.

E poi, improvvisa, la quiete.

Al cimitero c’erano tutti uniti nell’ustione del dolore faraonico, effettuavano atti dimenticati subito da tutti, anni evaporati in un’ora.

Lo scrittore non esiste più, compiendo il fallimento con una gioia lenta di crepuscolo maturo e albicocca, che si allarga al mondo.

È come vivere in una terra tragica in un tempo tragico. Era un battere di tamburi che udivo, era fame, erano gli affamati che gridavano.

Le onde erano soldati in movimento. Le aurore vestivano l’idea immateriale. Tutti noi eravamo padri e madri di figli morti e piangevamo.

Non vidi più quell’uomo, il suo corpo grande e bianco, rattrappito in me passavo a un nuovo impero, stando nel precedente.

Il racconto a tweet ispirato a “Fine Impero”: loading 50%

ziobubbaUn racconto inedito ispirato a Fine Impero, in 100 tweet, dunque ogni blocco entro i 140 caratteri, quotidianamente somministrato agli interessati da @minimumfax su Twitter e, a fine giornata, depositato su Storify: è un’esperienza di scrittura estremamente interessante, di fatto un corpo in continuità col libro.
Si tratta di una trenodia in metrica barbara.
Il protagonista è lo io, insieme allo Zio Bubba: due non-personaggi che dominano e imperano in Fine Impero.
Seguite lo hashtag come dice Formigli.
A oggi, siamo alla pubblicazione di metà del testo.
Qui sotto, la finestra da Storify in cui si depositano i tweet narrativi. Al termine dell’emissione dei 100 tweet, il racconto verrà compattato e pubblicato in una splendida sede di cui si daranno per tempo notizie.

//storify.com/minimumfax/fineimpero.js[View the story “#FineImpero” on Storify]

Un inedito: ‘Summa’

di GIUSEPPE GENNA

Summa

Inoltre, è pur qualcosa che permane, mentre i contrari non permangono.

E’.

Tutte le cose erano insieme in potenza, ma non in atto.

E’ che erano.

Esistono forme ideali distinte dalle cose di questo mondo, quali sono, ad esempio, fuoco, carne o testa.

Dobbiamo ora parlare di quest’ultima, la sostanza immobile, e dimostrare che necessariamente esiste una sostanza immobile che è eterna.

Neppure Platone è in grado di spiegare quale sia quello che talvolta egli reputa principio del movimento, vale a dire “ciò che muove se stesso”; secondo lui, infatti, l’anima è posteriore al movimento ed è coeva all’universo fisico.

Questo moto è la conversione circolare.

Il termine “necessario” si usa nelle tre accezioni seguenti: come ciò che per violenza è, perché si oppone all’impulso naturale; come ciò senza di cui non può esistere il bene; e, infine, come ciò che non può essere altrimenti da come è, ma solo in unico e semplicissimo modo.

Singer_Sargent,_John_-_Atlas_and_the_Hesperides_-_1925E’ questo, dunque, il principio da cui dipendono il cielo e la natura. Ed esso è una vita simile a quella che, per breve tempo, è per noi la migliore.
Esso è, invero, eternamente in questo stato (cosa impossibile per noi!), poiché il suo atto è anche piacere. E per questo motivo il ridestarsi, il provare una sensazione, il pensare sono atti piacevoli, molto.

In realtà, il seme proviene da altri esseri anteriori che sono già perfetti.
La prima cosa non è seme, ma ciò che è già perfetto.

Io chiamo questo: il salto.

Si verificano traslazioni degli astri, che sono anch’esse eterne!, le traslazioni, e non gli astri.
Resta evidente che vi deve essere un uguale numero di sostanze che siano eterne per loro natura e immobili per essenza, oltre che prive di grandezza.

Esse sono i Regni.

Vaste Età, Circolazioni.

Da parte di antichi pensatori, vissuti in remotissime età, è stato tramandato ai posteri sotto forme mitiche che questi corpi celesti sono dèi e che la divinità contiene in sé l’intera natura.

Ma se si assumesse, separandola da tutto il resto, soltanto la concezione originaria, ossia la credenza secondo cui le prime sostanze sono divinità, si potrebbe reputare che gli antichi parlarono in modo divino e che, mentre verosimilmente ogni arte ed ogni filosofia si è più volte perfezionata fino ai limiti del possibile e poi di nuovo è andata perduta, quelle loro opinioni, invece, sono state conservate fino ai nostri giorni come reliquie!
Perché?

La natura dell’intelletto: sembra, infatti, che esso sia il più divino dei fenomeni.

Vi sono ostacoli.

Se esso non pensa nulla, si troverebbe nello stato di un uomo addormentato. Esiste un uomo addormentato?

Se pensa a qualcosa che sia diversa da se stesso, si troverebbe a dipendere da altro.

Qual è l’oggetto del pensiero? Questo o pensa se stesso o pensa qualche altra cosa.

Esso pensa la cosa più divina e veneranda!
Non muta mai il suo oggetto!

La continuità del pensiero che non si accorge di pensare se stesso gli procura fatica.
Di qui, la tragedia.

La vicenda intera della fatica.

Arrénditi, uomo.

Porzione dell’abbandono nella resa alla fatica.

Abbandono nella sconfitta. Chi sarebbe lo sconfitto?

Sconfitta dopo cui si vede non essere stata contesa, non contendenti, quindi non vi è sconfitto. Cosa fu quella sensazione di sconfitta? Dopo la sconfitta, questa domanda ha modo di sorgere?

Al quale il Maestro rispose: “Scopri chi sei e vedi se allora questa stessa domanda ha modo di sorgere”.

Video: anticipazione da “Fine Impero”, il mio ‘liber niger’.

Giovedì 24 maggio, alle 18.30, presso il Centro artistico Alik Cavaliere(qui il sito) a Milano in via De Amicis 17 (qui la mappa), in collaborazione con NABA (Nuova Accademia Belle Arti – qui il sito), nell’àmbito della manifestazione“Parole immaginate” – reading d’autore e performance, organizzata da Alessandro Bertante e Margherita Palli, il sottoscritto ha affrontato, con il Bertante in persona, anticipazioni dal suo prossimo romanzoFINE IMPERO (annunciato per maggio da Einaudi Stile Libero) e le sue derive testuali collaterali.

Qui sotto, il video che è stato realizzato da un Anonimo Culturale con un device Nokia (voce e ritmo sono lievemente distorti): ringrazio profondamente il rersponsabile del documento filmato. Di seguito, quindi, uno stralcio di testo in anticipazione del misterioso “liber niger” del sottoscritto (qui invece altre occorrenze circa e da Fine Impero su questo sito).

“L’invidia allunga il laccio di malizia che tende alla gente e festeggia scandalizzando gli altri.”

L’invidia allunga il laccio di malizia che tende alla gente e festeggia scandalizzando gli altri.
La mente funziona in questo modo, il corpo inciampa su quel laccio.
Per colei e colui che hanno esaminato a questo modo la mente e il corpo, esiste la possibilità che avere perduto tutto o perdere tutto sia, se non un sollievo, l’approdo a una certa indifferenza verso il mondo.
Così pensavo mentre in taxi ondeggiavo con le donne che non smettevano di parlare, trasbordando al luogo delle sfilate. Vorticavano le loro chiacchiere cattive.
“Una perfezionista sa che può sempre migliorare”, “Quando arriva, a Parigi, urlano Voiçi l’italienne!”, “Quando compare nei backstage!”, “La stessa esclamazione che Coco Chanel utilizzava per Elsa Schiaparelli!”, “Ha rischiato di perdere il dono della voce”.
I doni sono trappole: rischiano infatti di essere goduti e quindi di esaurirsi, oppure di essere perduti e quindi nemmeno goduti. Sono attaccamenti che si esigono dalla vita.
“La televisione lo esige”.
C’era una vespa imprigionata al di qua del vetro del lunotto termico posteriore dentro il taxi. Il ronzio di quella vespa assunse le proporzioni di un strepito, ne avevo l’impressione. Un altro ronzio mi giungeva sempre più distante, le donne come vespe sembravano insistere battendo contro i vetri dei finestrini da di fuori.
Ero preoccupato, la nuca, il collo, la vespa, dietro, dove era?
Il taxista sedeva indifferente, guidava senza subire la distrazione.
Erede di glorie, inconsistente bambino di polvere, immortale inerme, insetto infinito.
Quale prerogativa ha l’ora umana?
[…]

Dall’incantamento mi riscosse la frenata dolce del taxi, in corrispondenza dell’entrata in un edificio cubico nero. Era il luogo della moda. Qui ha luogo la sfilata.
Festeggia scandalizzando gli altri.
Mi sollevo con il capo puntato verso lo zenit, i piedi al nadir, le anitre selvagge volano radenti le paludi etrusche, feci aruspicinii ascoltando lo schiocco delle viscere di un animale, forse una grande scolopendra, ne avevo l’impressione.

© Giuseppe Genna – Ogni pubblicazione priva di consenso dell’autore è da ritenersi illegale e passibile di denuncia.

“Usa la minaccia, utilizza la preghiera” – Una iconostasi

 

Fuoco di origine non conosciuta si trascinò via la bimba mia di zucchero masticata, pupa, fatta larva, fuoco dal cielo, cielo interiore, salme depositate sul fondo del diaframma, là, diaframma, pelvi. Dentro pulsano e tutto è nero salme semoventi.
Corpo ampio di Paul Celan, poeta, ricuperato gonfio nelle acque nere della Senna. Egli si uccise per una troppa oscurità, di contro la chiarezza di affacciarsi al male, sull’assolutezza, a redenzione sempre tardiva, senza Maestro, Amore.
Schegge delle stazioni, dei muri che hai carezzato [Tu].
Separata dai colloquianti, elevata dai terricci che reclamano l’orma tua, oro denegato, enormi figure discendono dalle scoscese.
Sono òmeri flessuosi in direzione Padre, Tu cerchi vanamente il morto in vita che indirizza e guida, la verità che intirizzita grida “non assumere compostezza!”, elevare il controllo a contraltare della conoscenza – affinché crolli, tempo spazio dorsale osso temporale pasta midollare, e i lobi, che rivoluzionano ora, astri. E’ un sistema alieno, distante e è misconosciuto.

Tu vai in direzione Padre.

Dolce la Tua sconfitta. Fulgore Tuo è e era quell’inizio reiterato a vuoto, reiterato reiterato reiterato.
Nella fede la curva della Tua velocità.
Usa la minaccia, utilizza la preghiera.
Occhi di Brancusi che tentate l’infinito, bianchi spazi radio.
Aria narcotica che espiri.
Mano che tenta la mano nello spazio bianco dove s’invola, sagoma vuota, salma là è iridescente, di Constantin Brancusi, il termine indefinito della sua scala vorticosa, l’avvitamento che sta assecondando
[…]
Tu, Tu-Tu, una notte ti svegliasti e trovarti volto a volto con un volto, Tuo.
Tuo volto è: gemmazione.
Tu sprofondi nelle glaciazioni, disciolgono calotte polari, discioglimento, luci invase d’acque, assopimento, assorbimento, mondo.
Morendo nati eravamo luce libera in alte acque finché si manifesti, Maestro, Amore.

[Pubblicata su Web originariamente il 14.12.2006. Modificata il 30.4.2012]

Videotestamento e congedo finale dello stragista norvegese

di GIUSEPPE GENNA

breivik-prison-conditions-complaint-390x285

[Il testo di questo monologo è stato scritto nel settembre 2011, in vista di una possibile interpretazione di Fabrizio Gifuni per la regia di Davide Manuli, che avrebbe girato il corto con le restanze della pellicola utilizzata per “La leggenda di Kaspar Hauser”. Il progetto, non realizzato, avrebbe quindi innescato la scrittura di un testo completamente differente, cioè il soggetto di un film, “Europa”, per la regia di Manuli, protagonista Gifuni medesimo. Anche questo progetto non andò a buon fine. Nel frattempo, avveniva lo sviluppo e la stesura de “La vita umana sul pianeta Terra”, progetto che è stato realizzato]

 

Voce unica maschile

 

[Inoltre la dottrina per la quale il] rapimento non deve recare vantaggi, discutibile già nei casi comuni, dove il danno del rapito è estremamente probabile, non regge in circostanze politiche, dove si provocano danni sicuri e incalcolabili non solo alla persona, ma allo Stato. Il sacrificio degli innocenti [in nome di un astratto principio di legalità è inammissibile]

 

Non riesco a immaginare quale sarà il mio stato d’animo durante l’operazione. Probabilmente scatterà durante un ciclo di steroidi e, per di più, sotto l’effetto di efedrina.

 

Nel discorso che oggi devo tenere e che mi occorrerà tenere qui forse per anni, io avrei voluto insinuarmi surrettiziamente

 

Bisogna continuare, non posso continuare, bisogna dire parole finché ce ne sono, bisogna dirle finché mi trovino e dicano loro me – strana pena, strana colpa, bisogna continuare…

 

Il desiderio dice: “Vorrei che fosse tutto intorno a me come una trasparenza calma, profonda, indefinitamente aperta, io attendo e gli altri rispondono, le verità si alzano da sole a una a una”

 

L’istituzione risponde: “Rendo solenne il tuo esordio, vi attornio tutti di un cerchio di attenzione e di silenzio, mentre mastico l’efedrina e vi uccido, a una a una”.

 

L’istituzione risponde:

 

“Mia sorella ha avuto cinquanta partner, il mio patrigno cinquecento, mia madre ha contratto un herpes genitale, metà delle amiche mie a Oslo – sì – possono essere definite promiscue – sì – perché hanno avuto più di venti relazioni intime”

 

Mi sono genuflesso, ho strisciato per anni, ho baciato il culo ai miei [genitori]

 

Tu: striscia. Nano che vuole essere re. Ondeggiano sul fondo, si piegano i Faraoni.

 

Tutti i sacrifici che hanno fatto per me i miei genitori si sono dissolti come acqua nel terreno. Quanto avrei potuto dare per amore… Troppo tardi: è morto lentamente come un albero. Più si è vicini a Cesare e più aumenta la paura.

 

Dammi la cenere, dammi le legioni.

 

È necessario presentarsi nelle migliori condizioni possibili e produrre materiale comunicativo di alta qualità prima delle stragi.

 

La preparazione di una sessione fotografica non può prescindere dalla cura dell’aspetto fino nei minimi dettagli. Consiglio di tagliare barba e capelli, sottoporsi a diverse sedute di lampade solari e a un intenso allenamento per almeno i sette giorni precedenti le foto dopo le stragi. Sarebbe utile recarsi in un salone di bellezz[a per uomo.]

 

Dio che mi hai fatto verme, io ti dissolverò. Lo spavento mi adora e, verme, ho i miei pontefici.

 

Sopprimo i tuoi testimoni

 

Uccido a una a una le mie figlie.

 

Nel nero cielo dei mondi più malati, bisogna, nell’Oceano celeste, che la nave fatta di stelle si squarci e sprofondi, alla fine.

 

Nei porti del cielo l’uno cade, l’altro muore.

 

I raggi, io li scorgo. I raggi, io li raccorcio.

 

La demolizione, questo è il mio diametro

 

Un poco più vicino a te, o Arcadia

 

Inedito: “Mimesi del progresso alle storie”

Un inedito dall’opera in perenne progresso: “E di notte: storie. Vaticini. Paurosi. Mostri. || Mettere il sasso perfetto, liscissimo, ovoidale, delicato, nella bocca nella saliva e succhiare, succhiare la pietra. || Io che fui minerale, che fui vegetale: sono”.

Tieni me, tu, tieni a me, madre dolcissima.
Affronta, tu, me, padre dolcissimo tardi.
Fratelli, tutti, sorelle, tutte, amiamoci, senza differenze usuali, senza quelle tremende sorti.
Castriamoci. Uniti andiamo. Uniti saremo.
Finalmente saremo. Finalmente, finalmente…

Qui non cresce e si sviluppa, coperta, la parola.
Questa parola si fermi.
Si fermi qui, su carta, nell’aria, l’amore.
Traccia di, senso di: capogiro.

Ossicino che viene nell’interno del gomito dell’amato, dell’amata, posando sulla costola, con dolcezza di senso e tremito di tutto l’essere intero. Intero? Essere?

Animale in tundra antica, fatta di vapori l’aria.

Un dì i nostri padri uscirono da caverne buie intatti, la nuova forma è assunta.

Il puzzo concrezionato della bavaglia di peli unti sul petto noi, dopo.
Noi dopo di noi.

Ambiente salino, cerebellum contaminarsi in acque, se nel fango, se nella melma, nell’acqua torbida io, io nuoto.

Strisciando sui grani d’oro di sabbia calda, la schiena esposta con la vertebrale lunga e orizzontale, a scatto, sotto lontano il sole.

Minuscolo, rattrappito, increscioso, puteolente, artigliato da animali ignoti, riparato nell’alveo del tronco a pena bucato da intemperie che sono state qui quando io non sono stato qui: io.

E di notte: storie. Vaticini. Paurosi. Mostri.

Mettere il sasso perfetto, liscissimo, ovoidale, delicato, nella bocca nella saliva e succhiare, succhiare la pietra.
Io che fui minerale, che fui vegetale: sono.

Uomo vegetale in tanta erta unito a un vapore che… un vapore che…
Svapna. Sonno, qualificato, con i sogni.

Io sono entrato tra le due erte: bosco.

Vidi tre animali, e ferocissimi m’interdissero essi la strada, verdastra buia, nell’incedere incerto, il cuore esplose in battiti veloci, pulsante e ossesso, continuamente, pulsando sempre differenziava e prima e ora e dopo, questi tre animali feroci, questi mostri bui, questa lingua che

non si muove e non favella

e fu di colpo buio e quindi si aprì un pertugio e io, io ivi entrai in fuga e in ansia da quanto era stato e fu, teso tantissimo a quanto sarà stato di me, a quanto sarà, niente dimenticato, niente, sì, teso là, io, uscii ed era interno e vidi un’ombra e l’ombra, essa, a forma umana, mi parlò e disse, ed essa mi guidò, senza vedere dove, io, fedele, là la seguii, per i perigli e ognidove, snodando il corpo quando lo spazio si fece stretto e io, io dimenticai con sonno e non conforto di essere inviato altrove, io, qui, e poi riuscii a un azzurro che ricorda terso il mare e nuovo il cielo e un monte apparvero, tre, tutti insieme, e il monte a fatica salimmo io e l’uomo incerto che mi guida al fianco al buio e svaporò nell’immensa luce, è di azzurro, etere e metallo rarefatto, fino alla cima dove io, io vidi donna da un cielo calare, dove?, da dove?, si calò, tutto si fermava, fu fermo, niente più niente da dire, da raccontare, da raccogliere, io addivenni quanto ero stato, inaccorto, dall’inizio, ora, l’eccezione, tutto finisce e tutto in sé si va, sì, riassumendo, e no, niente, non una fine e non un inizio, e però è, questo, dimenticato, è, è questo, è, finché nuovamente non uomo io mi sovvenni, di questo io non ricordai né ombra né luce e svenni e non vidi mondo o luce, niente e tanto niente parla per bocca mia, per dita che segnano la traccia e graffiano l’etere crollando essi, segni, per l’aria marina e dopo qui, segno esso stesso ominide riassunto, sì, attacca un filo e pare numinoso e, di schiena, curve e macre nella schiena viste le vertebrali e i peli, a bavaglia, puteolenti, le tre bestie feroci questo filo d’io vede e parla, viene da niente e parla, su questa carta inesistente.

E dice:
Senza niente sapere mi applico alla varianza di ciò che non comprendo.

‘Io, Tu, Zinco, Piombo: Oro’

Un racconto di Giuseppe Genna

LO ZINCO DISSE

“Io sono una donna, no, non lo sono. E’ cosa molto più complicata. Foro Milano di notte e pedalo e adesso crollo. Pedalo e ogni pedalata è atroce, sempre più, ritorno da nord verso la mia casa che ripara, dove chiunque entra senza danneggiarne i ventricoli e lascia il mio cuore intatto. Esplode a ogni pedalata: mi fa male. Mi hanno dato nome Elena: il nome di piombo di cui parlano le saghe antiche dell’occidente, ho studiato le saghe, da sempre, da sempre ho studiato l’occidente. Il nome del ratto, un rapimento mi precede, i re mi si passano per mano. Cerco amore che nessuno mi dà definitivamente, cerco amore irremovibilmente. E’ penetrato in me come un rapido contagio, prima che me ne accorgessi io. Ero tanto leggera prima che padre e madre, i loro volti di carne e avorio dentale, osservassero le scosse irregolari del mio cranio in formazione, le mie creste interne, le mie cartilagini, e imponessero a me il nome della donna-furto, che scatena la guerra.
E’ grazie a me se Ilio crolla, si disgrega.
Pedalo nella bruma della sera atroce, io mi disgrego.
Madre, mi hai insegnato a confondermi nei muri, ho rigettato il tuo magistero.
Padre, tu non c’eri.
Pedalo e il fiato si esaurisce, ogni pedalata gonfia la circolazione dei garretti, aiuto, lo chiederei, a chi?
Mi fa tanto male il cuore…
Non sono nata per piangere davanti ai vostri occhi. Voi mi abbandonate, io non desidero che questo, io non desidero questo.
Mi si infittisce il dolore sordomuto al braccio, il sinistro, è un presagio, adoro nella vita che i presagi irradino e sono bella.
Il piede è di granito, i polmoni sono bisacce e si svuotano, e dolorosamente, con dolore immenso sento il cuore incrinarsi, e piango.
Sono bella, sono bionda, sono la luminosa che si oscura, ho capelli di sirena elevata nei cieli su nuvole purpuree da poeti di terz’ordine, il mio volto è una moneta che chiunque vorrebbe spendere, dalle mie rughe benedette da molti baci radia la sostanza aurea e il mio sguardo nocciola di Medusa pietrifica chi mi avvicina senza che lo voglia io, l’avorio dei miei denti sono perle abissali, il mio polso sottile stilla desiderio e lo insinua nel cuore altrui e gli fa male. E procedo con andatura verticale, la mia spina dorsale è una chiglia di una nave d’oro nella notte dedita ad andare. Appaio e nessuno vede me. Io sono disperata, non c’è occhio che lo colga, cielo, cecità, accensione, cima da scalare che si sposta più alta a ogni passo di chi scala, le mie ciglia sono sfoglie di oro teneramente lavorato di precisione ere addietro, sono la donna-uomo delle saghe occidentali.
Non so chi sono.
Padre, io mi muovo in te, respiro in te, sono in te. Tu non sei in me.
Pedalo e il giro della catena mi frantuma in polpa il cuore, lo sterno mi è trafitto, respiro pesantemente, è atroce. Nessuno ha idea, poiché di me esistono soltanto idee. Io le controllo.

Era lieve e sbilanciata la serata. Mi spiace che ti sembri il desiderio di una bambina: ma è quanto sono. E’ complicata, è una cosa complicata. E’ una cosa.
Ascolta. E’ un aneddoto a cui non sei abituato, tu ostenti altre e più raffinate preparazioni. Mi offro alla tua vista e non vedrai più niente, non mi vedrai mai più: conosco il bosco sacro dove mi celo, dove induco a cecità.
Era una serata lieve e sbilanciata, è semplice, elementare, ero felice del mio leggero desiderio, la lieve ebbrezza che mi prende il corpo, poiché so prendere il piacere, io. Io, io – io. Sono abituata ai miei corteggiatori. Da una vita mi corteggiano, madre.
Eravamo nel teatro alla proiezione dei film corti, poi li hanno premiati. Depongo lo sguardo di Medusa, dimentico di impietrire i corteggiatori, i miei occhi di bambina nella neve sono luci di case antiche e le immagini mi invadono: le brutte, le belle.
Immagini, riempitemi. Date il premio vibratile al mio corpo misconosciuto, che io mostro ai miei corteggiatori. So mostrare il mio corpo, ostentarlo, affinché siano contenti di sé e mi dimentichino, non vengano a cercarmi. Non supera la prova nessuno, poiché li accontenta l’ostensione che io impongo e misuro il campo assai ristretto dell’amore indifferente di chi non sa guardarmi.
Questi film mi annoiano, le immagini mi rendono più lieve il vivere e non avverto il peso di me stessa.
Sono nelle poltrone a me accanto i miei cari amici: come li amo! Io so cosa sia l’amore. La loro compagnia mi è indispensabile. Sono serena, mentre vedo i registi ritirare i verdetti che li giudicano, è sempre una questione di giudizio, di vittoria, dove sono i registi dimenticati, loro che hanno perduto, piangono?, nel silenzio, nei labirinti delle gallerie?, la loro lingua si pàtina di dissoluzione?, io conosco l’intimo della sconfitta, temo che mi corteggi.
Usciamo. I miei cari amici, io li amo sempre, dal 1990, io li amo poiché non giudico il volto elvetico dell’amica, come una piana che si arrossa e si sbianca alla misura delle temperature e delle convenienze, i suoi occhi cristallini che non variano luce come variano i miei, il suo sorriso sempreuguale, io non giudico, perciò lo amo. E lui, che le è compagno, lo amo perché non giudico la peluria rossiccia e la magrezza patita, le spalle arcuate e lievemente ingobbite, io so come invecchierà, incapace di decidere e giudicare, io non giudico e lo amo, io lo conosco e non gli faccio male.
Sono in grado di ferire chiunque. Da chiunque sono in grado di essere ferita.
Dopo la premiazione, al parco, suonano la musica e si agita la festa, alimentata dalla folla che fluisce e io la desidero così tanto! So che ti sembra il desiderio di una bambina, è stupido, scusa, perdonami, hai ragione, non lo dico più, non capisco, mi sento in colpa, è colpa mia, però giuro che è tanto semplice, tanto complicato…
Guardami. Non guardarmi.
Io desidero la musica, la lieve ebbrezza, i tronchi corrugati degli alberi di notte al parco e l’erba satura di acqua in questo non semplice autunno, i sorrisi fosforescenti degli sconosciuti attorno, io non sento più me stessa, io ero una volta entrata in un luogo senza tempo e di speranza. Questa festa. Il cuore si allargherebbe. Consentitemi il piacere vibratile.
Da quanto tempo il mio corpo non vibra?
Sulla pelle mi scivola il piacere di questa festa al parco, le note dissonanti e i miei amici mi abbandonano! Non mi accompagnano, essi mi lasciano sola! Io li amo, trattengo il mio giudizio che stermina su di loro e mi abbandonano.
Questo atto ripetuto. Questa ferita. Questa frattura dei miei molti miocardi.
Resto sola. Incontrerò qualcuno che conosco, io conosco molti. Sono abituata ai corteggiatori. So giostrarli. Sono simpatici e inutili, cattivi e indecenti: ruotano attorno a me: l’inusuale, la segreta cosa che in me mi alimenta. Conosco le mie idee.
Con i miei amici che si stanno congedando – giuro, è una cosa da bambina, io mi vergogno, io mi vergogno di vergognarmi, ma tu non permetterti di giudicare, è giusto che mi vergogni, come puoi censurare una bambina?, una cosa stupida?, come ti permetti? Io ti farò giostrare, sei simpatico e indecente, sei il cattivo: io so come trattarti, io non lo so –. Con i miei amici che si stanno congedando io incontro un amico antico: da anni non incrociavo questo amico! Sono abituata ai corteggiatori. So sedurre chi da anni non mi incontra. Non è questione di seduzione, lo penso, lo so, è così, me ne convinco, non provare a giudicare la bambina, tu – tu che stai fuori da ogni cerchio, tu che sento vuoi violare. Parliamo con l’amico dimenticato di quanto è fino a qui accaduto. I classici riassunti di vita. La mia vita in sequenza di polaroid. Ciò che è classico si deve fare. Non avverto senso di colpa, se compio quanto devo, quanto hanno imposto che si deve compiere e io lo compio sempre. Trasgredisco, con misura sapiente e finzione di libertà astuta, a quanto dicono che si deve fare, e profondamente compio il mio dovere: nessuno può rimproverarmi, io sono la donna-uomo che le donne e gli uomini non rimproverano, rimproverano sempre. I miei amici se ne vanno! Mi abbandonano!
Abbandonami. Lasciami stare. Dimenticami. Non parlarmi. Non guardarmi. Stai a un metro da me. Leva le pupille dal mio polso sinuoso che ti incanta. No, guardalo, ma non fare niente. Io, che non sono io, ti impongo questa legge.
Sono astuta, come il mio nome impone. Desidero stare tra la gente in festa, nella musica dissonante, desidero essere riempita di immagini e di note, desidero la cultura e il suo abbraccio dedito a me, nella bruma che sale dall’erba di notte, sono tanto leggera ed ebbra, sono tutto il mio corpo bianchissimo che abbaglia, socchiudo le mie palpebre di lieve ambra, confusa nella folla che non esiste, danzo da sola io, la mia pelle vibra e io mi innalzo, nel cerchio di luce io ruoto dondolando come i ciechi, sono cinammono e cenere di incenso, sono ambra e sfoglia d’oro, sono l’ascolto e lo spostamento, la gente attorno mi nasconde e abbraccia senza toccarmi, danzo su di me roteando nella delizia dell’apnea, sono la boreale e la purpurea, datemi il vortice del polo magnetico, la sua vibrazione lieve, lasciate che i miei capelli di alghe ricoperte di oro dondolino con l’andatura dei non vedenti, lasciate che il piacere mi invada insieme a voi, silenziosi a me accanto, amici, non mi abbandonate, non c’è fine a questo istante che mi solleva, non c’è nessuno, ci siete voi accanto che mi date conforto se solo riapro gli occhi e lancio il mio sguardo bambino su di voi, controllo che ci siate.
E non ci siete.
Voi mi impedite questo. Lo impedite continuamente, la mente mi si prostra.
Io sono la donna astuta, a causa mia si sbriciolano le mura della città turrita, secondo la leggenda occidentale. Posso fingere di andare, delusa, stracciata, abbandonata me ne vado io, ma poi so tornare, quando voi due, l’uomo indeciso e la donna inerte, siete ormai lontani e mi avete abbandonata, posso cercare l’amico di un tempo reincontrato per caso, stare con lui, ascoltare e ridere e perdere e perdermi e sognare il sogno vuoto che in un dondolio mi innalza, mi evapora, starei bene.
E non lo faccio.
Tu non capisci. Tu capisci troppo, sei malato perché capisci troppo. Stammi lontano.
Mi allontano, non riesco a fare altro, mi impulsa qualcosa che non so ad allontanarmi. io non so perché e piango. Sono sola, non so perché e piango.
Quante volte sola, anche insieme a tanti altri, non vedono che sono sola, io non lo permetto.
Piango, è atroce, pedalo, a ogni pedalata avverto incrinarsi il miocardio, io sono malata di cuore, il mio sangue è cattivo, è bellissimo, sento cellule ematiche ancestrali, provengo da tribù nomadi, gitane, avi miei hanno attraversato le Russie, hanno percorso monti lontani, il mio corpo è avvallamenti nivei che instillano desiderio ai corteggiatori e li faccio ruotare intorno a me, i miei avi raccolsero cromosomi da ovunque, nelle narici ho il puzzo bruciato del falò spento nella nebbia umida di mattini rumeni, di albe slave, le danze circolari di bambini intorno a fuochi nella notte buia, la carovana che porta a me, alle mie vene che pulsano il loro sangue.
Io sono oro. Io non lo so.

Pedalo e sto male. Ascolta: sto male. Ascolta: posso dire che sto male? Scusami, perdonami, io non lo farò mai più, mai più. Che colpa avverto? Mi hanno abbandonata, forsennatamente pedalo.
Non credo in nessun dio. Dio è un’idea, le idee sono secrezioni umane. Non so se credere in un dio o meno. Io so in fondo che sono l’oro, ma non lo so. Io non so dire: ‘Credimi’. Sono tanto certa, sono tanto incerta.
Io vorrei che l’abbraccio si tramutasse in oro.
Dimmi qualcosa. Dimmi qualcosa di me. Non dirlo. Tu sei bravo con le parole. Tu sei malato di troppa mente. Io so tutto di te, ma non lo dirò mai. So tutto dall’inizio, io so cosa sento, ma non te lo dirò. Sono abituata ai corteggiatori.
Una volta, ero bambina, sotto un oleandro, nel profumo intenso che stillava come un liquore di melo che ubriaca, io ero nell’agosto un giorno sotto l’oleandro immenso e come una foglia il tempo si staccò, l’albero fu piombo alle mie spalle e nevicò, e sotto la foglia del tempo ricordo, io, che pensai che la morte esiste e ne riuscii disfatta. Esiste la morte? Io non dimentico, la nube di piombo mi si avvicinò minacciosa, pensare la morte era la morte in avvicinamento, cilestrina e cupa, e io feci compatta la palla di neve e prima di scagliarla vidi bianco e nero, tutto era bianco e nero, e io stampai per sempre il mio volto di risposta alla morte.
Qualcuno mi è accanto e mi abbraccia se muoio?
Perché sto morendo, mentre pedalo in bicicletta e ogni pedalata pesa come un supplizio, è una catabasi verso la mia casa, lì conservo una E grande in polistirolo ricoperto d’oro, ero felice quando i miei cari amici mi regalarono quella E grande in polistirolo d’oro, mi basta così poco, era il mio compleanno.
Oh, la mia felicità… La mia…
Gli anni mi scivolano come sabbia d’oro tra le mani e non vedo quanto oro ho in mano.
Inclino il collo colore dell’avorio e i corteggiatori ondeggiano ubriacandosi della mia immagine.
Chi vede che sto per infartuare? Pedalando sono prossima all’infarto, la testa mi gira, io infartuo, sola infartuo. Uomini guardano quando cado, suoni estranei scuotono il mio corpo sul pavé di Porta Romana, una donna caduta, è scandaloso, è tanto squallido, infartuata, come una donna etilista, è vergognoso, non guardate, sono sola nell’infarto, è sgradevole, è tremendo, la donna che cade ed è sola, il regno irto che abito irrita le mucose interne e spezza il miocardio, lo sento, immaginate una donna la cui pelle è alba, i cui capelli sono sole meridiano, le ciglia sono oro frigio, immaginatela sfregiata.
Ho male al cuore. Il mio cuore fa male. Lo dico a te, che hai contemplato il cadavere di tuo padre infartuato e ritrovato dopo un giorno, blumarrone e gonfio negli arti terminali, steccato, irrigidito. Mi fa male il cuore. Non sapevo che tuo padre tu lo avevi guardato così, oddio, mi sento in colpa adesso. Io sono capace di morire avvertendo la mia colpa, la mia rabbia sconfina oltre le mie lande, poiché è in me dentro un paesaggio immenso, un orizzonte di sabbia aurea e pozze di oro fuso, più soli lo illuminano, nessuno viene qui.
Ma tu non hai idea di che sconforto e frustrazione questa cosa mi ha provocato. Ogni pedalata verso casa mi è costata una fatica sempre più atroce. Fino a trasformarsi in mal di cuore: oggettivo. A me fa spesso male il cuore. Ma davvero. E questa volta la responsabilità è mia più ancora del solito… E non ho dormito…
Quindi sono arrivata nella mia casa.
Io non sono la donna, io non sono l’uomo. Io ero sola nel mio letto, era atroce, fino alle cinque del mattino scossa nei nervi io non ho dormito. Il mio gatto con il suo calore ha consolato: io sono una gatta. Dispenso il calore con astuzia. Nessuno conosce il mio segreto, nessuno conosce il segreto dei gatti. Il mio gatto, corteggiato, artiglia. Mi ha consolata. Mi ha carezzata. Da quanto tempo il mio corpo non vibra? Il mio gatto dice: io sono te.
Io cosa sono? Profondamente: cosa sono?
La bambina che sta per scagliare la palla di neve, in bianco e nero, e stampo sul mio viso l’avvenire che non ti permetto di penetrare.
Quanto dovevo dire, ho detto”.

COSI’ PARLO’ LO ZINCO.
E RISPOSE IL PIOMBO:

“Io ero una volta entrato dentro una lingua straniera, per alleviare il mio cuore che offro alle spaccature. Io sono colui che cela il tuo oro. Io sono il padre, l’uomo-donna che c’è e che tu non vedi e mi dici: padre, non ci sei. Non c’è padre. Dio non esiste. Mi sistemo, assetato, senza che tu lo sappia, io, pesante, cupo, impaurito, mi sistemo sdraiato in una delle pozze di oro fuso nelle tue lande interne e tu lo sai che lì io mi disseto e non lo sai. Io entrai in una lingua straniera, per estrarre l’oro e dire quanto tu non concedi di dire. Io sono te, entrambi non conosciamo l’oro. Ogni tua paura è smeragdina. Victor Hugo descrisse la danza roteante della gitana Esmeralda, nel libro Notre-Dame de Paris, tu sei la Esmeralda. Come posso costringerti a sentire ciò che dall’inizio senti? Perché tu me lo chiedi? Sono perturbato. La mia malattia io te la mostro come un dono che non ammorba. Giglio che fatica ad aprirsi come a ogni alba ogni giglio fatica a spalancarsi, polvere di cinabro sui sepali, tu esisti e sei, la tua potenza mi fa roteare e mi sento inutile e simpatico. Non sono abituato a essere corteggiatore. Io so che non so, non so niente di te, io sto in ciò, io sono che non so niente. Ciò che accade emerge, tu mi vedi pesantemente ostentare. Tu tocchi il santo di piombo. Tu mi dici che sono il prete di piombo. Tu mi dici che sono la nube di piombo cupa. Tu mi scagli la tua palla di neve grigiastra. Ogni tua malattia è una fioritura. Esplode in te, segreta, una salute immane. Pensarti mi solleva. Da giorni mi dà sollievo solamente il pensiero di te. Tu infartui a tuo vantaggio, tu mi chiedi quale sia il vantaggio, tu rigetti ogni risposta. Ogni risposta è piombo.
Coincido con te laddove non guardi.
Non credere che sia io a parlare, il Piombo. Sta parlando te.
Ho fatto intrusione in una lingua straniera, perché le parole valgono se non le pronuncio, altri parlano per me, e l’ho tradotta, ho estratto l’oro da quei diverticoli complicati.
Ed ecco l’abbaglio dell’oro, la cesellatura che posso fare, poiché è ciò che io sono, è ciò che tu sei.
Ecco, trasformato, tradotto, donato sotto l’albero alla cui ombra scagli la palla di neve:

Se fossi uno che di mestiere sbuccia la cannella
salirei sul tuo letto
e lascerei la polvere della scorza gialla
sul tuo cuscino.

I tuoi seni e le tue spalle sarebbero intrisi del suo odore
Non potresti camminare per i mercati
senza che la professione delle mie dita
ti fluttuasse attorno. I ciechi
incerti passerebbero accanto a te sapendo chi stanno sfiorando
anche se tu volessi bagnarti
sotto gocce di pioggia monsonica.

Qui, dove la coscia inizia,
in questo pascolo levigato
prossima alla tua chioma
o nella piega
che taglia la tua schiena. Questa caviglia.
Sarai conosciuta tra gli estranei
come la moglie dell’uomo che sbuccia la cannella.

A fatica riuscivo a spiarti
prima del matrimonio
non ti ho nemmeno sfiorata
– tua madre dal naso affilato, i tuoi rozzi fratelli.
Ho sepolto le mie mani
nella polvere di zafferano, camuffate
nella nicotina,
ho aiutato i raccoglitori di miele…

Quando una volta nuotavamo
nell’acqua ti ho toccata
e i nostri corpi rimasero liberi,
potevi avermi ed essere abbagliata dal sentore di cannella.
Hai raggiunto riva e detto

è così che tocchi le altre donne
la moglie del tagliatore d’erba, la figlia dell’incensiere di cedro.
E cercasti sulle braccia tue
il profumo che svaniva

e fosti certa

di quanto bello sia
essere la figlia dell’incensiere di cedro
lasciata priva di traccia
come senza parole nell’atto di amore
come ferita senza il piacere del taglio.

Portasti il ventre
alle mie mani
nell’aria secca e dicesti
Io sono la moglie
dell’uomo che sbuccia la cannella. Annusatemi.

Io sono la moglie dell’uomo che sbuccia la cannella. L’uomo che sbuccia la cannella sei tu”.

Un inedito: “Andate, mie parole, calcate le tracce dei linguaggi infiniti”

di GIUSEPPE GENNA

Kafka: “Sempre lo stesso pensiero, lo struggimento, l’angoscia. Ma più tranquillo dell’usuale, quasi che stesse verificandosi una grande evoluzione, della quale avverto lontano il tremore. E’ dire troppo”.
Poi: “Niente di male: se hai valicato la soglia, tutto va bene. Un altro mondo, e tu non devi parlare”.
Però parla.

Io costeggio ormai questa linea del territorio che la lava smangia a pochi centimetri dai miei piedi.

Ho finito di scrivere. Quando sarò di nuovo in grado di farlo?
In quale pessima condizione mi incontro con il mio stesso dolore! Con la rinuncia alla scrittura subentra immediatamente la lentezza del pensiero, la incapacità di prepararmi all’incontro, mentre qualche tempo fa sapevo a tale fine liberarmi da pensieri importanti. Possa io vedere l’unico vantaggio pensabile in questa circostanza: un sonno migliore.
E come leggo poco e male! Come mi osservo con debolezza e malignità! A quanto pare non riesco a penetrare nel mondo, anche se questo sembra che mi riesca agli occhi altrui. Posso però giacere tranquillo, concepire, estendere in me ciò che ho concepito e poi farmi avanti con estrema calma: ma adesso non mi riesce più, da qualche anno a questa parte.
Le difficoltà che incontro parlando, e che per gli altri sarebbero certamente incredibili se solo le sapessero, derivano dal fatto che il mio pensiero, o meglio il contenuto della mia conoscenza, è del tutto nebuloso al momento, il che per quanto riguarda me e me soltanto mi lascerebbe imperturbabile e a volte addirittura soddisfatto, ma la conversazione umana ha necessità di essere affilata, solida e sempre coerente, cose che in me non sono più. Nessuno vorrà restare con me nelle nebulose, e quand’anche volesse io non posso spremere la nebbia dalla fronte, poiché fra due umani essa si dilegua e non è niente.
E nonostante ciò io so perfettamente che al di là della nebbia è comunque il sole.
Completo arresto. Tormenti senza fine, il 7 di febbraio.
Si comprenderà che non siamo se non una topaia di miserabili riserve mentali. Neanche l’atto meno importante sarà privo di questi pensieri segreti. Ed essi saranno così sporchi che, nel momento di osservare se stesso, uno non vorrà neanche pensarli, ma si accontenterà di guardarli da lontano. La condizione è attualmente che, come un porco nel brago, io sono ripieno di ribbrezzo, e non riesco a guardare quei pensieri da lontano.
Ho scritto poco, ieri e oggi. Niente, domani.
Continua a leggere “Un inedito: “Andate, mie parole, calcate le tracce dei linguaggi infiniti””

Un inedito: “Egogonia”

di GIUSEPPE GENNA

“La maniera ideale di presentare questa sezione del libro sarebbe elencare le citazioni SENZA commento alcuno. Ma temo che sarebbe troppo rivoluzionario. Ho infatti dovuto imparare, per lunga e logorante esperienza, che, nella presente imperfetta condizione del mondo, l’autore DEVE guidare il lettore”.
No.

I Ginn funerei, figli della morte, nel buio affrettano i loro passi; il loro sciame romba; così, profonda, mormora un’onda che gli occhi non vedono.

Chi non ha visto nelle alte erbe della primavera un dramma?

Già molto, molto è potere morire.

Nave d’oro su un mare blu.

Il pensiero, come fumo, dissolversi.

Si dorme? Si sogna?

Verso il soffitto che ride si guarda svanire il fantasma che si ha in mente.

Vide da un lato la terra, dall’altro il mare. Il mio pensiero volando discese su un greto.

Piccoli fiori d’oro sul muro diroccato.
Continua a leggere “Un inedito: “Egogonia””

Inedito: “Cosmonautiche” – ‘Primo cronosisma’

di Giuseppe Genna

[Si può considerare ciò che segue un pre-mix o un re-mix di certe componenti interne al libro Dies Irae. Lo spunto nasce dalla cronaca: dal libero accesso agli archivi dell’ex Ente Spaziale Sovietico emersero documentazioni interessanti, tra cui alcune dichiarazioni di cosmonauti che, fuoriusciti dall’atmosfera, furono colpiti da inesplicabili allucinazioni, prontamente registrate in interviste cliniche una volta che gli astronauti tornarono sul pianeta, a disposizione dei ricercatori sovietici. Ciò ovviamente è uno spunto che fornisce un’occasione di allusione letterale: libero ogni lettore di leggere come vuole, ma l’intenzione dell’autore è quella di una lettura letterale del testo, senza alcuna spinta ermeneutica.
Questa “installazione” testuale, che non è prosa né poesia e risale a qualche anno fa, è parte del libro impossibile Dies Irae a cui si accenna all’interno del libro Dies Irae – che, dunque, esiste davvero ed è in perenne lavorazione. gg]

Presenze immateriali, me accanto.
Forse fantasmi. Un antenato.
Nella capsula, rotea intorno al corpo celeste sferico
meravigliosamente azzurro
con i corrugamenti nelle zone arancioni. Stupore azzurro.
Stupore inumano è quanto vedo io da qui nella roteazione.
Sopra il capo di Buona Speranza in perpendicolare assoluta sono…
Presenza, antenato. Parliamo in lingua russa. “E’ troppo presto, ritorna sul pianeta, sono un tuo antenato. Violate le leggi. La specie ancora non ha da essere qui”.
Ozonosfera. Esosfera. Radianza solare. Primi passi nel ventre nero, nel silenzio assoluto. Parliamo per ore.
Voci dei cosmonauti sovietici.
Komsomolskaia Pravda.
Gheorghi Grechko fu assalito da un incontrollabile raptus di paura e di angoscia.
“Vidi la città di Soci, le strade, la casetta a due piani dove sono nato”.
[…] “e Ieri Glaskov hanno per conto loro sperimentato l’illusione ottica di essere a poche decine di metri sopra la Terra:”.
Io invece ero un dinosauro, muovevo il mio corpo pesante, le zampe enormi e pesanti, non veloce, colorate, sul pianeta sconosciuto.
Latrati di cane. Pianto di neonato.
Vibrazioni. Scosse immense nella capsula, nella teca cranica.
Progressiva decalcificazione ostea. Manie di persecuzione.
Fuori dell’oblò l’indefinito e nero spazio e si converte a futuro.

Spasmo. Spazio. Tempo.
Salto di decenni e miglia.

La prima notte che dormimmo nella capsula abitativa sul suolo di Marte, in sei, i sogni che facemmo, il sentimento di presenze immateriali ovunque, al termine dell’arco del SOL.
Le progressive allucinazioni. Un arco di sei ore.
L’evidenza che qui fu una storia.

Spasmo. Spazio. Tempo.
Salto di millenni e anni luce.

Pattinata la superficie di cristalli ammoniacali. Gelo prossimo allo zero di Kelvin. Laghi di mercurio. Laghi di metano. Folate, raffiche, a migliaia di unità spaziotempo, intollerabili. Rumori mai ascoltati. Cielo specchiato: più satelliti, più soli.
Cielo non descrivibile sopra di noi enorme.
Avanzo temerariamente.
Le grotte nei rilievi montuosi nascoste dalla fascia di bruma cromata.
No siamo qui giunti.
Noi qui giunti per
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Qui stata una storia […] Difficile ricostruzione […]
Nei millenni a venire: scavi, ipotesi, astrazioni. […]
Fantasmi sono qui, forme di preesistenza […]
[…] Il vivente è nell’aria in ispirito vegetale. […]
[…] Segni rupestri, quando arriviamo. […]
Mi volto. Vedo la capsula.
Temo la mia parola.

La cosa che desidera librarsi

di GIUSEPPE GENNA

[questo inedito racconto di fantasia è stato scritto a fine 2007]

Lui è seduto così: rinsecchito come un albero privo di irrigazione, i polmoni incarboniti, gonfio di presentimento, incapace di ridurre allo zero la mente che va e coinvolge gli oggetti attorno, sfocati in una luce radiale. E’ un momento impreciso, sfugge all’obbiettivo, sembra tremolare, non è a fuoco, non si sente a fuoco. La luce riverbera rimbalzando sulla vernice crepata della porta in legno del bagno.
“Vorrei dirti cose…”
“Non è vero”. Lei si agita, non è una bestia notturna, i suoi metabolismi irregolari, i suoi cicli circadiani disarmonici le costringono il corpo sotto una pellicola di velcro – uticante all’interno. L’acqua sembra interromperla. Si muove a scatti irregolari, agili, una sapienza non pensata e perciò divina: lei è la cosa che desidera librarsi. Il suo corpo è miele, è ambra che conserva una coccinella fossile di ere addietro, è l’azzurrità sconfinata pronta a dilagare. Sarebbe questo, ma lei perde il corpo afferrando la bottiglia in plastica del latte, rivolgendosi all’oggetto totemico africano importato, osservando il computer e parla, contraddice quanto ha appena pronunciato,muta il corso dell’eloquio, lo interrompe, parla non fissando il suo sguardo che incenerisce negli occhi di lui – uno sguardo di reciproco stupore di cui non si accorgono. E’ così, accade a tratti, forse per via della lascivia della luce troppo fioca, che illumina il luogo dove non è nessuno al momento: gli occhi nocciola di lei trasmutano profondamente in nero, è bianchissima tutta e le pupille sono puro nero. Un fenomeno che lui ricongiunge con certi mutamenti climatici o interiori. Ha una percezione geologica del corpo di lei – stratificazioni successive, esposte ai climi per secoli in cui lui non è stato presente, memorie di altre geografie, erose, sdrucciolate, dilavate da alisei che lui non sa immaginare.
“Mi sforzo di farlo”.
“Cosa?”
“Immaginarti. Immaginarti prima”.
“Prima di cosa?”
“Di ora. Dell’ambiguità”.
“Non capisco”. Continua a leggere “La cosa che desidera librarsi”