Da giorni ho terminato la visione dei film in concorso al MilanoFilmFestival e vado rivedendoli, così, per quello scrupolo che si chiama piacere. Uno dei film, secondo me, è davvero un capolavoro, un dannato capolavoro, che ti toglie le parole di bocca, non senti più nulla. Non posso dire quale, film. L’ultima volta che feci parte di una giuria, a Venezia nel 2006, la discussione per determinare il vincitore durò 9 ore e 1/2. Questa volta il verdetto si deve dare entro 2 ore. Il regista Yann Gonzalez (si aggiudicò il MFF2013 con “Les Rencontres d’après minuit”) e Salette Ramalho (selezionatrice del festival Curtas Vila do Conde – International Film Festival).
MA ATTENZIONE CHE LI SFIANCO, TUTTI, QUESTI DUE, QUELLI ORGANIZZATORI, ORGANIZZATRICI, TUTTE, TUTTI, PARLO ORPELLATO PER ORE E ORE NELL’INGLESE DI BENIGNI CHE MI VIENE NATURALE PICCHIANDO DURO, SORDO, OTTUSO, STOLIDO COME POCHE VOLTE NELLA VITA FRANCOPORTOGHESE DI QUEI DUE, IMPONGO LA MIA VOLONTA’ FERREA COLLA RUGGINE, LA BOXE CHE DICO IO ESALTA IL GIUDIZIO E ALLENA I LOMBI, I LOBI, SONO LUMUMBA DEL GIUDIZIO ESTETICO, IO, FACCIO UN CASINO IN QUELLA STANZA LI’, CON UN MACHETE DIALETTICO, TENACE MA SORDO AL RAGIONAMENTO ALTRUI, MUTO AL FUTURO DELLE MUSE INTIERE SCHIERATE COME SO IO E SOLO IO, MAGISTRALMENTE ISTUPIDITO DALLE IMMAGINI, STATE ATTENTI…
E rivedo queste immagini di violenza sempre sedata o ad acuzie insostenibili, certune e certuni sono svenuti in sala, dicono, ed è vero, se lo dicono loro, che sono svenuti. Centinaia di idioti, di freaks, di estremalità umane, mangiano la calce dei muri grattandola con le unghie a sangue, in luoghi di impensata bruttezza e sterminante squallore…
Non posso dire niente, capite, c’è il segreto di Stato di tutte le giurie del mondo della storia!
Allora vedevo questa lenta in un ufficio con uno scatolone in testa, un pompino con la scritta fucsia che era anche sulla unghia di un satanista alle tastiere vibrafone, il distendersi atletico prima della lotta walseriana di classe per una via Paal met, un dente crivellato da un unico diamantino nella periferia, veli nuziali su terriccio smosso, pose teatrali tra brillantine e analisi del rischio, bassi neolatini in cerca di riff, gole curde e mi chiedevo: dov’è ciò che è cruciale? Mi pare che il cinema debba seguire il cruciale, avvicinare costeggiare lambrire violare penetrare abbandonare il cruciale.
Gli italiani.
Approssimativamente è questo il diario di bordo, di giuria: compresso, reso catatonico, impossibilitato a essere enunciabile. Si vede, infine, così, ciò che fu è e sarà il cinema, no?
Ecco, è così che è andata, che sta andando, che sarà andata: ecco, è stata.
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