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Da “L’anno luce”

“Questa propensione al rischio. La mia vera natura, selvatica, iridescente.
Io sono l’arcaico cacciatore che all’alba uscì a sventrare velocissime gazzelle, tenendo lontani dalle sue piste i pardi pericolosi. E ritornai a sera nella puzza della spelonca, dividemmo il pasto con i cuccioli, crudo, nel buio ci addormentammo e sognammo i demoni dai volti deformati, colorati di vernice rossa, con le pupille gialle.
Mangiavamo dolcissimi tapiri…”

(cit. io ne “L’anno luce”, Saggiatore, 2005)

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Il messaggio dell’Imperatore ai miei coetanei (da “L’anno luce”)


Mi ricordo un giudizio che diedi dei miei connazionali coetanei, qualche anno fa, in un romanzo che si intitolava “L’anno luce”. Mi è capitato sotto gli occhi, ora, mentre cercavo un file disperso. E’ un monologo delirante, una specie di grottesca emulazione di una tirata pseudoshakespereana, da parte di un settantenne che arringa alla e contro la mia generazione, passando da valutazioni ridicolmente universali a verità amare circa, appunto, i miei coetanei italiani. La chiusa mi ha fatto tanto ridere, non mi ricordavo di averla scritta. La consegno a eventuali interessate e interessati.

“La storia non è andata come tramandano i trattati. La storia ce la si dimentica continuamente. Ricordiamo per salti. Siamo una specie adrenalinica, drogata, spettatrice, allucinatoria. Alluciniamo. Perdiamo di continuo la coerenza della catena causale. Inventiamo miti, di continuo. La nostra memoria procede per salti bruschi, dislivelli, balzi quantici. Ricordiamo come allucina chi è sotto acido lisergico. E’ memorabile ciò che per un attimo o per ere diventa psicosi, ossessione, compulsione. La realtà ci sfugge nonostante ne siamo stati testimoni. Le generazioni sono soltanto stadi di questa stupefacenza allucinatoria. I racconti deviano, le memorie distorcono, le percezioni non depositano oggettività. L’oggettività in forma di sogno: questo è il miracolo della specie. I conquistadores erano dei cazzoni e i re atzechi decisero che l’apocalisse era giunto e si manifestava in forma di suicidio: chi può dire che non andò così?
Alluciniamo l’esplosione nucleare. Alle porte della nostra metropoli, al crepuscolo, nella radianza di una luce sonnacchiosa, nell’afa. Avvertiamo un abnorme risucchio improvviso di vento, repentinamente seguìto da un boato che travolge e ci voltiamo tutti – milioni di abitanti – verso il punto dell’esplosione, che vediamo svilupparsi apparentemente distante, nel cielo biancastro. Una colonna lenta dalle veloci convulsioni, moti connettivi che hanno una geometria liquida stravista: la cupola di luce bianca, il tronco del fungo atomico, la colonna di fuoco che si alza con divina indifferenza, sacra, e il vento che tutto cancella. Ci cancella, cancella noi. All’orizzonte, molto più immensa di quanto ci fossimo figurati per i milioni di volte che ce la siamo figurata: l’esplosione nucleare. L’aria cessa di esistere, lo spazio non è più un rifugio neutro, tutto l’invisibile che esiste si converte in una minaccia letale e assoluta: è il vento percorso dalle radiazioni. Ci carichiamo i nostri padri sulle spalle, diamo la mano alle vecchie madri, facciamo avanzare scomposti e veloci i nostri figli che danno la mano alle nostre mogli: cerchiamo rifugio, ma siamo spacciati. L’orizzonte è mutato per sempre. La morte è radiante e diffusa. C’è odore di ozono. Chissà le vittime civili intorno all’immenso cratere dell’esplosione, nella terra radioattiva, scoperchiata dalla deflagrazione. Tutta quella potenza contenuta in un singolo ordigno. Un utero meccanico di filamenti intrecciati intorno a un cuore verde fosforescente. Chi l’ha portato lì. Chi l’ha innescato. Perché. Tutto sfuma nell’oggettività più assoluta, che è un incubo sognato nello stesso istante da milioni di umani in fuga. Esodi dalla città contaminata, da tutta la regione. La continuazione demografica dell’ondata deflagratoria. Miriadi di umani in fuga, gli animali domestici abbandonati. Vengono meno le virtù, sopravanzano i vizi. La fedeltà si scioglie nel calore della fissione nucleare. L’aria distorce in miraggi di salvezza un popolo già contaminato. L’epidermide si bolla, si crepa, suppura. Attorno al punto dell’esplosione la gente è stata letteralmente cancellata, stampigliata in sagome corporee contro le pareti calcinate. Nelle vie calde la temperatura si alzerà. Moltitudine, moltitudine: non si erano mai viste code tanto grandi e tanto lunghe, lunghissime, grandissime. Arriveranno da tutte le parti. Da levante. Da ponente.
Questo è un mito.
E’ accaduto. Non è accaduto. Continuiamo a farlo accadere.
Voglio dirti una cosa: la memorabilità è questa.
La tua statura insufficiente e la tua isolata grettezza sono totalmente inadeguate a farti trasbordare nella memorabilità. La memorabilità è l’esito del potere, ma il potere non è ciò che immagini. Tu non desideri volendo: questo è il vostro problema: di voi quaranta-cinquantenni occidentali. Pensate di desiderare, ma è un’illusione nemmeno tanto pia. Non avete rapporti col potere mentre pensate di conquistare e poi detenere il potere. Siete impulsati da scariche di corrente galvanica. Marionette. Ken & Barbie. Non fate nemmeno tenerezza. La vostra generazione è destinata a una totale cancellazione. Nel punto zero dell’esplosione nucleare c’eravate voi. Tutto ciò che fate è in armonia con un’eredità immaginaria, paterna, che odiate – ma ve la siete inventata. I padri non lasciano nulla ai figli. Hanno fecondato e adesso si fanno i cazzi loro. Siete incapaci di farvi i cazzi vostri. Desiderare impone un’indifferenza verso se stessi, di cui voi siete totalmente incapaci. Per questo il potere, se esercitato da voi, non ha nulla di eroico e tutto di meschino. Vermicolate. Vi devo comunicare un messaggio dall’imperatore: mi manda a dire che l’happy hour è finito”.

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L'anno luce · Libri

La fuga di Ratzinger ne “L’anno luce”

Benedetto-XVI

 

[In un romanzo assai particolare, postborghese e deragliato nei tempi, L’anno luce, affrontai il problema di un’allegoria che utilizzasse la figura dell’allegorizzato – e scelsi Ratzinger, che allora era da poco asceso al soglio pontificio che oggi abbandona. Numerose, quindi, le citazioni e i brani in cui Benedetto XVI appare: per esempio, in uno dei due esergo del libro, che peraltro chiude, con una predica fantascientifica e silente davanti a una piazza San Pietro assolutamente vuota. In mezzo, un dialogo altamente distopico con il pontefice prima dell’elezione, quando ancora è il potente Cardinale che sa di essere sul punto di essere nominato e discute col Profeta, uno dei protagonisti del romanzo, amministratore delegato di una compagnia telefonica internazionale. Ecco tre tranci da quel romanzo, attualmente fuori catalogo]

Primo esergo

l_anno_luce_di_giuseppe_genna__net_____8__9006“Non considerare il potere, la ricchezza e il prestigio come i valori superiori della nostra vita, perché in fondo essi non rispondono alle attese del nostro cuore”
Benedetto XVI, udienza generale 1 giugno 2005

Nelle chiese abbandonate si preparano le nuove astronavi per viaggi interstellari

I preti avevano atteso anni per avanzare la pretesa della paga.
Il Profeta si disse disposto a pagare. Il denaro, dopotutto, non era suo. L’azienda aveva i suoi padroni, lui non era tra questi. Potevano andare tutti a farsi fottere. I preti gli garantirono la fuoriuscita, lo avrebbero appoggiato nella sua transumanza verso luoghi di potere meno esposti e più consoni alla sua anagrafe. Intravvedeva, visione confusa, il tempo del riposo, della meditazione: un ulteriore piacere.
Fu convocato. Non si attendeva una simile richiesta. Gli dissero che sarebbe stato un colloquio privato col Cardinale.
Questo Cardinale è un uomo centrale per la storia contemporanea e per l’imminente futuro non soltanto della Chiesa, ma dell’umanità intera.
Il Profeta era confuso dalla prospettiva del colloquio privato con quella leggendaria ed eminente figura: incontrare questo prestigioso Cardinale lo intimoriva e lo attraeva al tempo stesso. Per un breve colloquio, la vicinanza al Cardinale era un trofeo, per un lungo servaggio no. Non sapeva se quell’incontro avrebbe preluso a tale prospettiva.
Aveva, il Cardinale, fama di rigido custode della fede. La sua ascendenza sassone non faceva altro che aumentarne l’aura di severità e il sospetto di una durezza che gli ambienti vaticani sanno ritualmente dissimulare in protocolli di comodo e in smorfie di melensa accondiscendenza, assai distanti dall’empatia che governa le relazioni tra esseri umani. Il Cardinale si era conquistato onorificienze e altissimo rispetto in ordine ai suoi studi teologici. La mente raffinatissima era uno strumento perfetto al servizio di un’intenzionalità sempre irrevocabile. Imponeva il carisma dell’infallibità. Proponeva una versione della volontà alternativa a quella umana, più fredda e meccanica, assai simile al carattere con cui si svolgono le traiettorie degli asteroidi o funzionano gli ingranaggi del sottosuolo terrestre.
Faceva paura, insomma.
Era prossimo ma non organico all’istituzione ecclesiale che aveva preso in cura il rampollo debosciato del Profeta. Aveva cospirato per la santificazione del fondatore di quella prelatura specialissima – fondatore di origine mediterranea ma di atteggiamento tedesco. Sovrintendeva curialmente a tutto. Si esprimeva in un italiano morbido e sinuoso, lessicalmente prodigioso.
Questa la fama. La realtà era ben altra.
L’incontro avvenne in un dolce presera romano, nella luce che caracolla tra le vie antiche della capitale, della Gerusalemme occidentale in cui il Papato ha destinalmente scelto la sede del proprio tramonto.
La sede del priorato era augusta ma essenziale. A dispetto della facciata, l’interno sembrava l’azienda guidata dal Profeta. I materiali erano artificiali, il marmo era stato integrato con varianti pvc. I preti erano incredibilmente giovani, austeri e belli. Molti parlavano tedesco, alcuni addirittura latino.
Non ci fu da sottoporsi al rapido corso di comportamento che i maestri delle celebrazioni pontificie avevano impartito su due piedi in Vaticano. Il Profeta, accompagnato da un prelato affabile e sorridente, fu gentilmente fatto accomodare in una sala di attesa dalla cui finestra si osservavano platani neri. Infine fu fatto accomodare nella sala capitolare, estremamente bene illuminata e moderna, dove il Cardinale gli venne incontro abbracciandolo affettuosamente.
Conversarono amabilmente, assisi in poltrone dal design anni Sessanta.
La voce del porporato era candida come il suo aspetto. Le ricercatezze del suo lessico, che la stampa aveva di tanto in tanto enfatizzato, altro non erano che una loquela precisa e, si direbbe, quasi scientifica. Prive di emozioni e tuttavia circonfuse di una certa quale soavità, le espressioni del Cardinale non lasciavano spazio a sospetti o previsioni, equivoci o fantasie. Il suo sì era sì, il suo no era no. La sua lingua vibrava in consonanza di una presenza più intima ed estesa, non riconducibile alla corporeità: emanava una forma di beatitudine che in nulla aveva a che fare con l’isterica felicità che sempre si spera cogliere l’uomo. Era dunque una persona serena, gentile.
Fece le sue richieste, non fu come se impartisse un ordine. Specificò che i particolari delle intenzioni più riposte sarebbero stati rivelati dopo avere consumato la cena, intanto richiese l’appoggio del Profeta a un ingresso azionario consistente in Telekom da parte di laici prossimi a quella congregazione. Non fu neanche necessario rievocare le sfortune del figlio del Profeta, l’opera di salvaguardia a cui era stato sottoposto. Era chiaro che il Profeta scontava un debito con questi ecclesiastici. Il Cardinale accennò al futuro del manager: le grandi edizioni cattoliche che controllavano media televisivi e un quotidiano avrebbero accolto un professionista di tale caratura, ma era una soluzione in sottordine rispetto a un progetto più ardimentoso, disegnando il quale il Cardinale accennò a componenti politiche di primo piano, e trasversali: un ruolo eminente in una controllata statale italiana. Avrebbe avuto, il Profeta, tutto l’appoggio necessario.
Cenarono a un travertino sommariamente apparecchiato.
Mangiarono del fegato.
Il Cardinale bevve una soda al limone.
Dopo la cena egli spiegò che, sul breve periodo, era opportuno per tutti che gli inglesi non penetrassero tanto profondamente nel tessuto industriale e politico italiano. Il controllo della telefonia di una nazione è argomento delicato e va inquadrato in logiche più complesse di quelle commerciali. Finemente il Cardinale accennò a ragioni geopolitiche, al tradizionale conflitto che oppone Londra al Vaticano.
“E tuttavia – disse, con quel tono lieve e sommesso, ma geometrico – non è questo semplicemente il motivo per cui siamo interessati alla vostra azienda”.
“E quale, allora?” un poco si stupiva il Profeta.
Che candido sorriso, che beanza irradiava quel vecchio dolce! Gli occhi cerulei incantavano con uno sguardo maturo e non privo di un’innocenza tanto edenica da ipnotizzare mollemente il suo interlocutore… Un vecchio bambino: senex puer. Il risultato tanto difficile delle tecnologie della saggezza… Si sollevò dalla poltrona con la cautela degli anziani, prese per mano il Profeta: “Venga, ho qualcosa da mostrarLe…”
Lo guidò in corridoi bui.
Si incontravano pochi avventori.
Incedevano, silenziosi, il Cardinale che non stringeva la mano al Profeta ma solo l’appoggiava per condurlo, camminava felpato quai sembrava sfiorasse i pavimenti.
Addentrandosi in quel dedalo, i corridoi si facevano sempre più austeri e antichi. Sembrava di trascorrere attraverso gli intestini della storia umana: le pareti, settecentesche prima, andavano colorandosi e torcendosi in fantasie barocche secentesche, fino a esplodere in una galleria riccamente addobbata di dipinti prodigiosi del migliore Cinquecento, poi regredendo a una povertà di ornamenti sempre più essenziale, sempre più mistica. Fino a un chiostro: l’erba…
“L’erba, veda, è la nostra forma iniziale, dopo la minerale. Mi creda: l’evoluzione è altra da quel modello che abbiamo fantasticato…” diceva il Cardinale quasi sussurrando e dolcemente sorridendo, mentre guidava per gradini che scendevano sotto il livello di quell’orto, verso il buio, il Profeta.
E aprì una porta di metallo pesante, chiedendo l’aiuto al suo ospite. E una volta dentro gli mostrò il modello di cattedrale.
Era un sogno.
Una chiesetta minuscola, in stile trecentesco, con richiami patarini.
Sotto si allargava uno spazio gigantesco.
Era un’astronave. Immensa.
“E’ il futuro. E’ immenso. Lo conosciamo. L’abbiamo visto in sogni, in visioni. Profezie confuse e offuscate, che non lasciano però adito a dubbi. E’ nostro compito allargare questo presente perché accolga il futuro che abbiamo veduto. Abbiamo il dono di essere guidati. Potenze celestiali ci guidano e ci ammaestrano, in senso letterale, molto più di quanto laicamente si supponga. Gli angeli esistono. Anche gli arcangeli. E i troni, le dominazioni. Il Pontefice è il vicario di Cristo in terra. La Chiesa è una perché il Principio è uno. Il Principio ha creato con il suono e la forma questi tesori universali e la nostra missione è scoprire ovunque questo verbo che ci svela i segreti del nostro essere. Soltanto l’essere è segreto. Dio dice: ‘Io sono che io sono’. E’ fatto di ‘io sono’, come me e come tutti, è qui, presente, ci muoviamo in Lui, respiriamo in Lui, viviamo in Lui. Siamo nell’alienazione solo provvisoriamente. Non festeggiamo tanto la morte del Cristo, quanto la Sua risurrezione. Siamo più vivi che mai, viviamo nella vera Vita, il futuro è nostro.
Muteremo alcune istanze che vanno aggiornate.
I preti non vestiranno più di nero, ma con tonache celesti e sandali di cuoio dolce. Vivranno per le strade incontrando i discepoli che si chiedono con affanno: ‘Io chi sono? Cosa sono? Che significa che io sono?’. Porteranno acqua agli assetati. Apriranno a chi bussa chiedendosi cos’è questa sensazione che non ha nome ed esiste nel cuore, nel sacro cuore di ognuno: ‘io sono’.
Questo è il carisma universale: il nuovo, l’antico, il sempiterno.
Salveremo il pianeta, evangelizzando l’erba e i dolci animali. Non riusciremo nel nostro umano intento: il pianeta si rivolterà. E’ imminente. Io sarò il penultimo Pontefice. Tutto è previsto, è stato intravvisto. Assumerò un nome inaspettato, un numero romano cifrato. Sarò il penultimo Pontefice, quello dell’ulivo, cioè della beatitudine nella pace. Poi sarà la trasformazione e ci metteremo in viaggio.
La nave astrale si solleverà con immenso fragore, liberandosi delle zolle di terra, dei lastricati della città eterna. Nessuna città è eterna, tranne il fortilizio che chiamiamo ‘io sono’.
Strieremo il cielo di cremisi partendo.
Andremo verso ghiacci luminosi e zone irrespirabili.
Il sinodo si riunirà nella nuova arca. Saranno mistici criogenizzati, la rotta è segreta. Quando riapriranno gli occhi, condurranno la coscienza della nostra specie in zone mai prima toccate dai nostri limitati sensi. Tutto è fatto di coscienza, perché tutto ciò che esiste è, e l’essere è coscienza. La materia è coscienza dimentica di sé, che dorme. L’universo aspira al risveglio.
La teologia è un nascondimento. Lui ha detto: “Mio padre e io siamo Uno”.
La Chiesa è un nascondimento. Abbiamo nascosto per due millenni le pratiche di ascensione, celandole nella preghiera. L’ascensione è un simbolo e quindi è reale: ascenderemo, andremo nei cieli, solcheremo le atmosfere, addormentati in un sinodo criogenizzato, negli immensi sarcofaghi bianchi e ovulari che ci terranno a temperatura fissa, in un sonno da cui ci risveglieremo quando avremo raggiunto le mete previste, che la tradizione chiama ‘giardino’ o ‘eden’.
Santo viene dall’ebraico e significa: ‘separato’.
Tutto verrà rifondato, profondamente trasformato.
Le immense pareti in titanio della nave, vede?, sono la forma degli antichi colombari, la riedizione delle catacombe in cui abbiamo stipato i nostri antichi.
Noi siamo gli antichi. Essi vivono in noi. Come noi hanno sentito questa sensazione all’altezza del cuore e dei polmoni, in cui Iddio si manifesta, che è: ‘io sono’. Non hanno mai smesso di percepire questo: ‘io sono’. L’Antico dei Giorni è questo.
La fecondazione è sempre stata extraumana.
La morte è illusoria e facile come levarsi un vestito. Nascere è più complicato.
Il diavolo non è esterno, ma è interno: se io percepisco l’esterno, è perché c’è uno specchio interno, quindi il diavolo è già dentro.
Unde malum?, si chiese il mio amatissimo Agostino. Non lo sappiamo. La verità è sempre questa: non lo sappiamo. Io so che il non sapere è lo stato naturale e divino delle cose del mondo, delle cose dei mondi.
Niente sarà segreto, sarà tutto rivelato, e dopo l’ultima parola avrà sopravvento il beatissimo silenzio di gioia e beanza, che è lo stato naturale di tutte le cose e anche di noi.
Taciamo davanti all’opera umana, che è lo specchio della divina.
Siamo una febbre.
La Madre del Cristo veste di azzurro e noi vestiremo di azzurro.
Materia inerte, polarizzata senza contatto dal Principio: ecco la verità del simbolo, la radianza mariana, quella anomala maternità misteriosa.
Abbiamo in grande conto le donne.
I gradi più alti, cioè i più profondi, cioè gli occulti prima del trionfo e della rivelazione che chiuderà la storia di tutte le parole, sono donne e nessuno lo immagina.
Parliamo femmineo da secoli, noi preti: c’è un motivo.
Caricheremo la povertà nelle dottrine stipate in questo convoglio spaziale, perché l’umano è soltanto nella povertà.
Seguiremo certe rotte in diagonale.
Una moltitudine di cardinali, vescovi, semplici pastori, laici che continueranno la specie.
Iddio non ha sesso, l’essere non ha sesso, neanche noi. Noi polarizzati, momentaneamente. Tutto è transitorio e scorre, ma la sostanza che scorre non è transitoria: questo, il mistero.
Ci alzeremo che non era ancora l’alba, pronti per trasbordare, dentro l’utero artificiale. Verso le porte di Sirio. L’utero che avremo costruito debitamente, preparati per il viaggio, il lungo viaggio: questo, da sempre. Per non disperderci. Il lungo viaggio. In cui ci si perde. Seguiremo certe rotte in diagonale dentro la Via Lattea. Vi abbiamo parlato di mondi lontanissimi, da sempre, dell’amore che si fa in mezzo agli uomini, poiché noi non eravamo uomini. Di continenti alla deriva. Seguiremo per istinto le scie delle comete. Viaggiatori anomali in territori mistici. Viaggiatori mistici in territori anomali. Nel sonno, privi tempo e di spazio, effettueremo l’ulteriore corsa in vibrazioni aliene, nel grande mare della dissimulazione, che sveleremo al nostro risveglio.
La piccola chiesa sarà il centro dell’ultima cristianità.
I nostri avi hanno vissuto sull’Atlantide e soltanto negli ultimi tempi del periodo atlantideo gli uomini hanno cominciato a rassomigliare alle forme attuali. Presso gli uomini dell’Atlantide la testa eterica superava considerevolmente la testa fisica. Poi hanno finito per identificarsi. L’Atlantide era continuamente circondata dalle nebbie. Possedevano delle macchine volanti mosse dalle forze germinative di certi semi. Se ci si fermasse a respirare l’aria proveniente dalle sostanze in decomposizione che generano le nascite spirituali, si diventerebbe capaci di guarire. Respirare l’aria che emana da una decomposizione conferisce alla saliva la forza di unirsi alla vita della terra, per formare ciò che Cristo ha fatto sotto gli occhi del nato cieco e gli ha reso la vista.
Tutto ciò è molto oscuro.
Niente è oscuro.
Chiamiamo niente qualcosa che esiste. E siamo noi.
Il cattolicesimo appartiene al tempo, il cristianesimo appartiene all’eternità. Il cristianesimo sarà ringiovanito in una maniera straordinaria. La rivelazione non aveva detto ancora l’ultima parola. La dirà.
La grande fratellanza, dopo di me, la grandissima, solcherà gli spazi interstellari.
Questa è una nuova estetica, voi siete la componente di una nuova, straordinaria estetica” disse.

Senza fine oltre la fine

L’uomo-dio dai lombi larghi solleva la mano in un gesto misterioso e ha accanto la madre-donna misteriosamente fecondata, che si protegge con l’indice la guancia ed è protetta nelle gambe da un manto azzurro. Li sostiene una nube misteriosa. Un’aura misteriosamente radiante è in forma di mandorla luminosa alle loro spalle. Tutti gli anni luce convergono qui, nel gesto e nella mandorla e nel manto azzurro che non ha forma.
Gloria della continuità di essere.
Attorno all’uomo-dio e alla madre-donna è la folla di incarnati che si sono disincarnati morendo, e ora tornano nella luminosità dei loro corpi di gloria.
Sullo schermo l’azzurrità è immensa.
Non sono pronunciate parole.
Non sono fermi e neppure si muovono.
Più in basso a destra, molto sotto, l’uomo umano è oltre la disperazione, il volto crepato di terrore e pena, seduto, la mano sulla fronte e pensa nel terrore. Avvinti a lui un rettile verdastro e un cadavere grigiocenere: stanno per sprofondare, la destinazione è ignota. Tutto è ignoto.
Si incrociano nella radianza azzurra esili trombe sonanti, ma si ascolta qui soltanto il suono del silenzio.
La natura e la cultura indistinguibili, oltre le migrazioni della specie, in occasione dell’ultima allucinazione.
Questa è la Cappella Sistina in Roma.
E’ serrata ed è stato pronunciato l’extra omnes.
E’ il Conclave. Il penultimo.
I cardinali sono corpi adorni di porpora e bianco trinato, piccolini sotto l’affresco del Giudizio Universale, sotto le figure secondarie pitte nelle volte.
Si ascoltano i mormorii umani.
Il Cardinale sta per essere designato e non desiderava. E’, questo, il penultimo Calvario prima del grande esodo. Esige da sé una precisione teutonica nel sillogismo, la modulazione della sostanza pensativa che predilige e ha raffinato nel corso di decennali veglie notturne. Si è affinato nell’arte teologica, che lo conforta. Contempla segretamente azzurrità immense nel proprio intimo. I suoi capelli sono bianchi e candidi, il suo sguardo ha fama di raggelare e intimorire. Ha subìto due ictus che gli hanno addolcito il sorriso. La maschera facciale si è distesa inaspettatamente. La sua fede è estranea alle cose fisiche. Ha cavalcato la certezza a scapito della speranza: questo dicono gli uomini di lui. Conserva nella tasca sotto la porpora il bigliettino di un prelato tedesco che gli ha consigliato la speranza. Spera nonostante tutto sia previsto. L’uomo allucina. La speranza è un propellente allucinatorio.
Lo scrutinio volge al termine.
Viene pronunciato una volta di più il cognome razionale e duro del Cardinale. Non cacofonico, piuttosto l’impronta di una precisione che sembra sorpassare i limiti della specie e forare lo strato inquinante del linguaggio umano, questo effetto serra che obnubila l’immensa azzurrità.
Le cose umane si contraggono.
La conta è definitiva.
E’ eletto Pontefice.
Qualcosa accade.
Le azzurrità sono tremule e feconde.
E’ mariano.
Questa esposizione è un mistero nascosto.
Ognuno sarà nel suo grado, vi saranno molte dimore.
Il dio costituirà una folla di essenze radianti e turbinose, angeli e umani insieme, che glorificheranno il suo nome nell’assemblea degli spirituali.
Questa è l’assemblea.
Nella Sistina calano troni, dominazioni: è il ventre che sta ingravidando.
Il Cardinale non è più cardinale e non è ancora pontefice.
Pronuncia, al decano, che glielo domanda: “Sì”.
E’ trasformato.
E’ compiuto.
Il mondo è rinnovato.
Noi eravamo come bambini prima di discernere bene e male. Eravamo come bambini, discernendo bene e male, prima di comprendere che essi modulano un’unica radianza, fatta di “io sono”. “Io sono” è la natura e la cultura congiunte in mistiche, beanti nozze.
Il nuovo Papa entra nella Stanza delle Lacrime e piange.
Si scioglie nella trasformazione. Metamorfosi sta arrivando.
Entrano, lo vestono.
Lui vuole urlare: “Amici!”. Lui vuole urlare: “Aiuto!”.
Passa la porta dello spavento supremo.
Per cunicoli lo guidano verso la folla, duecentomila persone assiepate nella piazza dedicata a San Pietro, stipate nell’utero del colonnato eretto dallo scultore Bernini.
Roma è ingravidata dentro il mondo rinnovato.
Nella stanza buia enorme al primo piano, verso il balcone che dà centrale sulla piazza, la finestra è aperta e il cielo è bianco.
Ha scelto il nome Benedetto. Il giorno del giudizio universale, l’uomo-dio dice a chi sta alla sua destra: “Venite, Benedetti”. Lui è ora Benedetto, non è più il nome precedente.
E’ il teologo trasformato.
Sta crescendo in lui, mentre compie i passi verso la finestra, il crisma stellare.
Viene investito da un eccesso.
Transumanare, dirlo a parole, non si potrebbe.
E’ investito dal carisma mentre si affaccia e trattiene le lacrime. Il crisma e il carisma si abbracciano e trapassano in forma di neutrini, a flussi potenti, la sua membrana corporea.
Lui, disadatto al corpo, solleva un poco goffe le braccia e simula una vittoria.
Osservando il centro vuoto delle sue pupille si intuisce la forma nitida delle stelle.
I primi saranno quelli che precedono l’uomo-dio, saranno rapiti sulle nubi fino all’etere, saranno portati sulle ali del vento. I cieli e la terra saranno incandescenti. Gli uomini fuggiranno. Il tempo non è profondo e neanche lo spazio e non vi saranno né tempo né spazio.
Il dio rinchiuderà le potenze demoniche in un’unica spaventosa Geenna.
Il suo regno non avrà fine.
Non ci sarà fine.
Non esiste più la fine.
Disse: “Seguimi ancora, e ti mostrerò quanto devi apertamente narrare e riferire”.
Udii parole che all’umano non è lecito profferire.
Il nuovo Papa parla e dice: “Vi amo”. Dice: “Amo”. Mistero dell’amore. La folla lo investe con un nuovo carisma e lui scioglie le membra e si trasforma. Diventa beanza. Nessuno nella piazza, duecentomila persone, capisce cosa significhi: “Amo”. E’ oltre le equazioni. Non riescono a definirlo, a contrarlo in una forma. Colui che mi ama non pronuncia le mie parole: le osserva.
Il Papa Benedetto solleva la mano nella gratitudine che invita. E’ come lo spazio tutto in cui tutto accade senza che lo spazio obietti alcunché o pronunci una parola. Non c’è fine né paura.
Andiamo oltre il limite, nella sostanza eterea, poi sciogliamo quella e non è più niente ed è.
Il Papa Benedetto è anziano e bambino, candido con la papalina bianca nella testa bianca, indistinguibile. Il suo riso è bambino, il suo sguardo si stupisce oltre la fine, è senza fine.
Era il Cardinale nella storia nostra e ora è trasformato.
Sorridendo è solo come nella piazza non fosse alcun umano, fossero migrati, ominidi confusi, via, verso sconosciuti Bering, allucinando. E’ solo e spalanca il suo manto e sotto il manto non vi è il corpo e si vede l’universo e tutte le stelle.

Luce – bianca, intensa.

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Extrait de “L’année lumière” de Giuseppe Genna par les Editions Métailié

Ho terminato la lettura dell’edizione francese del mio L’anno luce (Tropea/Saggiatore, 2005). La traduzione, operata da Serge Quadruppani per le Editions Métailié, è semplicemente strepitosa: resto a bocca aperta nell’osservare come i ritmi interni, le cadute, gli eccessi che sono derive erronee desiderate e stanno in piedi soltanto attraverso metriche sotterranee e strutturali – insomma, tutto il corredo dell’idea poetica dell’oggetto narrativo non identificato che è L’anno luce sia stato traslato con una perizia, una delicatezza, una sensibilità, un’acribia affettuosa che per l’appunto sconfinano nell’amore che è l’atto stesso di traduzione da parte di uno scrittore autentico, quale è Quadruppani. Vorrei qui porgere nuovamente a Serge Quadruppani ringraziamenti ufficiali e però personalissimi e ammirati.
Pubblico un estratto dell’edizione francese, cioè parte del prequel; la versione italiana dell’intero prequel è visionabile qui. gg

 

PREQUEL

– Venez, je vous emmène dans le monde renouvelé.
Rapide, il lève le bras, index pointé vers le haut.
Giuseppe Genna - L'année lumière - Editions MétailiéC’est un congrès. On s’y entasse jusqu’à l’invraisemblable. Les dirigeants sont au parterre, le patron sur la scène électrise la masse. Managers, administratifs, vendeurs, secrétaires, accou-rus de toute l’Italie, jusque des agences périphériques, jusque des bureaux qui prennent la marque en leasing. L’air chaud sent la saucisse de Strasbourg et la moutarde. Ils hurlent, éperonnés par l’homme sur la scène, aux manches de chemise retroussées. Il se donne beaucoup de mal, il a soixante ans, mais il a encore des objectifs, la volonté d’agir. Il est grand, un mastodonte. C’est le leader. Il hurle le nom de son principal concurrent, le Concurrent, il met la main ouverte derrière son oreille et tend sa grosse tête de requin. La foule hurle immensément contre le Concurrent, on brandit le pouce baissé.
Fébrilité générale. Lumières orange.
La route est tracée.
Les objectifs sont immenses.
C’est une occasion immense, à ne pas laisser échapper.
Les horizons perdus ne reviennent jamais.
Derrière l’administrateur délégué qui se déchaîne sur la scène, s’étale, énorme, le slogan de la campagne de cette année : Nouvelles possibilités de se connaître. Un énorme mobile. Une énorme oreille. Un œil énorme dont les pau-pières s’écarquillent devant un mobile UMTS ouvert, dans lequel on voit le visage de l’administrateur délégué qui braille en direct. Sur les côtés, des ballons orange explosent. D’un coup s’ouvrent des boîtes en carton suspendues, comme des lanternes chinoises interstellaires, des petits billets porte-bon-heurs chinois pleuvent, orange eux aussi, la foule est un liquide dense, déchaîné, qui ondule par masses fluides, impres-sionnantes. Tout le monde bondit pour saisir au vol les billets qui pleuvent, légers, on dirait du papier qui brûle, on les appelle “SMS de papier”.
Et à cette foule, d’au moins dix mille personnes, l’adminis-trateur délégué hurle :
– Où allons-nous Vous le savez, où nous allons, nous
Puis il y a un silence sommaire. L’administrateur délégué fait montre d’une maîtrise consommée. Il joue comme un grand acteur.
– Moi, je vais vous le dire, où on va.
Il arpente la scène d’avant en arrière, pivotant sur lui-même, puis s’arrête, commence à hocher toujours plus inten-sément sa tête carrée, avec sa grosse mâchoire volontaire en mouvement. Il s’est arrêté, il hoche la tête, il lève le bras à la verticale, l’index brandi vers le haut :
– On va aller là.
La foule explose.
– Vers le ciel !
Toutes, tous hurlent.
Notre Homme, le personnage principal de ce récit, est au premier rang : celui des dirigeants les plus importants, ce qu’on appelle la première ligne. Il est debout et il applaudit, personne n’est assis sur les sièges de location en plastique.
– Nous allons arriver au ciel. Notre destin est de nous étendre. De nouveaux espaces, de nouvelles galaxies, de nou-velles planètes pour de nouveaux habitants. Et nous y serons. C’est plus près que ce que vous imaginez. Dites à ce putain d’Alien qu’on arrive !
Tout le monde rigole, c’est un éboulement, l’air s’effondre sous le séisme aérien de ce rire. Un homme mange une saucisse et applaudit, tous applaudissent et de nouvelles lanternes de papier explosent, une nouvelle myriade de petits messages i-ching tombe en pluie.
– C’est comme ça. Notre service juridique, et il montre la zone où sont entassés les gens du service juridique central, qui répondent en hurlant, notre service juridique a gagné dix-huit procès cette année, allez disons dix-neuf, contre les cons. Pas des écologistes : des prête-noms stipendiés par nos concurrents. Ils disaient que les antennes polluaient. Notre staff les a enculés.
La foule applaudit les gens du service juridique, qui reçoivent l’enthousiasme, redoublent l’enthousiasme. Ce lieu concave vibre de manière effrayante.
Voilà l’humain, le phénomène humain.
– Et même si c’était le cas Même si elles étaient polluantes, nos antennes La pollution, c’est notre oxygène ! La pollution, c’est l’avenir. Achetez des actions sur la pollution, lance-t-il, et il rit. La pollution nous pousse en avant. La pollution nous exalte. Voilà ce qu’est pour nous l’apocalypse des écologistes : un stimulus. Cette planète doit arriver à ses limites pour que nous soyons obligés d’accomplir le grand saut. Le grand saut dans l’espace, la frontière du futur est déjà là, c’est nous ! Derrière l’administrateur délégué qui hurle apparaît le vais-seau Enterprise de Star Trek, on voit le capitaine Kirk, énorme silhouette granuleuse en pixels d’un mètre carré. Ils le recon-naissent tous, poussent de nouveaux hurlements.
– Vous n’imaginez même pas ce qu’il y a là où nous irons. Des astres immenses, du diamètre du système solaire tout entier. Des étoiles gigantesques de métal éteint. Des trous qui conduisent en tournoyant à de nouvelles dimensions du bien-être. Des affrontements titanesques. De nouveaux types de magnétisme, que nous plierons à nos objectifs. Des pulsars jumeaux qui dans l’obscurité la plus profonde tour–noient deux par deux, en émettant des signaux que nous capturerons. Nous habiterons là. C’est un processus irréversible. Les laboratoires sont en train d’accoucher de surprenantes technologies, des arcanes du futur, au rythme de la respiration. Regardez, dit-il, regardez les résultats de cette année. Nous avons remporté pour notre maison le pari du système phonique de la nouvelle navette spatiale. C’est 16 milliards d’euros ! Plus 32 % en Europe grâce à l’acquisition de télécoms grecques. Notre browser est prêt. Nous avons les satellites. Le rover sur Mars communique grâce à nous, aussi. Nous avons abattu la frontière. Nous sommes le réseau qui couvre la planète. Nous quittons l’orbite de la planète. Cette planète ne mourra pas en explosant. Cette planète sera tellement polluée qu’elle se congèlera. Elle se congèlera. Elle deviendra livide, violacée. Comme Mars : une planète morte, des abysses qui ne gardent plus la moindre trace d’eau. Des traces d’une vie passée, évaporée. Des termites qui vivent dans le sous-sol. Mais nous… nous serons ailleurs, nous serons partis ailleurs, dans l’espace profond, germinant, surgissant ! Nous sommes en train de travailler pour une nouvelle espèce !
Hurlements. Sursaut fébrile. Délire.
Sur l’énorme écran du faux mobile UMTS, apparaît Djihère. Tous le reconnaissent, hululent.
– On va tous les enculer ! Pas même une part de gâteau, pas même une miette à celui qui n’est pas avec nous ! Nous sommes les seuls. Nous savons que nous sommes les seuls. Nous sommes responsables. Nous somme en train de gagner, nous sommes en train de faire gagner son futur à l’espèce. Le grand bond est proche. L’air est tout entier parcouru de vibrations sur lesquelles est imprimée notre marque ! 73 % des mots en Europe vibrent dans l’éther grâce à nous, grâce au consortium où nous sommes ! Nous secouons l’espace invisible, nous distordons le temps ! Nous sommes les héritiers de Dante, les héritiers d’Einstein ! Nous sommes en train d’écrire le livre invisible de l’histoire, dans l’air ! Tout ce qui vibre est à nous ! Tout vibre ! Nous sommes l’avant-garde d’une espèce dépassée, qui s’est dépassée ! Nous allons renverser le mur de la télépathie ! La télépathie aura notre marque imprimée ! Per-sonne ne nous achètera, nous sommes à nous !
Explosion de hurlements à nouveau, la voix est un feu liquide qui dévore l’air, elle est en expansion. Notre Homme sourit à la première rangée à côté de lui : cette rhétorique est enthousiasmante.
L’administrateur délé-gué est un génie. Il les tient dans sa main, tous autant qu’ils sont. C’est un leader-né. Il était fait pour ça. C’est une voca-tion. Notre Homme applaudit fort, ses paumes rou-gissent et lui font mal.
– Nous sommes l’immense famille, le temple, la maison ! Où que vous soyez, nous y sommes ! Si vous voulez parler, vous devez nous le demander à nous ! Nous permettons tout à cette race de merde !
Soudain, on distingue nettement sur l’écran de l’énorme faux mobile, en direct, entre les têtes pixellisées, une main maigre, au poignet mince et olivâtre, qui surgit au-dessus d’un secteur de la foule. Elle a un pistolet à la main, elle tire.
Dans le silence retentit la détonation du projectile.
L’administrateur délégué accuse le coup, rebondit en arrière, pneumatique, la tache rouge explose sur la chemise blanche, il pivote mal, comme déboîté, tombe sur la scène. Tous les visages sont blancs, les yeux et les bouches béants et noirs.
Silence. Panique. Paroxysme.
Ça commence à hurler. Toutes. Tous.
La foule se défait.
Ils se font mal. Ils n’arrivent pas à évacuer.
Notre Homme se jette à terre. La première rangée qui était à côté de lui se jette à l’horizontale sur lui, lui presse les côtes.
Sur le sol de la scène, il y a un cadavre, cet énorme corps vidé, dans la foule la main qui a tiré n’est plus visible. Les dix mille hurlent, se piétinent.
Tout à coup, l’administrateur délégué ressuscite.
Il se lève, s’essuie l’épaule de la paume de la main.
Il rit :
– Nous, nous savons toujours surprendre !
La multitude ondule, le rire commence, la musique du slogan de campagne démarre, les flashs se déchaînent, Notre Homme se relève lui aussi, s’essuie les épaules en frottant sa veste du plat de la main, tout le monde rit, un rire tumultueux qui submerge toute tension.
La mise en scène a été exaltante.
Le coup de génie a fait un strike.
Cette entreprise a des intuitions surprenantes.
L’administrateur délégué met les bras en croix, saisi par la lumière blanche des projecteurs sur la scène, puis mime une embrassade à tous, applaudit tandis que tous applaudissent en délire, il commence à descendre de la scène, revient à terre.
On lui fait rendosser sa veste, il n’a même pas déroulé les manches de sa chemise, les premières rangées, en riant, lui donnent des claques dans le dos, il montre avec un visage exces-sivement étonné la tache de faux sang et il rit, il rit, sa mâchoire carrée rit, semble manger l’air.
Tous le photographient avec leur mobile UMTS.
Tout cela est mémorable.

da L’anno Luce
Preq

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L’ANNO LUCE: il prequel

“Non considerare il potere, la ricchezza e il prestigio
come i valori superiori della nostra vita, perché in fondo
essi non rispondono alle attese del nostro cuore”
Benedetto XVI, udienza generale 1 giugno 2005

“L’universo mi teme, i miei occhi vedono la Geenna”
Apocrifi neotestamentari, Apocalisse di Esdra, 29

 

0.
Prequel

“Venite, vi porto nel mondo rinnovato”.
Rapido leva il braccio in alto, l’indice puntato all’alto.
E’ una convention. E’ gremito all’inverosimile. Gli alti gradi in platea in avanguardia, il vertice sul palco carica la massa. Manager, amministrativi, venditori, segretarie, tutti qui convenuti da tutt’Italia, dalle sedi anche periferiche, anche gli uffici che adottano il brand in leasing. C’è odore di wurstel e senape nell’aria calda. Urlano spronati da quello che urla sul palco, in maniche di camicia rimboccate. Si dà un gran da fare, ha sessant’anni ma ha ancora obbiettivi, voglia di fare. E’ alto, mastodontico. E’ il leader. Urla il nome del concorrente principale, il competitor, mette la mano aperta dietro l’orecchio e sporge la grossa testa di squalo. La folla immensamente urla contro il competitor, si alzano pollici versi.
Tutto è febbrile. Le luci sono arancioni.
La strada è tracciata.
Gli obbiettivi sono immensi.
Questa è un’opportunità immensa, da non perdere.
Gli orizzonti perduti non ritornano mai.
Dietro l’amministratore delegato, che si scatena sul palco, c’è enorme lo slogan della campagna di quest’anno: Nuove possibilità per conoscersi. Un enorme cellulare. Un enorme orecchio. Un enorme occhio che sbatte la palpebra davanti a un enorme schermo di un umts gigantesco aperto, e dentro lì si vede la faccia che urla dell’amministratore delegato, in diretta. Ai lati i palloncini esplodono, arancioni. Si aprono di colpo contenitori cartacei sospesi, come lanterne cinesi interstellari, piovono bigliettini della fortuna cinesi di colore arancione, la folla è un liquido denso, scatenato, che ondula a masse fluide, impressionanti. Tutti saltano per raccogliere al volo i bigliettini che piovono leggeri, sembra carta incendiata, definiti “sms di carta”.
E l’amministratore delegato – saranno almeno diecimila – gli urla contro: “Dove andiamo? Lo sapete dove andiamo noi?”.
Poi c’è un sommario silenzio. L’amministratore delegato è consumato nella maestria. Recita da grande attore, consumato. “Io ve lo dico, dove andiamo noi”. Cammina avanti e indietro, ruotando su se stesso, poi si ferma, inizia ad annuire sempre più intensamente con la testa squadrata, la grande mascella volitiva in movimento. Si ferma, annuisce, punta il braccio in verticale, il dito indice in verticale verso l’alto: “Là andremo”. Esplode il boato della folla. “Verso il cielo!”. Urlano tutti, tutte.
Il Nostro Uomo, il protagonista del nostro racconto, è in prima fila: quella dei dirigenti più importanti, la cosiddetta prima linea. E’ in piedi e applaude, nessuno sta seduto sulle sedie in plastica affittate.
“Noi arriveremo in cielo. Il nostro destino è espanderci. Nuovi spazi, nuove galassie, nuovi pianeti per nuovi habitat. E noi ci saremo. E’ più vicino di quanto immaginate. Dite a quell’Alien del cazzo che stiamo arrivando!”.
Ridono tutti, è uno smottamento, l’aria frana per il sisma aereo della risata. Un uomo mangia un wurstel e applaude, tutti applaudono ed esplodono nuove lanterne di carta, piove una nuova miriade di messaggini i-ching.
“E’ così. Il nostro ufficio legale” e indica la zona dove sono compressi quelli dell’ufficio legale centrale, che rispondono ululando, “il nostro ufficio legale ha vinto diciotto cause quest’anno, su diciannove, contro gli stronzi. Non ecologisti: prestanome prezzolati dai competitor. Dicevano che i tralicci inquinavano. Il nostro staff li ha inculati”.
La folla applaude quelli dell’ufficio legale, che raccolgono l’entusiasmo, raddoppiano l’entusiasmo.
Questo posto concavo vibra paurosamente.
Questo è l’umano, è il fenomeno umano.
“E se anche fosse? Se anche fossero inquinanti, i tralicci? L’inquinamento è il nostro ossigeno! L’inquinamento è il futuro. Comprate bond sull’inquinamento” e ride. “L’inquinamento ci spinge. La polluzione ci esalta. L’apocalisse ecologico è questo per noi: lo stimolo. Questo pianeta deve arrivare ai limiti perché noi siamo costretti a compiere il balzo. Il balzo nello spazio, la frontiera del futuro è già qua, siamo noi!”.
Dietro l’amministratore delegato che urla appare l’Enterprise di Star Trek, si vede il capitano Kirk, enorme sagoma sgranata in pixel da un metro quadro. Lo riconoscono, rilanciano gli urli.
“Nemmeno immaginate cosa c’è là dove andremo. Astri immensi, del diametro dell’intero sistema solare. Stelle gigantesche di metallo spento. Buchi che conducono roteando a nuove dimensioni di benessere. Scontri titanici. Nuovi tipi di magnetismo, che piegheremo ai nostri scopi. Pulsar gemelle, che nel buio più profondo ruotano a due a due, emettendo segnali che cattureremo. Noi abiteremo là. E’ un processo irreversibile. I laboratori stanno partorendo tecnologie sorprendenti, arcane, al ritmo del respiro. Guardate” dice, “guardate i risultati di quest’anno. Abbiamo portato a casa la commessa per il sistema fonico del nuovo Shuttle. Sono 16 miliardi di euro! Più 32% in Europa grazie all’aquisizione della Telecom greca. Il nuovo browser è pronto. Abbiamo i satelliti. Il rover su Marte comunica grazie a noi, anche. Abbiamo abbattuto la frontiera. Siamo la rete che sta coprendo il pianeta. Esorbitiamo dal pianeta. Questo pianeta non morirà esplodendo. Questo pianeta sarà talmente inquinato da congelarsi. Si congelerà. Diventerà livido, violaceo. Come Marte: un pianeta morto, abissi che non recano più traccia di acqua. Tracce di una vita che fu, sfumata. Termiti che sopravvivono nel sottosuolo. Ma noi – noi saremo altrove, saremo andati altrove, nello spazio profondo, germinando, sbocciando! Stiamo lavorando per una nuova specie!”.
Urla. Febbrile sussulto. Delirio.
Sull’enorme schermo dell’umts falso, appare Gei Ar. Tutti lo riconoscono, ululano.
“Noi ce li inculiamo tutti! Nemmeno una fetta di torta, nemmeno una briciola a chi non sta con noi! Siamo i soli. Sappiamo di esserlo. Siamo responsabili. Stiamo guadagnando, stiamo facendo guadagnare alla specie il suo futuro. Il grande balzo è vicino. L’aria è immensamente percorsa da vibrazioni su cui è impresso il nostro marchio! Il 73% delle parole in Europa vibra nell’etere grazie a noi, grazie al consorzio in cui stiamo! Noi scuotiamo lo spazio invisibile, distorciamo il tempo! Noi siamo gli eredi di Dante, gli eredi di Einstein! Stiamo scrivendo il libro invisibile della storia, nell’etere, nell’aria! Tutto ciò che vibra è nostro! Tutto vibra! Noi siamo l’avanguardia di una specie superata, che si è superata! Stiamo per sfondare il muro della telepatia! La telepatia avrà il nostro marchio impresso! Nessuno ci comprerà, noi siamo nostri!”.
Ancora boati, la voce è un fuoco liquido che divora l’aria, è in espansione.
Il Nostro Uomo sorride alla prima linea che gli sta accanto: questa retorica è entusiasmante. L’a.d. è un genio. Li tiene in mano, tutti. E’ un leader nato. Era fatto per questo. Questa è una vocazione. Il nostro uomo applaude forte, i palmi si arrossano e fanno male.
“Noi siamo l’immensa famiglia, il tempio, la casa, siamo l’aria! Ovunque siate, lì siamo noi! Se volete parlare, dovete chiederlo a noi! Permettiamo tutto a questa razza di merda!”.
All’improvviso, si vede bene nello schermo dell’enorme finto umts, in diretta, tra le teste pixelate, distintamente una mano magra, il polso esile e olivastro, si sporge al di sopra di un settore di folla.
Ha una pistola in mano, spara.
Nel silenzio esplode il boato del proiettile.
L’amministratore delegato accusa il colpo, rimbalza indietro, pneumatico, la macchia rossa esplode sulla camicia bianca, rotea male, slogato cade sul palco. Le facce di tutti sono bianche, gli occhi e le bocche sono tutti uguali buchi neri spalancati.
E’ silenzio. E’ panico. E’ il parossismo.
Iniziano a urlare, tutti, tutte.
La folla sbanda.
Si fanno male. Non riescono a evacuare.
Il nostro uomo si butta a terra. La prima linea che gli stava accanto si butta orizzontale sopra di lui, gli pressa il costato.
Sul palco a terra c’è il cadavere, quell’enorme corpo svuotato, tra la folla la mano che ha sparato non si vede più. I diecimila sono urlano, si calpestano.
All’improvviso, l’amministratore delegato risorge.
Si alza, si pulisce la spalla col palmo della mano.
Ride: “Sappiamo sempre come stupire, noi!”.
La moltitudine ondeggia, inizia la risata, parte la musica dello slogan della campagna di quest’anno, i flash impazziscono, il nostro uomo si rialza anch’egli, si pulisce le spalle pettinandosi la giacca con la mano aperta, tutti ridono, è una risata fragorosa che sommerge ogni tensione.
La messinscena è stata esaltante.
Il colpo di genio ha fatto strike out.
Quest’azienda ha intuizioni sorprendenti.
L’amministratore delegato spalanca le braccia a croce, invaso dalla luce bianca dei fari sopra il palco, poi mima un abbraccio a tutti, applaude mentre tutti in delirio applaudono, inizia a scendere i gradini del palco, torna a terra.
Gli stanno facendo indossare la giacca, nemmeno si è risistemato le maniche della camicia, le prime linee, ridendo, gli battono pacche sulle spalle, lui mostra con la faccia stupita all’eccesso la macchia di finto sangue addosso, e ride, ride, la mascella quadrata ride, sembra mangiare tutta l’aria.
Lo fotografano tutti con l’umts.
Tutto questo è memorabile.
Sgomitano per dargli la mano, si accalcano intorno a lui.
Il nostro uomo gli stringe la mano sorridendo, con i piccoli denti privi di dentina, annuisce con l’espressione ammirata: “Come ti è venuta in mente, Lapo? Un capolavoro…”
E l’amministratore delegato annuisce e sorride e dice: “Questo è meglio del futuro: è il presente”, e strizza l’occhio, accarezza sulla guancia il nostro uomo.
E poi la folla orizzontale li copre e nemmeno sanno cosa sta per accadere, che la tragedia, onda che non si vede, sta montando.
La tragedia, sì, monta.

 

[Qui la versione francese: Extrait de L’année lumière – Giuseppe Genna – trad. Serge Quadruppani – Editions Métailié]

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“L’anno luce” esce in Francia: arriva “L’année lumière”

'anée lumièreVoluto e tradotto dal romanziere e impegnatissimo intellettuale Serge Quadruppani (qui il suo sito ufficiale), per le Editions Métailié, la cui collana di narrativa italiana è un gioiello internazionale di cui noi del Belpaese dovremo essere grati proprio a Quadruppani, è in uscita il 15 marzo L’année lumière, edizione francese de L’anno luce, romanzo risalente al 2005 e pubblicato in Italia da Tropea-il Saggiatore. E’ semplicemente un onore essere editi nella collana allestita presso Métailié, così come lo è essere tradotti da Quadruppani, scrittore e traduttore delle più varie modalità stilistiche della lingua narrativa italiana, che qui devo ufficialmente ringraziare per l’ostinazione, la pazienza e la fatica con cui ha tradotto e fatto pubblicare un testo difficoltoso e non certo di grande facilità commerciale. Questa la scheda allegata:

Présentation de l’éditeur
À Milan, une entreprise de téléphonie mobile célèbre ses succès commerciaux en même temps qu’elle est confrontée à une tentative de prise de contrôle hostile de la part d’une société anglaise. L’un des principaux dirigeants de la société milanaise, que tout le monde appelle Mental, découvre en rentrant chez lui son épouse plongée dans un état de sidération sur lequel la médecine a peu de prise. Qu’est-ce qui a pu la plonger dans un tel état de choc ? Mental va découvrir, en même temps que la liaison de son épouse avec un très étrange adolescent surdoué, les agissements de l’Affairiste, vieil agent d’influence rappelé d’Afrique du Sud par les Anglais, tandis que peu à peu se dévoilent les projets communs de la société et du Vatican, décidés à exporter dans les étoiles le délire technologique érigé en religion.
Giuseppe Genna, auteur confirmé d’outre-Alpes, a publié une douzaine de romans noirs et de romans de littérature générale. Ont été traduits en France Sous un ciel de plomb, Au nom d’Ismaël et La Peau du dragon (Grasset).

A celebrazione di questa uscita, che segna il ritorno di una traduzione all’estero di un mio testo, pubblico un brano italiano da L’anno luce, rimasto finora inedito in forma digitale (avevo già pubblicato on line la Scena dell’inverno nucleare). Non prima di avere specificato che, quanto alla forma-romanzo, L’anno luce, che ai tempi definii “romanzo neoborghese”, è il precursore, molto esploso e labirintico, estremamente strutturato per devianze, di una narrazione che anticipa il mio prossimo Fine Impero e quanto verrà pubblicato nel prossimo futuro: una visionarietà cercata come cifra di una rappresentazione dell’oggi o di un’ucronia che è impossibile non scambiare per l’oggi.
Ecco il brano.

“Non considerare il potere, la ricchezza e il prestigio come i valori
superiori della nostra vita, perché in fondo
essi non rispondono alle attese del nostro cuore”
Benedetto XVI, udienza generale 1 giugno 2005

“L’universo mi teme, i miei occhi vedono la Geenna”
Apocrifi neotestamentari, “Apocalisse di Esdra”, 29

Entra il Faccendiere

Il racconto costringe ora a deviare momentaneamente dalla drammatica situazione in cui versano il Mente, Maura, la sorella di lei e l’azienda del Mente, per introdurre a sorpresa un nuovo protagonista della vicenda.
E abbiamo soltanto accennato a quel ragazzino, il cui corpo era slacciato nell’acqua rossa di sangue nella vasca!
Conta poco, tutto ciò. Ora è l’ora di quell’uomo che si è visto passare come un’ombra fuori della stanza d’ospedale dove Maura è ricoverata.
E’, quest’uomo, quello che si definirebbe un personaggio oscuro, tenendo presente che serve luce per avere idea dell’oscurità. E’ un’eminenza non grigia, ma nera. Nemmeno: egli muta colore.
La sua comparsa nella vicenda del Mente ha un prologo: inaspettatamente nel Sudafrica, ai margini di un’immensa assolata prateria arancione, che va a fondersi con una foresta di sconvolgente e conturbante bellezza, le cui dimensioni e la cui intima vita sono totalmente aliene da quanto concepisce essere vita qualunque personaggio finora apparso nel racconto. Mangrovie profumatissime sono percorse da rettili letali, che sarebbero mostruosi se non fossero naturali. E negroidi disadattati che vivono vicende impossibili a raccontarsi ruotano in miti eterni le loro esistenze, che al Mente sembrerebbero ufologiche o pittoresche, ottocentesche.
L’eminenza oscura che qui inaugura la sua parte nel racconto è un faccendiere e ha ricoperto notevoli incarichi a latere di operazioni condotte da numerosi servizi segreti occidentali. Nella storia di Italia, che è la nazione in cui si svolge il racconto, un personaggio simile ha ottenuto i favori delle cronache ai tempi dello scandalo P2, del crack Ambrosiano, della morte del banchiere Calvi e di quella del banchiere Sindona. Si chiamava, quel faccendiere, Francesco Pazienza. Ma Pazienza non finisce mai: il mondo è pieno di Pazienza, ha infinitamente Pazienza. I manager Hollyburton che consigliano il vicepresidente statunitense Cheney; i contrattisti del magnate dei media Murdock; gli stessi alti gradi Enron e Parmalat; le forze segrete su cui contava ai tempi di Reagan l’ammiraglio Oliver North; gli inviati presso Panama a trattare con Faccia d’Ananas, il generale Noriega; coloro che tramano contro le principali Telecom delle nazioni occidentali: sono questa pasta di uomini, sono uomini simili al personaggio di cui si sta qui trattando.
Egli è finito in Sudafrica come spesso è capitato a storici operatori di intelligence e a faccendieri che per conto di costoro hanno lavorato: un esito borghese e al tempo stesso esotico di una vita condotta nell’indegnità, nella sopraffazione crudele e sottaciuta, nel ricatto, nel complotto interno a una sterminata macchina cospirativa, di cui ogni potere si è servito da quando si è imposto sul pianeta il regno dell’uomo.
Il nome di quest’uomo è Anthony Brook, inglese con madre italiana, nato a Leeds sessanta anni addietro e naturalizzato in seguito cittadino statunitense, dopo avere sposato una collega, con la quale, pur non avendo generato figli, ha condiviso un amore insospettabilmente fedele e intenso. Questa potenza amorosa, che è un’alleanza nel puro reciproco incanto, costituirebbe un’eccezione nella vita oscura di Anthony Brook, se non fosse una costante sempre attiva da quando egli ha conosciuto e folgorantemente ha amato la sua compagna, la quale si chiama Antonya Brook.
Nell’intelligence internazionale, che è un mondo lussuoso e sfolgorante simile a una Hollywood segreta e diplomatica, i nomi non valgono, non hanno diritto d’asilo. Una persona non coincide con il suo nome, poiché ognuno può disporre di mutevoli ma consolidate identità fittizie. Ogni operatore è noto agli altri, spesso di parte avversa (il che è sempre transitorio, poiché gli avversari di oggi sono gli amici di stasera), con una sigla che ne decreta la leggenda personale. Così Anthony Brook non è conosciuto come Anthony Brook, bensì come il Faccendiere, o l’Uomo Che Sbriga Le Faccende, per la capacità che ha dimostrato di violare, con negazioni irriverenti, l’andamento di piani concordati, per raggiungere risultati d’eccellenza con modalità sorprendenti e perciò tanto più efficaci. E, come osservato in precedenza a proposito del Mente, qualcosa di effettivo viene conservato nei soprannomi. Non nel caso tuttavia dell’amore che Anthony consuma, fiamma lenta e calda e mai minacciata in anni e anni, per sua moglie Antonya, per la quale egli si è adoperato a non risolvere mai le Faccende d’Amore: non va risolto, l’amore; questo è l’insegnamento della vecchia generazione occidentale.
Quando l’avventura professionale del Faccendiere fu, a sua detta, giunta al termine, Anthony e Antonya si risolsero a trasferirsi nel nord del Sudafrica, poco dopo che Nelson Mandela aveva assunto la presidenza onoraria del paese. Introdotti comunque nell’élite (essi conobbero in anticipo su molti altri addetti della comunità governativa il segreto di Mandela: il figlio Makgatho ammorbato dall’Aids), dimoravano in una splendida casa coloniale, bianca dalla vernice parzialmente screpolata e tuttavia accecante nella luce del mezzodì, proprio ai margini della pianura di savana opposti a quella foresta di mangrovie rettili e aborigeni.
Lì, nemmeno sei mesi orsono, Antonya è stata aggredita: da un tumore al midollo.
Ed è morta.
Nello svolgimento della sua professione il Faccendiere mai ha ucciso un uomo. Uomini sono morti, per le varie operazioni segrete, ma non li ha mai uccisi lui direttamente. Non ha mai visto un cadavere, la morte non è faccenda da Faccendieri.
E ora Anthony sta assolvendo all’ultima volontà di Antonya: che è essere sepolta con un rito celebrato da quegli aborigeni, che lei aveva studiato conosciuto e amato in questi anni, proprio sul confine tra la pianura di savana e quella foresta.
Sembrerebbe una fiction e invece è vero. Sembrerebbe improbabile e invece è solo cultura, sovrapposta alla natura.
L’entrata di quest’uomo nel racconto è una tragedia personale, privata, occultata agli occhi di chiunque se non a quelli di aborigeni catapultati nel presente da un tempo buio, terrifico, ritualizzato.
Entra il Faccendiere.

Allucinava, da mesi. La mente che vacilla è una difesa all’inadeguatezza che lascia scampo.
Giorni prima aveva visto il cielo – una giornata calda, i contorni delle mangrovie nell’orizzonte arancione che parevano monoliti di basalto – il cielo a forma di una sterminata rosa azzurrina. Per ore era rimasto incantato, il televisore acceso dentro alle sue spalle, nel buio fresco della stanza, dove era il divano su cui sua moglie moriva un giorno di più. Ogni giorno, una porzione di morte.
Può un uomo tollerare questo dolore? Che cos’è il dolore? Chi soffre non è profondo, finalmente. Non essere profondi è finalmente la modulazione del riposo, dell’amore concesso.
Come faceva Antonya a scrutarlo serena, smangiata dal giallo limone dell’ittero del cancro, sotto la zanzariera che si scuoteva dolcemente nella brezza? Il vento attraversa la casa, la sorte attraversa l’uomo, e la donna.
Anthony Brook, detto in altri tempi e altrove il Faccendiere, era uscito a scrutare l’orizzonte piatto e magnificente dopo avere visionato nel televisore, insieme a sua moglie a cui mancavano poche ore, le immagini trasmesse da tre miliardi di chilometri dal punto in cui si trovavano entrambi, lui il vivo e lei la morta: la sonda Cassini-Huygens era entrata nell’orbita di Saturno, il pianeta magnetico con il nucleo in roccia rovente, dieci volte la Terra, la superficie striata fatta di gas e battuta, sotto la coltre di nubi solforiche, da venti che raggiungevano i 500 chilometri all’ora. Essere investito da quel vento solforico! Cancellàti! E la sonda, sparata sette anni prima, in piena notte, innalzatasi nella luce di un giorno artificiale per la deflagrazione del combustibile pressato nei razzi, in accelerazione fuoriuscita a fatica e con enormi stridii delle strutture dall’atmosfera densa e rara della sfera terrestre, si era trasformata nel percorso, aveva espanso la larga antenna in carbonfibra di fattura italiana, un proiettile idiota a strumentazione intelligente, in vista l’enorme sfera di gas compresso in materia solida, placido, numinoso, di Saturno: marroncino, anellato.
Una nuova forma di intelligence. L’avanguardia del servizio segreto.
E la sonda, sette anni dopo, si era capovolta, per proteggersi dalla materia inerte che ruotava a forma di ciclopici anelli intorno al pianeta liquido Saturno, anelli rosacarne, polvere in stato adiabatico. Aveva decelerato. Era stata attratta e catturata dalla gravità del globo liquido. E aveva inviato le prime foto: sgranate, in bianco e nero, fantastici giochi regolari di materia in fluttuazione. E il pulviscolo che si piegava docile alle variazioni del vento solare, spostato dai fotoni che percorrono in uscita il sistema. E, giù, a ventimila chilometri, le prime tempeste letali, furibonde, che sconvolgevano la superficie incerta del pianeta. Aveva detto il responsabile americano della missione: “Servirà a comprendere cos’era la terra al suo primordio”. Anthony e sua moglie che stava morendo erano rimasti incantati dalle foto di quegli anelli: una seta, sembrava, un tessuto accarezzato nel libero infinito, nero. Cosa pensava che fosse, l’idiota americano, la Terra dei primordi? Questo grumo carcinomatoso, questa storia che si contrce su di sé, si avvizzisce…
Allucinava. Aveva inoltrato una domanda all’ospedale centrale di Joahnnesburg. Accettava il cancro, ma soltanto perché era di sua moglie, ed era consapevole di questa crudeltà naturale, e però rifiutava decisamente l’ipotesi dell’incoscienza finale di lei: sarebbe entrata nell’incoscienza! Ancora viva, per gli ultimi minuti, senza accorgersi di lui! La morte non è un affronto, è la natura sommaria delle cose tutte, ammesso che la natura sia sommaria.
Antonya aveva rifiutato il ricovero: “Qui è più bello. Mi fermo nella bellezza. Manca poco ormai, sarebbe inutile”. Sostituiva l’utile con il bello. I processi degenerativi avanzavano, nemmeno più un’insidia, ma uno sconfinamento conclamato. E la paura di finire demente non era per lei più forte delle metastasi: la paura non tutela la vita, la paura è più della vita. L’inferno in terra: un annuncio. Come possono non rendersi conto di un’ovvietà così evidente, i medici e gli ospedali? Pazzi scientifici. Il loro delirio riduzionista. Le loro tragiche misinterpretazioni dei fatti. I loro bilanci da laboratorio. La ricerca dei fondi. A scavare, sotto qualunque azione, ci trovi questo: diplomazia, compromesso, il sottobanco accessorio. Il sale del divenire. L’aceto dato da bere al Cristo. Lo scandalo.
Insorge, si muore. E’ così. Un giorno una cellula devia, attiva nere potenzialità che ha proprie, in istato latente. Le potenze delle cellule: stando alle potenze, potrebbe esistere un antimondo cancerogeno, nero, che vuole fortemente prolificare. Un universo in cui una cellula sana sarebbe pronta a corrodere e sarebbe investigata come patologica. Un mondo teratologico, corpi devastati dai bubboni che funzionano armoniosamente, sostanze colloidali, metastasi libere di esprimersi, una creatività divaricata, sovraccarica di speranze, intimamente diretta alla sopravvivenza dell’equilibrio – di un equilibrio diverso. Recentemente certi scienziati avevano identificato quello che gli organi di stampa avevano battezzato “il vagito dell’universo”: era un tumore sonoro. Lo si poteva ascoltare in Rete (Anthony e Antonya l’avevano ascoltato insieme, e lei sorrideva dolcemente, pazientemente): il suono primario, ultraprimordiale, la prima frequenza emessa dall’immenso bambino universale, lo stridio impressionante era alla fine un salto di ottave, anonimo e perciò ancora più bestiale, freddissimo. L’espandersi organico di un grande animale cosmico, intessuto di materia e di pensiero, che divora ciò che gli è esterno, portando esso stesso il verbo dello spazio nelle regioni non fatte di spazio, che lo contengono, esplodendo nei quark e nei mesoni e nei muoni, facendo impazzire le stringhe, le teorie, la fervida immaginazione compressa nello stato potenziale, che al suo interno si sarebbe manifestata in forma di carne umana. La vita come tumore che va in metastasi, conquista lo spazio silenzioso e pacifico.
E c’era da ricordare, qualche anno prima, quando Hubble era in piena funzione e osservava stupito il messaggio di una luce antica di milioni di anni, che l’astrofisico Stephen Hawking, quella striscia di carne andata a male e contorta che desidera confinare Dio in una formula, definì “ultimo grido della materia” la frequenza emessa da un sistema solare che veniva inghiottito da un buco nero. Hubble e Hawking: feti che scrutano l’immenso utero bambino, in perenne espansione, finché la catastrofe non si rovesci e tutto torni su di sé, oltre l’innominabile punto iniziale, la superfibrillazione di più materie, di luci oltre la luce, di piani infiniti che collimano distinguendosi. Hubble e Hawking: la macchina lucida senza intelligenza e l’uomo deforme compresso nella testa.
Dai fatti, si scivola nel delirio.
Questo era capitato ad Anthony con l’approssimarsi, ormai imminente, della morte di Antonya.
“Sono un cadavere in movimento”, si diceva. Cos’è questo corpo fatto di cibo sedimentato? Minerali, sostanze grasse, lardellari. Una marionetta molliccia, un funzionamento scadente. La spugna dei polmoni, i bronchioli scoppiati. Una sacca svuotata. Che differenza, qui e ora, tra lui e Stephen Hawking? Se non altro, Hawking disponeva di una compassione mondiale. Un tributo generalizzato, l’ammirazione della platea planetaria. E’ storto e vede i segreti legami tra gli astri. Ma lui, Anthony? Soltanto rancore. Bastava toccarlo e i pori secernevano sebo e rancore.
Aveva vissuto nel crimine e nel segreto eletti a norma, e questo lo tormentava: si stava facendo vecchio, evidentemente, e la morte imminente di sua moglie certificava l’imminenza della sua. La mente è pura ossessione. E compulsiva, per di più. I pensieri, le idee, le più alte creazioni dell’uomo: sono ossessioni. La mente del neonato è calma, un sonno senza eguali. La increspano ossessioni. L’uomo reagisce al mondo ossessionandosi. L’esternalizzazione dell’uomo è malattia allo stato puro: malattia mentale. Perché non era mai nato un antiuomo a dire come stavano davvero le cose? Quale bisogno abbiamo di nascere e di reagire? Nascere significa reagire. Sentire è irritarsi. Che avventura penosa!
Era ossessionato dal ricordo di incarichi e operazioni lontani nel tempo: il ricatto perpetrato facendo sparire una bambina tedesca, le foto del pompino di un ministro inglese a un giovane con i capelli a spazzola arancioni. E da cos’altro era tormentato?
La colpa sorda gli premeva sullo sterno. Si sentiva cristianizzato, cattolicizzato. Ammetti tutti i tuoi errori, Anthony, vecchia cotica andata a male. Confessali prima di morire. Questo sudore cristiano lo mandava ai pazzi. Che bisogno c’era? Dov’era l’ultimo giudice? Chi gli calcolava la pena?

La pena era stata comminata e fu eseguita il mattino, alle quattro, fuori il cielo era fosforescente sulla pianura argentea a quell’ora, nel vento già caldo: Antonya rantolava e poi non rantolò più.
Anthony preparò il rito.
Aveva contattato, come richiesto da Antonya mesi addietro, gli stregoni degli aborigeni.
Restò un giorno col cadavere di lei sotto la zanzariera.
Il giorno successivo, non avendo dormito, gli aborigeni vennero a prenderla e Anthony seguì docile il piccolo corteo negro, piumato, coloratissimo.
La seppellirono saltando, ululando stridii di risa, incenerendo un serpente morto sul piccolo tumulo in terra battuta, nel quale fu inserita, su richiesta di Anthony, una croce in legno bianco: paletti militari.
Pensava di essere debole, cariato: pensava di essere giunto alla fine.
In pochi giorni, invece, all’abbattimento profondo, per causa del quale non riusciva nemmeno a muovere la mandibola e a parlare, si trovò a guidare verso Johannesburg il suo pick up.
Avanzò la proposta a un amico che continuava a collaborare con un’agenzia privata di intelligence aziendale. Trascorse qualche giorno, e poi l’incarico arrivò.
Sul divano dove moriva sua moglie, distese la foto sgranata d el manager italiano detto il Mente.

 

L'anno luce

Scena dell’inverno nucleare

annolucecovernetUna scena dal romanzo L’anno luce (Saggiatore Net, 8 euro), il quale impatta in qualche modo con lo pseudothriller in uscita dopo l’estate per Strade Blu Mondadori, Le teste. Protagonista è un manager quarantacinquenne, numero due di una importante azienda di telecomunicazioni, arrembrante e spietato, soprannominato il Mente. Qui lo troviamo in una scena di dialogo con sua moglie, Maura, recentemente vittima di uno choc traumatico che l’ha costretta a un soggiorno ospedaliero, presso il reparto neuropsichiatrico. E’ mistero sul trauma che ha procurato lo choc alla donna. Il Mente è strattonato dalla vicenda coniugale e da quella aziendale: aggressivi concorrenti vogliono conquistare la sua azienda per fare una fusione. Siamo a metà libro. L’anno luce verrà pubblicato in Francia, per le edizioni Métailié, per la traduzione di Serge Quadruppani. [gg]

La cucina è bianca e le sedie sono bianche, è un materiale sintetico.
Dalla finestra alta la luce si versa come un liquido fastidioso. Puntando, lo sguardo va verso la parete lontana della facciata cieca, in cemento chiazzato di umido, del casamento oltre il vasto giardino condominiale, dove gli scivoli giocattolo colorati sono vuoti perché è mattino. Non c’è una bici legata nel cortile tenuto bene.
Sembra l’inverno nucleare.
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