Eggers e Foster Wallace: sulla scrittura

Dialogo sulla scrittura
La scrivania, il disordine, il tabacco. In un libro che porta in Italia la rivista cult “The Believer”, il discorso sul metodo di due wonder boy della narrativa americana.
Eggers: “Cambio abitudini ogni quattro mesi circa”
Foster Wallace: “Quando il lavoro va bene butto la routine e la disciplina dalla finestra”

Dave Eggers. Forse la mia domanda può essere questa: una volta esplorata una forma, mettiamo per esempio il racconto breve, raggiungi un punto in cui ti sembra di aver esaurito tutte le sue possibilità, e perciò devi spostarti su altro? O stai solo assaggiando tante forme differenti per poi ritornare inevitabilmente a utilizzarle tutte una per una?

David Foster Wallace. Ecco un esempio di domanda più profonda e interessante della risposta che sono in grado di dare. So per certo che il motivo di questa eterogeneità non ha a che vedere con la sensazione di avere esaurito le possibilità di una certa forma. Anzi, in realtà non comprendo molto bene il concetto di forma e di forme, e neppure i vari modi in cui forme e generi differenti vengono distinti e classificati. Né mi interessa granché, devo dire. Di solito il mio modus operandi consiste nel mettermi a lavorare contemporaneamente su un sacco di cose diverse, che a un certo punto o prendono vita (ai miei occhi) oppure no. Una buona metà non prende vita, e a me manca la disciplina/costanza di lavorare a lungo su qualcosa che mi sembra morto: perciò lo lascio perdere, o lo metto via, o gli rubo dei pezzi per altre cose. È tutto molto caotico, o almeno questa è la mia sensazione. Ciò che la gente alla fine legge, della roba che scrivo, è il prodotto di una specie di lotta darwiniana nella quale solo le cose che per me, a livello empatico, sono vive, solo quelle vale la pena di finirle, sistemarle, editarle, adeguarle alle norme redazionali, ritoccarle nei minimi dettagli e così via. (So che conosci l´angoscia e la fatica esistenziale di dover tornare e ritornare mille volte su quelle cazzo di pagine quando stai per pubblicarle). E forse, perché una cosa della lunghezza di un libro mi sembri veramente viva, dev´essere diversa, deve farmi un effetto diverso da tutto ciò che ho scritto prima… Ma la risposta che ti ho appena dato potrebbe anche essere una gran fesseria: in fondo il mio nuovo libro di racconti non è poi così diverso, strutturalmente, da La ragazza dai capelli strani o dalla maggior parte dei libri di racconti. […]

Eggers. Questo potrebbe essere un buono spunto per passare a parlare del tuo metodo di lavoro, che devo dire mi incuriosisce molto. Se ti va di parlare di come e quanto spesso e dove scrivi, sono certo che alla gente interesserà.

Foster Wallace. Forse potresti parlare tu per primo del tuo metodo di lavoro. Perché? (a) Perché alla gente interessa almeno quanto il mio. (b) Perché hai sempre un sacco di roba in ballo, sia dal punto di vista letterario che da quello organizzativo. (c) Così posso farmi un´idea migliore di cosa intendi per «metodo di lavoro.

Eggers. Al momento la mia postazione di lavoro è una piccola biblioteca fuori San Francisco, e per la precisione un tavolo di consultazione nascosto fra gli scaffali della narrativa. Cambio le mie abitudini ogni quattro mesi circa, quando il mio bisogno naturale di distrazione prende il sopravvento su qualunque routine di autodisciplina io mi imponga per riuscire a lavorare senza distrarmi. Quest´ultimo posto lo sto usando da una settimana, e finora ha funzionato. Dopo aver scritto a casa, in camera di mio fratello, per sei mesi, ora vado in biblioteca. Alla 826 Valencia ho una piccola scrivania, ma lì non riesco a lavorarci – è al centro dell´ufficio, mi serve solo a insegnare, parlare con il personale e i volontari, incontrare la gente, e così via. Dato che c´è molto da fare nella sede di McSweeney´s e della 826, diventa difficile – sono sicuro che per chiunque insegna è così – ricavarsi quei periodi di tempo senza interruzioni di cui si ha bisogno per lavorare come si deve. Ieri sera ho insegnato (ai ragazzi delle superiori) fino alle nove e mezza, e avrei dovuto fare lezione (ai ragazzi di quinta elementare) alle dieci di stamattina; ma sono stato costretto ad affidare a un altro insegnante la gita d´istruzione di oggi perché stasera ho un altro corso e stavo scoppiando. Sono una sega, comunque: sono certo che esistono centinaia di scrittori che insegnano molto più di me. Io invece sento di avere bisogno, come molti altri, del più totale isolamento, al punto da non poter usare il telefono o l´e-mail o il tosaerba o la bici anche se mi servono: ci si deve tenere lontani dalle distrazioni. Ad ogni modo, mi ricordo che una volta hai risposto al telefono dicendo, invece di «Pronto»: «Distraimi». Mi ha colpito, perché era il modo più sincero di porre la cosa: quando alzi la cornetta stai interrompendo la sana concentrazione da scrittore in cui eri immerso. Mi hai anche raccontato che lavori su varie cose contemporaneamente. Puoi dirmi come trovi il tempo, e se scrivi di notte o di giorno, con un metodo o in modo impulsivo, se lavori su Pc/laptop/Commodore 64, quanto spesso insegni, ecc.?

Foster Wallace. Ancora non sono sicuro di avere granché da dire. So che non scrivo mai in un ambiente che risponde alla definizione di ufficio, come per esempio la stanza che uso a scuola solamente per ricevere gli studenti e accumulare libri che non leggerò tanto presto. So di aver scritto, in passato, quasi solo nei ristoranti, ma il vizio di masticare tabacco l´ha resa un´opzione impraticabile, come è facile immaginare. Poi per un certo periodo ho lavorato nelle biblioteche. (Quando dico «lavorare» intendo le prime stesure e le revisioni, che faccio a mano. Il testo definitivo l´ho sempre battuto a casa, ma non considero battere al computer una vera forma di lavoro.) Comunque: a un certo punto ho cominciato ad avere dei cani. Se vivi da solo e hai dei cani le cose cambiano. So di non essere l´unica persona al mondo a proiettare le proprie distorte nevrosi genitoriali sui suoi animali domestici, o da compagnia, o come li vogliamo chiamare. Ma io sono un caso patologico: i miei amici lo trovano molto divertente. Come prima cosa ho iniziato a pensare che per i cani era un trauma essere lasciati soli per più di un paio d´ore. Questa convinzione, di per sé, non è da psicopatici come sembra: la maggior parte dei cani che mi è capitato di avere hanno avuto infanzie difficili – ad esempio un ex proprietario che è andato in prigione… Ma questa è un´altra storia. Il punto è che sono stato riluttante fin da subito a lasciarli soli per molto tempo, e dopo un po´ ho scoperto che ho proprio bisogno di averceli intorno quando scrivo, altrimenti non mi sento a mio agio. Il che ha compromesso seriamente le possibilità di lavorare fuori casa: un cambiamento di abitudini che, visto col senno di poi, non è stato tanto salutare, visto che (a) ho già di mio tendenze agorafobiche che così di certo non mi passano, e (b) casa mia è ovviamente piena di tutta una serie di distrazioni che il tavolo di una biblioteca invece non offre. In breve, quindi, al momento lavoro perlopiù a casa, anche se so che lavorerei meglio, più rapidamente e con maggiore concentrazione se andassi da qualche altra parte. Se è un periodo di stallo, cerco di dedicare almeno un paio d´ore ogni mattina a quell´attività disciplinata che chiamiamo Lavoro. Se invece procedo spedito, vado avanti anche nel pomeriggio, ma in questo caso non mi sembra più lavoro disciplinato o con la L maiuscola, visto che è proprio quello che ho voglia di fare. Di solito funziona così, che quando il lavoro va bene la routine e la disciplina le butto dalla finestra, semplicemente perché non mi servono, e quando comincia a non andare bene mi affanno per ripristinare una disciplina da impormi e certe abitudini a cui aggrapparmi. E in parte intendevo questo, quando ti ho detto che il mio modo di procedere può sembrare caotico in confronto a quello di altre persone che conosco (incluso te, a partire da oggi). […]

Eggers. Hai dato una spiegazione molto più chiara della mia. Devo aggiungere che per me funziona allo stesso modo: il metodo serve per quando sei meno ispirato, o, nel mio caso, quando sto cercando di completare gli ultimi sette ottavi di qualcosa, che è sempre la parte più difficile. Visto che hai parlato di tabacco nella tua risposta, ti faccio una domanda al riguardo. Quando ti ho incontrato per la prima volta a New York, circa cinque anni fa, masticavi allegramente tabacco in un ristorante: tenevi una ciotolina sotto il tavolo in cui sputavi a intervalli regolari. Puoi tracciare la storia del tuo rapporto con le varie forme di tabacco?

Foster Wallace. Premettiamo però che questa domanda in verità veniva prima della precedente, e che hai inserito apposta questo tuo piccolo intermezzo per far sembrare il contrario. So che ti interessano molto sia il tabacco sia quel suicidio graduale dissimulato che l´uso di tabacco rappresenta. La mia situazione non è molto diversa da quella di Tom Bissell, che l´anno scorso ha pubblicato su Carcinoma Oggi o qualche rivista del genere un articolo che parla del masticare tabacco; mi ci sono identificato sotto molti aspetti. Ho cominciato a fumare seriamente a ventitré anni, dopo due anni passati a dilettarmi con le sigarette ai chiodi di garofano (che nei primi anni Ottanta andavano alla grande). Mi piacevano tanto le sigarette, ma non mi piaceva l´effetto che facevano sui polmoni e sulle capacità respiratorie in caso di sport, rampe di scale, rapporti sessuali e via dicendo. Certi amici delle mie parti mi hanno iniziato al tabacco da masticare come sostituto per le sigarette; avevo credo ventott´anni. Masticare tabacco non fa male ai polmoni (ovviamente), ma ti riempie di brutto di nicotina, almeno in confronto alle Marlboro Lights. (Anche questa storia l´ho veramente ridotta all´osso; perdonami la stringatezza). Negli ultimi dieci anni ho provato seriamente almeno dieci volte a smettere di masticare tabacco. E ogni volta ho resistito meno di un anno. Oltre a tutte le ben documentate conseguenze psicologiche, la cosa che mi rende più difficile smettere è che la mancanza di tabacco mi fa diventare stupido. Veramente stupido. Tipo che entro in una stanza e mi dimentico cosa ci sono andato a fare, o mi perdo a metà di una frase, o sento freddo sul mento e scopro che mi sto sbavando addosso. Senza tabacco, ho la capacità di attenzione di un poppante. Ridacchio e piagnucolo quando non dovrei. E tutto mi pare molto molto lontano. Di fatto è come essere perennemente fumati, solo che non è piacevole… E a quanto mi è parso di capire non è un effetto temporaneo dell´astinenza. Una volta ho smesso per undici mesi e sono stato così tutto il tempo. D´altra parte masticare tabacco ti uccide: o se non altro i denti ti fanno male e diventano di colori sgradevoli e alla fine ti cadono. In più è disgustoso, e stupido, e ti fa disprezzare te stesso. Perciò ora ho smesso per l´ennesima volta. Sono poco più di tre mesi. In questo momento ho in bocca una gomma, una mentina e tre stuzzicadenti australiani ricavati dalla pianta del tè che mi ha caldamente raccomandato una mia amica appassionata di magia bianca. Una delle ragioni per cui io e te stiamo comunicando per iscritto e non a voce è che mi ci sono voluti venti minuti per pensare questo paragrafo e premere i tasti giusti per scriverlo. Al momento parlare con me sarebbe come far visita a un demente in una casa di cura. Non solo mi interrompo a metà delle frasi, ma comincio anche a canticchiare a casaccio e senza rendermene conto. Inoltre, se ti interessa, la mia palpebra sinistra trema senza interruzione dal 18 agosto. Non è un bello spettacolo. Ma preferirei vivere più di cinquant´anni. Questa è la mia storia di tabagista.

Traduzione di Lorenza Pieri e Francesco Pacifico
(© 2007 Isbn Edizioni)

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