Memorial Giovanni Giudici

E’ morto Giovanni Giudici, uno dei massimi poeti italiani del Novecento. Stava male da tempo, per via di una serie di ictus, non lo si vedeva più alle letture pubbliche, non interveniva più con articoli o saggi, quasi un decennio di forzato sofferto silenzio.
Pubblico il “coccodrillo” dedicato a Giudici da La Repubblica e, di seguito, alcune sue poesie.
Diciassettenne, privo di invito ufficiale, mi infilai in un teatro milanese in San Babila, affollato di eterne personalità, imbrogliai gli addetti all’entrata, mi sedetti a pochi metri da questo poeta ironico e coltissimo, lo vidi alzarsi un poco incerto e curvo e salire sul palco a ricevere il premio Librex Guggenheim-Montale. L’attore Riccardo Cucciolla diede lettura de Gli abiti e i corpi, una delle composizioni fondamentali di quel capolavoro che è Il male dei creditori. Fu per me un’esperienza travolgente, un colpo alla formazione, percepii una cifra russa in quanto accadeva. Soltanto un anno prima, imbecille come pochi, disperato, giravo per Milano avendo in mano l’esile copia einaudiana di Salutz, libro che già ora è centrale nel secondo Novecento e ha appena iniziato ad arderer, nonostante sia passato un quarto di secolo dalla sua pubblicazione.

Addio al poeta Giovanni Giudici
voce lirica del secondo Novecento

Il poeta Giovanni Giudici si è spento la scorsa notte, il 24 maggio, nell’ospedale di La Spezia dove era ricoverato da qualche giorno. Avrebbe compiuto 87 anni il prossimo 26 giugno. Era da tempo malato. I funerali si svolgeranno domani alle 17.00 a Le Grazie, frazione di Porto Venere, in provincia di La Spezia, dove il poeta era nato nel 1924. Fra i suoi libri più noti L’intelligenza col nemico, La vita in versi e Il male dei creditori.
Giudici studiò a Roma, dove la sua famiglia si era trasferita nel 1933. Nel 1941, su sollecitazione del padre, si iscrisse alla Facoltà di Medicina, ma dopo un anno decise di passare a Lettere. In quel periodo ebbe i primi contatti con militanti antifascisti. Tra i suoi docenti all’università, Natalino Sapegno, per letteratura italiana, e, per lingua e letteratura francese, Pietro Paolo Trompeo, con il quale si laureò nel 1945. Si nascose per non andare militare e dopo l’8 settembre partecipò all’attività clandestina del Partito d’Azione. Alla fine della guerra continuò a fare politica nelle file del Psiup. Sempre in quegli anni fece le prime esperienze letterarie, nel genere del racconto.
Alla sua attività letteraria e poetica si accompagnò quella di traduttore (tra gli altri autori Pound, Frost, Sylvia Plath e Puskin) e di critico letterario. Oltre a quella di giornalista, iniziata nel 1947 al quotidiano L’Umanità e proseguita all’Espresso e in numerosi giornali e riviste.
La sua prima raccolta di versi, Fiori d’improvviso, uscì nel 1953. Nel 1956 lasciò Roma per Ivrea, dove lavorò all’Olivetti, formalmente come addetto alla biblioteca, ma in realtà, secondo le intenzioni di Adriano Olivetti, dedicandosi alla conduzione del settimanale “Comunità di fabbrica”. Da Ivrea si spostò prima a Torino, dove divenne amico di Nello Ajello, Giovanni Arpino e Beppe Fenoglio, quindi, nel 1958, a Milano, dove lavorò presso la Direzione Pubblicità e Stampa dell’Olivetti retta da Riccardo Musatti. Qui suo compagno di stanza fu Franco Fortini, con il quale instaurò un sodalizio forte e duraturo.
Nel 1965 uscì da Mondadori La vita in versi, una raccolta che riepilogava una lunga stagione del suo lavoro poetico e che lo impose definitivamente all’attenzione di lettori e critici. Nel 1969, sempre edita da Mondadori, uscì Autobiologia (Premio Viareggio), cui seguirono le raccolte O Beatrice (1972), Il male dei creditori (1977), Il ristorante dei morti (1981), Lume dei tuoi misteri (1984).
Nel 1987 vinse il Premio Librex Guggenheim-Eugenio Montale per la poesia con il volume Salutz, un intenso e singolare poema d’amore, pubblicato da Einaudi l’anno precedente. Lo stesso anno ottenne dal Fondo Letterario dell’Unione Sovietica il Premio Puskin per la versione dell’Onieghin pubblicata nel 1983 da Garzanti. Nel dicembre del 1992 conquistò il Premio Bagutta.
Nel 1993, da Garzanti, apparve la raccolta Quanto spera di campare Giovanni, cui fecero seguito con lo stesso editore Empie stelle (1996) ed Eresia della sera (1999). Nel 2000 l’intera opera poetica di Giudici è stata raccolta nel “Meridiano” Mondadori. Nel 1997 fu insignito del Premio Antonio Feltrinelli dall’Accademia Nazionale dei Lincei.

Poesie

Questo caro sgomento
L’infanzia dalle lunghe calze nere
Logorate ai ginocchi sugli spigoli
Dei banchi, l’infanzia delle preghiere
Assonnate ogni sera, delle nere
Albe dei morti, della litania
Di zoccoli cristiani sul selciato,
L’infanzia che m’ha dato
Questo caro sgomento mio d’esistere…

[da Prove del teatro, 1953-1988]

§§§

La vita in versi

Metti in versi la vita, trascrivi
Fedelmente, senza tacere
Particolare alcuno, l’evidenza dei vivi.
Ma non dimenticare che vedere non è
Sapere, né potere, bensì ridicolo
Un altro voler essere che te.
Nel sotto e nel soprammondo s’allacciano
Complicità di visceri, saettano occhiate
D’accordi. E gli astanti s’affacciano
Al Limbo delle intermedie balaustre:
Applaudono, compiangono entrambi i sensi
Del sublime – l’infame, l’illustre.
Inoltre metti in versi che morire
È possibile a tutti più che nascere
E in ogni caso l’essere è più del dire.

[da La vita in versi, 1965]

§§§

La sua scrittura

Voglio mostrarti un giorno com’era
La sua scrittura. Si appartava di là
Il foglio su un qualcosa
Di liscio con la mano sinistra sul bordo
Superiore a tenerlo ben fermo.
E intingi giù l’asticciòla
Col pennino nuovissimo a vergare
Missive… Egregio, esordendo, commendatore
Avvocato chiarissimo esimio
Ingegnere ammiraglio comandante
Eccellentissimo monsignor vescovo Graziosa
Regina… O intestando
In compìti caratteri sulla busta
N. H. un tànghero di bottegaio.
Quando osterie e compagni stornava
Nel chino silenzio a cui segrete
Drittissime le righe scorrevano
Del bel corsivo senza pentimenti
E gli stilemi – un ove a preferenza
Del dove in accezione
Temporale scarsamente impiegabile.
Stendeva suppliche, chiedeva dilazioni,
Esponeva le circostanze imprevedute per cui,
Deprecava l’infausta sorte
Che a questo punto rendeva la morte
Unica cosa desiderabile per lui.
Purché gli concedessero il minimo di respiro
Creditori e benefattori.
Spesso di quelle lettere protagonista
Con gli occhi io lo aiutavo nella penombra della stanza
Dove a un raggiro di parole
Egli affidava la nostra speranza:
Di salute così delicata
Questo mio povero bambino
Impressionabile come un artista.
Li abbindolava li teneva a bada sagace
Politico a parare
I colpi in ritirata necessaria,
A rattoppare l’impostura con una nuova
Ovvero giocoliere del circo
Un turbinìo di palle a palleggiarsi
Tra le annaspanti abili mani nell’aria.
Quale fatica – sembrava dirmi
Da quel tavolino adesso penso a tre gambe
A evocare virtù tropi similitudini
Esempi da pio debitore,
Alla fine del mese senz’altro pagherò,
Ma poi riposto il calamaio riuscire
Col suo sereno sorriso nel sole.
Doctor Subtilis… Anche lui scriveva il nulla.
Anche lui rinviava tutta la vita a domani.
Con quella prestidigitazione di segni
Anche lui remigava nel lieve vuoto impeccabile.
Fin quando le sue righe cominciarono a incurvarsi
Verso il finire i margini a farsi incerti
La forbita sintassi a guastarsi.
Fino al delirio d’inchiostri e indirizzi sbagliati.
Fino al via-vai sulla porta
Di strozzini per reverendi
Di ciabattini per prìncipi apostrofati.
Ma chi s’è visto s’è visto
Risponde la mente morta.

Così i debiti saranno pagati.

§§§

[Ahimè – dicono – si piega]

Ahimè – dicono – si piega.
Ahi si svuota e si inarca.
Alfa include già omega
Navigato in chiusa barca.
Mentre nell’estranea forma
Ti intuisco e custodisco,
Mutazione, chiesa e norma,
Buio in cui mi definisco.
O diversa sapienza.
Presente che bruci il prima.
Sapienza d’inesperienza.
Mia fabbrica e mia ruìna.

§§§

Gli abiti e i corpi

Ormai sfibrate le asole e sapienti
Rammendi qua e là – ma gli abiti
Sembravano come nuovi. Egli
Accurato ogni sera li deponeva
Sopra una sedia – quali
Che fossero l’umore o la stabilità
L’uxorio brontolamento che lo affliggeva.
E deponeva con essi il tic-tac
Che gli scandiva giorni e notti, l’oriolo
Da tasca con una croce
Elvetica in campo rosso – emblema
Di esattezza agganciato a una teca di cristallo
Con dentro una trapunta di velluto
In attesa di reliquie microscopiche.
Gli abiti duravano anni:
Il nero, il grigetto, un altro a spina di pesce.
E ognuno col suo panciotto sul quale durante il giorno
La catenella che pareva di diamanti
Tra un’asola e l’oriolo nel taschino si stendeva.
Lui certe sere era greve di vino.
Si spogliava nel sonno, puntava al mattino.
Ma si destava fresco come certe volte io
Adesso forse più vecchio di quella sua età,
Che lo sbirciavo ritrovare le sue spoglie:
La giacca dignitosa, i pantaloni
Dall’impeccabile piega. E perché
Non dire del fregio rosa sulle mutande?
Perché tacere il colletto inamidato?
Tutto così ringiocondiva a ogni
Risveglio – sbarbato e tranquillo
E di un colore chiaro se distese dal riposo
Sbiadivano sulle guance le venuzze capillari.
Quale decoro l’abito
Rinnovato ogni giorno, restaurato
Dal persistere della giovinezza!
Dico il nero, il grigetto, un altro a spina di pesce
E un quarto credo ereditato da un parente
Defunto: duravano anni.
Io li spiavo mattina dopo mattina
E lui spiavo impassibile a tutto:
Al passare del tempo,
Al male dei creditori.

***

C’è un calare di forze, un calare di brache.
Le note dei taccuini si pasticciano, né
Più giova registrare i nomi delle amanti
O gli incontri, i doni. Chi se ne frega,
Uno si dice, dell’ordine. E lì
Lui non ebbe più forza da dare ai suoi vestiti:
Di colpo furono vecchi.
Primo fu il nero umiliato dal lustro.
Poi sparì il grigio, poi quello a spina di pesce. Di-
Menticamioli. Altri ne furono addotti
In vece – da sartucoli azzeccagarbugli
Asserenti per mezzo delle vesti
Di portargli vigore.
Tra gli OH
Dei familiari che COME TI STA
BENE COME TI FA
GIOVANE mentivano e lui
Lasciava fare ma lo sapeva benissimo
Che anche i più ricchi panni perdono il loro pregio
Quando è mutato il corpo che li indossa.
Non ha più gloria da dargli.
In tre giorni si sfa il bel vestito.
Lui lo trascina nel suo precipitare.
Strappi e frittelle e bottoni penzolanti
Presto divelti da pestiferi infanti.
Muoia con me ogni orpello – sembra dire.
L’oriolo diventa aritmico.
Anche la Svizzera dà ore da impazzire.
Ah il triste riprovare – ché lui stava
Ancora in piedi tenuto su
Dall’appretto del nuovo ma per poco.
Nel cupio dissolvi di tutto poi ripiombava.
Ma ancora vivo da spaccare
Il guscio che l’imbracava
Quando gridava BASTA CON QUESTE FREGNACCE.

***

Perché come se fossero
Vivi vestiamo i morti?
Quanto più casta e giusta
È la nudità dei corpi che li avvicina
Al loro finalmente disincarnarsi!
Ma noi li mascheriamo così copriamo le ossa
Troncate perché fingano la supinità della catarsi

[da Il male dei creditori, 1977]

§§§

Minne Midons
E ogni altra cura lasciata
Esploro volumi
Alcuno che racconti:
È successo anche a me –
Dove la mente prigioniera stagni
Vostra o di chi non so
O che voi non sapete
Verso quali pensieri a quali mète
Mai mi svagassi anch’io
Su quella ferma strada
Dove c’incontra (narrano) lo sguardo
Che tutto e insieme vede
Chiamato Dio

§§§

Mai fu stella al suo spegnersi più pura
Né più carnale al suo sfarsi morgana
Come l’ambiguo raggio
Del volto vostro perla fissa e dura
Che pur mi dà coraggio
E che mi fa paura
Però troppo castiga e meno ama –
Dunque a voi lascio il premio dei miei stenti
Se Minne altrove chiama
A voi confido stemma ed armatura
Viola e durlindana
Voi che foste mio bene e mia sventura
Se Minne pur non siete
Aprite il chiuso dove mi chiudete.

§§§

E schiùditi – guscio di seta
Trapassate la pietra
Parole trapassate –
Muto di voi nel luogo di paura
E in orfane contrade
Accarezzavo la cara figura
Mia quasi vergine madre –
Vi assaporai confitto nelle ossa
Delle mie mani in croce
Vaghe lacrime e voce –
Da allora ch’ebbi in sorte e sempre poi
Gialla e nera di righe
Cavalcare alla morte
La tigre – che siete voi

[da Salutz, 1986]

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