Il messaggio dell’Imperatore ai miei coetanei (da “L’anno luce”)


Mi ricordo un giudizio che diedi dei miei connazionali coetanei, qualche anno fa, in un romanzo che si intitolava “L’anno luce”. Mi è capitato sotto gli occhi, ora, mentre cercavo un file disperso. E’ un monologo delirante, una specie di grottesca emulazione di una tirata pseudoshakespereana, da parte di un settantenne che arringa alla e contro la mia generazione, passando da valutazioni ridicolmente universali a verità amare circa, appunto, i miei coetanei italiani. La chiusa mi ha fatto tanto ridere, non mi ricordavo di averla scritta. La consegno a eventuali interessate e interessati.

“La storia non è andata come tramandano i trattati. La storia ce la si dimentica continuamente. Ricordiamo per salti. Siamo una specie adrenalinica, drogata, spettatrice, allucinatoria. Alluciniamo. Perdiamo di continuo la coerenza della catena causale. Inventiamo miti, di continuo. La nostra memoria procede per salti bruschi, dislivelli, balzi quantici. Ricordiamo come allucina chi è sotto acido lisergico. E’ memorabile ciò che per un attimo o per ere diventa psicosi, ossessione, compulsione. La realtà ci sfugge nonostante ne siamo stati testimoni. Le generazioni sono soltanto stadi di questa stupefacenza allucinatoria. I racconti deviano, le memorie distorcono, le percezioni non depositano oggettività. L’oggettività in forma di sogno: questo è il miracolo della specie. I conquistadores erano dei cazzoni e i re atzechi decisero che l’apocalisse era giunto e si manifestava in forma di suicidio: chi può dire che non andò così?
Alluciniamo l’esplosione nucleare. Alle porte della nostra metropoli, al crepuscolo, nella radianza di una luce sonnacchiosa, nell’afa. Avvertiamo un abnorme risucchio improvviso di vento, repentinamente seguìto da un boato che travolge e ci voltiamo tutti – milioni di abitanti – verso il punto dell’esplosione, che vediamo svilupparsi apparentemente distante, nel cielo biancastro. Una colonna lenta dalle veloci convulsioni, moti connettivi che hanno una geometria liquida stravista: la cupola di luce bianca, il tronco del fungo atomico, la colonna di fuoco che si alza con divina indifferenza, sacra, e il vento che tutto cancella. Ci cancella, cancella noi. All’orizzonte, molto più immensa di quanto ci fossimo figurati per i milioni di volte che ce la siamo figurata: l’esplosione nucleare. L’aria cessa di esistere, lo spazio non è più un rifugio neutro, tutto l’invisibile che esiste si converte in una minaccia letale e assoluta: è il vento percorso dalle radiazioni. Ci carichiamo i nostri padri sulle spalle, diamo la mano alle vecchie madri, facciamo avanzare scomposti e veloci i nostri figli che danno la mano alle nostre mogli: cerchiamo rifugio, ma siamo spacciati. L’orizzonte è mutato per sempre. La morte è radiante e diffusa. C’è odore di ozono. Chissà le vittime civili intorno all’immenso cratere dell’esplosione, nella terra radioattiva, scoperchiata dalla deflagrazione. Tutta quella potenza contenuta in un singolo ordigno. Un utero meccanico di filamenti intrecciati intorno a un cuore verde fosforescente. Chi l’ha portato lì. Chi l’ha innescato. Perché. Tutto sfuma nell’oggettività più assoluta, che è un incubo sognato nello stesso istante da milioni di umani in fuga. Esodi dalla città contaminata, da tutta la regione. La continuazione demografica dell’ondata deflagratoria. Miriadi di umani in fuga, gli animali domestici abbandonati. Vengono meno le virtù, sopravanzano i vizi. La fedeltà si scioglie nel calore della fissione nucleare. L’aria distorce in miraggi di salvezza un popolo già contaminato. L’epidermide si bolla, si crepa, suppura. Attorno al punto dell’esplosione la gente è stata letteralmente cancellata, stampigliata in sagome corporee contro le pareti calcinate. Nelle vie calde la temperatura si alzerà. Moltitudine, moltitudine: non si erano mai viste code tanto grandi e tanto lunghe, lunghissime, grandissime. Arriveranno da tutte le parti. Da levante. Da ponente.
Questo è un mito.
E’ accaduto. Non è accaduto. Continuiamo a farlo accadere.
Voglio dirti una cosa: la memorabilità è questa.
La tua statura insufficiente e la tua isolata grettezza sono totalmente inadeguate a farti trasbordare nella memorabilità. La memorabilità è l’esito del potere, ma il potere non è ciò che immagini. Tu non desideri volendo: questo è il vostro problema: di voi quaranta-cinquantenni occidentali. Pensate di desiderare, ma è un’illusione nemmeno tanto pia. Non avete rapporti col potere mentre pensate di conquistare e poi detenere il potere. Siete impulsati da scariche di corrente galvanica. Marionette. Ken & Barbie. Non fate nemmeno tenerezza. La vostra generazione è destinata a una totale cancellazione. Nel punto zero dell’esplosione nucleare c’eravate voi. Tutto ciò che fate è in armonia con un’eredità immaginaria, paterna, che odiate – ma ve la siete inventata. I padri non lasciano nulla ai figli. Hanno fecondato e adesso si fanno i cazzi loro. Siete incapaci di farvi i cazzi vostri. Desiderare impone un’indifferenza verso se stessi, di cui voi siete totalmente incapaci. Per questo il potere, se esercitato da voi, non ha nulla di eroico e tutto di meschino. Vermicolate. Vi devo comunicare un messaggio dall’imperatore: mi manda a dire che l’happy hour è finito”.

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